1984. L’opera prima di Kem Nunn, sceneggiatore cinematografico e scrittore californiano, è un romanzo di formazione che scolpisce un’incisiva immagine della decadenza del sogno americano: ferendone l’icona più scintillante di giovinezza e d’incoscienza, il surf. Surf che diventa metafora del vuoto, della sfida insensata e tutta scenica con la natura, e con il niente che avido divora le anime. Da questo punto di vista, malinconico e distruttivo – e non distante da vaghe reminiscenze di sconfitte viet – è, volendo cercare un paragone col cinema, più in linea, fatte le debite distanze, con “Big Wednesday” di Milius piuttosto che col successivo ed emiludico “Point Break” della Bigelow.
La storia ha inizio nel deserto (“immagina la terra piena come il cielo, altrettanto vuota di colore”), come “Paris Texas” di Wim Wenders – il parallelismo cinematografico è suggestivo, ma anche cronologicamente sensato: entrambe le opere sono apparse lo stesso anno, questo è Zeitgeist – e si fonda sulla solitudine, sull’incomunicabilità, sulla ricerca della verità su una figura perduta (la sorella del protagonista, Ike) e sulla propria identità. È in un certo senso un’indagine sull’America che sta perdendo, tenete presente che siamo negli anni Ottanta, i punti di riferimento della propria essenza; non c’è un personaggio che non sia orfano o almeno decisamente distante dalla famiglia, non c’è un personaggio che viva con onestà e serenità, non c’è un personaggio estraneo all’inquietudine, all’oscurità, alla facile resa alla corruzione, e alla consegna alla dannazione. Instabilità, squilibrio, desiderio e isolamento sono le keywords della psiche degli attanti. Droga e sesso animalesco, con poche e importanti eccezioni, le scorciatoie per l’evasione dalla realtà.
C’è la cicatrice di un passato diverso, nel mondo dei surfisti di Huntington Beach. Dei giorni della gloria sportiva di Preston, del suo sodalizio con Hound, dell’apertura di un negozio dal logo allegorico: onde e fiamme, “tapping the source”, disegnato da Janet. Passato concluso non solo dall’esperienza al fronte e in prigione di Preston; ma – come scoprirà Ike – da una serie di torbide vicende a metà tra droga, snuff movie, pornografia e omicidio. Un ricco burattino manovra, neanche troppo di nascosto, quel che rimane delle anime e dei corpi dei surfisti. Chi muore, di solito, sono ragazze fuggite da casa in cerca di una dimensione altra, rovinate dalle ceneri del falso mito dell’eterna giovinezza dei ragazzi della spiaggia, del loro spettacolare coraggio, delle loro coreografiche sfide alle onde.
Una di queste ragazze è la sorella di Ike. Al principio della storia, lui – meccanico esperto, cittadino anomico, assolutamente de-integrato – riceve un’inattesa visita nel deserto, nella sua cittadina dimenticata da dio. Qualcuno gli consegna un foglio con una lista di nomi. Sono i nomi di quelle persone con cui Ellen era partita per il Messico, senza tornare. Ike – né arte né parte, giovanotto confuso e insicuro, vergine e non violento, cresciuto dallo zio e dalla nonna, un mancato incesto con la sorella alle spalle, e tante domande senza risposta – parte senza sapere bene cosa affrontare. La paura, certo.
Quella non manca.
Si adatta, poco a poco, nell’oscuro mondo dei surfisti, indagando con discrezione sulla storia della sorella. E quindi si assimila al tessuto sociale, senza nemmeno accorgersene. Come surfando sotto un’onda troppo alta. Primo alleato è il contrastato Preston: come ognuno dei suoi compagni, farà (apparentemente) il possibile per convincerlo ad andarsene, e a dimenticare la sorella. Ma Ike, nella sua non sempre paralizzante insicurezza, è determinato a scoprire cosa ne è stato della sorella. A un tratto capisce che sta cercando più se stesso che lei. E che la perduta innocenza di quel microcosmo (solo di quel microcosmo, o di una generazione intera?) nasconde verità atroci e rimpianti e rimorsi senza rimedio.
“Quando Ike alzò lo sguardo, vide che Hound lo stava ancora fissando. – Ho sentito dire che sei un surfista, – disse Hound. Ike non sapeva se fosse una domanda.
– Sto solo imparando.
– Tutti noi stiamo solo imparando” (p. 109).
Stilisticamente l’opera mostra chiara adattabilità al cinema: è estremamente visiva, Nunn è notevole nelle descrizioni e ha una chiara capacità di creare atmosfere e di svelare, con intelligente progressione, gli sviluppi del plot e dei subplot. I dialoghi tengono, mostrando diversi tic e vezzi dei personaggi più semplici – dalla volgarità al grottesco misticismo surfista, dalla scontrosità poco più che bisillabica in avanti – e l’introspezione di Ike è davvero convincente. Loser come da paradigma di Beck, sgretola l’inesperienza in ogni ambito, amicale ed erotico, esistenziale e sportivo, andando incontro a una debacle più generazionale che individuale.
Let’s go surfing now?
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Kem Nunn (California), sceneggiatore e scrittore americano. “Surf City” è la sua opera prima.
Kem Nunn, “Surf City”, Meridiano Zero, Padova, 2000.
Traduzione di Federica Angelini. In appendice, breve dizionarietto di termini del surf. Collana: Meridianonero, 14.
A proposito della collana: intervista a Marco Vicentini.
Prima edizione: “Tapping the Source”, 1984.
Approfondimento in rete: Rassegna Stampa Italiana / Wiki / The San Diego Union-Tribute / No Exit / IMDB / Lettera.com
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Maggio 2008.
Commenti
1984. L?opera prima di Kem Nunn, sceneggiatore cinematografico e scrittore californiano, è un romanzo di formazione che scolpisce un?incisiva immagine della decadenza del sogno americano: ferendone l?icona più scintillante di giovinezza e d?incoscienza, il surf. Surf che diventa metafora del vuoto, della sfida insensata e tutta scenica con la natura, e con il niente che avido divora le anime. Da questo punto di vista, malinconico e distruttivo ? e non distante da vaghe reminiscenze di sconfitte viet ? è, volendo cercare un paragone col cinema, più in linea, fatte le debite distanze, con ?Big Wednesday? di Milius piuttosto che col successivo ed emiludico ?Point Break? della Bigelow.
"È in un certo senso un?indagine sull?America che sta perdendo, tenete presente che siamo negli anni Ottanta, i punti di riferimento della propria essenza; non c?è un personaggio che non sia orfano o almeno decisamente distante dalla famiglia, non c?è un personaggio che viva con onestà e serenità, non c?è un personaggio estraneo all?inquietudine, all?oscurità, alla facile resa alla corruzione, e alla consegna alla dannazione. Instabilità, squilibrio, desiderio e isolamento sono le keywords della psiche degli attanti. Droga e sesso animalesco, con poche e importanti eccezioni, le scorciatoie per l?evasione dalla realtà".
Interessante opera. Sui richiami cinematografici: ma qui "Paris Texas" non è recensito. Male. Bisogna rimediare (chi si offre?). Point Break m'è piaciuto di più del film di Milius, ma da ciò che scrivi capisco che il parallelo è più calzante con "Big Wednesday", decisamente.
E' vero, "Paris Texas" manca ancora. Ed è un peccato. Anche per la colonna sonora di Ry Cooder, che era da brividi.
A dirla tutta mancano anche "Big Wednesday" e "Point Break", e se vogliamo andare fino in fondo nessuno ha scritto di un disco fondamentale come "Pet Sounds" dei Beach Boys:).
3 - E Reitano? ne vogliamo parlare? manca anche lui.
(vabbé mo torniamo a Nunn Kem, altrimenti potrei dirti che manca anche il cinema melodrammatico di Merio Merola:))
ahah:).
No guarda che Pet Sounds è veramente un disco imprescindibile, non stavo scherzando.
www.ondarock.it/pietremiliari/beachboys_pet.htm
Scriveva Ferrotti su Ondarock:
"Nel frattempo, la maggiore fonte d'ammirazione per il giovane compositore si chiamava Phil Spector: il famoso produttore americano, ispirandosi addirittura a Richard Wagner, già da alcuni anni aveva introdotto in fase di produzione un sinfonismo - il cosiddetto "wall of sound" - che mirava a elevare la canzone pop a opera d'arte. Accogliendo la lezione di Spector, Brian raccolse la sfida con i Beatles. "Pet Sounds" fu il frutto di questa sfida: con i Beatles, con il maestro Phil Spector, ma soprattutto con se stesso. Egli era fermamente determinato nel suo obiettivo: "Voglio realizzare il più grande album rock di tutti i tempi". Esprimendo anche il proposito di voler portare un nuovo "valore spirituale" nella musica, il suo lavoro fu concepito non soltanto come un livello superiore nella produzione dei Beach Boys, ma come una nuova frontiera per la musica popolare tout court. "Pet Sounds" rappresentò, inoltre, la raggiunta maturità del formato "album": sebbene "Rubber Soul" dei Beatles avesse aperto la strada, mai prima d'ora si era visto un disco con una tale coerenza interna, con una tale qualità degli arrangiamenti e profondità dei testi. A quel punto, furono i Beatles a dover tentare di contraccambiare: nelle parole di George Martin, il celebre produttore del gruppo, "Sgt. Pepper's was an attempt to equal Pet Sounds" ("Sgt. Pepper's fu un tentativo di eguagliare Pet Sounds"). Un tentativo che, a parere di molti, non riuscì."
4, un giorno su lankelot ci sarà spazio anche per Merola. Me lo sento.