Ogawa Yoko

Hotel Iris

Autore: 
Ogawa Yoko
"Orfanità" è la chiave di lettura, il perno della psicologia dei personaggi centralizzati dalla Ogawa nei suoi libri. L’essenza della solitudine è forte e inequivocabile, ma le creazioni della sua penna non ne sono partecipi, non avvertono e non si compiacciono del loro stato, né conoscono appieno le motivazioni delle loro azioni. Semplicemente reagiscono agli impulsi dettati loro dallo stiletto della scrittrice giapponese. Inquietano per il loro girovagare nei labirinti dell’ inesplorato, nei meandri dell’inquietudine, nel dolore ricercato come un tatuaggio da imprimere sulla carne nuda.
Hotel Iris è un luogo ameno: camere scialbe, corridoi che si sviluppano su piani deserti, armadi che nascondono, letti che ospitano, pavimenti che accolgono passi felpati, urla che spezzano il silenzio, invisibili orecchie che restano in attesa. Tutto è il contrario dell’esasperazione: in assenza del colore, l’atmosfera è grigia, catalogata per numeri come quelle chiavi che aprono le camere della gente di passaggio.
 
Mari è una giovane ragazza, nel pieno dell’adolescenza, che non ha più un padre e, forse, davvero non lo ha mai avuto: rientrava sempre ubriaco la sera, infrangendo ogni volta le speranze della piccola. La madre dirige la modesta pensione, ossessionata da due cose, il denaro e l’ordine dei capelli di Mari. Ogni giorno, con l’olio alla camelia, imprime loro la rigidità formale dello chignon: nessun vezzo, nessuna libertà alle ciocche che rifuggono così, nella loro costrizione, ogni istinto di ribellione. Mari e una domestica aiutano in tutte le piccole e faticose incombenze del lavoro. L’inserviente è una cleptomane con una particolare preferenza per tutte le piccole e inutili cose della ragazza.
La freddezza di quell’ambiente si spezza in una notte. Le urla di una prostituta si levano alte sovrastate da un tono alto, secco, potente proveniente dall’uomo che ospita la camera 202.L’iniziazione di Mari nasce in quel momento, nell’udire il suono di quella voce che instillerà in lei un’ossessione devastante. Si conosceranno, si incontreranno, ogni volta in luoghi diversi finché lui, il “Traduttore”, la porterà sull’Isola di F., suo rifugio, luogo che accoglierà la trasformazione di Mari nella discesa verso l’abisso dell’umiliazione. Il calore apparirà nella sua vita, per la prima volta, e avrà il colore rosso del sangue.
A stregarmi, ancor più che il dolore era lo schiocco. Puro e spirituale come la nota di uno strumento a corde. La frusta correva fino ai punti più remoti del mio corpo, facendo contrarre nello spasmo gli organi e le ossa nascosti all’interno. Mi pareva impossibile che dalle mie carni potesse uscire un suono così meraviglioso. Era come sentir scrosciare le acque raccolte nella più intima delle mie cavità” (pag.148).  
Yoko Ogawa si avventura in una storia di perversione, secondo il più classico degli stereotipi dell’eros giapponese: il sadomaso. In una società in cui i rapporti tra i coetanei sono svincolati da una malizia tratteggiata all’occidentale, l’abbinamento dei due personaggi, tra due generazioni assai lontane, quello dell’adolescenza per Mari e quello della vecchiaia per il “Traduttore”, così come lo chiama lei per via del suo lavoro, è anch’esso un classico leit motiv.
Motivo ricorrente nella finzione che rispecchia una realtà desolante, ma assai radicata. Da un lato, l’oscura preferenza per figure paterne di cui l’universo adolescenziale è spesso privato; dall’altro l’attrazione per il senso del potere-potenza e, per un certo verso, del denaro che tutto può. Diffuso, infatti, il fenomeno della prostituzione adolescenziale che ha come unico obiettivo la spinta all’adeguamento sociale, alla ricerca degli oggetti feticcio sempre più modaioli, sempre più lussuosi. L’offerta incontra un’alta domanda, anche se spesso si ferma alla semplice, ma forse più triste, compagnia nei locali-karaoke.
Non è però il denaro la motivazione che spinge Mari verso il Traduttore, perché la rigidità del rapporto con la madre si fonda sulla sottile critica della ragazza a quelle identiche motivazioni.
Mari, seppur consapevole dell’abisso in cui sta cadendo, si fa guidare dall’impulso accettandone i risvolti come ovvi, naturali. L’accettazione della realtà delle cose, tuttavia, si epura, si trasforma nella percezione vivida dell’essere umano e dei suoi misteri.
Lo stesso contrasto anagrafico tra Mari ed il Traduttore si acuisce dall’arrivo di un terzo personaggio, il nipote di lui, privo della lingua, giovane e fresco “a un tratto mi domandai se anche lui sarebbe diventato vecchio come il traduttore. Cercavo di figurarmelo con la pelle rugosa, i muscoli flaccidi, i capelli radi, ma era inutile. Per quanto vi fissassi lo sguardo, non c’era una sola ombra sul suo corpo” (pag.132). Una figura rivelatrice, necessaria, stilizzata e ambigua forse più di ogni altra, in quell’apparente ed innocente fragilità.
 
 La Ogawa, in questo romanzo, usa toni diversi da quelli già noti nell’accostare il valore di un’innocenza perduta alla perversione latente e nascosta del Traduttore che ammalia con i suoi scritti d’amore, con i gesti delicati che si ripetono sulla terraferma e si allentano, fino a sparire del tutto, nel viaggio verso l’isola. Eppure ciò che si nota chiaramente è che i suoi personaggi, tratteggiati con i caratteri affini al torbido, non sconfinano mai nello schieramento netto del bene e del male. Con una tensione palpabile, partecipata emotivamente e visivamente, fa scoprire lati oscuri che ribaltano la visione dell’uno o dell’altro.
La storia del Traduttore che si isola dal mondo, scegliendo un rifugio lontano dalla terraferma è, fino alla fine, lambita da contorni misteriosi che svelano tutta la sua ambiguità, mascherata dalla sempre impeccabile forma esteriore, denudata nel confronto con il nipote.
La scelta di un isolamento, voluto o forzato, è frequente nella narrazione della scrittrice, riflettendo in essa la connotazione masochistica dell’uomo moderno.
Con la stessa scrittura sottile e potente allo stesso tempo, non svela più del necessario, non si sofferma su dettagli, malizie o morbosità; preferisce lasciare alla percezione sensoriale di Mari, questa sì assai forte, la trasmissione delle visioni nascoste. Le frequenti sospensioni del racconto sfumano poi come la spuma del mare che fa riemergere, tra le onde, altra spuma.  
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Yoko Ogawa (Okayama, 1962), scrittrice giapponese tra le più note e capaci, ha vinto nel 1990 il Premio Akutagawa, nel 2004 il Premio Yomiuri proprio per “La formula del professore”, nel 2006 il Premio Tanizaki.  (Okayama, 1962), scrittrice giapponese tra le più note e capaci, ha vinto nel 1990 il Premio Akutagawa, nel 2004 il Premio Yomiuri proprio per “La formula del professore”, nel 2006 il Premio Tanizaki. 
In Italia sono stati tradotti “Hotel Iris”, “La casa della luce“, “L’Anulare”, “Una perfetta stanza d’ospedale”. 
 
Yoko Ogawa, “Hotel Iris”, Milano, Marco Tropea Editore, 2005. Traduzione di Ornella Civardi.  
 Prima edizione: “Hoteru Airisu”, 1996.
 Movida,  10 aprile 2009.
 
ISBN/EAN: 
9788856501131

Commenti

Tema ampiamente trattato.
Ciò che è nuova è la scrittura, nella sua semplicità è feroce.

(altra bellissima scheda. Grazie Movi;) ).

Comprato oggi. :)

3. attendo il tuo parere :)
in settembre mi avvento su L'anulare...

ahahahhahahahhahhah