Novalis

Inni alla notte

Autore: 
Novalis

Entriamo nel regno della notte. La porta è nei sogni: il tetto è la morte. La luce si fa diafana, quindi, poco a poco, si spegne. Dolce. Nella tenebra tutto è come all’origine del tempo. Intatto, e vivo. Torniamo nell’innocenza e nella purezza, il dolore e l’esperienza, insuperbiti dall’oscurità, si stagliano nello spirito e si lasciano finalmente scalfire. I più fortunati tra noi sanno sconfiggere e scacciare il dolore e la nostalgia. A loro è riservato un segreto.

Il segreto loro riservato è che frammenti di quel dolore e di quella nostalgia devono essere carezzati, e coltivati: perché se solo si dissolvessero vivremmo in una luce inesistente, quella che al mattino acceca le pietre, e così è dagli albori della storia. Se noi dimenticassimo la sofferenza e la malinconia vivremmo come cenere: reliquie della sconsacrazione di un tempio, irriconoscibili e scevre di sentimento.

E dunque il segreto riservato a questi fortunati ricercatori è stato rivelato, rivelato e divulgato da un giovane mistico tedesco, più di due secoli fa. Questo giovane mistico è avvolto da allora in un’aura di adorazione e di devozione: Novalis non è solo colui che coltiva le terre vergini, Novalis è chi ha spalancato le porte della notte, e svelato la bellezza e lo splendore del regno delle ombre. Novalis è il poeta che cantava parole incise sullo spartito di Dio: l’opera prima, la grande incompiuta e la più fascinosa, il simbolo seducente della contraddizione e della luce della conoscenza. L’opera prima di Dio. Apparsa postuma. L’uomo.

Novalis era nel 1797 un giovane uomo che annoverava nella sua memoria la coscienza della decadenza, per via della progressiva rovina della sua famiglia; era un giovane artista che aveva infiammato la prima danza dei romantici; era un poeta innamorato d’una tenera musa, Sophie. Ad un tratto, le rovine che aveva sino ad allora contemplato, illudendosi che nulla potesse infrangerle, incantate e soavi come apparivano, parvero sgretolarsi. L’arte sola rimase a sostenerlo. In nemmeno un mese la morte rapì all’artista la sua compagna e suo fratello.

In quel momento la follia e la dissoluzione sono a un passo. Una sensuale incantatrice promette l’oblio, in cambio della logica e della lucidità, e del segreto dell’arte. Una giovane ninfa spalanca l’accesso al regno del piccolo popolo, vuole regalare l’eternità e la dimenticanza. La follia e la dissoluzione si contendono un uomo. Le profferte vengono rifiutate da chi conosce la segreta eco del canto di Dio: tuttavia, tutto ciò che ancora appartiene agli altri uomini viene rifiutato. Appare il crepuscolo senza principio e senza fine. Verità.

La malinconia, il dolore, il rimpianto hanno strappato Novalis dalla realtà, e dalla vita.

Sola rimase l’arte. E nell’arte confidò agli uomini il cammino della sua ricerca, e la direzione finale del suo cammino: gli “Inni alla Notte”, iniziati subito dopo l’addio di Sophie e di Erasmus, s’avviano in uno scenario di luce e terminano con l’anelito alla morte, il ritorno alla casa del Padre.

Silenziosamente camminiamo allora nei versi del “maestoso viandante, dagli occhi pieni di profondi sensi, dal passo leggero, dalle labbra ricche di suoni, dolcemente socchiuse”.

Voltiamoci alle nostre spalle.

 

Lontano giace il mondo

perso in un abisso profondo

la sua dimora è squallida e deserta.

 

Siamo nella sacra, ineffabile e misteriosa notte: malinconia profonda fa vibrare le corde del nostro petto.

Tutto quel che abbiamo vissuto, desiderio e speranza, rimpianto e nostalgia, appare come nebbia: forse decideremo di non tornare più indietro. Se avanziamo nella notte, dobbiamo spogliarci del ricordo.

Avanziamo. Esorcizziamo gli spettri. Dimentichiamo il giorno. La notte, poco a poco, assorbe la malinconia, la sublima, ed ecco come i primi vagiti della poesia invocano e proclamano l’arte.

 

Come infantile e povera

mi sembra ora la luce

come grato e benedetto

l’addio del giorno.

 

Dio ha rivolto a noi il suo sguardo. Sussurra la promessa del ritorno. Deliziato ascolta il canto della bellezza.

Novalis è nella dimensione del non ritorno. S’è invaghito della notte: niente ha più di umano, se non l’ombra. E dunque si avvicina il tempo di un nuovo connubio: il matrimonio dell’uomo e della notte, perché…

 

La notte mi annunziasti come vita.

 

Novalis non si confonde. Il sentiero della notte lo domina, e accetta di essere dominato. D’un tratto, si accorge che il regno della notte è senza tempo e senza spazio: “Eterno dura il sonno. Sonno santo”.

Noi, ospiti nelle parole del divino mistico, torniamo col pensiero alle veglie notturne dei cavalieri prima che fossero investiti della carica: inginocchiati ad un altare in una chiesa, occhi fissi in terra, nella purificazione suprema della notte, nella solitudine più perfetta, nel freddo intangibile del più arduo esame.

Chi, tra gli uomini, ha il coraggio di affrontare se stesso e l’energia di superare indenne una notte di scavo nella sua anima? Chi ha la forza di decidere di rimanere sul ponte nel naufragio del vascello, danzando con la polena mentre le onde si baloccano degli alberi e delle vele?

L’uomo che decide di consacrarsi alla notte accetta di poter crollare, e di annaspare in un buio oceano alla volta di una riva sempre buia, e sempre più lontana, nonostante ogni sforzo. Novalis è, oggi,  luna che sorride al naufrago, il “silenzioso araldo di misteri infiniti”. Avrà un epilogo il dolore. Avrà fine la ricerca. Speranza, allora.

Avanti, ancora.

 

Solitario come nessuno era mai stato, sospinto da indicibile angoscia, privo di forze, in me soltanto un senso di miseria, come mi guardavo intorno cercando aiuto, non potevo avanzare né indietreggiare, e mi aggrappavo alla fuggente vita, spenta, con infinita nostalgia.

 

E fu proprio allora, quando il ricercatore aveva perduto ogni speranza e già invocava la signora del niente, che la pietosa mano della notte giunse a sollevarlo dall’angoscia: quando era ridotto alla miseria, e paralizzato dalla disperazione. La Musa tornò a sorridere da dimensioni lontane e nuove, e il passato si dissolse in un momento, e l’estasi era la contemplazione del nulla, adesso, e la compagnia vacillante delle ombre, e la visione di perdizione della vita e della sofferenza che mai più sarebbe tornata, e vita adesso, in nome di Dio, vita nuova nella perfezione che all’uomo è impedita e proibita, perché quel giardino perduto torni, perché tutto sia nuovamente innocenza e luce e termini la prigionia, svanisca mentre tremano di pianto le mani la memoria della morte. Domandiamo supplichiamo a questo dio di aprire nuove porte. Nella notte.

 

Ora so quando sarà l’ultimo mattino, quando la luce non mette più in fuga la notte e l’amore, quando eterno sarà il sonno e un solo sogno inesauribile. Celeste stanchezza sento in me.

 

Orfeo non può tornare al travaglio del mondo, dopo aver avuto la visione delle dimore future, può lasciare che la sua ombra vaghi tra gli uomini, blandendoli di rassicurazioni e di innaturali prodezze. Orfeo rimane nell’Ade, dove Euridice attende di ascoltare il suo canto. Non è forse eternità questa? Non è forse questo l’infinito che era stato cantato dai poeti, nei secoli passati? Non è forse l’ombra e la tenebra e la notte la dimensione del sogno, dove tutto ritorna reale e persino una voce divina può suggellare nuovi patti? Fedele il mio cuore rimane alla notte.

 

Quale voluttà,

quale godimento offre la tua vita,

che in fascino equivalgano

ai rapimenti della morte?

 

La vita adesso possiede il poeta. Ondeggia, scrive Novalis: il giorno si consacra al coraggio, un coraggio dal sapore della disperazione di chi deve accettare e combattere i veli di Maya, la notte si dedica all’estinzione progressiva e ineluttabile di se stessi. Lascia che il giorno illuda i tuoi compagni: nella notte disgrègati, fratello, lascia tintinnare le ossa del tuo scheletro, libera lo spirito e danza la danza del minotauro. Oltre il velo di Maya appare il volto del tuo spirito. L’Unità è Reale. Io sono Unità.

S’infrange il piacere contro la sofferenza. Tutto scompare.

La notte rivela la forma e l’esistenza di nuove divinità. Il mondo cambia aspetto. Nuova visione. Resurrezione dell’uomo. “Non piange su nessuna tomba chi crede ed ama. Ora a nessuno il dolce bene d’amore è tolto”. Fine delle contraddizioni. L’incompiuta opera di dio si realizza ascendendo nel suo regno.

L’estasi della notte si riverbera nel canto eterno del Divinus Puer, Novalis.

Friedrich Schlegel aveva vaticinato: “Il destino mi ha affidato un giovane che può diventare tutto”. Quel giovane, che nella dottrina steineriana rappresenta l’incarnazione di Raffaello, sbriciolò i cancelli dell’ultimo avamposto dell’eterno, prima proibito all’uomo. E nella notte, sconfisse la morte, e ascoltò rifrangersi le onde dell’infinito.

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

 

Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg, rampollo di un’aristocrazia decaduta originaria della Bassa Sassonia, nacque nel 1772. Frequentò l’Università di Jena, dove, assieme a Schelling, il filosofo dello spirito e dell’infinito, assieme ad August e Friedrich Schlegel, fondatori della rivista “Athenaeum”, voce del Romanticismo, visse il momento più luminoso ed estremo del nuovo cammino di sacra ricerca artistica europea. Nel 1797 fu sconvolto dalle morti della sua compagna, la giovane Sophie, e del fratello Erasmus; a quei giorni risale la scintilla sublime dei sei “Inni alla Notte”, canto funebre e rivelatore della nuova esistenza, e dell’eternità che si schiude al poeta. Nasce Novalis, dunque, perché così si firmerà a partire dall’anno successivo: “colui che coltiva la terra vergine”. Nel 1801, non ancora ventinovenne, muore a Weissenfels, nei dintorni di Lipsia, dove la sua famiglia si era trasferita sin dal 1785 per dirigere le saline locali.

Tra le sue opere, ricordiamo il romanzo incompiuto “Enrico di Ofterdingen”, ambientato in un Duecento favolistico, il saggio “Cristianità o Europa”, pubblicato postumo, e i “Canti Spirituali”, intrisi di profonda religiosità.

La rimanente produzione è splendidamente frammentaria, secondo la Weltanschauung  Romantica. 

 

Novalis, “Inni alla notte – Canti spirituali”, Garzanti, 1986.

Introduzione di Ferruccio Masini, traduzione in versi di Giovanna Bemporad.

 

Novalis, “Opere”, Guanda, 1982.

A cura di Giorgio Cusatelli, traduzioni di Tommaso Landolfi, Ervino Pocar, Angelo Lumelli.

 


 

Lankelot, G.F., maggio del 2002.

ISBN/EAN: 
9788811363385

Commenti

Friedrich Schlegel aveva vaticinato: ?Il destino mi ha affidato un giovane che può diventare tutto?. Quel giovane, che nella dottrina steineriana rappresenta l?incarnazione di Raffaello, sbriciolò i cancelli dell?ultimo avamposto dell?eterno, prima proibito all?uomo. E nella notte, sconfisse la morte, e ascoltò rifrangersi le onde dell?infinito.

La notte mi annunziasti come vita.

Splendidi versi. Novalis è tra i miei poeti preferiti e quest'opera intensa e coinvolgente. Grazie tante, perchè me l'hai suggerita. é tra i libri che tengo sempre a portata di mano. Grazie ancora, davvero.

Il minimo. Spero, nei prossimi mesi, di poterti ringraziare dei libri che mi hai donato tempo fa. Da agosto a oggi ho letto sostanzialmente soltanto Lester Bangs, a parte quotidiani, riviste, riviste di settore, fanzine, siti web e via dicendo. E due romanzi di amici autori che stanno per uscire:).
Questo libro è fondamentale, sì. E deve rimanere patrimonio della minoranza di chi crede. (non solo nella poesia)

Sei giustificato, immagino. vista la mole di letture di questi anni. E poi io ti ho regalato saggi che per quanto interessanti non sfiorano nemmeno da vicino la bellezza dei versi di Novalis. Vedi Franco, uno può discutere, animarsi, pensarla spesso diversamente, ma quando c'è la poesia - e che poesia! - di Novalis di mezzo, credo non si possa che ammirare stupefatti. E goderne. Poterne godere, non solo di Novalis ma della poesia in genere, mi fa capire quanto sono (siamo) fortunato rispetto a molta aridità che mi circonda. E non è fortuna da poco, come ingenuamente si potrebbe credere.

no, infatti - è un miracolo, a ben guardare.

"Quel giovane, che nella dottrina steineriana rappresenta l?incarnazione di Raffaello, sbriciolò i cancelli dell?ultimo avamposto dell?eterno, prima proibito all?uomo. E nella notte, sconfisse la morte, e ascoltò rifrangersi le onde dell?infinito".

Spledida conclusione, da brivido.

"Musa tornò a sorridere da dimensioni lontane e nuove, e il passato si dissolse in un momento, e l?estasi era la contemplazione del nulla, adesso, e la compagnia vacillante delle ombre, e la visione di perdizione della vita e della sofferenza che mai più sarebbe tornata, e vita adesso, in nome di Dio, vita nuova nella perfezione che all?uomo è impedita e proibita, perché quel giardino perduto torni, perché tutto sia nuovamente innocenza e luce e termini la prigionia, svanisca mentre tremano di pianto le mani la memoria della morte. Domandiamo supplichiamo a questo dio di aprire nuove porte. Nella notte".

Non posso far a meno di omaggiare nuovamente questo tuo pezzo cosi ispirato. Un'esegesi cosi limpida e partecipata che emoziona quasi come il testo che l'ha ispirata. In questi giorni sto rileggendo Novalis, non solo perchè amo i suoi versi ma perchè sento che mi sono utili. Ne ho proprio bisogno, d'istinto, senza un vero perchè.

Ave caro Franchi, torna a parlarci di poesia. C'è ne è bisogno assai.

Frater Fede,
ti ringrazio di cuore, ti invito a scrivere del nostro splendido Novalis e ti prometto che scriverò presto di poesia. Anzi. Scegli l'autore, facciamo così, e di quell'artista scriverò.

(per te.)

9-10 Onoratissimo e lieto, ci penso e poi ti suggerisco l'autore (sarò clemente...). Di Novalis non oso scrivere perchè c'è il tuo insuperabile pezzo e perchè non ho fatto studi che mi consentano di poter scrivere agevolmente di poesia;) E siccome ritengo la poesia una cosa da trattare con la massima competenza lascio a voi letterati veri l'onore e l'onere di scriverne. Grazie della fiducia e del futuro dono;)

nella mia percezione letterato sei anche tu, che nasci poeta;).
attendo direttive, eseguirò.

vale,
gf

Allora, Franco, voglio strapparti due promesse per il futuro. Non a breve perchè sono opere complesse. Mi piacerebbe leggere un giorno di Pound e dei Cantos, magari solo alcuni Cantos (I Cantos Pisani, perchè no...) e non l'opera omnia che sarebbe come voler analizzare La Divinia Commedia o giù di li, vista la complessità. Leggerei volentieri anche pagine su Holderlin, altrettanto complesso. Di Ungaretti e Campana, che amo, ne hai già scritto. Vediamo un po'... le poesie di Herman Hesse o Garcia Lorca sono nelle tue corde? A breve è questo il dono che potresti lasciarmi(ci).

E grazie ancora, soprattutto per avermi dato del letterato;)

Holderlin, Garcia Lorca sicuramente sì. Ci torno volentieri.
Pound dovresti studiarlo a fondo:). Sarebbe una bella impresa. Mi segno due promesse, per ora. E grazie a te.

Hesse... Hesse l'ho letto tanto. Mi trovo più nel Lupo della Steppa che nei versi. Ma qualcosa, in ogni caso...

vediamo dai;).

Tranquillo, niente Hesse. Ti voglio ispirato;) Holderlin (che a mio avviso sarebbe comunque un lavorone esegetico non indifferente) e Garcia Lorca sono più che sufficienti. Nei tempi che vorrai, logicamente.