Chissà quanti fra i telespettatori sedotti a milioni dal Grande Fratello, principe di tutti i reality show, hanno un'idea di cosa esprima quel nome nel libro che l'ha coniato in origine. In 1984 di George Orwell il Grande Fratello è il capo del Partito, forse neppure una persona in carne e ossa ma piuttosto un'essenza, un simbolico concentrato del potere. L'epiteto vuol comunicare una sua partecipazione intima, quasi familiare nella vita di ciascuno. E questa entità non è propriamente ritratta; è, a dir meglio, rappresentata nelle anonime fattezze di un volto, enormi riproduzioni del quale campeggiano a ogni cantonata, sin dentro ogni abitazione e il cui sguardo è ossessivamente persecutorio. Telecamere sono posizionate dietro i monitor installati, si direbbe, in tutti i luoghi ove sia prevista una qualche attività umana; ma non mancano obbiettivi nascosti ovunque sia ritenuto opportuno. Il Partito, insomma, in tanto è in quanto spia. Il potere trae una delle sue primarie fonti dall'atto del vedere.
È facile capire che da qui hanno preso spunto i creatori del Grande Fratello per assegnarvi quel titolo e non un altro. Nel format televisivo oggi di così largo successo i telespettatori hanno facoltà di osservare, ventiquattr'ore su ventiquattro, i concorrenti dello show e decidere delle loro sorti nello svolgimento del “gioco”. Spiano e decidono: proprio in quanto guardano, hanno potere. Questo evidentemente è il paradigma concettuale, il parallelismo proposto con quanto è descritto nel libro di Orwell.
Purtroppo però vi sono fondati sospetti che lo schema funzioni così solo in modo apparente, che tra agente del potere e suo oggetto, tra coltello e manico la relazione reale sia esattamente l'inversa. Non occorre, plausibilmente, aver letto Popper per intuire come l'influenza non sia degli spettatori sul mezzo televisivo ma piuttosto il contrario. La televisione, in una società consumistica, serve prima di tutto a dettare orientamenti di mercato ed è perciò inevitabile, anzi necessario che essa s'introduca nelle coscienze per produrvi massificazione e conformismo. Senza la televisione la società consumistica quale la conosciamo non esisterebbe, proprio perché su di quella si è storicamente determinata e sviluppata. Nuovi media, Internet in particolare, non sembrano in grado di modificare il quadro; anzi il Web sta plasmandosi secondo canoni e forme proprie del medium televisivo, veicolando sempre più contenuti audio-immagine e sempre meno parola scritta.
Amelie Nothomb - la scrittrice belga che molti sono pronti a collocare fra i vertici della letteratura europea contemporanea - ha da poco pubblicato un romanzo, Acido solforico, in cui s'immagina un reality show ambientato in un lager. Il potere totalitario, ha spiegato Hanna Arendt, è quel tipo di coercizione che non si limita a prescrivere ciò che devi fare, ma mira a estendersi a ciò che devi volere e pensare. Nel libro di Nothomb, avviene la sutura fra il luogo-simbolo del totalitarismo novecentesco, il lager, e il luogo che, nelle forme virtuali del reality show, minaccia di divenire il simbolo del totalitarismo contemporaneo incarnato dalla televisione. In interviste seguite all'uscita del romanzo la stessa Nothomb ha dichiarato che, dei reality, ciò che più la spaventa non è il processo d'identificazione che quei programmi possono eventualmente favorire in chi li guarda; ma il processo opposto, di differenziazione, quel senso di superiorità che emerge spontaneamente nello spettatore nei confronti dei concorrenti (“io non sono così, io sono meglio”). Un processo che indurrebbe a un conformismo in negativo, di riflesso, ancor più pervasivo: il reality sarebbe lo specchio deformato in cui, per contrasto, si autocelebra la norma di una collettività.
In effetti, si può pensare che il fascino dei reality non stia in nient'altro che nella morbosità di un guardare non visti, con la conseguente presunzione di potenza sull'oggetto guardato che quell'atto comporta. È un sentimento sottile e umanissimo, scandagliato in lungo e in largo nella poetica cinematografica di A. Hitchcock e che ci fa tornare, chiudendo il nostro periplo, direttamente a 1984 di Orwell. Anche in esso infatti il Partito guarda, non visto. Nella distopia orwelliana il mondo è ormai diviso in tre soli superstati, tutti organizzati politicamente in mostruose dittature che s'ispirano a varianti del comunismo. Londra è capitale di uno di essi, l'Oceania, nella quale vige il Socing, il socialismo inglese con a capo il Partito controllato dal Grande Fratello. Winston Smith, funzionario del Ministero della Verità preposto all'alterazione di vecchi articoli del “Times” non conformi alla verità storica comoda al Partito, è forse l'ultimo uomo d'Europa, ipotizza Orwell, a maturare contro di esso una disperata eterodossia. Assieme all'amata Julia andrà incontro a una ribellione dagli esiti prevedibili nella sostanza, non nella folle crudeltà della loro espressione.
Il contenuto del libro è certo legato alle intenzioni contingenti dell'autore, nella fattispecie la denuncia del totalitarismo sovietico incombente sull'Europa quando, nel 1948, il romanzo fu scritto. (Fu ribaltando le ultime due cifre di quell'anno che Orwell ottenne l'epoca in cui è proiettata la vicenda). Ma 1984 dice dell'eterno tentativo di salvare la propria umana dignità di fronte a ogni potere disumanizzante; e in ciò diviene un classico, offrendo come tale intuizioni ancora e sempre valide. Oggi, accade così di rabbrividire leggendo non solo della soffocante preponderanza assunta, nell'universo di 1984, dai mezzi di comunicazione e in particolare da quello televisivo; ma altri e numerosi sono i passi del libro che trasmettono, nel lettore contemporaneo, inquietanti sensazioni di déja-vu. La guerra descritta come condizione permanente ed evento periferico, funzionale al mantenimento delle strutture socio-economiche esistenti. Le masse tenute in uno stato d'intontimento, suggestionate dalla propaganda mediatica e blandite con lotterie supermiliardarie. Le periodiche apparizioni televisive del Nemico, che terrorizza con le sue minacce e convoglia l'odio del popolo. L'esigenza, propria a qualsiasi potere involuto, di manipolare il passato, nascondere o deformare il vero, diffondere ignoranza. La creazione di una neolingua, gergo tecnico che dà il segno di un irreparabile impoverimento del linguaggio, cui corrisponde l'impoverimento del pensiero.
«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza», in 1984 sono gli slogan del Partito. Caduta l'Urss, negli ambienti della politologia anglosassone circolava il detto «Orwell's prophecy has been defeated», la profezia di Orwell è stata sconfitta. Ciò è sicuramente vero per il secolo XX ma è da dimostrare per il seguente, essendo 1984 un monito che andrebbe tenuto presente da qualunque società che voglia evitare l'imbarbarimento, la propria estinzione come soggetto di civilità. In definitiva, questo grande libro è uno specchio deformato che non consola mai, davanti al quale anche il Postnovecento non può che sbiancare di paura.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.
G. Orwell, 1984, Mondadori, I ed. Oscar classici moderni, Milano 2005.
Nuova traduzione dall'inglese di Stefano Manferlotti (2000).
George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair (Motihari, India 1903 - Londra 1950) studiò a Eton e appena ventenne si arruolò nella polizia imperiale britannica in Birmania. Scosso dall'esperienza, lasciò il servizio nel 1928 e prese a peregrinare tra Parigi e Londra impiegandosi in umili professioni, deciso a dedicare anima e corpo alla letteratura. Volontario nella guerra di Spagna sul fronte anti-franchista ebbe esperienza del comportamento politico delle formazioni comuniste, la cui ideologia egli combatté fino alla morte senza rinnegare le proprie convinzioni socialiste. Collaborò a numerosi periodici (“Tribune” di cui fu direttore, “Observer” tra gli altri). Altre sue opere: Fiorirà l'aspidistra (1936), Omaggio alla Catalogna (1938) che è memoria delle sue esperienze al fronte, La fattoria degli animali (1945) satira immortale della politica stalinista. Morì a Londra per tubercolosi.
Commenti
Mi dispiace per la sventagliata a sinistra, ma sto usando un Explorer su Apple che misteriosamente non carica gli strumenti di formattazione dei testi nella pagina di edit.
Sì, è il difetto di compatibilità con Safari. Te la sistemo io, spetta...
epa!
Grandioso.
"La televisione, in una società consumistica, serve prima di tutto a dettare orientamenti di mercato ed è perciò inevitabile, anzi necessario che essa s?introduca nelle coscienze per produrvi massificazione e conformismo. Senza la televisione la società consumistica quale la conosciamo non esisterebbe, proprio perché su di quella si è storicamente determinata e sviluppata. Nuovi media, Internet in particolare, non sembrano in grado di modificare il quadro; anzi il Web sta plasmandosi secondo canoni e forme proprie del medium televisivo, veicolando sempre più contenuti audio-immagine e sempre meno parola scritta" > pensa a Youtube e Myspace, che stanno scavalcando i Blog. Effettivamente, entro qualche anno bisognerà tornare a resistere anche nel web.
Confesso di non averlo letto, un'altra delle mie note lacune, però ho un vago ricordo di un film anni '80 forse,ispirato a questo libro.
Trovo molto interessanti le tue osservazioni sulla tv e i collegamenti che fai fra diversi autori e con il famigerato programma televisivo. Sinceramente io non so quante persone che guardano quel programma si rendano conto o siano in grado di arrivare alle tue riflessioni. Diciamo che spesso il pubblico mi sembra piuttosto passivo e disposto ad abboccare a questi programmi, che personalmente aborrisco e cerco di contestare con forza, talvolta venendo guardata come un alieno.
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Non mi ero accorta invece che il web stesse plasmandosi su canoni televisivi, ma devo ammettere che non ho il tempo materiale di navigare a lungo e di esplorare nuovi siti. é un fenomeno da tenere in considerazione per il futuro.
Grazie per le ottime riflessioni.
Penso che sui reality e sulla tendenza all'appiattimento emotivo che provoca la televisione abbia detto molte cose interessanti la Nothòmb in "Acido Solforico", anche se sicuramente con spirito diverso da quello di Orwell. Scrittore molto moderno, e va bene; temi da precursore (?), e va bene... Certo che però scriveva davvero coi piedi
Ciao Castronovo, perdona la superficialità, ma "scrivere coi piedi" in linguaggio tecnico cosa starebbe a significare?
Ciao. No, scusami tu. L'ho buttata là io con troppa superficialità e leggerezza. Volevo dire che ho trovato l'idea centrale del romanzo molto originale e che tuttavia lo stile mi è sembrato molto macchinoso, quasi scattoso. Diciamo che a livello di "frase" non è proprio il mio preferito. Ma è chiaramente una percezione soggettiva
E' un rilievo non insensato, ma impone una dura analisi della scrittura di Orwell. La attendiamo con gioia, Paolo.
riguardo alla "profezia" sono un tenace sostenitore della possibile realtà del fantastico o fantascientifico che dir si voglia. In ogni caso è "mostruoso" che nel 1948 si potesse dipingere così bene il 2006, Internet annesso. E connesso.
Anche io sollevo mie perplessità soggettive sullo stile...
E allora, Baol, aspettiamo anche la tua lettura del gran libro di GO, e l'analisi dettagliata del suo stile.
datemi tempo... la sottospecie di impiego che ho mi assorbe energie
Leggo adesso questa recensione di Drago. Complimenti. Eric Arthur Blair è uno dei migliori, in generale, a mio parere. Devo però leggere ancora molto di lui. Mando anch'io una mia recensione sul libro.
"Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere."
Forse non vale per tutte le rivoluzioni. Tuttavia passano per certi stadi. Però...
Credo che la massima di Orwell sia di una linearità geniale. Nella storia europea non mi vengono in mente esempi di rivoluzioni (riuscite, per modo di dire) che non siano sfociate in dittature...
Il problema, bux, è che la democrazia partitocratica è stata la più grande illusione di libertà e partecipazione della storia, e questo confonde le idee. Sembra quasi una questione formale, da certi punti di vista, o se preferisci di nomenclatura.
Se per rivoluzione intendiamo cambiamento, cambiamenti leggeri ne accadono ogni giorno.
Se per rivoluzione intendiamo moti di popolo, fatico a ricordarne nella storia italiana (1861 - hodie).
Cos'è ormai la rivoluzione, bux?
E cos'è una dittatura, se non quella che viviamo sotto pseudonimo democratico?
Eh, Buccia, su questo la pensiamo in modo molto diverso. Prima di attribuire il termine dittatura ai sistemi politici occidentali in cui viviamo (imperfetti quanto vuoi, per carità, ma è sempre stato così nella storia delle democrazie) bisogna fare lo sforzo di pensare alle parti del mondo governate da vere dittature: e non sono poche, come sai. Altrimenti si rischia di perdere il senso delle parole, secondo me, e di essere involontariamente ingiusti nei confronti di miliardi di esseri umani che a tutt'oggi non possono esprimere liberamente le loro opinioni, né su internet né per strada.
Per rivoluzione comunque non intendo moti di popolo, ma il processo violento di presa del potere da parte di un gruppo minoritario che si arroga la rappresentanza di una porzione molto più vasta di società (anche tutto il popolo).
Abbraccion.
Ricambio.
Mi chiedo, bux, se questa libertà d'espressione ridotta a internet o alla strada non sia che una conferma della quantità e della qualità del potere contro il quale ci stiamo battendo.
A volte mi sembra che ci abbiano praticamente ingabbiati. Costringendoci o limitandoci a parlare con poche persone per volta. Sbaglierò...