Pahor Boris

Il petalo giallo

Autore: 
Pahor Boris

Sai” le disse, senza togliere la mano dalla guancia, “tempo fa mi sono messo a riflettere su tutto quello che è avvenuto in questo secolo e che impregna l'aria che respiriamo. È talmente infetta da avvelenare le nostre coscienze, sconvolgere il nostro pensiero e rendere apatici i nostri cuori. Ma siamo costretti a respirarla, senza potercene difendere” (p. 47).
Il petalo giallo” è un romanzo eccezionalmente dialogico, quasi un canovaccio evoluto per una sceneggiatura cinematografica. È fondato su un drammatico incontro di memorie di atrocità subite nel passato: un uomo e una donna, Igor e Lucie, vittime del male che si respirava nel Novecento in tempi e modi differenti, sono consapevoli che solo l'amore può salvare dalla rovina interiore. Uno ha alle spalle tragiche memorie di lager, l'altra violenze sessuali in casa: come esseri umani hanno conosciuto l'abisso più cupo e disperato, e stentano quasi a credere alla gioia, quando s'incarna. Non è difficile da capire. È difficile da accettare. Che triste cosa che è essere umani, dio santo. Al fondo non c'è mai fine.

Al principio della storia, la donna scrive al narratore: crede che le sorti di certe persone siano così drammatiche da potere essere assimilate a quelle dei prigionieri dei campi di sterminio. E si domanda se i due si sono già incontrati, tempo prima. Lui va a cercarla. Entrambi si trovano a Parigi. Lui sente che tra loro esiste un misterioso legame. Parlano di Celan; non passa molto ed ecco che si riconoscono nei versi di Baudelaire. Ah, Letteratura, malattia. E lui torna sempre a pensare alla sorte terribile e ingiusta sua, e dei deportati sloveni, nei lager nazisti: e meditano assieme sull'orrore delle violenze, della morte, del dolore. Omnia vincit amor, ma non la memoria, a quanto pare. Qui si perdona, ma non si dimentica niente. Proprio niente.

Giusto.

Qual è il difetto di certa Letteratura Slovena? Semplice. Nel caso di Pahor, e “Il petalo giallo” ne è una conferma, la tendenza a rimuovere le conseguenze delle disgrazie denunciate: ossia, il furto – l'esproprio – di terre se non italiane almeno storicamente venete, come l'Istria costiera tutta, Fiume e diverse città dalmate, come Zara. Cittadini italiani stupidi e ignoranti cascano, post editoriale gloria di “Necropoli”, nella trappola del pianto dell'ingiustizia patita dagli sloveni, dimenticando che l'ingiustizia patita dal nostro popolo è molto più mostruosa e atroce: la damnatiomemoriae, l'abbandono di case, a volte cittadine intere (Pola), e la disgregazione di tessuti sociali. È più mostruosa perché è del tutto dimenticata. Chi la rivendica, spesso, distende il braccio nel saluto romano. È grottesco ma è così. Avete fatto tutti finta di niente. Come se fosse normale. No, non è stato normale.

In parte Pahor aiuta a farvi venire il dubbio, quando scrive, in questo libro, “Ho scritto un saggio sulla dittatura fascista nella Venezia Giulia, di cui l'Europa non sa praticamente nulla, sebbene sia durata per ben un quarto di secolo e abbia cercato di annientare l'identità degli sloveni” (p. 19). E giù a sbrodolare sul “genocidio culturale”. Magari potrebbe aggiungere che da oltre cinquant'anni – mezzo secolo! – gli esuli istriani, gli istriani veri, e così i fiumani e gli zaratini popolano il mondo: e che stranieri abitano nelle loro case, e siedono alle loro tavole. Chi li ha autorizzati? La mala condotta del fascismo? Comodo, eh? Per oltre mezzo secolo? E voi, slavi, che servivate il comunismo, ossia l'ideologia più assassina della storia dell'uomo, cosa siete, allora, rispetto agli italiani?

Cosa siete? Già. Voi eravate l'altra via, quella di Tito, rispetto all'Urss. Eppure non vi dispiaceva radunare in certe isole gli oppositori del regime. Quelli nessuno li piange. Ti credo: spesso erano italiani.

I ladri, caro Pahor, ormai siete voi. Certo, nessuno ne sa niente. Avete riscritto la storia, per falci e martello e copertura yankee. “Liberatori”, e quindi tutto era concesso. Figuriamoci rivendicare l'ingiustizia. Ma insistere senza ammettere l'altra parte della verità è abbastanza scorretto. Tengo a dirlo, perché di pianti sloveni comincio a essere abbastanza stufo.

Dell'ingiustizia patita da noi discendenti di esuli non si parla mai. Sembra tutto legittimo: come se, di punto in bianco, la minoranza albanese potesse rivendicare, che so, la Puglia. La storia non è mai abbastanza creativa.

Lasciamo stare. Così non saremo mai amici. E dico mai. Mai. Proprio impossibile. Il sangue brucia. Ora che i nonni sono morti, brucia e fa più male. Dobbiamo loro giustizia. Giustizia, e restituzione piena dell'onore. Il genocidio culturale e il furto – insisto – della terra, delle tradizioni e della storia è ormai pienamente vostro. Prendetene atto. È un atto vergognoso. E cancella quasi la bellezza e la carica di giustizia della vostra battaglia per la memoria delle violenze italiane anti-slovene. La cancella quasi, perché assieme non ammettete le vostre orrende e ancora presenti colpe.

Perché? Perché siete un popolo giovane. Siete incoscienti. Siete, forse, innocenti. Ma ve ne accorgerete, un giorno, del peso sulla coscienza della storia scritta a tavolino, e della povera gente cacciata via per colpa di un regime. E comincerete, forse, con pietà, a piangere anche loro: e non solo voi stessi, o i vostri nonni. Piangerete questa gente che ha perso tutto, perché voi foste un popolo e poteste prendere quel che non vi apparteneva. Ricordatevelo.

Ribattezzare le città con sigle da codice fiscale, una volta de-italianizzate, non è farle rinascere. È rinnegare la verità. Basta con i piagnistei, prendete atto delle vostre responsabilità. Guardate bene i letti dove dormite: per secoli ci dormiva gente che parlava ben altra lingua. Non la vostra. Noi assumiamo le nostre responsabilità. Le abbiamo già pagate.

Voi, no. Personalmente, vi aspetto. Fin quando non crepo. E racconterò la mia storia e la verità del mio sangue, e dei libri di storia non sporcati da mani socialiste, ai miei eredi. Perché sappiano, e non dimentichino mai il male che noi abbiamo subito. Del vostro non mancheranno mai testimoni. Questa è una profezia facile.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Boris Pahor (Triest, Österreich, 1913), letterato sloveno, triestino. Laureato in Lettere presso l’Università di Padova, insegnò nelle scuole medie superiori slovene di Trieste. Vice-presidente dell’Associazione Internazionale per la difesa delle lingue e delle culture minacciate. Autore di romanzi e novelle, saggista, è direttore di “Zaliv” (“Il golfo”, rivista che si è battuta per la democrazia in Slovenia e per l’affermazione dell’identità slovena.  

Boris Pahor, “Il petalo giallo”, Zandonai, Rovereto, 2007. Traduzione di Diomira Fabjan Bajc. Copertina di Alessandra Spranzi. Prima edizione: Nicolodi, Rovereto 2004.

Approfondimento in rete: Wiki en / Boris Pahor scrittore del mondo / Sloveni in Italia /  Consorzio Culturale del MonfalconeseKarlsen su Košuta (Peripli letterari italo-sloveni) / Wikipedia it / Vita Nuova Trieste / Angelo Floramo dialoga con Pahor / Necropoli (Fazi) / Trentino Extra (recensione all’edizione Nicolodi)

In Lankelot

 

Gianfranco Franchi, Lankelot, ottobre 2008.


ISBN/EAN: 
9788895538044

Commenti

A voi.

In ogni caso, signora scrittura, profonda e sporca di sangue.
Consigliato.

Costui mi ispira un bel po'...

una mia amica qualche anno fa mi disse che non era mai stata nella casa...sua...che le sarebbe piaciuto ma era impossibile...che non conosceva quei posti in cui, se i suoi non fossero stati cacciati, avrebbe forse vissuto...eh.

già. Siamo tutti così. E vuoi il paradosso? Io sono felice che la gente legga Pahor, e che scopra che c'è una minoranza assoluta slovena, a Trieste. Così, se un giorno gli slavi si prendono anche Trieste - ormai... - tutti saprete quanto era slava la città.
E loro diranno che cento anni prima i fascisti hanno bruciato la Narodni Dom, e che a scuola si parlava incredibilmente in italiano. Poveri pici...

ma voi non dimenticate quegli orribili vent'anni, eh?
Che ne giustificano 60 di occupazione.

Fatevi un bel regalo, dopo aver letto Pahor:
www.libreriauniversitaria.it/lettere-zabodaski-ricordi-borghese-mitteleu...

"Lettere da Zabodaski" di PP Luzzatto Fegiz. Vi racconta - tra le tante - anche come entrarono tanti slavi in città, sotto Trieste austriaca ancora.
(grazie a raffaella per il dono, che sta girando per tutta casa, papà e nonna in primis;) )

"sono consapevoli che solo l?amore può salvare dalla rovina interiore."> sebbene tu abbia dato alla tua rec. un taglio storico-politico, ho l'impressione che questo sia uno dei "cuori" del libro. M'ispira.
Hi visto il link consigliato, interessante anche quello.

Mi piacerebbe riprendere un paio di frasi.
La prima: "di pianti sloveni comincio a essere abbastanza stufo".
La seconda: "cento anni prima i fascisti hanno bruciato la Narodni Dom, e che a scuola si parlava incredibilmente in italiano. Poveri pici?"
Non so. Ogni volta che leggo qualcosa che ha a che fare con i nostri confinanti, mi rendo conto dell'obbrobrio politico-amministrativo che ha voluto fare del Friuli e della Venezia Giulia un'unica regione.
Io comprendo e mi dolgo e come sai evito di fare vacanze in Istria e Dalmazia per l'orrore profondo che mi pervade ogni volta che sento, a Rovigno, a Fiume, a Pola, qualche vecchina che sussurra qualche frase con la cadenza tipica del veneto, accento che denuncia tutto quello che è stato.
Cosa ha dovuto passare un intero popolo...
Hai ragione a indignarti, a gridare una storia dimenticata assurdamente.
Trieste splendida città che fa parte di una storia sconosciuta e tragica. Mi chiedo a volte che coscienza ci sia negli stessi abitanti, nelle giovani generazioni.
Io credo che la pace passi, come dici tu, per il riconoscimento pieno delle colpe. Le scuse non bastano e non cancellano, ma non è ignorando il passato che si sanano le ferite.

Io credo, Gianfranco, che le zone di confine siano molto belle, e siano zone in cui i vari popoli entrano in contatto e dovrebbero essere i luoghi primi dell'incontro. A me sembra che le rivendicazioni esclusive di un territorio su cui vivono due popoli abbiano davvero poco respiro, perché c'è sempre qualcuno che rivendica un passato "più mio che tuo", della serie, mio zio era qui nel febbraio '23, ma il mio nel gennaio!...esempio metaforico, eh. Invece di studiare come dividersi sarebbe, secondo me, più proficuo cercare dei modi di convivenza. Difficile tracciare confini netti quando si vive al fianco. E vedi, la tua recensione la puoi scrivere perché tu sai di ciò che è successo da entrambe le parti, che non c'è, alla fine, ragione né da una parte né dall'altra, perché quando due si ammazzano, a me sembra che di ragione proprio non si possa parlare. Ma quanti giovani si vedono oggi alzare il braccio destro o il sinistro, e ne prendono di entrambi, purtroppo, solo la violenza. Si assiste sempre di più ad una rivendicazione della propria violenza nei confronti degli altri, in una gara a chi ha lanciato il sasso prima. Una gara infantile dalle conseguenze tragiche.
C'è una storia, e non c'è vendetta o rappresaglia che possa dirsi ragionevole, perché nella guerra niente lo è.
E vedi, anche tu parli della "verità del mio sangue".
Immagino anche Pahor parli della verità del suo, di sangue.
Immagino anche che qualcuno, quando leggerà la verità del tuo sangue, potrà avere reazioni simili alle tue di adesso.
Delle cose di cui tu sei stufo, io ad esempio non ho letto molto, per cui non posso dirmi stufo. Ti potrei dire invece che sono stufo di molte altre cose. Io di letteratura slovena sono digiuno, mentre tu riesci a distinguere anche una "certa letteratura slovena". Mi sembra di capire che non tutta è così.
Boh. Comunque. Mi sembra un testo interessante. Per chi è digiuno di certa letteratura slovena.

8. Si, ti piacerà. E peraltro aggiungo che l'edizione Zandonai è molto maneggevole e gradevole. Hanno anche degli strani tocchi grafici (come il numero delle pagine) che mi sembrano indizio di personalità.

E' sempre più facile incarnare il ruolo della vittima, piuttoso che riconoscere le proprie responsabilità. E' più facile "insistere sul proprio dolore senza ammettere l?altra parte della verità".
La storia contemporanea è insidiosa, a volersi fidare di certi manuali, si rischia di studiare tutto tranne ciò che è veramente accaduto.
Molte domande io, da perfetta ignorante autodidatta, ho cominciato a farmele, leggendo le vostre pagine qui.
Grazie sempre.

9. Amica mia, "Non so. Ogni volta che leggo qualcosa che ha a che fare con i nostri confinanti, mi rendo conto dell?obbrobrio politico-amministrativo che ha voluto fare del Friuli e della Venezia Giulia un?unica regione".

> Quanto hai ragione...

"Io comprendo e mi dolgo e come sai evito di fare vacanze in Istria e Dalmazia per l?orrore profondo che mi pervade ogni volta che sento, a Rovigno, a Fiume, a Pola, qualche vecchina che sussurra qualche frase con la cadenza tipica del veneto, accento che denuncia tutto quello che è stato".

> Giorni fa, mi scrive un ragazzo di Rovigno e parlando di Fiume la chiama Rijieka. Mi è crollato il mondo addosso. Uno di noi, a quanto pare discendente di rimasti, chiama la città olocausta "Rijeka". Per me Rijeka sono i palazzi orrendi, figli del comunismo, che schiacciano e inquinano la bella città.

12. Grazie a te, Angela nostra.
Sei tu che ci insegni ogni giorno qualcosa di bello.

9. "Trieste splendida città che fa parte di una storia sconosciuta e tragica. Mi chiedo a volte che coscienza ci sia negli stessi abitanti, nelle giovani generazioni."

> Nulla. Ma io voglio fare qualcosa, e noi vogliamo fare qualcosa. Prima che ci rubino anche Trieste.

Andrea,

"invece di studiare come dividersi sarebbe, secondo me, più proficuo cercare dei modi di convivenza. Difficile tracciare confini netti quando si vive al fianco".

> Sai che i croati impediscono agli italiani di ricomprare ciò che era loro?

"Io di letteratura slovena sono digiuno, mentre tu riesci a distinguere anche una ?certa letteratura slovena?"

> Non sono nemmeno io un esperto, purtroppo. Ma mi sto dando da fare, come posso, negli anni. E una cosa mi è chiara: è una letteratura nazionalista e aggressiva, e inevitabilmente anti-italiana. Conciliante ma sempre cancellando le colpe della Yugo e l'attuale natura dell'occupazione dell'Istria costiera, di Fiume, di Zara e di quelle città dalmate che erano nostre e nostre - dico dei veneti almeno - devono tornare a essere.

Ciò detto, una cosa. POLA insegna(va). 98% cittadinanza italiana. FIUME insegna(va). 70% cittadinanza italiana.
Come vedi - ma se vuoi tutti i dati, e ti giuro che sono commoventi, leggi "Trieste" di Ara e Magris, Einaudi: non si tratta, ben lo sappiamo, di due camerati, anzi - altro che "c'ero prima io".  Quella era CASA NOSTRA. E l'hanno rubata.

bella notizia. 61 anni e basta senza poterlo fare.
Due generazioni. Bravi quei s'ciavi, oggi croati. Chirurgici.

Gianfranco, per Il rogo nel porto scrivevi:
"Qui c?è un letterato dalla ricca lingua letteraria, dalle notevoli capacità descrittive, capace di scolpire dialoghi esatti e mai artificiosi. Qui c?è, in altre parole, un altro pezzo del mosaico di Trieste. Senza, il disegno non sarà mai giusto e non sarà mai vero per nessuno."
e ancora:
"Seguono riflessioni amarissime sulle foibe, solidarietà e dichiarazione di estraneità riguardo all?esodo degli italiani (istriani) dall?Istria. Quindi, la morale della favola: importante e, direi, molto onesta.

?Ecco, la storia ci ha messi tutti alla prova, voi, la comunità maggioritaria, e noi, la minoritaria; il compito nostro, ora, è di fare in maniera che ci si possa riunire in un saggio convivio. Lévy-Strauss afferma che non esistono popoli-bambini, quindi noi potremmo, qui da noi, vivere da pari a pari? (p. 267)"
nella pagina di wiki sulla sua vita si legge che:
"Nel libro-intervista, pubblicato a Trieste, il poeta sloveno denuncia il massacro di 12.000 prigionieri di guerra, appartenenti alla milizia anti-comunista slovena perpetrato dal regime comunista jugoslavo nel maggio del 1945. Il libro provoca durissime reazioni da parte del governo jugoslavo. Le opere di Pahor sono bandite dalla Repubblica Socialista di Slovenia e a Pahor viene vietato l'ingresso in Jugoslavia".
Tutto ciò mi pone molte domande:
ad esempio, a quando risalgono queste opere che vengono tradotte in italiano solo ora?
ed anche:
Pahor sembra aver scritto delle proprie esperienze personali, esperienze personali che sono, come tutte, limitate, e che inevitabilmente finiscono per mettere sotto la luce alcuni aspetti piuttosto che altri, senza dimenticare che la scrittura è anche scrittura d'occasione, dipendente dal momento storico in cui la si fa, e quindi ecco tornare alla domanda precedente.
altre domande:
nella recensione a "Il rogo nel porto" Pahor sembra uno scrittore fondamentale per capire certe cose, mentre qui sembra quasi dare fastidio. E, devo dire, di questo libro, a parte i primi due paragrafi, non dici più niente, e parti col discorso sugli esuli.
Non dico che non c'entri, ma non riesco a capire lo scarto che c'è dal libro precedente di Pahor che hai recensito a questo.
Non mi sembra una questione di qualità di scrittura, sembra invece il fatto che, raccontando una storia, non ne racconti anche un'altra (ovvero quella degli esuli).
Ma quanti scrittori non scrivono che delle proprie ossessioni?
A leggerne solo uno non si avrà mai una visione completa né dell'animo umano, né della storia.
Ci sono persone per cui il tempo si ferma ad un certo punto, e dopo, qualunque cosa accada, non fanno che ritornare a quello stesso stramaledetto punto. Ci sono persone che vedono il mondo, ma quando si mettono a scrivere, non sanno che scrivere di ciò che è successo loro.
Quando scrivi "E voi, slavi, che servivate il comunismo?" e leggo che Pahor ha denunciato il regime comunista, è stato esiliato dalla Jugoslavia, mi dico che quel "voi" non si può riferire a Pahor, che ha subito il comunismo. Se serviva il comunismo, lo deve aver fatto male, visto che le sue opere sono state vietate proprio lì. Un dissidente comunista che serviva il comunismo. Mah.
Per concludere:
posso essere d'accordo sul fatto che non si parli degli esuli istriani e di tanta parte di storia, e che anche Pahor non lo faccia, ma non sono d'accordo per niente sul tuo modo di porre la questione in questa recensione.

Molto semplice: mi sono accorto che le tematiche sono SEMPRE le stesse, e che i concetti non mutano. Probabilmente, al di là delle dichiarazioni, va messo in evidenza 1 aspetto soltanto: sì, solidarietà ai caduti nelle foibe, ma per i 60 anni e più di esilio?
Quindi, sì: come dici: "Non mi sembra una questione di qualità di scrittura, sembra invece il fatto che, raccontando una storia, non ne racconti anche un?altra (ovvero quella degli esuli)".

Quanto a comunisti slavi & dissidenti, il discorso, in questo frangente, a un tratto esulava e manco poco da Pahor.
Andava, in altre parole, a comunicare a tutti gli ex YUGO.

6. Anche in Italia non si dimenticano 20 anni, per cui si giustificano i successivi 60 fino a giustificare i 20 per giustificare i 60 fino a giustificare l'arca di Noé. mah.

22. Se il discorso esulava da Pahor, perché continuare a citarlo? Ripeto, non riesco ad essere d'accordo sul modo che hai adottato per porre la questione in questa recensione. Avrei preferito recensione e riflessione più distese e maggiormente staccate, ecco :-)

22, 24. Dai, io ho scritto di Pahor molto prima di "Necropoli" in Fazi, quando nessuno ne parlava. Posso permettermi qualche libertà, ora:)

ho visitato l'Istria, per la prima volta, quest'estate.
la città olocausta Rijeka -anche nella mia ignoranza assoluta- è talmente eclatante! Sembra una terra dimenticata. Rovigno è un posto magnifico e quasi miracoloso forse in una condizione di capodimonte. Non posso dare un giudizio, ma vi ringrazio per animare questa discussione -sempre a partire da un libro, il che ha un fascino proprio. Ho pensato che sarebbe bello se quella fosse Italia, ma forse è stato un pensiero in grave ritardo, forse mi sento vicino a Andrea.

Allora ti aiuto a capire.
Palermo è libica. Perché abbiamo perso la guerra.
E si chiama Ormlap.

A me dispiace per tante cose, amici miei.
Una di queste è per cosa ci hanno insegnato a scuola. E per le responsabilità socialiste in questo senso.

Mi dispiace per tutti quei figli e nipoti di esuli che si vergognano delle radici, le rimuovono, non ne parlano, dicono di essere milanesi, argentini, australiani, romani. Bugiardi.Ma non è colpa loro.
Fino a pochi anni fa nessuno voleva saperne niente. Tutti volevano che si dimenticasse. Eccetto un partito. L'MSI.
Il PCI, per nascondere le sue orrende colpe - voleva anche Trieste fosse slava - non ha mai difeso gli esuli, e ha contribuito alla riscrittura della storia. La DC fiancheggiava il padrone americano, che ha deciso a tavolino che la Yugo avesse qualcosa che altrimenti non le sarebbe mai appartenuto.

Se volete documentarvi, vi procuro bibliografia completa. Su Lankelot trovate molto materiale. Basta guardare il tag "Trieste".

www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=Trieste

pietà per i martiri delle foibe. Memoria per gli esuli. Libertà e giustizia per le nostre terre.
Che l'Europa possa sanare l'orrore yankee & soviet del 1953. L'Italia ha fallito e tradito, e non ci merita.

http://i84.photobucket.com/albums/k40/fluminis/Stemmi/P9300003.jpg

http://www.ferlandia.com/Ferlandia_web/images/06102005/DSC02137-500.jpg

Ho visto queste due bandiere esposte nella curva mi sembra della Roma sul magazine del Corriere della Sera, hanno un significato politico specifico?

Spero che le persone che stupidamente le hanno portate allo stadio sapessero cosa significavano realmente. Io le ricordo vicino a un ragazzotto durante la Champions League, in curva nord, due anni fa. Avevo avuto la tentazione di scendere qualche gradone e andare a chiedere spiegazioni... mica per altro, io da là ci vengo, lui non sembrava proprio.

FIUME Da oggi (ma la normativa è in effetti scattata ieri) i cittadini dei 27 Paesi dell?Unione europea possono acquistare liberamente case, alloggi e terreni edificabili in Croazia, alle stesse condizioni di coloro che posseggono la cittadinanza croata.

È una delle novità più importanti contemplate nell?Accordo di stabilizzazione e Associazione, che Zagabria aveva sottoscritto anni fa con l?Europa comunitaria. Gli stranieri non possono unicamente acquistare terreni agricoli e aree boschive.

Viene a decadere innanzitutto il principio della reciprocità, secondo il quale il cittadino straniero poteva acquistare immobili in Croazia se altrettanto poteva farlo, nel Paese dell?acquirente, il cittadino croato. Era una norma ferrea, che negli ultimi anni aveva regolamentato la materia fra Roma e Zagabria. Da ieri inoltre non è più necessario richiedere l?autorizzazione all?acquisto da parte del ministero croato della Giustizia, permesso che agli investitori era costato in termini di tempo, denaro, fastidio e nervi.

Secondo gli addetti ai lavori, la totale apertura del settore immobiliare ai cittadini d?oltreconfine non contribuirà però a rivoluzionare il mercato, né scatenerà aumenti dei prezzi (attualmente partono da circa 1500-2000 euro al metro quadrato con picchi a Ragusa-Dubrovnik di 5-6000). Finora infatti, gli acquirenti della grande maggioranza dei Paesi Ue potevano contare sulla reciprocità, come pure sulla possibilità di mettere in atto due «escamotage». Le leggi croate permettevano che lo straniero dia vita ad una società, intestando l?immobile all?impresa.

Inoltre potevano entrare in possesso di una casa o di una villino grazie ad un prestanome croato. Da ieri tutto è più semplice ed ora non resta che attendere l?atteggiamento dei potenziali acquirenti stranieri, specie in questi momenti di crisi economica globale.

Va rilevato pure che negli anni scorsi la questione degli immobili ai cittadini con passaporto straniero ha infiammato più volte la scena politica nazionale, con duri scontri fra centrodestra e centrosinistra. Quest?ultimo ha dovuto difendersi dalle aspre critiche dell?alleanza capeggiata dall?Accadizeta (il partito creato dal defunto padre?padrone della Croazia, Franjo Tudjman), in quanto il citato Accordo di stabilizzazione e associazione fu firmato nel 2001, dall?allora governo di centrosinistra di Ivica Racan, scomparso pochi anni fa. Il centrodestra ha sempre tacciato gli avversari di alto tradimento, di non avere tutelato gli interessi nazionali, mentre invece la coalizione guidata dal Partito socialdemocratico si è difesa, affermando che diversamente non si poteva fare. Poi, con la vittoria del moderato Ivo Sanader, che guida tutt?ora il governo, la questione della liberalizzazione del mercato è diventata un passo obbligato nel percorso della Croazia verso l?Ue.

Il presidente dell?Unione italiana e deputato al seggio garantito italiano al Sabor, il polese Furio Radin, si è dichiarato soddisfatto per questa normativa: «Per noi sarebbe molto importante che i connazionali residenti in Italia comprassero in Istria, Fiume, nel Quarnero più immobili rispetto agli altri europei. La loro presenza ci gratificherebbe. È comunque errato e anche ingiusto confondere questo positivo aspetto con la problematica dei beni abbandonati degli esuli. D?altro canto, se i discendenti degli esuli volessero acquistare case o appartamenti nelle nostre terre, per noi il piacere sarebbe doppio».

La normativa, va specificato, non ha avuto un ampio rilievo sui mass media croati, alle prese in questi giorni con due questioni ritenute d?alto interesse per la nazione: i turbolenti rapporti con la Slovenia (il veto sloveno ai negoziati di adesione all?Ue e la mancata ratifica a Lubiana del protocollo di adesione della Croazia alla Nato) e soprattutto i mondiali di pallamano in Croazia.

Andrea Marsanich

>Quella era CASA NOSTRA. E l?hanno rubata

Non l'hanno rubata. La hanno vinta.
In una guerra di aggressione, in cui gli aggressori eravamo noi. Tutto sommato, per quel che abbiamo fatto e per come sono andate le cose, credo dobbiamo alzare peana al cielo per esserci stata risparmiata l'amputazione di Trieste (che sarebbe stata meritata). A Trieste nacque anche Pahor, e nacque prima del presunto ladrocinio: ad approfondire magari si scopre che quel che ci è stato rubato nemmeno ci apparteneva del tutto. E in ogni caso, recriminare oggi è poco dignitoso.
Cordialità,
F. di Dojola

Caro di Dojola, non recriminare, ma domandare: giustizia. Non rivendicare, ma ribadire: verità. Non dimenticare, ma tenere viva: la memoria. Trieste, l'Istria, Fiume e la Dalmazia potrebbero essere più felici sotto amministrazione austriaca, come è stato post caduta di Venezia. Certamente non sotto bandiere di popoli altri. Oggi l'Austria è "Europa". Il primo passo è che si possano, grande conquista di civiltà, almeno ricomprare le case. Non crede?

Ciò detto, niente peana per la difesa dell'italianità di Trieste. Naturale e sacrosanta - così doveva essere a Fiume, a Pola, a Zara.
*
Due domande.
Ha mai letto Bettiza?
Perché noi amputati e la Francia "potenza vincitrice"?

Terza domanda:
Perché Trieste doveva diventare parte del territorio di una nazione inventata dagli USA (così scrive Vidal, non Vidali...) e doveva essere governata dalla sua minoranza - meglio: da una delle sue tante minoranze?

Infine...
Pahor nacque sotto Trieste austriaca, e studiò a Padova, da italiano.

(intanto, benvenuto. Onorato del confronto, chiunque lei sia).

salutem dico,

gf

ps Poco dignitoso è disonorare il sangue dei caduti e le vite dei 300mila esuli consegnando storia, popoli, case, terra e mare in mano al nemico. Nemico - è bene ricordarlo - armato di falce e martello: ossia, di quello che - ne converrà, suppongo - è stato il regime totalitario più omicida della storia. Io non scordo e non giustifico. La falce e martello è sparita, la Jugo è sparita, l'URSS è sparito... che torni nostro ciò che è nostro, e si torni a coesistere tra etnie, come sempre è stato, ripristinando gli antichi equilibri. Quelli di sempre.

"Perché noi amputati e la Francia "potenza vincitrice"?"

Se la sono giocata meglio anche grazie a De Gaulle, questo bisogna ammetterlo.

"recriminare oggi è poco dignitoso."
Le "recriminazioni" non dovrebbero essere interpretate come oblio delle responsabilità dell'allora governo italiano, ma come doverosa difesa di popolazioni incolpevoli a cui ben si addice il detto "becchi e bastonati". Bastonati peraltro anche da un regime (Tito) che in quanto a libertà non aveva per nulla le carte in regola.

Bravo Lupo, sacrosanto.
E a questo s'aggiunga:

becchi e bastonati dai libri di storia.
becchi e bastonati dagli italiani che li consideravano "slavi" o li trattavano come bestie, in certe città - non sempre, ma è successo anche questo.
becchi e depressi a vivere, loro contadini e marinai - i borghesi erano pochini davvero - in cittadine e grandi città.

Chissà se il signor Pahor un giorno racconterà quanto male hanno patito i suoi connazionali italiani, istriani, fiumani e dalmati, vivendo esuli per generazioni. Quanti suicidi, quanto dolore, quanta disperazione, quanta rabbia. Perché lui e altri sventolassero la stella rossa...

e infine una bandierina nuova, e poi un'altra.
Invece di ripubblicare cose di 50 60 anni fa, scriva cose nuove e dica la verità. A tutti. Che il genocidio culturale è il nostro.
Che la pulizia etnica è stata jugoslava e comunista.
Che 20 anni di regime fascista non meritano 60 e rotti di esilio e di cancellazione della memoria...

perché questo deve scrivere un letterato sloveno onesto.

Perfino gli eredi del PCI hanno cambiato idea: il loro fu partito non dice "ridateci casa e bandiera", ma quasi:

"Nel corso della giornata di ieri, anche il deputato del Pd, Ettore Rosato, ha voluto evidenziare come sia «ancora lunga la strada da percorrere affinché la tragedia delle foibe e dell'esodo delle genti istrodalmate riesca a innervare la coscienza storica e morale della nazione. Le sofferenze degli esuli attendono dallo Stato provvedimenti concreti, che assicurino - conclude - equi indennizzi, benefici previdenziali, restituzione dei beni». (m.u.)" (Il Piccolo 11 feb)

Possibile invece che ancora rimangano, come quei giapponesi nelle isolette del Pacifico...

Vae victis, gentile Franchi (onorato quanto lei). La Francia fu aggredita e venne insediato un governo fantoccio. Lì era c'era una minoranza collaborazionista, qui la minoranza era quella resistente.
La Germania ha perso e non pensa certo a riprendersi i territori che sono ora Polonia e Russia e dove non ci sono praticamente più tedeschi. L'Italia di allora le era alleata ed era fascista, indaffarata in una guerra di aggressione per sottomettere popolazioni e conquistare nuovi territori in nome della superiorità della nostra razza. Ma questo tendiamo sempre a dimenticarlo.

In compenso ci siamo risparmiati un decennio di occupazione militare, la perdita di un quarto del territorio, la deportazione di molti milioni di cittadini, la spartizione del paese tra due sfere di influenza contrapposte per cinquant'anni. Siamo rimasti tutti dalla parte giusta - se qualcuno dovesse ascrivermi simpatie per l'altra.

Così sono andate le cose. Forse era auspicabile un esito contrario? No so, io di certo non oso lamentarmi. Quando si perde si deglutisce l'amaro calice e si sta zitti. Parlare di confini vuol dire parlare di guerra.
Ho letto Bettiza e so che agli esuli giuliani e dalmati abbiamo fatto loro molto peggio noi italiani che gli slavi.
Stia bene,
FdD

Chiedo scusa per i refusi.

Gentile FdD,

rinnovo l'onore per il confronto e la ringrazio per il garbo e la misura delle sue dichiarazioni.

La minoranza collaborazionista francese era tuttavia riconosciuta dal mondo occidentale: era il governo francese, a tutti gli effetti. Ne parlavamo, da queste parti, tempo addietro: studiando la questione Brasillach grazie al libro della Kaplan.

www.lankelot.eu/index.php/2009/01/25/kaplan-alice-processo-e-morte-di-un...

Quanto all'Italia, il discorso, più che razziale, era e doveva restare culturale. Non sono tra quanti avallano le guerre di espansione, tuttavia non dimentico che in quel periodo storico tutte le potenze occidentali tendevano a colonizzare le nazioni "deboli"; in una prospettiva storica, l'aggressione non muta di gravità, ma si fa più comprensibile. Non la condivido, ma capisco gli intenti del governo italiano dell'epoca. Né condivido i tentativi italiani di cancellare altre culture per imporre la propria, sia chiaro.

Non credo che ci si sia risparmiati un decennio di occupazione militare. Essa perdura - oltre 100 le basi Nato sparse sul territorio - e condiziona, in modo abbastanza chiaro e deprecabile, la nostra politica estera e interna. Siamo, a tutti gli effetti, una piattaforma aerea.

Abbiamo perso territori storicamente Veneti - quindi, ammesso che nel 1861 tutti fossimo d'accordo, "italiani" - popolati, proprio come Trieste, anche da minoranze di altre etnie. Ma le percentuali, stando agli studi di Magris e Ara, erano seriamente basse. Pola, 98 per cento italiane, Zara e Fiume, oltre il 70, istria costiera, sempre oltre l'80, etc.

E' come se la minoranza albanese rivendicasse e si aggiudicasse il Salento. Ha del grottesco.

Ciò detto, la questione dalmata è più complessa, con l'eccezione di Dara. http://www.lankelot.eu/index.php/2007/07/29/bettiza-enzo-esilio/ ne parlavo qui.

La ringrazio molto per il confronto.

pardon per "Dara" per "Zara".

[pahor non si smentisce mai:

[pahor non si smentisce mai: per lui siamo tutti slavi]

Dalla rubrica LETTERE de Il Piccolo del 17 dicembre 2010

Lo scrittore triestino Boris Pahor in un articolo apparso il 10 sul “Corriere della Sera” definisce “un croato italianizzato” il prof. Arturo Cronia, che lo laureò a Padova.

Ho conosciuto personalmente il professore e smentisco. Arturo Cronia era nato nel 1896 a Zara da famiglia italianissima e aveva frequentato il ginnasio-liceo della città, che negli ultimi anni del dominio austriaco era un centro di prim’ordine di cultura italiana. Aveva poi studiato a Graz, Praga e finalmente a Padova dove si era laureato.

Con studi che spaziavano dal ceco al russo, dallo slovacco al bulgaro e allo sloveno, aveva insegnato a Brno, Bratislava e Praga fino ad essere chiamato nel 1940 ”per chiara fama” come ordinario alla cattedra di Lingua e Letteratura serbo-croata ed incaricato di filologia slava all’Università di Padova, dove rimase fino alla morte nel 1967.

Il noto glottologo Carlo Tagliavini lo definì allora ”il miglior conoscitore della lingua e letteratura serbo-croata” nel nostro paese.

Un busto in bronzo lo ricorda – fatto rarissimo nell’ultimo secolo – nella sala La Basilica del Palazzo del Bo’.

Nessuno lo ha mai sentito definirsi croato e chi lo ha conosciuto ricorda con rispetto e simpatia i suoi sentimenti di italianità, in particolare quando ricordava la sua città perduta alla Jugoslavia.

Franco Luxardo, Torreglia (Padova)