LETTERATURA PER LE NUOVE GENERAZIONI
Non è solo letteratura: è pamphlet politico. Satira dello stalinismo, della degenerazione d’un’idea in un regime totalitario e assassino, dell’arte della propaganda. Neppure oggi s’incontrano artisti tanto onesti, lucidi e coraggiosi da criticare – pure da sponda marxista – con tanta rabbia e tanta intelligenza quel che il socialismo reale ha significato e implicato per diversi popoli: l’artista inglese George Orwell, tra 1943 e 1944, scriveva – osservando e interiorizzando con sensibilità e umanità quel che accadeva in Urss, e leggendo correttamente nel futuro – una disperante e drammatica metafora della realtà: che oggi costituisce un monumento alla libertà, un monito per le future generazioni, un documento al contempo storico, letterario e filosofico d’un’esperienza – quella rivoluzionaria – che, per la disperazione di chi aveva creduto nel vangelo marxista, s’è rivelata omicida e liberticida: nuova forma di tirannide, esecrabile e disumana.
Orwell aveva compreso che l’esito dell’esperienza sovietica si andava configurando in una lezione: tutti gli uomini sono uguali, ma alcuni uomini sono più uguali degli altri. In altre parole: una maggioranza assoluta viveva nella miseria, costretta a sopportare orari e condizioni di lavoro spesso non accettabili; una oligarchia dominava, controllava, dettava legge: assassinando ribelli e oppositori, concedendosi lussi e comodità ad altri eternamente sconosciute, manipolando l’informazione e propagandando menzogne. Orwell aveva capito quel che milioni di cittadini e di intellettuali occidentali non hanno voluto, o potuto capire, fino al crollo dell’Unione Sovietica: e che solamente negli ultimi anni sta divenendo patrimonio indiscutibile della coscienza e dello spirito d’ogni essere umano. È uno dei grandi padri della Letteratura del Novecento anche per questa ragione: questo libro dovrebbe essere oggetto di studio e di dibattito in ogni scuola. Fino a qualche anno fa non accadeva: chissà che, nei prossimi quindici anni, non possa iniziare ad educare le nuove generazioni europee a riconoscere e demistificare le strategie di comunicazione e di mantenimento del potere delle oligarchie d’ogni colore. E che possa servire, per chiarire quale sia il potere dei media e quale la loro capacità di mistificare, falsificare, alterare le verità, analizzare assieme al testo una antologia delle critiche, delle recensioni, degli articoli dedicati ad Orwell e a questo suo libro pubblicati tra 1945 e 2005. Sarebbe una splendida ricerca: spiegherebbe agli italiani di chi sono figli, e di chi saranno genitori. E aiuterebbe a comprendere che sono esistite delle strategie di controllo e selezione delle informazioni: non sempre appartenenti, o direttamente vincolate, al regime al potere.
Il romanzo è strutturato in dieci capitoli: il narratore, onnisciente, sviluppa la trama in terza persona.
Da qualche parte, in Inghilterra, il signor Jones è proprietario d’una Fattoria Padronale. Gli animali della sua fattoria sono particolarmente evoluti: hanno coscienza di sé, e comunicano tra loro con un linguaggio universale.
Proprio quando il padrone sta decadendo, vittima delle sue debolezze e della sua propensione agli alcolici, uno dei più rispettati maiali della Fattoria, il Vecchio Maggiore (immaginiamo: “Marx”) vuole rivelare a tutti gli animali quel che ha compreso vivendo e riflettendo tanto a lungo.
È un verro di dodici anni, corpulento ma maestoso; spira un’aria di saggezza e di benevolenza. Subito si radunano cani, piccioni, maiali, mucche, pecore, cavalli, capre, asini, anatroccoli, gatti: manca solo il corvo domestico, Mosè.
Il Vecchio Maggiore è il Prometeo degli animali della fattoria (immaginiamo: “lavoratori”). Spiega loro che la vita che vivono è faticosa, misera e breve: che è autentica schiavitù. Tuttavia, il suolo d’Inghilterra è fertile, e potrà nutrire molte più persone di quelle che già ci vivono; purché il prodotto del lavoro non sia più rubato dall’uomo (diremmo: “padrone”). L’uomo consuma senza produrre: è il signore d’ogni animale, paradossalmente, e impone lavoro pagando il minimo. Eliminare l’uomo (crediamo: “abolire la proprietà privata”) significherà conquistare ogni prodotto del lavoro. E poterne godere.
Il Vecchio Maggiore crede nella rivoluzione: visionario, giura che giustizia verrà fatta – pure, non sa quando. Ma esisterà una solidarietà perfetta tra gli animali: che – come ogni gruppo sociale – dovranno avere uno e un solo nemico: gli uomini (diremmo: “i padroni”).
Predica che nessuno emuli o imiti l’uomo: e che nessuno mai sia tiranno. Intona infine un canto, “Tornerà l’Età dell’Oro” – ad un tratto, infiammati dall’entusiasmo, omnes intonant. Tre notti dopo, il Vecchio Maggiore muore, lasciando incompiuta la sua rivoluzione.
Nei tre mesi successivi, intensa attività segreta nella fattoria: i maiali, le creature più intelligenti, si dedicano alla propaganda e all’organizzazione: tre di loro, Napoleon, Palla di Neve e Clarinetto, elaborano un sistema basato sulle teorie del Maggiore: “l’animalismo”. Cominciano ad evangelizzare le altre bestie: qualcuno, perplesso, difende il padrone e non vuole cambiare abitudini.
Intanto, Jones precipita sempre più nella dipendenza dagli alcolici: trascura tanto le bestie che si trova ad affrontare una ribellione. Gli animali, ottimamente organizzati, riescono a espellerlo dalla Fattoria. Jones fugge. Fuggono anche la moglie e Mosè, il corvo domestico che predicava la Vita Eterna e cantava l’esistenza d’un Paradiso degli Animali, per opporsi all’Animalismo dei tre maiali.
Sciolti dal giogo dell’uomo, gli animali bruciano freni, anelli da naso, catene, coltelli, redini, paraocchi, fruste, nastrini: ogni segno di sottomissione o di distinzione deve essere distrutto.
Vediamo chi sono i protagonisti della rivoluzione.
Palla di Neve (parrebbe: Leon Trotsky) è eloquente, fantasioso, ma meno carismatico del leader della comunità, Napoleon. Palla di Neve forma comitati animali (eccellente il “comitato per la rieducazione dei compagni selvatici”), insegna a scrivere e leggere, prova a insegnare Letteratura. La sua attività è sfortunata, eccetto per l’alfabetizzazione; che, pur con diverse eccezioni (notevole quella dei cavalli, primi lavoratori della Fattoria), attecchisce.
Napoleon (ovviamente: Stalin) è un verro grasso, feroce e risoluto. Taciturno ed egocentrico, si mostra costantemente in disaccordo con Palla di Neve e pare ambire ad un controllo assoluto del potere nuovo. Non conosce strategia, ma tattica: addestra nove cuccioli di cane per farne la sua guardia. Con il contributo del suo esperto di comunicazione, Clarinetto, si rivela campione della menzogna e dell’alterazione della realtà.
Clarinetto (probabilmente: il nazista Goebbels. Altrimenti: “la propaganda”) è un oratore assolutamente eccellente: estremamente persuasivo, è il fautore dell’esistenza dei maiali come “lavoratori del pensiero”; è in grado di alterare il contenuto e il significato di qualunque informazione: un purissimo artista della parola, volto purtroppo alla conservazione del potere, e alla difesa delle menzogne del regime.
Minimus (in generale, il “poeta di regime”) è un maiale della nuova generazione, post-rivoluzionaria: scrive versi e inni per la gloria dell’Animalismo. Figura immancabile.
I cani, Lila, Jessie e Morsetto (parrebbe: “le forze dell’ordine”), saranno i primi guardiani del nuovo sistema: imparano a leggere bene, tuttavia si limitano a memorizzare i Sette Comandamenti dell’Animalismo (vedremo più avanti di cosa si tratti).
Appaiono tre cavalli: Gondrano, bestia fortissima e analfabeta, fedele ai maiali e stacanovista. Vivrà all’insegna del lavoro, e del rispetto a quello che diverrà il Capo dei Maiali: Napoleon. Fino ad esserne tradito, come vedremo.
Berta è una cavalla di mezza età, fedele ai maiali e rivale di Mollie, giovane e bella ex cavalla del calesse di Jones, viziata e narcisista, nostalgica del vecchio sistema fino a tradire i rivoluzionari e a consegnarsi a un’altra fattoria, in cambio di qualche zolletta di zucchero e di qualche nastrino.
C’è un gatto astuto e accorto (“il qualunquista”), che non collabora in nessun modo a nessun regime, un asino cinico e distaccato da tutti, Benjamin (ossia: “l’individualista” o semplicemente “il nichilista”), che vede il male nell’esistenza in sé e si disinteressa d’ogni padrone, e d’ogni rivoluzione, servendo il padrone di turno con lo stesso disprezzo.
Torniamo, adesso, alla trama.
Dopo la cacciata del Padrone, Napoleon dà doppia razione di grano agli animali: e due biscotti ciascuno ai cani (p. 52), cominciando a ingraziarsi i tutori della legge che creerà. Assieme a Palla di Neve, per una volta d’accordo, mutano l’insegna della Fattoria: da Fattoria Padronale a Fattoria degli Animali. Finalmente stipulano i sette comandamenti dell’Animalismo (p. 56), prima di dar vita al nuovo sistema lavorativo.
Ogni comandamento verrà, col passare del tempo, violato dai maiali che andranno, progressivamente, sostituendosi agli uomini; fino ad ergersi su due zampe, come noi, cancellando l’antica differenza.
Nei comandamenti, si imponeva di considerare ogni uomo nemico; ogni creatura alata, o a quattro zampe, amica; si impediva d’indossare abiti, di dormire in un letto, di bere alcolici; s’impediva l’uccisione d’un altro animale; si affermava che ogni animale era eguale a un altro.
Tutto destinato ad essere abiurato.
Il lavoro si sviluppa con questo equilibrio: maiali a dirigere e sorvegliare, per via della loro cultura superiore; gli altri animali, a sudare nei campi. Con entusiasmo, pensando che si va incarnando un tempo nuovo, e si vive un Paradiso in terra; d’eguaglianza, e fratellanza. Splendide le prime raccolte: nessuno ruba più nulla, si lavora con altro spirito. Ognuno lavora secondo le proprie capacità: i maiali espongono sempre nuovi progetti.
Palla di neve sogna di ridurre ulteriormente le ore di lavoro. Napoleon non concorda. Frattanto, i padroni delle fattorie adiacenti, perplessi, prima semplicemente diffamano la Fattoria degli Animali presso le proprie bestie, quindi asseriscono che stiano morendo di fame, infine che pratichino il cannibalismo e il libero amore (p. 73): la propaganda sembra avere buon esito, nessun’altra Fattoria si converte all’Animalismo. Tentano una sortita: nella battaglia, i Padroni vengono sconfitti dall’esercito della Fattoria degli Animali; il cavallo Gondrano piange, perché non vuole uccidere nessuno; i maiali non hanno scrupoli. A seguito della battaglia, vengono istituite delle medaglie, delle feste, varie onorificenze. Primi segni di distinzione, e di retorica, nel mondo degli uguali.
Le decisioni, nella Fattoria, pur ratificate da una maggioranza (p. 83), sono sempre e solo parto dei maiali: che pure, come s’accennava, non sono uniti. Palla di Neve sogna moderne tecniche di lavoro, e migliori condizioni per i lavoratori; vorrebbe predicare il verbo della rivoluzione tramite i piccioni. Napoleon, guerrafondaio e geloso del carisma dell’altro verro, s’oppone; fin quando, accortosi che sta per prevalere, lo fa aggredire dai suoi cani. Palla di Neve fuggirà, sparendo per sempre: diverrà lo spettro del “traditore” della rivoluzione, da tingere delle peggiori responsabilità e da agitare contro gli altri animali. Il suo eroismo nella battaglia verrà prima negato, poi invertito: nulla sarà impossibile alla macchina di propaganda “rivoluzionaria” di Clarinetto, prima arma di Napoleon. Ormai, questi è divenuto “Capo” degli “Uguali”.
Le utopie di Palla di Neve vengono presto accantonate: si lavora 60 ore alla settimana, presto si trovano accordi non “commerciali” ma “necessari” con il vicinato, e la classe dirigente finisce a vivere nella casa degli ex Padroni; dormendo nei loro letti, ripetendo i loro vizi e i loro errori. Clarinetto, intanto, ripete che “servire è una gioia” e canta lo splendore della “dignità del lavoro” (p. 114); chi si ribella, o dissente, o non concorda, viene massacrato sul posto; giustiziato, e condannato all’oblio. E accusato d’essere filo-Palla di Neve.
Da Fattoria a Repubblica, il passo sarà breve: Napoleone presidente (p. 161), mentre il corvo Mosè torna a gracchiare del Paradiso degli animali, post-mortem. Gondrano, ferito, finisce macellato; ogni promessa è stata tradita, ogni legge violata, ogni rivoluzione abiurata.
Vittima: il popolo. Esecutore: il comunismo.
La tragica lezione di George Orwell si può sintetizzare così: la letteratura, libera d’essere “fantasiosa” e “immaginifica”, può raccontare il vero tingendolo di finzione, e di “metafora”; questa “verità” può essere rifiutata per ragioni ideologiche, opportunistiche, o – in generale – politiche. Tragica Cassandra, nel 1945 lo scrittore inglese spiegava al mondo cosa significava essere cittadini d’un regime comunista e quanto barbara, autoritaria ed esecrabile fosse la gestione del potere: qualcuno non voleva ascoltare, e non voleva che nessuno ascoltasse. Qualcuno non voleva nemmeno leggerlo, e non voleva che nemmeno voi leggeste. Oppure – che è peggio – minimizzava. Adesso costoro insegnano nelle Università, o scrivono nei giornali, o siedono in Parlamento; e si dichiarano sconvolti dagli omicidi stalinisti: ma tutti sapevano, tutti sapevano e nessuno voleva ammettere, o parlarne. Le ragioni di questa omertà le decida la coscienza di ciascuno.
Io ho le idee chiare, in proposito: e non potrò accettarle mai, queste ragioni. Comprenderle, sì: ma è differente.
Io dico solo che da questi padri non ho nulla da imparare: non interiorizzerò la lezione dell’omertà, e dell’adesione al dogma assassino in nome dell’utopia. Chi ha difeso gli assassini è anch’egli assassino: ne risponderà alla sua coscienza, e alla storia. Concludo inchinandomi al coraggio, all’onestà e all’intelligenza di George Orwell: monumento, esempio, simbolo d’una minoranza di intellettuali riottosi alla barbarie, e alla corruzione. Dell’ideale.
Piace ricordare, pur non condividendo le sue idee, che Orwell era indubbiamente socialista. Da qui, la sinistra dovrebbe ripartire: dalla lezione non d’un eretico, ma d’un uomo d’ideale, di coscienza, di valore.
Che gridava la verità ai ciechi, ai sordi, ai muti: per interesse, o per “fede”.
Lezione da non dimenticare: regalo d’un grande artista alle prossime generazioni.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Eric Arthur Blair, alias George Orwell (Motihari, India, 1903 – Londra, 1950), giornalista e scrittore inglese, di sangue scozzese. Studiò al King’s College di Eton tra 1917 e 1921. Successivamente, s’impiegò nella polizia imperiale in Birmania; mantenne l’incarico per cinque anni. Lasciò il servizio nel 1928, determinato a vivere di letteratura. Affrontò la miseria, tra Parigi e Londra: l’esperienza di questo periodo influì su buona parte della sua opera – in particolare, si veda “Down and Out in Paris and London”, primo libro pubblicato dall’autore (1933).
Combatté nella guerra civile spagnola, nel 1937, schierandosi con il Partito Obrero de Unificación Marxista. Fu gravemente ferito in battaglia. Quando il P.O.U.M. fu dichiarato illegale, riparò in patria. Pubblicò “Homage to Catalonia” (1938), memoria delle sue esperienze al fronte. Uno dei suoi due capolavori, “La fattoria degli animali”, fu pubblicato con due anni di ritardo perché la critica totale al regime sovietico risultava inopportuna e sconveniente agli editori del tempo: Inghilterra e Urss erano alleate. Il libro vide la luce solo nel 1945, alla fine della guerra. Tre anni più tardi, duramente provato dalla tisi, completò “1984”, pubblicato nel 1949. La malattia avrebbe sconfitto l’artista, di lì a poco.
George Orwell, “La fattoria degli animali”, Mondadori, Milano 1947.
Traduzione di Bruno Tasso. Prefazione di Giorgio Monicelli.
Prima edizione: “Animal Farm”, 1945.
Il libro è stato composto tra novembre 1943 e febbraio 1944.
Approfondimento in rete: K-1.com / Charles’ G.O. Links / Antenati / Wikipedia.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2004. Prima pubblicazione: Lankelot.com
Per Elio Satta
Commenti
è stata davvero una gran bella lettura.Il testo è scritto benissimo, scorrevole e coraggioso. Ogni cosa è al suo posto e trova la giusta collocazione storica come hai ben evidenziato. Anche la creazione del mulino sottolinea un momento nella storia dell'URSS ovvero l'industrializzazione del piano quinquennale. Non è solo mera critica ad un regime, il romanzo abbraccia anche un universalità in cui ogni utopia implode in distopia. Più sulle mie corde rispetto al seppur grandissimo 1984. grazie franchi.
Il mio Orwell prederito. é uno dei primissimi libri che ho comprato quando, da adolescente, mi avvicinai alla lettura.
Orwell preferito, naturalmente.
Elio, quando leggo questo tuo commento penso a quando ci siamo incrociati sul web 4 anni fa, 4 anni pieni dico, e a quante cose erano diverse. A partire dalla maturità e dalla consapevolezza e dalla sensibilità di entrambi. Ecco, leggerti così per me significa che abbiamo creato qualcosa di bello, e che niente potrà levarcelo. Se non avessimo avuto Luca come medium, forse non saremmo mai riusciti a parlare - dico, almeno su Ciao. E' lui che mi ha insegnato a capirti, allora. Poi ho notato tante altre cose. Una di queste è che hai parecchio da dire, e a modo tuo e col tuo stile. Fallo.
"ogni utopia implode in distopia" scrivi. Guarda, fantastico. Se domani una macchina mi acciacca crepo ridendo. Dico sul serio.
"Io dico solo che da questi padri non ho nulla da imparare".
Frase-manifesto. Grande.
Prima o poi a Orwell dobbiamo affiancare, qui su Lankelot, l'altrettanto grande Koestler.
:).
*
E su Koestler dico magari.
Qualcuno non voleva nemmeno leggerlo, e non voleva che nemmeno voi leggeste. Oppure ? che è peggio ? minimizzava. Adesso costoro insegnano nelle Università, o scrivono nei giornali, o siedono in Parlamento; e si dichiarano sconvolti dagli omicidi stalinisti: ma tutti sapevano, tutti sapevano e nessuno voleva ammettere, o parlarne. Le ragioni di questa omertà le decida la coscienza di ciascuno.
Che libro stupendo.
grandissimo libro.
grandissimo libro.