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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p align=\"justify\">Uno dei sogni più difficili da realizzare per chiunque scrive è ascoltare qualcuno che con la scrittura si è già scontrato, misurato, sta quindi ‘battagliando’ su uno strato più interno, ruvido, invisibile ai più. <br />‘Nel territorio del diavolo’ è un libricino piccolo. Centocinquanta pagine nel formato 12x17. È adattabile agli zaini, le tasche, le borse. Lo si porta in giro come un portafoglio. Eppure lì dentro c’è una persona in carne e ossa che parla, si racconta, spiega, sorride e si arrabbia. <br />Flannery O’Connor. <br />La O’Connor nasce nel 1925 a Savannah in Georgia e già nel ’41 perde il padre in seguito alle complicazioni del lupus eritematoso. Nel 1950 le si manifestano i primi sintomi del lupus che la costringeranno a una vita progressivamente minata nel corpo fino alla morte nel 1964 quando la diagnosi di un tumore non le da scampo. Aveva trentanove anni. <br />‘Nel territorio del diavolo’ non è un romanzo. Ma parla delle storie. Di come arrivano, di come diventano scritti più o meno ‘buoni’, di cosa c’è dopo l’aver scritto e tanto altro. <br />E’una chiaccherata. Un monologo, volendo considerare il libro per intero come un’unica entità e di fatto, se non ci fossero le ‘note sulle fonti’ il lettore potrebbe tranquillamente pensare che la O’Connor avesse steso questi testi con un intento unico, quello di lasciare delle tracce, di condividere esperienze e pensieri ‘sul mistero dello scrivere’.<br />Invece no. Il libro raccoglie diversi scritti della O’Connor che Robert e Sally Fitzgerald, amici molto intimi della scrittrice, hanno fortemente voluto riunire. Si tratta di articoli, parti di manoscritti preparati per alcune conferenze, discorsi per gruppi di scrittura, stralci di lezioni tenute in università americane e un testo preparato dalla O’Connor nel ’57 per un libro (The Living Novel: A Symposium, curato da Granville Hicks) che raccoglieva dichiarazioni di diversi scrittori sulla loro arte. <br />Ecco perché poco sopra ho scritto che dentro questo libro c’è Flannery O’Connor. Perché in ogni pagina la si sente pulsare, spiegare, infervorarsi e prendere in giro. C’è la sua voce, viva e diretta che si racconta, parla di quello che più l’ha ossessionata nella sua, seppur breve, vita. Racconta di quel diavolo e del mistero celato dietro le parole. E lo fa senza remore. Diretta, immediata, dura. <br />Sui banchi di scuola, quando ero ragazzina io, la si sarebbe definita ‘una che ce le ha grosse così’ che certamente è un’espressione poco elegante ma rende molto bene l’idea che traspare da queste pagine. <br />La O’Connor non ha illusioni sulla scrittura, sulla fatica, sulle tecniche e il mercato editoriale. E siamo nel periodo che va dal 1945 al 1963 grosso modo. Eppure la forza, l’elemento più sorprendente di questo testo è proprio l’essere così attuale anche oggi, nel ventunesimo secolo. Attuale è quasi riduttivo.<br />C’è la passione di una donna che nella scrittura tirava fuori se stessa, la sua realtà e quelle storie che non smettevano di tormentarla. Ma c’è anche tanta eleganza, grazia, <i>nello spiegare che non c’è niente di preciso da spiegare</i> sulla scrittura. Nel sottolineare come taluni aspetti non si imparano se non ci sono loro, le storie, se non c’è la voglia di scavare, di sprofondare con i personaggi e i dettagli. Se non c’è la voglia di lasciarla questa storia, al di là del mercato, delle vendite e degli editori. <br />“In primo luogo, non esiste <i>lo</i> scrittore, e se ancora non lo sapevate, mi aspetto lo sappiate alla fine di un corso del genere. […] So benissimo che tra le persone apparentemente interessate a scrivere, ben poche sono interessate a scrivere bene. A loro interessa pubblicare qualcosa, e se possibile fare un ‘colpaccio’. Essere uno scrittore, non scrivere. Vedere il proprio nome in cima a qualcosa di stampato, non importa cosa. E, a quanto pare, hanno la sensazione che tale obbiettivo si possa raggiungere imparando alcune cosette sulle abitudini di lavoro, sui mercati e sugli argomenti in voga in un dato periodo.” (pag.42) <br />A me è sembrato un passaggio meraviglioso. Così crudelmente reale da sembrare scritto l’altro ieri. <br />Ma c’è dell’altro. <br />L’idea che scrivere per guadagnare significa, il più delle volte, scrivere male ma azzeccare un onda anomala oppure organizzarsi altre fonti di guadagno, anche queste considerazioni ci sono, come se il tempo non fosse mai passato, come se lo scrivere allora (quarantacinque - cinquant’anni fa) come oggi non fosse cambiato nelle dinamiche, nella ricerca di una redditività che, invece, ambisce a seguire le richieste dell’offerta, le leggi di mercato che di buona o cattiva letteratura non si curano. <br />“È vero, ritengo, che di questi tempi scrivere male rende assai più che scrivere bene. In certi casi basta imparare a scrivere sufficientemente male per fare un sacco di soldi. Ma non è vero che a scrivere bene non si verrà mai pubblicati. Vero è che se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, meglio sarebbe fare in modo di ereditare del denaro o sposare un agente di cambio o una riccona capace di adoperare la macchina da scrivere.” (pag.43) <i>[ E qui io ho riso, confesso.] <br /></i>Si impone, a questo punto, chiarire cosa intende la O’Connor per ‘scrivere bene’. Di fatto non ci sono regole precise da lei enunciate ma brevi stoccate che dovrebbero (ripeto: dovrebbero) spingere il lettore (potenziale scrittore) ad alcuni riflessioni a mio avviso importanti. <br />“La natura della narrativa è in gran parte determinata dalla natura del nostro apparato percettivo.” (pag.44). Quindi chi scrive deve imparare a usare i cinque sensi, deve lasciarli raccontare, dare modo al lettore di vedere, sentire, gustare una scena ma soprattutto un dettaglio. <br />\"La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo fatti di polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi non dovreste tentare di scrivere narrativa” (pag. 45). In altre parole: sudore, fatica e profonda attenzione verso ‘l’umano’ con tutte le sue caratteristiche del caso(specialmente quelle meno piacevoli). <br />“ Secondo me, il giusto modo di leggere un libro è sempre vedere cosa accade, ma in un buon romanzo accade sempre più di quanto riusciamo a cogliere sul momento, accade più di quanto salta all’occhio.” (pag.48) Questo primo pensiero introduce una serie di elementi molto cari alla O’Connor: i simbolismi e i diversi livelli. La scrittura ‘buona’ enunciata dalla O’Connor è una scrittura che non si esaurisce, che cela. È una scrittura che non può avere un solo significato perché dietro ai dettagli c’è sempre qualcosa che il lettore più attento e allenato saprà cogliere ed interpretare. È una scrittura multiforme dove la trama esiste solo se i personaggi sono più forti, se sono frammenti di chi li ha tratteggiati e quindi reali al punto da diventare immagini precise. <br />“ […] quando scrivete narrativa state parlando <i>con </i>personaggi e azioni, non <i>di</i> personaggi e azioni.” (pag.51) <br />Poi la fatica, la difficoltà di scrivere di certi aspetti della vita e l’impossibilità di condividerlo finché l’ultima riga non è scritta e sigillata. <br />“ Ci si lamenta sempre che il romanziere moderno non nutre speranze e che il mondo da lui dipinto è insopportabile. L’unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l’organismo. [..] Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio.” (pag.52-53), <br />Se ne desume da queste breve carrellata che non esistono norme o procedimenti precisi che trasformano una persona in qualcuno che sa scrivere (sottintendendo lo scrivere bene) bensì è la pratica, l’osservazione, lo scavare con le mani nude, l’aver paura anche di quello che c’è dentro se stessi ma il non rifiutarlo, anzi, il tirarlo fuori piano piano, con rispetto e precisione. Poi le parole, il centro del mondo scrivente. <br />“ Né deriva che non esiste una tecnica da scoprire e applicare che rende possibile scrivere. Se frequentate una scuola dove si tengono corsi di scrittura, dovrebbero insegnarvi non a scrivere, ma piuttosto i limiti e le potenzialità della parole, e il rispetto a loro dovuto. “ (pag.57)</p>\n<p align=\"justify\">In un testo, letto a una conferenza, la O’Connor si occupa dei racconti, spiega la sua visione dello scrivere short stories piuttosto che romanzi, ci sono molte annotazioni dell’autrice sulle differenze e sui punti di forza dell’uno e dell’altro che vale la pena di analizzare con la lente di ingrandimento specialmente per chi, attraverso il web, pubblica propri testi e si mette alla prova con storie appunto brevi. Scrivere racconti non è un’arte minore, più semplice perché più breve, è qualcosa di diverso che richiede energie diverse e possibilmente un diverso uso della lingua, dei personaggi e degli svolgimenti. <br />“ Un racconto è riuscito se dentro ci puoi sempre vedere qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano. Nella narrativa, due più due fa sempre più di quattro.” (pag.73) <br />La O’Connor è una grande osservatrice del suo mondo e in questi testi specialmente del mondo universitario dove spesso tiene conferenze o seminari. Ed è proprio partendo da lì che spesso si scontra contro la svogliatezza e l’incomunicabilità di un mondo (quello giovanile) al quale non è stato insegnare come leggere, non hanno quegli strumenti necessari a trovare nei libri alleati piuttosto che nemici. <br />“ Il fatto è che molti non sanno cosa farne di un romanzo, e sono convinti che l’arte debba essere funzionale, che debba fare qualcosa piuttosto che essere qualcosa. Nessuno ha aperto loro gli occhi su ciò che è narrativa, e sono come quei ciechi che andarono a trovare l’elefante: ognuno ne tasta una parte diversa, e se ne riparte con un’impressione diversa.” (pag.88)</p>\n<p align=\"justify\">Ci sarebbe molto altro da dire su questo libro, moltissimo. <br />Mi fermo qui perché credo che chiunque se lo troverà tra le mani inizierà un proprio viaggio con la O’Connor, una chiacchierata intima quanto soggettiva, piena di riflessioni e considerazioni (che possono non collimare con quelle dell’autrice).</p>\n<p align=\"justify\">Volendo sintetizzare questo è il libro che avrei dovuto leggere a… non saprei neanche precisare a che età, diciamo quando oltre a leggere come un’invasata iniziavo a usare la bic nera sul piccolo bloc notes a quadretti, nascosto sotto i libri di scuola.</p>\n<p align=\"justify\"><b>EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE</b></p>\n<p align=\"justify\"><strong>O’Connor Flannery</strong> (Savannah, 1925- 1964) si trasferisce a soli sette anni nella cittadina di Milledgeville, dove abiterà per tutta la vita. Nel 1947, sei anni dopo la morte del padre, lei e la madre ereditano una grande fattoria: è qui che la O\'Connor mette su l\'insolito allevamento di pavoni a cui si dedicherà con enorme passione e che diventerà parte integrante della sua immagine pubblica (in apertura alla raccolta di saggi <i>Mystery and Manners </i>[<i>Nel territorio del diavolo</i>] se ne trova un\'indimenticabile descrizione). La passione per la scrittura comincia già all\'epoca del college: presso la State University of Iowa Flannery frequenta corsi e laboratori di letteratura e comincia a inviare racconti alle riviste. È nel 1952 che pubblica il suo romanzo d\'esordio, <i>Wise Blood </i>[<i>La saggezza nel sangue</i>], a cui faranno seguito una raccolta di racconti, <i>A Good Man Is Hard to Find</i> (1955) e un secondo romanzo, <i>The Violent Bear It Away </i>[<i>Il cielo è dei violenti</i>, 1960]. Il successo è immediato: fra il \'57 e il \'65 tre suoi racconti vincono il prestigioso O\'Henry Award, e viene spesso invitata a tenere corsi e conferenze nelle università del Sud degli Stati Uniti.&nbsp;<br />È proprio questo l\'ambiente geografico e culturale in cui si consuma l\'intera vicenda biografica e letteraria della O\'Connor: le zone rurali della cosiddetta \"Bible Belt\", percorse dalle tensioni razziali e dal fervore religioso - il mondo a cui aveva dato magistralmente voce William Faulkner, del quale Flannery O\'Connor condivide la sensibilità per il grottesco e i toni espressionisti. I protagonisti della sua narrativa sono figure profondamente legate alla realtà locale di quella terra e descritte con un realismo sanguigno, ma le loro vicende - quasi sempre pervase di violenza, follia e deformazioni - trascendono a veri e propri simboli della presenza contraddittoria e inquietante del divino, del mistero e della grazia nella vita umana. Il cattolicesimo è infatti una delle componenti basilari della cultura e della scrittura della O\'Connor; la sua è una fede profondissima e assolutamente ortodossa ma che non degenera mai nel facile moralismo: ai gusti perbenisti dei bigotti oppone anzi storie a tinte forti e senza finali consolatori, ben consapevole della sua problematica missione di narratrice cattolica \"nel territorio del diavolo\". Il lupus eritematoso, la stessa malattia del sistema immunitario che aveva ucciso il padre, si manifesta per Flannery O\'Connor nel 1950, a soli venticinque anni. Malgrado continue cure molto pesanti, che le fanno gonfiare il viso e perdere i capelli, e la costringono a camminare con le stampelle, le sue condizioni non miglioreranno mai. Nel 1964 le viene diagnosticato un tumore, che in concomitanza con la malattia è difficile da curare. Subisce un\'operazione, ma poco dopo peggiora nuovamente, e muore il 4 agosto.</p>\n<p align=\"justify\">Dopo la sua morte è uscita una seconda antologia di racconti (<i>Everything That Rises Must Converge</i>, 1965) e, a cura di Robert e Sally Fitzgerald, due fra i suoi amici più cari, una raccolta di saggi, <i>Mystery and Manners</i>, nel 1969<i> </i>e una di lettere, <i>The Habit of Being </i>[<i>Sola a presidiare la fortezza</i>], nel 1979.</p>\n<p align=\"justify\"><b><i>O’Connor Flannery, ‘Nel territorio del diavolo – sul mistero di scrivere’, </i></b><i>Minimum fax, 2003 .<b> </b></i></p>\n<p align=\"justify\"><b>APPROFONTIMENTI IN RETE </b></p>\n<p>Dalla scheda del libro sul sito di Minimum fax è possibile rintracciare una serie di recensioni a questo libro: <a href=\"http://www.minimumfax.com/Libro.asp?Libroid=168\">QUI</a>.</p>\n<p align=\"justify\">L’intero capitolo denominato ‘scrivere racconti’ è rintracciabile anche on line in formato pdf <a href=\"http://www.cmc.milano.it/2007/approfondimenti/2007FlanneryTesto.pdf\">QUI</a></p>\n<div class=\"views-row views-row-31 views-row-odd\"><span class=\"views-field-field-autore-value\"> <span class=\"field-content\"><a href=\"../../../../../archivio-articoli/O%2526#039;Connor%20Flannery\">O\'Connor Flannery</a></span> </span> - <span class=\"views-field-title\"> <span class=\"field-content\"><a alt=\"Nel territorio del diavolo\" title=\"Nel territorio del diavolo\" href=\"../../../../../letteratura/o-connor-flannery-nel-territorio-del-diavolo.html\">Nel territorio del diavolo</a></span> </span> - <span class=\"views-field-name\"> <span class=\"field-content\"><a href=\"../../../../../autori/BarbaraGozzi\">BarbaraGozzi</a></span> </span></div>\n<div class=\"views-row views-row-32 views-row-even\"><span class=\"views-field-field-autore-value\"> <span class=\"field-content\"><a href=\"../../../../../archivio-articoli/O%2526#039;Connor%20Flannery\">O\'Connor Flannery</a></span> </span> - <span class=\"views-field-title\"> <span class=\"field-content\"><a alt=\"The Violent Bear It Away\" title=\"The Violent Bear It Away\" href=\"../../../../../letteratura/o-connor-flannery-the-violent-bear-it-away.html\">The Violent Bear It Away</a></span> </span> - <span class=\"views-field-name\"> <span class=\"field-content\"><a href=\"../../../../../autori/Eric\">Eric</a></span> </span></div>\n', created = 1487424547, expire = 1487510947, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:a2b760149ca9c3c3b88eeac7eb4cce4f' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>? Ci si lamenta sempre che il romanziere moderno non nutre speranze e che il mondo da lui dipinto è insopportabile. L?unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un?esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l?organismo. [..] Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio.? (pag.52-53)</p>\n<p>Geniale osservazione. La Letteratura è estratto di speranza. Mi ricorda la Notombe sull\'estraniarsi/inoltrarsi nella vita, quando si legge e scrive.</p>\n', created = 1487424547, expire = 1487510947, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:156d311a60ec58572fa598a129bb67ab' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Avevo letto l\'anno scorso alcuni racconti della O\'Connor. Mi trovo molto nella recensione. Mi era rimasto impresso un cinismo iperpessimista delle novelle e una ossessione sulla Bibbia, resa con prosa che infarcita di simboli dava l\'impressione della continua allegoria. E la meschinità della provincia americana bigotta e ipocrita. Racconti però che colpivano sempre, lontani dall\'accomodare. Molto vivi e pulsanti.</p>\n', created = 1487424547, expire = 1487510947, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:684f8a6d8f928a203452cefabc63eefa' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>oh. Della O\'Connor letto qualche anno fa (2004) Il cielo è dei violenti, romanzo edito da Einaudi. Molto forte. Un paio di volumi di racconti sono editi da Bompiani, col titolo Tutti i racconti, me lo ricordo perché visto in libreria. E niente. Gli Stati Uniti del sud, gli Stati Uniti della provincia (da Black, a Faulkner, a Algren, a O\'Connor, a Egolf...questi quelli che ho letto - in modo sparso e mai completo, anzi, molto fallaci le mie letture, che dipendono dal secondo in cui vedo un libro su uno scaffale - ce ne saranno altri) non quelli delle città. E niente. Andai pure ad un incontro con...Davide Rondoni, che parlava di lei...vabbè. ciao.</p>\n', created = 1487424547, expire = 1487510947, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:b977e65f69e9c9e7914d50f30762893f' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>\"L?idea che scrivere per guadagnare significa, il più delle volte, scrivere male ma azzeccare un onda anomala oppure organizzarsi altre fonti di guadagno, anche queste considerazioni ci sono, come se il tempo non fosse mai passato, come se lo scrivere allora (quarantacinque - cinquant?anni fa) come oggi non fosse cambiato nelle dinamiche, nella ricerca di una redditività che, invece, ambisce a seguire le richieste dell?offerta, le leggi di mercato che di buona o cattiva letteratura non si curano.<br />\n?È vero, ritengo, che di questi tempi scrivere male rende assai più che scrivere bene. In certi casi basta imparare a scrivere sufficientemente male per fare un sacco di soldi. Ma non è vero che a scrivere bene non si verrà mai pubblicati. Vero è che se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, meglio sarebbe fare in modo di ereditare del denaro o sposare un agente di cambio o una riccona capace di adoperare la macchina da scrivere.? (pag.43) [ E qui io ho riso, confesso.] \"</p>\n<p>> La soluzione del caso la suggeriscono, sospetto, secoli di biografie. Essere ricchi o avere un altro mestiere. Le (poche) eccezioni non devono assolutamente illuderci...<br />\n(grazie per l\'articolo!)</p>\n', created = 1487424547, expire = 1487510947, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:48d663a8b3aa7ea7bb626c5bfe8a219b' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Bellissimo pezzo, Barbara, mi hai reso necessario riscoprire la \'O Connor, altra lettura giovanile di cui ho ricordi sfumati dalla mia fascinazione del momento. Grande lucidità, in questi estratti, grande intelligenza, e arguzia e, sì, assolutamente da scovare, questo piccolo grande libro, e da leggere.</p>\n<p>5. franchi, un\'altra strada, già praticata, può essere quella di scrivere male sotto pseudonimo per far soldi, e scrivere bene per se stessi, vivendo di rendita su quell\'altro che pubblica robaccia.<br />\nPerò poi esiste anche Stephen King, che (secondo me, almeno) ha scritto cose di rara bellezza, e altre meno, d\'accordo,(ma di molte lunghezze superiori alla media, comunque) e ci si è stra-arricchito.<br />\nInsomma, c\'è speranza, magari. ;-)</p>\n', created = 1487424547, expire = 1487510947, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:75900c3007483dae68665b880e0e730a' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>6. Ma io sono già uno pseudonimo... :)</p>\n', created = 1487424547, expire = 1487510947, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:c62fa5cc1d80c3ba51a115277f4cb38c' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>6.<br />\nGrazie Sabrina, io lo consiglio a tutti. Lì dentro lei parla davvero senza peli sulla lingua e lo fa con una naturalezza, accettazione e consapevolezza che te la fanno sentire grande, immensa ecco. Non per niente ho anche aggiunto qualcosa sulla sua vita privata, perchè scrivere con tutta una serie di difficoltà secondo me arriva a \'sentirsi\'...</p>\n<p>7.<br />\nE\' vabbè ditelo che mi avete scoperto! Sono una notissima ghost writer negli ambienti \'che contano\' ma mi contorco per scrivere due (no dico: due) righe mie che nessuno pubblicherà... hihihihi</p>\n', created = 1487424547, expire = 1487510947, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:50dd59bf69ff4acc8b91192fa879c881' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p><span style=\"font-size: small;\">[o\' connor] Giochi e copione nei racconti di Flannery O\'Connor</span></p>\n<p>&nbsp;</p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\">&nbsp;</p>\n<p><span style=\"font-size: small;\"><br />\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><em><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\">&nbsp;di V.S.Gaudio</span></em></p>\n<p> </p></span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\">&nbsp;</span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\">C’è, nella struttura relazionale dei personaggi, nei racconti di Flannery O’ Connor</span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[1]</font></span></span></span></a>, il paradigma dei&nbsp; “giochi della vita” della psicologia transazionale. Anzi, si possono rinvenire, più che la serie dei “giochi della vita” preposti da Eric Berne(L’Alcolizzato,Il Debitore, Prendetemi a calci, Ti ho beccato, figlio di puttana, Guarda che mi hai fatto fare</span><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn2\" name=\"_ftnref2\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn2\" name=\"_ftnref2\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[2]</font></span></span></span></a>), nuove modalità di giochi più o meno tragici, in cui la presenza di quelli che Bene chiama “giochi di società” modula l’esistenza tra le varianti del “Non è terribile”,”Il difetto”, “Il goffo pasticcione”, “Perché non…sì ma”</span><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn3\" name=\"_ftnref3\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn3\" name=\"_ftnref3\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[3]</font></span></span></span></a> o tra le mutuazioni dai “giochi sessuali”, della “malavita” o dello “studio medico”(Vedetevela tra di voi, Burrasca, Sto solo cercando di aiutarti, Lo stupido)</span><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn4\" name=\"_ftnref4\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn4\" name=\"_ftnref4\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[4]</font></span></span></span></a> fino alla conclusione in cui tutto è azzerato: il paradigma sociale o famigliare, il paradigma psicologico, le mosse, i vantaggi.</span><font size=\"3\"><o:p></o:p></font></span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\">Ovvero, nei giochi non ci sono vantaggi:</span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font size=\"3\"><o:p></o:p></font></span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\">dalla tesi allo scopo, la dinamica delle parti, tra paradigma sociale o familiare e paradigma psicologico, muove(provoca, accusa, indulge, si dispiace, va in collera, perdona) per dei vantaggi momentanei( la stabilità strutturale stabilisce sempre situazioni inquiete o ansiogene) con poche carezze, fino all’annullamento definitivo della transazione o delle transazioni con la fine, tragica, drammatica, violenta o traumatica, della storia o di un personaggio-chiave.</span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font size=\"3\"><o:p></o:p></font></span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\">Il copione, nei racconti, non è ciò che l’individuo, nell’infanzia, ha deciso di fare, né il corso della vita è determinato dal patrimonio genetico,ma il corso della trama è determinato dall’insieme della struttura familiare del personaggio-chiave e da circostanze esterne.</span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font size=\"3\"><o:p></o:p></font></span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\">Nei racconti di Flannery O’Connor&nbsp; è, però, la circostanza esterna la forza che muove il destino.</span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font size=\"3\"><o:p></o:p></font></span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\">Le forze che muovono il destino dell’uomo sono quattro, dice Berne, e tutte terrificanti:”la programmazione parentale demoniaca, incoraggiata da quella voce interiore che gli antichi chiamavano Dai mon(=demone); la programmazione parentale costruttiva anticamente chiamata Fusis(=natura); le forze esterne, tuttora chiamate Fato; e le aspirazioni </span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font size=\"3\"><o:p></o:p></font></span><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\">indipendenti, alle quali gli antichi non diedero alcun nome, dato che per loro questi erano privilegi riservati agli dei e ai re”</span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn5\" name=\"_ftnref5\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftn5\" name=\"_ftnref5\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[5]</font></span></span></span></a>.</span><font size=\"3\"><o:p></o:p></font></span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\">Il destino finale è combinato da un copione, che è strutturato da una situazione iniziale, in cui sembra che abbia agito una programmazione parentale demoniaca, e da un contro-copione, obbligato, ma indipendente, che è, sì, strutturato dalle circostanze esterne, il Fato, ma che ha la fallacità tragica di quella struttura demoniaca che attiene alla programmazione familiare.</span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><font size=\"3\"><o:p></o:p></font></span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><o:p>&nbsp;</o:p></span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><o:p></o:p></span></p>\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoNormal\"><span style=\"font-size: small;\"><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><o:p>&nbsp;</o:p></span></span><span style=\"font-family: \'Batang\',\'serif\';\"><o:p></o:p></span></p>\n<div style=\"\"><span style=\"font-size: small;\">(da:V.S.Gaudio, <em><strong>O\'Connor\'s Life Games</strong>.Macrostruttura narrativa e copione nella narrativa di Flannery O\'Connor, copyright 2005)&nbsp;</em><br clear=\"all\" /> </span><font size=\"3\"><br />\n<hr align=\"left\" width=\"33%\" size=\"1\" /></font><span style=\"font-size: small;\"> </span><br />\n<div style=\"\" id=\"ftn1\">\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoFootnoteText\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Times New Roman\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[1]</font></span></span></span></a><font face=\"Times New Roman\"> Flannery O’Connor, <i style=\"\">Tutti i racconti</i>, a cura di Marisa Caramella, Bompiani,Milano 2001: tit.originale: <i style=\"\">The Complete Stories of Flanney O’Connor</i>,Farrar,Straus and Giroux, New York 1971.</font></span></p>\n</div>\n<div style=\"\" id=\"ftn2\">\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoFootnoteText\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref2\" name=\"_ftn2\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref2\" name=\"_ftn2\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Times New Roman\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[2]</font></span></span></span></a><span lang=\"EN-GB\"><font face=\"Times New Roman\"> I “giochi della vita” sono i “Life Games” di Eric Berne: “Alcoholic”, “Debtor”, “Kick Me”, “Now I’ve Got You, You Son of a Bitch”, “See What You Made Me Do”.</font></span></span><span style=\"\" lang=\"EN-GB\"><font size=\"2\"><font face=\"Times New Roman\"><o:p></o:p></font></font></span></p>\n</div>\n<div style=\"\" id=\"ftn3\">\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoFootnoteText\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref3\" name=\"_ftn3\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref3\" name=\"_ftn3\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Times New Roman\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[3]</font></span></span></span></a><font face=\"Times New Roman\"> I “giochi di società” sono i “Party Games”: “Ain’t it Awful”, “Blemish”, “Schlemiel”, “Why Don’t You-Yes But”.</font></span></p>\n</div>\n<div style=\"\" id=\"ftn4\">\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoFootnoteText\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref4\" name=\"_ftn4\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref4\" name=\"_ftn4\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Times New Roman\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[4]</font></span></span></span></a><font face=\"Times New Roman\"> I “giochi sessuali”, i “Sexual Games”, sono: “Let’s You and Him Fight”(Vedetevela tra di voi),”Perversion”(La perversione), “Rapo”(Violenza carnale), “The Stocking Game”(Il Gioco della Calza), “Uproar”(Burrasca); “Sto solo cercando di aiutarti” è un “consultino Room Game”: Berne lo chiama “I’m Only Trying To Help You”. Anche “Stupid” è un “consultino Room Game”.</font></span></p>\n</div>\n<div style=\"\" id=\"ftn5\">\n<p style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\" class=\"MsoFootnoteText\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref5\" name=\"_ftn5\"></a><span style=\"font-size: small;\"><a style=\"\" title=\"\" href=\"http://www.lankelot.eu/sites/all/libraries/fckeditor/editor/fckeditor.html?InstanceName=edit-comment&amp;Toolbar=Wysiwyg#_ftnref5\" name=\"_ftn5\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-family: \'Times New Roman\',\'serif\';\"><font color=\"#0066cc\">[5]</font></span></span></span></a><font face=\"Times New Roman\"> Eric Berne, “<i style=\"\">Ciao!”…e poi?</i> , trad. it. Bompiani, Milano 1994: pag. 57.</font></span></p>\n</div>\n<p><span style=\"font-size: small;\"><br /></span></p></div>\n', created = 1487424547, expire = 1487510947, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:bf4e840bf7b710e17b172d4ac93eec13' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: small;\">C’è un certo consenso di critica attorno a Daniele Timpano e alla sua “Storia cadaverica d’Italia”, trilogia di testi teatrali (“Dux in scatola”, “Risorgimento pop” e “Aldo morto”) in cui l’autore-attore romano mette in scena un tris di cadaveri-monumento (quelli di Mazzini, Mussolini e Moro) a simboleggiare la nostra identità nazionale nata morta.</span></p>\n', created = 1487424548, expire = 1487510948, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:c70ca3b11c7653d20a27fa81e9cb105c' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p style=\"text-align: justify;\">C’è stato un tempo in cui la letteratura era ambiziosa, contigua alla filosofia, metafisica almeno nelle domande che si poneva, anche se non nelle risposte che si dava. Figlia di Dostoevskij e di Nietzsche, s’interrogava sul male, sull’aldilà del Bene e del Male, sui limiti della sconfinata libertà dell’uomo. Dio era morto già, ma sepolto da poco, tanto la filosofia quanto la letteratura ancora ne elaboravano il lutto e perciò ancora gli dedicavano pagine di appassionata negazione, anziché l’indifferenza della secolarizzazione compiuta e definitiva. Era il tempo dei filosofi scrittori, come Sartre, o degli scrittori-filosofi, come Camus, e dei filosofi impliciti, seguaci di Nietzsche, come Gide.</p>\n', created = 1487424548, expire = 1487510948, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:0f84be7f620014cb132bc4fb2c11a402' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: SELECT data, created, headers, expire, serialized FROM cache_filter WHERE cid = '2:d24f75840505583f3600f2bd20df4d85' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 26.
  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: small;\">Qualche anno fa, nel quartiere Testaccio a Roma, il nuovo spazio “Macro Future” venne inaugurato con una collettiva, “Into me, out of me”, proveniente dal PS1 di New York: centoquaranta artisti tra i più rinomati nel panorama internazionale (da Marina Abramovic ad Andrès Serrano, da Valie Export a Chris Burden, dagli azionisti viennesi a Nan Goldin) chiamati a illustrare, con foto, installazioni e videoarte, il tema del corpo e della fisicità, attraverso temi come la sessualità e la riproduzione, l’aggressione e la violenza, i processi metabolici e organici. <br /></span></p>\n', created = 1487424548, expire = 1487510948, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:d24f75840505583f3600f2bd20df4d85' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: SELECT data, created, headers, expire, serialized FROM cache_filter WHERE cid = '2:142523104ec8db0215a272c44cebea61' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 26.
  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p><span style=\"mso-bidi-font-family:Calibri;mso-bidi-theme-font:minor-latin\">I vampiri <i style=\"mso-bidi-font-style:normal\">indie rock </i>di Jim Jarmusch, ultima incarnazione dei suoi personaggi marginali e alienati, sono creature fieramente snob. Leggono Shakespeare, Beckett e D. F. Wallace, collezionano dischi in vinile e chitarre elettriche vintage, e possiedono una cultura raffinata che spazia dalla botanica all’astronomia. Amano circondarsi di multiforme bellezza, per questo odiano il ventunesimo secolo, Los Angeles e l’intera stirpe degli uomini, che devastano la terra e ne perseguitano le menti migliori.</span></p>\n', created = 1487424548, expire = 1487510948, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:142523104ec8db0215a272c44cebea61' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p style=\"text-align: justify;\">La zia «Lali non aveva mai lavorato, distesa sull’amaca in giardino d’estate amava dire, Il tempo che ti abbonda tra le mani può divorarti. Ti abbonda del tempo tra le mani, zia?».</p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ti abbonda del tempo tra le mani, zia. Leggo e rileggo questa improbabile frase, così grassa, così farcita di superfluo e mi domando come ha potuto Ornela Vorpsi disimparare a scrivere. Ripenso al suo primo libro, \"Il paese dove non si muore mai\", che lei, albanese, aveva scritto in un italiano gustoso e con una prosa vispa e spontanea, ripenso alla sua capacità di giocare col macabro e di intrattenere col drammatico dei ricordi della sua infanzia comunista a Tirana, e mi chiedo cosa rimane di quella leggerezza in questo “Fuorimondo”.</p>\n', created = 1487424548, expire = 1487510948, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:1373d8b1fa131fda903a3f7d7b92f220' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Cari soci attuali e futuri, collaboratori, collaboratrici, lettrici e lettori, l\'ultimo editoriale pubblicato su lankelot risale al febbraio 2014. Scrivevo che \"il passaggio da lankelot a lankenauta è slittato a data da destinarsi\". Poi il silenzio, proprio per evitare di ripetersi e così diventare stucchevoli. Non è il caso adesso di ripercorrere le tante vicissitudini di un progetto che, salvo qualche piccolo dettaglio da completare, è ormai giunto a destinazione. Questo vorrà dire che i prossimi editoriali, finalmente pubblicabili ogni trimestre, non appariranno più su lankelot.eu.</p>\n', created = 1487424548, expire = 1487510948, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:0e328c0d16660956a3c55572358931f3' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Durante la lettura di <i>Gli ultimi ragazzi del secolo</i> ho provato interesse, rabbia, divertimento, curiosità, fastidio, disillusione, partecipazione, mi sono trovato a volte in accordo e altre in disaccordo, e non sono poi molti i libri capaci di farmi qualcosa del genere, al di là del piacere o meno che possa aver avuto leggendo. È un romanzo, autobiografico, che invita al confronto, se non proprio al conflitto, fin dalla copertina, con l\'immagine di un ragazzino che guarda fuori campo, chissà cosa, con aria di sfida. Ragazzino che, scopre chi è interessato alle immagini che sono sui/nei libri, è proprio l\'autore, Alessandro Bertante, che sembra cercare di replicare, da adulto, lo stesso sguardo all\'interno della quarta di copertina. Un\'altra fotografia mostra il ponte di Mostar.</p>\n', created = 1487424548, expire = 1487510948, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:a4bf67b75a71c87b3a71ece6018ada55' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Lankelot © 2000-2013 Gianfranco Franchi - Illustrazione header © <a href=\"http://www.maurizioceccato.it/\">Maurizio Ceccato</a> - Art direction <a href=\"http://www.fiammafranchi.com/\">Fiamma Franchi</a> - sviluppato da <a href=\"http://www.intellijam.it/\">Intellijam</a> su piattaforma Drupal nel 2009. Adattamento 3.1 a cura di <a href=\"http://algorithmica.it/\">Algorithmica</a>, 2011. Online dal 1 aprile 2003.</p>\n', created = 1487424548, expire = 1487510948, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:55ca8813d325f0d05719878041cc0899' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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O'Connor Flannery

Nel territorio del diavolo

Autore: 
O'Connor Flannery

Uno dei sogni più difficili da realizzare per chiunque scrive è ascoltare qualcuno che con la scrittura si è già scontrato, misurato, sta quindi ‘battagliando’ su uno strato più interno, ruvido, invisibile ai più.
‘Nel territorio del diavolo’ è un libricino piccolo. Centocinquanta pagine nel formato 12x17. È adattabile agli zaini, le tasche, le borse. Lo si porta in giro come un portafoglio. Eppure lì dentro c’è una persona in carne e ossa che parla, si racconta, spiega, sorride e si arrabbia.
Flannery O’Connor.
La O’Connor nasce nel 1925 a Savannah in Georgia e già nel ’41 perde il padre in seguito alle complicazioni del lupus eritematoso. Nel 1950 le si manifestano i primi sintomi del lupus che la costringeranno a una vita progressivamente minata nel corpo fino alla morte nel 1964 quando la diagnosi di un tumore non le da scampo. Aveva trentanove anni.
‘Nel territorio del diavolo’ non è un romanzo. Ma parla delle storie. Di come arrivano, di come diventano scritti più o meno ‘buoni’, di cosa c’è dopo l’aver scritto e tanto altro.
E’una chiaccherata. Un monologo, volendo considerare il libro per intero come un’unica entità e di fatto, se non ci fossero le ‘note sulle fonti’ il lettore potrebbe tranquillamente pensare che la O’Connor avesse steso questi testi con un intento unico, quello di lasciare delle tracce, di condividere esperienze e pensieri ‘sul mistero dello scrivere’.
Invece no. Il libro raccoglie diversi scritti della O’Connor che Robert e Sally Fitzgerald, amici molto intimi della scrittrice, hanno fortemente voluto riunire. Si tratta di articoli, parti di manoscritti preparati per alcune conferenze, discorsi per gruppi di scrittura, stralci di lezioni tenute in università americane e un testo preparato dalla O’Connor nel ’57 per un libro (The Living Novel: A Symposium, curato da Granville Hicks) che raccoglieva dichiarazioni di diversi scrittori sulla loro arte.
Ecco perché poco sopra ho scritto che dentro questo libro c’è Flannery O’Connor. Perché in ogni pagina la si sente pulsare, spiegare, infervorarsi e prendere in giro. C’è la sua voce, viva e diretta che si racconta, parla di quello che più l’ha ossessionata nella sua, seppur breve, vita. Racconta di quel diavolo e del mistero celato dietro le parole. E lo fa senza remore. Diretta, immediata, dura.
Sui banchi di scuola, quando ero ragazzina io, la si sarebbe definita ‘una che ce le ha grosse così’ che certamente è un’espressione poco elegante ma rende molto bene l’idea che traspare da queste pagine.
La O’Connor non ha illusioni sulla scrittura, sulla fatica, sulle tecniche e il mercato editoriale. E siamo nel periodo che va dal 1945 al 1963 grosso modo. Eppure la forza, l’elemento più sorprendente di questo testo è proprio l’essere così attuale anche oggi, nel ventunesimo secolo. Attuale è quasi riduttivo.
C’è la passione di una donna che nella scrittura tirava fuori se stessa, la sua realtà e quelle storie che non smettevano di tormentarla. Ma c’è anche tanta eleganza, grazia, nello spiegare che non c’è niente di preciso da spiegare sulla scrittura. Nel sottolineare come taluni aspetti non si imparano se non ci sono loro, le storie, se non c’è la voglia di scavare, di sprofondare con i personaggi e i dettagli. Se non c’è la voglia di lasciarla questa storia, al di là del mercato, delle vendite e degli editori.
“In primo luogo, non esiste lo scrittore, e se ancora non lo sapevate, mi aspetto lo sappiate alla fine di un corso del genere. […] So benissimo che tra le persone apparentemente interessate a scrivere, ben poche sono interessate a scrivere bene. A loro interessa pubblicare qualcosa, e se possibile fare un ‘colpaccio’. Essere uno scrittore, non scrivere. Vedere il proprio nome in cima a qualcosa di stampato, non importa cosa. E, a quanto pare, hanno la sensazione che tale obbiettivo si possa raggiungere imparando alcune cosette sulle abitudini di lavoro, sui mercati e sugli argomenti in voga in un dato periodo.” (pag.42)
A me è sembrato un passaggio meraviglioso. Così crudelmente reale da sembrare scritto l’altro ieri.
Ma c’è dell’altro.
L’idea che scrivere per guadagnare significa, il più delle volte, scrivere male ma azzeccare un onda anomala oppure organizzarsi altre fonti di guadagno, anche queste considerazioni ci sono, come se il tempo non fosse mai passato, come se lo scrivere allora (quarantacinque - cinquant’anni fa) come oggi non fosse cambiato nelle dinamiche, nella ricerca di una redditività che, invece, ambisce a seguire le richieste dell’offerta, le leggi di mercato che di buona o cattiva letteratura non si curano.
“È vero, ritengo, che di questi tempi scrivere male rende assai più che scrivere bene. In certi casi basta imparare a scrivere sufficientemente male per fare un sacco di soldi. Ma non è vero che a scrivere bene non si verrà mai pubblicati. Vero è che se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, meglio sarebbe fare in modo di ereditare del denaro o sposare un agente di cambio o una riccona capace di adoperare la macchina da scrivere.” (pag.43) [ E qui io ho riso, confesso.]
Si impone, a questo punto, chiarire cosa intende la O’Connor per ‘scrivere bene’. Di fatto non ci sono regole precise da lei enunciate ma brevi stoccate che dovrebbero (ripeto: dovrebbero) spingere il lettore (potenziale scrittore) ad alcuni riflessioni a mio avviso importanti.
“La natura della narrativa è in gran parte determinata dalla natura del nostro apparato percettivo.” (pag.44). Quindi chi scrive deve imparare a usare i cinque sensi, deve lasciarli raccontare, dare modo al lettore di vedere, sentire, gustare una scena ma soprattutto un dettaglio.
"La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo fatti di polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi non dovreste tentare di scrivere narrativa” (pag. 45). In altre parole: sudore, fatica e profonda attenzione verso ‘l’umano’ con tutte le sue caratteristiche del caso(specialmente quelle meno piacevoli).
“ Secondo me, il giusto modo di leggere un libro è sempre vedere cosa accade, ma in un buon romanzo accade sempre più di quanto riusciamo a cogliere sul momento, accade più di quanto salta all’occhio.” (pag.48) Questo primo pensiero introduce una serie di elementi molto cari alla O’Connor: i simbolismi e i diversi livelli. La scrittura ‘buona’ enunciata dalla O’Connor è una scrittura che non si esaurisce, che cela. È una scrittura che non può avere un solo significato perché dietro ai dettagli c’è sempre qualcosa che il lettore più attento e allenato saprà cogliere ed interpretare. È una scrittura multiforme dove la trama esiste solo se i personaggi sono più forti, se sono frammenti di chi li ha tratteggiati e quindi reali al punto da diventare immagini precise.
“ […] quando scrivete narrativa state parlando con personaggi e azioni, non di personaggi e azioni.” (pag.51)
Poi la fatica, la difficoltà di scrivere di certi aspetti della vita e l’impossibilità di condividerlo finché l’ultima riga non è scritta e sigillata.
“ Ci si lamenta sempre che il romanziere moderno non nutre speranze e che il mondo da lui dipinto è insopportabile. L’unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l’organismo. [..] Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio.” (pag.52-53),
Se ne desume da queste breve carrellata che non esistono norme o procedimenti precisi che trasformano una persona in qualcuno che sa scrivere (sottintendendo lo scrivere bene) bensì è la pratica, l’osservazione, lo scavare con le mani nude, l’aver paura anche di quello che c’è dentro se stessi ma il non rifiutarlo, anzi, il tirarlo fuori piano piano, con rispetto e precisione. Poi le parole, il centro del mondo scrivente.
“ Né deriva che non esiste una tecnica da scoprire e applicare che rende possibile scrivere. Se frequentate una scuola dove si tengono corsi di scrittura, dovrebbero insegnarvi non a scrivere, ma piuttosto i limiti e le potenzialità della parole, e il rispetto a loro dovuto. “ (pag.57)

In un testo, letto a una conferenza, la O’Connor si occupa dei racconti, spiega la sua visione dello scrivere short stories piuttosto che romanzi, ci sono molte annotazioni dell’autrice sulle differenze e sui punti di forza dell’uno e dell’altro che vale la pena di analizzare con la lente di ingrandimento specialmente per chi, attraverso il web, pubblica propri testi e si mette alla prova con storie appunto brevi. Scrivere racconti non è un’arte minore, più semplice perché più breve, è qualcosa di diverso che richiede energie diverse e possibilmente un diverso uso della lingua, dei personaggi e degli svolgimenti.
“ Un racconto è riuscito se dentro ci puoi sempre vedere qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano. Nella narrativa, due più due fa sempre più di quattro.” (pag.73)
La O’Connor è una grande osservatrice del suo mondo e in questi testi specialmente del mondo universitario dove spesso tiene conferenze o seminari. Ed è proprio partendo da lì che spesso si scontra contro la svogliatezza e l’incomunicabilità di un mondo (quello giovanile) al quale non è stato insegnare come leggere, non hanno quegli strumenti necessari a trovare nei libri alleati piuttosto che nemici.
“ Il fatto è che molti non sanno cosa farne di un romanzo, e sono convinti che l’arte debba essere funzionale, che debba fare qualcosa piuttosto che essere qualcosa. Nessuno ha aperto loro gli occhi su ciò che è narrativa, e sono come quei ciechi che andarono a trovare l’elefante: ognuno ne tasta una parte diversa, e se ne riparte con un’impressione diversa.” (pag.88)

Ci sarebbe molto altro da dire su questo libro, moltissimo.
Mi fermo qui perché credo che chiunque se lo troverà tra le mani inizierà un proprio viaggio con la O’Connor, una chiacchierata intima quanto soggettiva, piena di riflessioni e considerazioni (che possono non collimare con quelle dell’autrice).

Volendo sintetizzare questo è il libro che avrei dovuto leggere a… non saprei neanche precisare a che età, diciamo quando oltre a leggere come un’invasata iniziavo a usare la bic nera sul piccolo bloc notes a quadretti, nascosto sotto i libri di scuola.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

O’Connor Flannery (Savannah, 1925- 1964) si trasferisce a soli sette anni nella cittadina di Milledgeville, dove abiterà per tutta la vita. Nel 1947, sei anni dopo la morte del padre, lei e la madre ereditano una grande fattoria: è qui che la O'Connor mette su l'insolito allevamento di pavoni a cui si dedicherà con enorme passione e che diventerà parte integrante della sua immagine pubblica (in apertura alla raccolta di saggi Mystery and Manners [Nel territorio del diavolo] se ne trova un'indimenticabile descrizione). La passione per la scrittura comincia già all'epoca del college: presso la State University of Iowa Flannery frequenta corsi e laboratori di letteratura e comincia a inviare racconti alle riviste. È nel 1952 che pubblica il suo romanzo d'esordio, Wise Blood [La saggezza nel sangue], a cui faranno seguito una raccolta di racconti, A Good Man Is Hard to Find (1955) e un secondo romanzo, The Violent Bear It Away [Il cielo è dei violenti, 1960]. Il successo è immediato: fra il '57 e il '65 tre suoi racconti vincono il prestigioso O'Henry Award, e viene spesso invitata a tenere corsi e conferenze nelle università del Sud degli Stati Uniti. 
È proprio questo l'ambiente geografico e culturale in cui si consuma l'intera vicenda biografica e letteraria della O'Connor: le zone rurali della cosiddetta "Bible Belt", percorse dalle tensioni razziali e dal fervore religioso - il mondo a cui aveva dato magistralmente voce William Faulkner, del quale Flannery O'Connor condivide la sensibilità per il grottesco e i toni espressionisti. I protagonisti della sua narrativa sono figure profondamente legate alla realtà locale di quella terra e descritte con un realismo sanguigno, ma le loro vicende - quasi sempre pervase di violenza, follia e deformazioni - trascendono a veri e propri simboli della presenza contraddittoria e inquietante del divino, del mistero e della grazia nella vita umana. Il cattolicesimo è infatti una delle componenti basilari della cultura e della scrittura della O'Connor; la sua è una fede profondissima e assolutamente ortodossa ma che non degenera mai nel facile moralismo: ai gusti perbenisti dei bigotti oppone anzi storie a tinte forti e senza finali consolatori, ben consapevole della sua problematica missione di narratrice cattolica "nel territorio del diavolo". Il lupus eritematoso, la stessa malattia del sistema immunitario che aveva ucciso il padre, si manifesta per Flannery O'Connor nel 1950, a soli venticinque anni. Malgrado continue cure molto pesanti, che le fanno gonfiare il viso e perdere i capelli, e la costringono a camminare con le stampelle, le sue condizioni non miglioreranno mai. Nel 1964 le viene diagnosticato un tumore, che in concomitanza con la malattia è difficile da curare. Subisce un'operazione, ma poco dopo peggiora nuovamente, e muore il 4 agosto.

Dopo la sua morte è uscita una seconda antologia di racconti (Everything That Rises Must Converge, 1965) e, a cura di Robert e Sally Fitzgerald, due fra i suoi amici più cari, una raccolta di saggi, Mystery and Manners, nel 1969 e una di lettere, The Habit of Being [Sola a presidiare la fortezza], nel 1979.

O’Connor Flannery, ‘Nel territorio del diavolo – sul mistero di scrivere’, Minimum fax, 2003 .

APPROFONTIMENTI IN RETE

Dalla scheda del libro sul sito di Minimum fax è possibile rintracciare una serie di recensioni a questo libro: QUI.

L’intero capitolo denominato ‘scrivere racconti’ è rintracciabile anche on line in formato pdf QUI

ISBN/EAN: 
888776574

Commenti

Amices, segnalo nuovo articolo di Barbara!
A presto per i commenti

? Ci si lamenta sempre che il romanziere moderno non nutre speranze e che il mondo da lui dipinto è insopportabile. L?unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un?esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l?organismo. [..] Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio.? (pag.52-53)

Geniale osservazione. La Letteratura è estratto di speranza. Mi ricorda la Notombe sull'estraniarsi/inoltrarsi nella vita, quando si legge e scrive.

Avevo letto l'anno scorso alcuni racconti della O'Connor. Mi trovo molto nella recensione. Mi era rimasto impresso un cinismo iperpessimista delle novelle e una ossessione sulla Bibbia, resa con prosa che infarcita di simboli dava l'impressione della continua allegoria. E la meschinità della provincia americana bigotta e ipocrita. Racconti però che colpivano sempre, lontani dall'accomodare. Molto vivi e pulsanti.

oh. Della O'Connor letto qualche anno fa (2004) Il cielo è dei violenti, romanzo edito da Einaudi. Molto forte. Un paio di volumi di racconti sono editi da Bompiani, col titolo Tutti i racconti, me lo ricordo perché visto in libreria. E niente. Gli Stati Uniti del sud, gli Stati Uniti della provincia (da Black, a Faulkner, a Algren, a O'Connor, a Egolf...questi quelli che ho letto - in modo sparso e mai completo, anzi, molto fallaci le mie letture, che dipendono dal secondo in cui vedo un libro su uno scaffale - ce ne saranno altri) non quelli delle città. E niente. Andai pure ad un incontro con...Davide Rondoni, che parlava di lei...vabbè. ciao.

"L?idea che scrivere per guadagnare significa, il più delle volte, scrivere male ma azzeccare un onda anomala oppure organizzarsi altre fonti di guadagno, anche queste considerazioni ci sono, come se il tempo non fosse mai passato, come se lo scrivere allora (quarantacinque - cinquant?anni fa) come oggi non fosse cambiato nelle dinamiche, nella ricerca di una redditività che, invece, ambisce a seguire le richieste dell?offerta, le leggi di mercato che di buona o cattiva letteratura non si curano.
?È vero, ritengo, che di questi tempi scrivere male rende assai più che scrivere bene. In certi casi basta imparare a scrivere sufficientemente male per fare un sacco di soldi. Ma non è vero che a scrivere bene non si verrà mai pubblicati. Vero è che se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, meglio sarebbe fare in modo di ereditare del denaro o sposare un agente di cambio o una riccona capace di adoperare la macchina da scrivere.? (pag.43) [ E qui io ho riso, confesso.] "

> La soluzione del caso la suggeriscono, sospetto, secoli di biografie. Essere ricchi o avere un altro mestiere. Le (poche) eccezioni non devono assolutamente illuderci...
(grazie per l'articolo!)

Bellissimo pezzo, Barbara, mi hai reso necessario riscoprire la 'O Connor, altra lettura giovanile di cui ho ricordi sfumati dalla mia fascinazione del momento. Grande lucidità, in questi estratti, grande intelligenza, e arguzia e, sì, assolutamente da scovare, questo piccolo grande libro, e da leggere.

5. franchi, un'altra strada, già praticata, può essere quella di scrivere male sotto pseudonimo per far soldi, e scrivere bene per se stessi, vivendo di rendita su quell'altro che pubblica robaccia.
Però poi esiste anche Stephen King, che (secondo me, almeno) ha scritto cose di rara bellezza, e altre meno, d'accordo,(ma di molte lunghezze superiori alla media, comunque) e ci si è stra-arricchito.
Insomma, c'è speranza, magari. ;-)

6. Ma io sono già uno pseudonimo... :)

6.
Grazie Sabrina, io lo consiglio a tutti. Lì dentro lei parla davvero senza peli sulla lingua e lo fa con una naturalezza, accettazione e consapevolezza che te la fanno sentire grande, immensa ecco. Non per niente ho anche aggiunto qualcosa sulla sua vita privata, perchè scrivere con tutta una serie di difficoltà secondo me arriva a 'sentirsi'...

7.
E' vabbè ditelo che mi avete scoperto! Sono una notissima ghost writer negli ambienti 'che contano' ma mi contorco per scrivere due (no dico: due) righe mie che nessuno pubblicherà... hihihihi

[o' connor] Giochi e copione

[o' connor] Giochi e copione nei racconti di Flannery O'Connor

 

 


 di V.S.Gaudio

 

C’è, nella struttura relazionale dei personaggi, nei racconti di Flannery O’ Connor[1], il paradigma dei  “giochi della vita” della psicologia transazionale. Anzi, si possono rinvenire, più che la serie dei “giochi della vita” preposti da Eric Berne(L’Alcolizzato,Il Debitore, Prendetemi a calci, Ti ho beccato, figlio di puttana, Guarda che mi hai fatto fare[2]), nuove modalità di giochi più o meno tragici, in cui la presenza di quelli che Bene chiama “giochi di società” modula l’esistenza tra le varianti del “Non è terribile”,”Il difetto”, “Il goffo pasticcione”, “Perché non…sì ma”[3] o tra le mutuazioni dai “giochi sessuali”, della “malavita” o dello “studio medico”(Vedetevela tra di voi, Burrasca, Sto solo cercando di aiutarti, Lo stupido)[4] fino alla conclusione in cui tutto è azzerato: il paradigma sociale o famigliare, il paradigma psicologico, le mosse, i vantaggi.

Ovvero, nei giochi non ci sono vantaggi:

dalla tesi allo scopo, la dinamica delle parti, tra paradigma sociale o familiare e paradigma psicologico, muove(provoca, accusa, indulge, si dispiace, va in collera, perdona) per dei vantaggi momentanei( la stabilità strutturale stabilisce sempre situazioni inquiete o ansiogene) con poche carezze, fino all’annullamento definitivo della transazione o delle transazioni con la fine, tragica, drammatica, violenta o traumatica, della storia o di un personaggio-chiave.

Il copione, nei racconti, non è ciò che l’individuo, nell’infanzia, ha deciso di fare, né il corso della vita è determinato dal patrimonio genetico,ma il corso della trama è determinato dall’insieme della struttura familiare del personaggio-chiave e da circostanze esterne.

Nei racconti di Flannery O’Connor  è, però, la circostanza esterna la forza che muove il destino.

Le forze che muovono il destino dell’uomo sono quattro, dice Berne, e tutte terrificanti:”la programmazione parentale demoniaca, incoraggiata da quella voce interiore che gli antichi chiamavano Dai mon(=demone); la programmazione parentale costruttiva anticamente chiamata Fusis(=natura); le forze esterne, tuttora chiamate Fato; e le aspirazioni indipendenti, alle quali gli antichi non diedero alcun nome, dato che per loro questi erano privilegi riservati agli dei e ai re”[5].

Il destino finale è combinato da un copione, che è strutturato da una situazione iniziale, in cui sembra che abbia agito una programmazione parentale demoniaca, e da un contro-copione, obbligato, ma indipendente, che è, sì, strutturato dalle circostanze esterne, il Fato, ma che ha la fallacità tragica di quella struttura demoniaca che attiene alla programmazione familiare.

 

 

(da:V.S.Gaudio, O'Connor's Life Games.Macrostruttura narrativa e copione nella narrativa di Flannery O'Connor, copyright 2005) 



[1] Flannery O’Connor, Tutti i racconti, a cura di Marisa Caramella, Bompiani,Milano 2001: tit.originale: The Complete Stories of Flanney O’Connor,Farrar,Straus and Giroux, New York 1971.

[2] I “giochi della vita” sono i “Life Games” di Eric Berne: “Alcoholic”, “Debtor”, “Kick Me”, “Now I’ve Got You, You Son of a Bitch”, “See What You Made Me Do”.

[3] I “giochi di società” sono i “Party Games”: “Ain’t it Awful”, “Blemish”, “Schlemiel”, “Why Don’t You-Yes But”.

[4] I “giochi sessuali”, i “Sexual Games”, sono: “Let’s You and Him Fight”(Vedetevela tra di voi),”Perversion”(La perversione), “Rapo”(Violenza carnale), “The Stocking Game”(Il Gioco della Calza), “Uproar”(Burrasca); “Sto solo cercando di aiutarti” è un “consultino Room Game”: Berne lo chiama “I’m Only Trying To Help You”. Anche “Stupid” è un “consultino Room Game”.

[5] Eric Berne, “Ciao!”…e poi? , trad. it. Bompiani, Milano 1994: pag. 57.


[o'connor] grazie per questa

[o'connor] grazie per questa nuova condivisione, Gaudio. Ti segnalo anche questo articolo, scritto da un mio amico professore americano - coperto da eteronimo per varie ragioni: http://www.lankelot.eu/letteratura/o-connor-flannery-the-violent-bear-it...