“Dio ride. Ed essendosi sconsideratamente eletti come suo popolo, gli ebrei non possono che ridere di se stessi”.
Il teatro compendiato in un libro leggero, ma intenso: Ovadia trasferisce su carta divagazioni e riflessioni nate per lo spettacolo, ci prende per mano accompagnandoci nell’universo ebraico con le sue pagine pervase da quell’umorismo corrosivo, vera forza di un popolo che, martoriato da secoli, sa ridere delle proprie disgrazie e delle proprie fortune, ma anche dei luoghi comuni che lo accompagnano da sempre. Perché “ridere non significa mancare di rispetto. E non é detto che la persona seria sia più sensibile di chi prende la vita con allegria”; perché ridere è un atto salvifico che ha radici profonde, addirittura bibliche: la Terra stessa nasce dopo ventisette tentativi falliti ed è Dio in primis ad abbandonarsi alla comicità col suo “Speriamo che tenga!”. Così come fanno pure Abramo e Sara che ridono all’idea di avere un figlio alla loro veneranda età. L’annunciazione di cui è scritto nella Torah, sicuramente meno nota rispetto a quella cristiana, infatti, ci porta alla scoperta di un imprinting umoristico nell’origine dell’identità ebraica, testimoniata dal nome stesso di Isacco, in ebraico Itzkhak, che, derivato dal verbo tzkhak (ridere), significa “Colui che rise”.
Il ridere di sé e il ridere divino, dunque, attengono alla dimensione del miracolo umoristico che apre alla Storia; e lo scopo del witz ebraico, sottolinea l’autore, è proprio quello di esiliare l’arroganza delle certezze, di introdurre una dimensione imprevista che stimoli a creare una nuova fonte di pensiero consapevole della propria precarietà, con l’ambizione di smascherare la violenza del pregiudizio e di sculacciare la stupidità del mondo. La risata ebraica, quindi, si pone come anti-idolatria sintetizzando nella maniera più radicale possibile il ricchissimo e dialettico pensiero di un popolo capace di fare del confronto il proprio pane quotidiano; un confronto critico e mai dimesso che non ammette tabù né accettazione passiva; un confronto che non condanna la diffidenza e che sprona alla continua interrogazione di se stessi; un confronto che non esclude di interpellare Dio e di mettere finanche in discussione il suo operato: “D’accordo, d’accordo, è perché siamo il popolo eletto! Ma senti! Ogni tanto non potresti eleggere qualcun altro e lasciarci un po’ in pace?” (da: Sholem Aleikhem - Tevjie il lattivendolo)..
E non occorre essere di religione ebraica per apprezzare “L’ebreo che ride”: le pagine di Ovadia pungolano mente e cuore col merito di riportare : le pagine di Ovadia pungolano mente e cuore col merito di riportare un numero notevole di racconti sapienziali talmudici e di storielle ebraiche autoironiche, riuscendo nel contempo ad approfondire le radici storiche di questa ironia e mettendo in evidenza quel legame tra riso e parola riconosciuto, ben prima di Freud, da Rachi che parlava del riso come di un’esplosione di significati, di una forma particolare di delirio, di uno smembrarsi della lingua per accedere alla parola; senza, in tutto questo, trascurare neppure l’analisi del valore dello yiddish, non inteso unicamente come lingua, ma riconosciuto condizione dello spirito. In quest’ottica, pertanto, “se la domanda del bambino che si affaccia al mondo della conoscenza ci mette con le spalle al muro, quella ebraica ci obbliga a stare sempre in cammino anche sulla nostra comoda poltrona di lettori” ed è tristemente piacevole percorrere chilometri di storia seguendo l’inchiostro di questo libro prezioso, capace di immergerci nella dolorosa e complessa identità del popolo errante partendo dal suo microcosmo, dallo shtetl per poi allargare la panoramica alla Russia zarista, ai paesi dell’Est Europeo, agli Stati Uniti ed infine ad Israele di volta in volta destinazioni successive alle diaspore causate dai ripetuti pogrom.
“Vita miserrima, spiritualità debordante, densità esistenziale, inventiva professionale aguzzata dalla fame endemica, pensiero e cultura millenarie, studio come aspirazione e necessario privilegio, superstizioni e credenze cabalistiche, ingenuità e sapienza, bontà e pietas, sopportazione di soprusi e restrizioni cavillosamente perverse, nonché di persecuzioni reiterate, inaudite per ferocia ed ottusità, rifiuto di rispondere con la violenza per non divenire preda del suo fascino assassino, capacità di ridere di sé sull’orlo dell’abisso, fede in un destino speciale, delirio dell’attesa, preghiera ipercinetica, danza, canto, spasmodica volontà di vivere ad oltranza, amore sconfinato per i piccoli, futuro del popolo, tutto questo e molto altro è stato lo shtetl”.
E Ovadia si addentra tra quelle case “stratificate”, addossate le une alle altre in modo inverosimile, mostrandoci il volto dei suoi personaggi caratteristici: il rabbino, lo shammes (sagrestano della sinagoga), lo shadkhen (sensale di matrimoni), lo shnorrer (mendicante), il ricco, il sarto, il soldato, i bambini, la yiddishe mame (mamma), lo shlemiel (sfigato), lo shlimazl (scarognato), il nebekh (poveraccio), il batlen (lo sfaccendato) ed il luftmentsch (sognatore). Ognuno tratteggiato con delicata maestria attraverso l’ironia beffarda degli aneddoti menzionati nel sottotitolo: “l’umorismo ebraico in otto lezioni e duecento storielle”. Il witz, infatti, è il filo conduttore dell’intero libro che non si spegne mai, neppure di fronte al dolore, neppure di fronte allo sforzo che gli ebrei occidentali profondono per essere come gli altri, col risultato di non venir comunque mai accettati fino in fondo, vittime di un sospetto non sradicabile.
Kafka, Einstein, Freud, Gershwin, Bernstein, Marx, Chaplin: uomini immortali, capaci di quel riso acuto e semplice proprio del loro popolo; ebrei immortali che hanno scritto il loro nome nel grande libro della storia a dispetto degli “antisemiti e dei giudeofobi (di tutti i tempi) che, presi dal furore delle loro indagini sullo strapotere finanziario degli ebrei, si sono dimostrati incapaci di rendersi conto che il luogo dove la presenza ebraica è sempre stato soverchio è un luogo dell’intelletto e dell’anima che indiscutibilmente ha una sua rilevante ricaduta finanziaria: la cultura”.
“Il professor Albert Einstein espose una variante della teoria della relatività in cui sostenne: «Se le mie teorie saranno provate esatte, i tedeschi diranno che sono tedesco, ma i francesi diranno che sono cittadino del mondo. Se le mie teorie si riveleranno errate, i francesi diranno che sono tedesco, ma i tedeschi diranno che sono ebreo»”.
Dissacrante, geniale, sarcastica, saggia: le atrocità della storia non riescono a lavar via dal volto degli ebrei quell’ironia amara che costituisce l’anima di un popolo in grado di andare incontro al futuro col sorriso. Un popolo per secoli accusato come deicida e che oggi, agli occhi persino del mondo cattolico, “rappresenta l’esperienza cristica più sconvolgente di tutta l’umanità: un intero popolo crocifisso”, che sa “ridere del sovrannaturale quando l’urlo e la protesta contro la sordità divina non bastano”. Un popolo che “forse in cuor suo agogna, quando verrà il suo momento, di ridere con Dio di tutta questa straordinaria follia”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Moni Ovadia nasce a Plovdiv, in Bulgaria, nel 1946 da una famiglia ebraica. Negli anni ‘40 si trasferisce a Milano dove poi si laurea in Scienze Politiche e incomincia la sua attività artistica come cantante e musicista nel gruppo dell’almanacco popolare. Nel 1972 fonda e dirige il gruppo folk internazionale che, nel 1975, si trasforma nell’Ensemble Havadi. Il lavoro teatrale inizia nel 1984 quando, con il teatro Franco Parenti, crea, in collaborazione con Mara Cantoni, lo spettacolo Dalla sabbia – Dal tempo, in occasione del festival di cultura ebraica nel 1987. È questa per Moni Ovadia l’occasione di fondere le proprie esperienze di attore e di musicista, dando vita alla proposta di un teatro musicale lungo il quale ancora oggi opera la sua ricerca espressiva. Nel ‘90 crea la Theater Orchestra e inizia a lavorare stabilmente con il Cri Artificio di Milano che produce lo spettacolo Golem. A questo seguono numerosi spettacoli, grazie ai quali Moni si impone progressivamente all’attenzione del grande pubblico. Ancora con Mara Cantoni, del 1995 è Dybbuk, spettacolo sull’olocausto che viene accolto come uno degli eventi più importanti della stagione teatrale. Nello stesso anno, con Pamela Villoresi, che ne firma anche la regia, debutta con lo spettacolo Taibele e il suo demone in co-produzione con il piccolo teatro di Milano. Del febbraio ‘96 è Ballata di fine millennio; del ‘97, in collaborazione con il regista Roberto Andò, Il caso Kafka. in occasione del festival di cultura ebraica nel 1987. È questa per Moni Ovadia l’occasione di fondere le proprie esperienze di attore e di musicista, dando vita alla proposta di un lungo il quale ancora oggi opera la sua ricerca espressiva. Nel ‘90 crea la e inizia a lavorare stabilmente con il Cri Artificio di Milano che produce lo spettacolo . A questo seguono numerosi spettacoli, grazie ai quali Moni si impone progressivamente all’attenzione del grande pubblico. Ancora con Mara Cantoni, del 1995 è , spettacolo sull’olocausto che viene accolto come uno degli eventi più importanti della stagione teatrale. Nello stesso anno, con Pamela Villoresi, che ne firma anche la regia, debutta con lo spettacolo in co-produzione con il piccolo teatro di Milano. Del febbraio ‘96 è ; del ‘97, in collaborazione con il regista Roberto Andò, . Premio speciale Ubu 1996 per la sperimentazione su teatro e musica. Sempre nel 1996 pubblica per Bompiani Perchè no? che entra nelle classifiche dei libri più venduti. Successivamente scrive Così giovane e già ebreo (Piemme, 1998), l’autobiografia Speriamo che tenga (Mondadori 1998) e, infine, Vai a te stesso (Einaudi 2002). Per il cinema ha prestato il suo volto partecipando a Caro diario di Nanni Moretti e, col ruolo di co-protagonista, a Facciamo Paradiso di Mario Monicelli.
Moni Ovadia, “L’ebreo che ride - l’umorismo ebraico in otto lezioni e duecento storielle”, Einaudi, Torino, 1998.
Approfondimento in rete: Sito ufficiale dell’artista.
OVADIA in LANKELOT:
L’ebreo che ride a cura di Migliore
Vai a te stesso a cura di Migliore
Angela Migliore, marzo 2005
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
(solito dramma foto:) )
(il caporale ha ragione, c'è bill gates)
cambio.
perfetto, Angela. Grazie.
Grazie a te, a voi.
Sempre attenti.
....
...dico citerei frasi alla rinfusa. Ti (mi) basti che.
?
niente di che, scrivi cose dense e davvero impegnative, nel senso pregnante del termine. Notevole la tua capacità di. Solo che piuttosto andare a memoria e dire bellissima, mi trattengo. Sono ancora timido nel sito. E soprattutto leggerò quasi tutto entro il 2007 (questa passatamela, vi prego, in ginocchio)
:)
Angela, qui ti volevo! Ho visto lo spettacolo, anni fa. Ed è stato entusiasmante, idem la tua recensione.
E stato uno spettacolo travolgente, coinvolgente, affascinante. E così è questo suo libretto. Non è importante essere ebrei o conoscere la religione ebraica: Ovadia spiega i concetti fondamentali mano a mano che procede nel suo vasto discorso. E s?impara moltissimo senza quasi accorgersene. Soprattutto, s?impara che l'ebreo ride e che sa ridere specialmente di se stesso. Ride dei suoi difetti, delle sue disgrazie, ma anche delle sue fortune. E ride delle risate altrui, dei luoghi comuni che lo accompagnano da sempre, che lo hanno spesso tramutato in un personaggio caricaturale. L'umorismo ebraico pervade le pagine di questo volumetto (leggero ma "intenso") che si dipanano attorno a una traccia comica (anche quando il tema trattato è tragico) realizzando così l'essenza del dramma nella sua massima valenza teatrale.
La risata ebraica ha radici antiche, addirittura bibliche, da Abramo e Sara che ride all'idea di avere un figlio alla loro veneranda età (Isacco, infatti, nella lingua semitica significa ?sorriso?), a Dio stesso, che crea la terra... dopo ventisette tentativi falliti e contemplandola dice "Speriamo che tenga!", oppure: Peccato che per andare in Paradiso si debba salire sul carro funebre...
Il ridere è un atto salvifico. "L'ebreo forse in cuor suo aspira, quando verrà il suo momento, di ridere con Dio di tutta questa straordinaria umana follia. Solo tramite la risata puoi raggiungere il divino. Ridere diventa la via, il ponte che ti porta alla trasformazione interiore ".
Mi hai fatto felice, Angela. Grazie
Raffaella
:-)
I libri, così come gli spettacoli di Ovadia sono solo apparentemente "leggeri". Credo colpiscano per questo.
Al teatro mi è piaciuto anche il suo "Cosa ci vuoi fare, è l?America!" (Es iz Amerike!).
Venerdì torno a vederlo, mette in scena "Le storie del signor Keuner" di Brecht.
Felice io delle tue letture partecipi e dei tuoi bei commenti. Grazie.
(avverti Daniele Ascarelli. E digli che scriva anche qui, non solo nel forum).
*
splendido pezzo.
(Sarà fatto)
Io invece Ovadia proprio non lo sopporto.Primo perchè sfrutta l'ebraismo per vendere i suoi spettacoli,in realtà c'entra poco o nulla con la realtà che racconta. Secondo perchè ha buoni appoggi politici. Terzo e non ultimo, quello che dice non è perfettamente aderente alla realtà,non si può pretendere l'universalità citando un midrash e un episodio della Bibbia. Significa non comprendere la complessità di quei racconti.Gli ebrei avranno anche buoni motivi per essere incazzati con dio più che ridere
Insomma attenti ad Ovadia
La vita di Isacco in realtà è un inferno
Ne ho sentito parlare, ne ho letto, ma non ho affrontato mai questo autore. Ricordavo la tua pagina dai tempi di lankelot, l'avevo letta con grande piacere anche allora. Sì, mi farebbe piacere legger eun commento di Hevel: il mondo ebraico mi ha sempre affascinata eppure lo sento lontanissimo, come su un piano altro da me.
(i commenti di hevel, siccome erano i primi suoi in assoluto, erano in moderazione. eeeh.)
Daniele
Ne so poco, pochissimo dell'Ovadia persona. Mi piace la prospettiva altra che fornisce sul mondo ebraico, di cui ho conoscenza assolutamente superficiale.
Perchè non ci proponi dei testi sull'argomento?
O meglio perchè non ci fai dono di qualche tua pagina?
(che sarebbe pure ora?)
Confermo che Ovadia, personaggio di cui ignoro l'arte, avendolo visto un paio di volte in tv, è uomo assai sgradevole. E politicheggiante, si.
Uhmm. Non guardo l'uomo, leggo.
Ma infatti, mica era un critica al fatto che ne hai scritto, Angela. Ero solo un punto di vista sull'uomo, visto che non conosco la sua arte.
Le critiche, Federico, sono benaccette. Solo che sono allergica alla politica come metro di giudizio, almeno per quello che riguarda la letteratura e l'arte in generale. Se parliamo dell'uomo Ovadia, non faccio da avvocato difensore, ma mi piacerebbe si valutasse un libro andando oltre l'uomo che ne è l'autore. Tutto qui.
Kafka, Einstein, Freud, Gershwin, Bernstein, Marx, Chaplin: uomini immortali, capaci di quel riso acuto e semplice proprio del loro popolo; ebrei immortali che hanno scritto il loro nome nel grande libro della storia a dispetto degli ?antisemiti e dei giudeofobi.
Beh, non poprio tutti erano degli allegrotti. e non proprio tutti hanno avuto una presenza memorabile. E non capisco la polemica: a dispetto di antisemiti e giudeofobi. Per alcuni di questi il "problema" non era affatto essere ebrei, ma qualcosa di ben più rilevante.
Leggo ora il commento 27. Senza polemica: quindi non è calzante nemmeno questo?
Oltre che come autore, mi piace ricordarlo nel Diario senza date di Andò, e in Caro Diario di Moretti. Dimentico i suoi interventi a un Congresso Diesse, lo dimentico volutamente.
I nomi citati sono solo un esempio "dell'internazionalità" di certi ebrei divenuti illustri a dispetto dei pregiudizi e delle persecuzioni subite. Einstein, Freud, Chaplin, Bernstein sono tutti poco allegri sì, vissuti in pieno regime nazista, sfido io! Il witz ebraico non è sinonimo di allegria, ma di ironia amaramente acuta.
Io mi riferivo a Marx e Freud, evidentemente, più che per l'allegria, per il loro ruolo più dannoso che positivo, a mio avviso, nel contesto che li ha visti protagonisti. Freud in particolare, era deprecabile sia a livello umano che professionale (tra le altre cose fu uno dei più grandi plagi della storia quello che pepetrò ai danni dell'opera nietzcheana), avendoci lasciato testi inquietanti che (leggete i "Tre saggi sulla sessualità", in particolare) hanno "formato" parecchi professionisti del settore. Carl Gustav Jung era di altro spessore, culturale e professionale. Mi scuso, sono andato un po' fuori tema. Il senso del mio intervento è: non facciamo di tutta un erba un fascio, e non vediamo vittime dove non ce ne sono.
Chiusa la parentesi sul punto in questione. Ma un' ultima cosa, Angela, solo come consiglio. Non puoi scindere un autore dalle sue idee politiche, etiche etc. é inutile dirsi allergici alla poltica, la politica è in tutto, anche nella letteratura. é nell'ordine naturale delle cose che si possano far rilievi sull'uomo, oltre che sull'opera.
Anch'io non riesco a scindere un autore dalle sue idee politiche, ma vi assicuro, quando Ovadia è sul palcoscenico, è talmmente istrione, che dimentichi l'uomo, per applaudire soltanto l'artista.
Nella storia sono stati applauditi ben altri individui molto più pericolosi...
Raffaella
Io per scindere, nella lettura, un autore dalla politica in cui crede, ne ingnoro le intenzioni di persuasione eminentemente personalistiche; anche se quel che resta, a volte, può essere politica, è universalismo senza riferimenti diretti, ed è sufficiente. Funziona, spessissimo.
(Parlo di narrativa, certamente).
33 - Si, Raffaella, ma il mio discorso non era rivolto alla "pericolosità" dell'autore. Non lo trovo affatto pericoloso (non ho motivo per ritenerlo tale), dico solo che, non conoscendo la sua opera, e avendolo potuto giudicare solo da quel che ho sentito dalla sua voce, sono poco incline (se non per nulla) a curiosare nella sua arte. Non raccontiamoci barzellette, è più che logico che un personaggio umanamente fastidioso possa creare pregiudizi in coloro che si avvicinano da neofiti alla sua opera. é umano, più che umano.