Ogawa Yoko

La formula del professore

Autore: 
Ogawa Yoko

Quello che aveva detto il professore era vero. La mia data di nascita e il numero sul suo polso si erano incontrati, ma dopo tanta fatica, nell’immenso universo dei numeri e avevano coltivato la loro amicizia rimanendo sempre abbracciati l’uno all’altro” (pag. 29). 

Un incidente automobilistico priva un uomo del dono della memoria. Era uno stimato professore di matematica, un ricercatore universitario, un genio che aveva con i numeri primi “un autentico sentimento amoroso”. La sua prima, lunga memoria si è fermata al 1975 e resterà tale per sempre; quella attuale ha una durata di 80 minuti, un’ora e venti che si azzera, di volta in volta. Immaginate, da un lato, un uomo dotato che ogni giorno si trova a ricominciare come fosse il primo e a ripetere gesti, parole, domande, ragionamenti, a leggere appunti disseminati tra i risvolti, le pieghe, le tasche della solita giacca per poter capire chi sono quegli esseri che girano per casa e che la sua “memoria dura solo 80 minuti”.  Immaginate, poi, che nella sua vita di solitudine, nella dependance della cognata, tra la polvere e la muffa, arriva una Mary Poppins moderna che resta affascinata dalla matematica, oggetto d’amore, strumento di comunicazione, continuum della memoria, capace di ridare dignità a quella genialità interrotta. Ecco che il senso del dovere si mescola alla compassione e infine si tramuta, inconsapevolmente, nell’affetto di una famiglia nel momento in cui il professore scopre l’esistenza del figlio della donna. La costringe in quei pochi sprazzi di memoria a portarlo da lui ogni sera e così in quel foglietto in cui ha disegnato il viso della governante si aggiunge quello più piccino di Ruto (root).  

È proprio così. L’unico pari tra i numeri primi è il 2. È come il primo battitore con il numero 1, l’uomo guida, è l’unico a essere in testa all’infinità di numeri primi, quello che trascina tutti gli altri” (pag.71).

Sono tre storie di solitudini che si incontrano e si incastrano, ciascuno nella propria individualità, ricostruendo tassello dopo tassello, come un puzzle costruito da tre generazioni, la memoria del professore. Nulla è lasciato al caso: la scrittura fluente, senza macchinazioni o sotterfugi, svela la bellezza di un legame tra la matematica ed il baseball, unendo tre cuori che ricominciano a palpitare. Lui, il professore, fino a quel momento, abbandonato a se stesso, ai suoi tragici rituali di ricostruzione di un qualsiasi giorno del futuro; sempre sciatto, sporco, che rifiuta il cibo come gioia del quotidiano, conoscendolo nel suo essere mezzo di spietata sopravvivenza. Solo i numeri, gli arzigogolati ragionamenti, le note, le teorie lo tengono sospeso nel limbo della non-esistenza. Lei, la governante, dal doloroso passato di figlia senza padre, che ha tranciato il legame freddo con la madre, trova fiducia nel professore quando vede accendersi in lui l’amore disinteressato verso suo figlio, un amore protettivo, dolce, consolatorio. E allora si infiamma nella scoperta dell’affetto misterioso e affascinante regalatole dai numeri, proteggendo e coccolando come può quella scombinata famiglia che tanto apparente non è. E poi lui, il piccolo Ruto, radice quadrata, come viene soprannominato per quella testa schiacciata, figlio senza padre, abituato a crescere da solo, con  una madre sempre impegnata nelle case altrui; troppo adulto per la sua età, a lungo privato di tutti gli abbracci che avrebbe meritato, trova in quella figura che assomiglia più ad un nonno che ad un padre la gioia della condivisione, la spontaneità di un cuore puro, la generosità senza secondi fini, e infine l’amore per i numeri al punto tale da farlo diventare, da adulto, un professore di matematica. Forse questo numero non esiste” risponde lei desolata, ma il professore dirigendo il dito verso il petto precisa “no, è qui. È un numero molto discreto e non appare nei posti più in vista. Si trova dentro di noi e con le sue manine sorregge il mondo” (pag. 10).   Yoko Ogawa appartiene alla nuova generazione di scrittori giapponesi, quelli che da figure isolate diventano con il progredire del tempo sempre più numerose, pronte ad apportare nuova linfa ad una letteratura che sembrava essersi accartocciata su se stessa, ancora una volta di grande  interesse sia per la critica che per i lettori appassionati. Svincolata dall’esigenza di nazionalizzare la sua opera, la prosa della Ogawa si snocciola misurata, priva di sregolatezze o artifici, ma di rara incisività nell’addentrarsi nell’animo umano per raccogliere e donare la testimonianza del suo tempo. La bellezza dei numeri, intercalata dalla familiarità delle associazioni della governante, rende meno ostica la materia anche a chi non ha alcuna praticità nei ragionamenti che gli sono propri.  In questo romanzo di grande successo (ne è stato tratto un film nel 2006, in Giappone), la commozione si addensa quieta ad ogni pagina, si insinua sottile tra le pieghe quale sentimento veicolato dalla normalità dei gesti quotidiani e non dagli ammiccamenti di una scrittura che pare lasciare il lettore sempre in sospeso fino ad un finale dal retrogusto di indefinibile sapore.

Nella mia immaginazione il creatore dell’universo se ne stava in un angolo remoto del cielo a cucire merletti, intessuti con fili di finissima qualità, che lasciavano trasparire anche la più debole luce. Lo schema di quei merletti si trovava solo nella testa del loro creatore, nessuno era in grado di copiarlo, né di prevedere secondo quale disegno si sarebbe sviluppato in seguito. L’ago continuava a muoversi senza sosta, i merletti si estendevano all’infinito e ondeggiavano fluttuanti nel vento. Non si poteva fare a meno di prenderli tra le mani per guardarli contro luce. Gli occhi estasiati si offuscavano ed era impossibile resistere alla tentazione di accarezzarli con le guance. Tutti, poi, desideravano esprimere con le proprie parole quelle trame meravigliose. Anche in un solo frammento, tutti volevano farle proprie per poterle portare sulla Terra” (pag.135). 

Da scoprire. È un libro che si fissa nei pensieri, anche dopo averlo letto. L’emozione nasce dopo. 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Yoko Ogawa (Okayama, 1962), scrittrice giapponese tra le più note e capaci, ha vinto nel 1990 il Premio Akutagawa, nel 2004 il Premio Yomiuri proprio per “La formula del professore”, nel 2006 il Premio Tanizaki. 
In Italia sono stati tradotti “Hotel Iris”, “La casa della luce“, “L’Anulare”, “Una perfetta stanza d’ospedale”.
 
 Yoko Ogawa, “La formula del professore”, Milano, Il Saggiatore, 2008. Traduzione di Mimma De Petra.   
 
Prima edizione: “Hakase no aishita soshiki”, 2003.  
Movida,  9 aprile 2009.

 

OGAWA in LANKELOT:
ISBN/EAN: 
9788842813996

Commenti

Mi avventuro nella letteratura giapponese contemporanea, non con certo timore (ad esempio non amo per nulla la Yoshimoto). La Ogawa ha vinto premi prestigiosi in Giappone, basta solo andare a vedere chi è passato per quei premi in passato (oh lo so i premi non vogliono dir niente, ma il Giappone mi dà una certa fiducia anche su questo)...per cui ho voluto scoprirne la scrittura, devo dire assai particolare.
Devo ancora inquadrarla per bene, ad oggi non ho letto tutto ed ogni volta vi ho trovato storie diverse, ma la prosa affilata è come un vulcano pronto ad esplodere.

Ho etto "L'anulare" e "Una perfetta stanza d'ospedale". Non so quanto raccontino il Giappone, ma sicuramente sono il Giappone. L'anulare, ad esempio, è di un'eleganza rarissima.

"Sono tre storie di solitudini che si incontrano e si incastrano, ciascuno nella propria individualità, ricostruendo tassello dopo tassello, come un puzzle costruito da tre generazioni, la memoria del professore. Nulla è lasciato al caso: la scrittura fluente, senza macchinazioni o sotterfugi, svela la bellezza di un legame tra la matematica ed il baseball, unendo tre cuori che ricominciano a palpitare."

Esatto :)

"Lui, il professore, fino a quel momento, abbandonato a se stesso, ai suoi tragici rituali di ricostruzione di un qualsiasi giorno del futuro; sempre sciatto, sporco, che rifiuta il cibo come gioia del quotidiano, conoscendolo nel suo essere mezzo di spietata sopravvivenza. Solo i numeri, gli arzigogolati ragionamenti, le note, le teorie lo tengono sospeso nel limbo della non-esistenza.
Lei, la governante, dal doloroso passato di figlia senza padre, che ha tranciato il legame freddo con la madre, trova fiducia nel professore quando vede accendersi in lui l?amore disinteressato verso suo figlio, un amore protettivo, dolce, consolatorio. E allora si infiamma nella scoperta dell?affetto misterioso ed affascinante regalatole dai numeri,proteggendo e coccolando come può quella scombinata famiglia che tanto apparente non è."

Per quello che ho letto, la coppia vecchio-giovincella (o più vecchio-giovane) non è rara in Ogawa. E neanche in una certa letteratura giapponese contemporanea.

Io Hotel Iris e La casa della luce...ah ah ah in due completiamo i titoli tradotti.

Sì,la scrittura è giapponese, ma allo stesso tempo è svincolata dal territorio.

3.Ma hai letto questo libro? :)

No, ma il tema della solitudine lo ritrovo per come l'hai scritto tu proprio ne "L'anulare" :)

Se ti capita sotto mano te lo consiglio: molto affascinante.

4. no,non è affattorara. In Hotel Iris poi...non ne parliamo...

E' un leit motiv tipicamente giapponese,in diversi generi e ambiti.Probabilmente nella letteratura lo specchio della realtà e delle loro percezioni.

sì,voglio prenderlo. Tutti i personaggi sono avvolti dalla solitudine, ma non sembrano accorgersene...voglio studiare meglio la storia della scrittrice.

La formula del professore è il più bello, è splendido.

[ogawa] da questa scheda è

[ogawa] da questa scheda è nato un altro fiore: http://www.lankelot.eu/letteratura/ogawa-yoko-la-formula-del-professore.... a firma Monna.

Rizoma!