Nothomb Amélie

Stupore e tremori

Autore: 
Nothomb Amélie

INIZIAZIONE AZIENDALE (o D’UNA BELGA IN GIAPPONE)

«I giorni trascorrevano e io continuavo a non servire a niente. La cosa non mi disturbava più di tanto. Avevo l’impressione di essere stata dimenticata, cosa non del tutto sgradevole. Seduta al mio tavolo, leggevo e rileggevo i documenti che Fubuki mi aveva messo a disposizione. Erano prodigiosamente privi di interesse (…)»

Un anno prima di pubblicare il suo esordio, “Igiene dell’assassino”, la Nothomb si trovava in Giappone, assunta come interprete da un’importante multinazionale. Si trattava d’un ritorno alle origini, perché l’artista belga aveva vissuto i primi anni di vita in quella terra, mantenendone un ricordo splendido e stravagante (cfr. “Metafisica dei tubi”): questo senso di recupero della propria patria ideale e idealizzata poteva significare adesione entusiastica ad uno spirito culturale e un’acritica accettazione delle contraddizioni e dei contrasti del sistema nipponico. Ovviamente, la Nothomb si diletta a spiazzare il pubblico e racconta, nel suo stile scintillante e liquido – senza mai sospendere la narrazione, e senza mai diluirla; ma incidendo, e trascinando via con naturalezza il lettore – d’un anno vissuto difendendo un equilibrio nervoso pericolosamente provato dalle prevaricazioni e dall’autentico mobbing dei suoi diretti superiori. Mobbing avallato dai principi fondanti d’una cultura rigida e conservatrice, eccessivamente ligia alle gerarchie ed estranea – in sede aziendale – alla tolleranza.   

Trasfigura la sua esperienza esistenziale – ammettiamo e riconosciamo il retrogusto puramente letterario, per non dover definire questo libro un memoir – e tratteggia e affresca un incontro tra la cultura occidentale e la cultura nipponica negli anni Novanta. L’esito è un romanzo breve di grande fascino e immediatezza, caratterizzato da qualche topos dell’opera nothombiana (adorazione della bellezza femminile, allucinazioni a sfondo mistico – come in “Metafisica dei tubi”, autocitazione nelle ultime battute, affatto velata, al solito – qui rivolta a “Igiene dell’assassino”), giocato su una giustapposizione di eventi simile – per intenderci – ad una striscia di fumetti. Francamente, in più d’un frangente ho immaginato la Nothomb disegnata come Charlie Brown, mentre arrancava e precipitava, di gradino in gradino, nell’organigramma aziendale, a metà strada tra un grottesco impiegato fantozziano e un giovane Peanut in villeggiatura. Ma con più grazia, e deliziosa autoironia.   

Veniamo alla trama. 8 gennaio 1990. Amélie è impiegata, da un mese, presso la Yumimoto, ciclopica azienda legata all’import-export planetario. Lavora circa dieci ore al giorno, ha un contratto annuale. È agli ordini della signora Fubuki (“Tempesta di neve”) Mori, dalla voce dolce e piena di intelligenza, perfetta incarnazione della bellezza nipponica, eccezion fatta per la straordinaria statura (splendida la descrizione del suo viso, p. 14).

I suoi incarichi muteranno, sgradevolmente, in un brevissimo lasso di tempo: i suoi superiori rifiutano che un’occidentale possa parlare tanto correttamente il giapponese in presenza di dirigenti d’altre aziende, e preferiscono tramutarla, nell’ordine, in una aggiornatrice di calendari (ma la Nothomb è acrobatica e il suo funambolismo non viene compreso), un’addetta alle fotocopie (spesso imperfette, per questioni millimetriche), un’archivista (estranea alla logica degli zeri, e all’ermeneutica delle sigle), una ragioniera (ma afflitta d’anaritmeticismo), finalmente in una addetta alle pulizie nei bagni (maschili e femminili). Questo per via del suo indegno occidentalismo, deprecato e vituperato a oltranza.

Amélie vivrà questi declassamenti senza orgoglio e senza intelligenza, come ibernata (p. 42): l’adorata Fubuki immagina dapprima che sia una sabotatrice dell’azienda, quindi la reputa pazza, infine preferisce giudicarla una ritardata: ne deriva un rapporto d’insopportabile sudditanza e sottomissione. La Nothomb gongola, sembrando quasi godere dei maltrattamenti, pur di poter contemplare estatica la bellezza della sua responsabile.

Non mancano riflessioni sul sistema autoritario nipponico, sulla inevitabile accettazione delle deviazioni degli individui, piegati e feriti e traviati da imposizioni tanto nette e incomprensibili; segnalo le splendide pagine dedicate al ruolo e alla condizione della donna in Giappone (si veda, ad es., p. 62), destinate – a pieno titolo – a titillare l’interesse dei nostri intellettuali impegnati nei gender studies.

Un libro atipico e brillante – degno della fama dell’autrice.      

«Abbassai la testa.
– Ha ragione, non sono ancora del tutto consapevole dei miei limiti.
– Appunto. Ma, francamente, quale mestiere potrebbe fare?
Bisognava che le dessi accesso al parossismo dell’estasi.
Nell’antico protocollo imperiale nipponico, si afferma che ci si rivolgerà all’imperatore con “stupore e tremore”. Mi è sempre piaciuta questa formula che corrisponde così bene al ruolo degli attori nei film di samurai quando si rivolgono al loro capo, la voce traumatizzata da un rispetto sovrumano.
Assunsi dunque la maschera dello stupore e cominciai a tremare. Affondai uno sguardo pieno di spavento in quello della giovane donna e balbettai (…)
» (p. 110)


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Amélie Nothomb (Kobe, Giappone, 1967), scrittrice belga di lingua francese. Ha esordito nel 1992 pubblicando il romanzo “Igiene dell’assassino”.

Amélie Nothomb, “Stupore e tremori”, Voland, Roma 2001.
Traduzione di Biancamaria Bruno.

 

Prima edizione: “Stupeur et tremblements”, Editions Albin Michel, Paris 2000.

Approfondimento in rete: Mademoiselle Nothomb / Antenati.

Nothomb in Lankelot:

 


Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Settembre del 2004.  Prima pubblicazione: Lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788886586955

Commenti

Lette tutte frà. Lunedì faccio spesa ;) E poi tornerò a commentare con più cognizione di causa. :)

Da paura. Lunedì troverai pure le tre che mancano. Da lì, hai la visione dell'opera omnia eccetto gli ultimissimi due libri pubblicati. Daje!

Ma la frase nel finale:

"C'era di che rallegrarmi. Ma un particolare soprattutto mi mandò al settimo cielo: era scritto in giapponese."

Ho avuto difficoltà ad interpretarla. Forse perché finalmente Fubuki ha riconosciuto nuovamente la sua conoscenza della lingua (che prima le era stata proibita), rivalutandola di nuovo una persona conforme al suo concetto di dignità? Oppure c'è un intento meno morale? Dichiarazione d'amore per il Giappone? Semplice surrealismo? Tu Gianfrà che ne pensi (e chiunque abbia letto il libro)?

Penso sia un po' tutto questo allo stesso momento, e in fin dei conti probabilmente l'autrice è stata vaga a posta. E ti dirò di più - fondamentalmente, preferisco anch'io lasciare l'interpretazione aperta. Non voglio che le letture siano definitive, mi piace dare un senso e credere a quel senso, e magari provare a convincere gli amici:).
E' un po' quel che accade quando s'esce dal cinema e non si riesce a dare interpretazioni univoche (che so: Waking Life, Mulholland Drive, Donnie Darko: non è meglio fantasticare e scoprire chi hai di fronte per via dell'interpretazione, un po' come nelle macchie di Rorschach? Divago e torno al lavoro:) ).

Scritto in giapponese: probabilmente per significare un ragiunto status. Il giappone ha un'altissima concezione di se. Scrivere in giapponese in quel contesto significa riconoscere il raggiunto successo, affermazione, saggezza (sempre in senso positivo), l'aver capito l'essenza stessa della cultura nipponica, il ruolo e le ragioni del comportamento di Fubbuki nei confronti di un (all'epoca) ignorante occidentale che viene ora riconosciuta come una pari. Appunto tramite il giapponese.
Per capire e conoscere la storia e la cultura nipponiche: MUSASHI di Yoshikawa
A+

Grazie Thomas, una delle interpretazioni, appunto, fra le numerose. Non conosco Yoshikawa, in settimana imboscata in libreria.

Yoshikawa è un autore di grande valore letterario (1892-1962), Musashi è il suo romanzo più famoso, racconta l'iniziazione ed il cammino spirituale del più grande samurai di tutti i tempi, Myamoto Musashi appunto.
Mi pare di ricordare una recensione nel vecchio lankelot in merito, Franco ne saprà certo di più.

Movida! Lei ci illuminava e tornerà a illuminarci su quella Letteratura tanto trascurata da queste parti.

E' il disegno imperscrutabile: stamane, entro in libreria seconda mano, il primo titolo che leggo. 4 euro, non so se traduzione all'altezza. Appena arriverà il suo turno leggerò. Grazie per la dritta, di giapponese conosco Mishima, Yoshimoto e poco altro. Purtroppo si ha solo due occhi appena.

Leggerò la recensione, dopo la lettura e la visione del film. Grande Franchi!

Vengo a commentare ora. L'ho letto solo adesso (mea culpa). Mi avevi segnalato all'epoca due titoli ed io ho scelto questo...perché il titolo era appunto un'espressione nota riferita alla figura dell'imperatore o al ruolo samurai-signore. L'altro mi sa che lo recupererò presto ;P

Noto che sono anche nominata e condivido appieno la motivazione al numero 5 (ed anche il suggerimento di Musashi ...è un gran libro in tanti sensi). le spiegazione di quel gesto è l'essenza dell'essere giappionese. Nei confronti degli occidentali hanno un rapporto perverso. Finché si resta un semplice turista hanno dimostrazioni di cortesia e di attenzione difficilmente riscontrabili altrove. Soprattutto perché hanno un forte senso dell'onestà e non hanno malizia (o paure) nel fare le cose, nel prestare aiuto. se però vuoi restare ed integrarti nella loro realtà, soprattutto nelle grandi città, i risultati possono essere quelli descritti dalla scrittrice.

L'ho trovato davvero affascinante, sia per tema (ovvio, per me) sia per stile(ha un scrittura che cattura mille emozioni)...ma credo che se avesse pubblicato questo come primo titolo, non gli sarebbe arrivato il biglietto scritto in giapponese, ma la spada per il seppuku.Difficilissimo che, in termini così schietti, un giapponese esponga delle critiche così aperte al sistema, e la spiegazione là dà la stessa scrittrice nel libro quando fa riferimento al legame indissolubile tra il lavoratore e la società per cui lavora (visione estesa all'intera società e che un tempo era l'idea del legame tra giapponese ed imperatore, samurai-signore).
Non so se avete notato l'orario di lavoro...l'estensione di orario che farebbe impallidire i nostri sindacalisti (che non potrebbero mai esistere in Jap.), e che in quel paese viene vissuta in maniera diametralmente opposta alla nostra (es. la categoria che lavora di più è quella degli impiegati pubblici). Tant'è che è grazie al loro spirito di sacrificio totale che si sono ripresi in così poco tempo dalla seconda guerra mondiale.
Ed è molto bella la spiegazione sulla follia che raggiunge picchi elevati proprio a fronte delle rigidità del sistema. Chi non ce la fa o si suicida o si dà la cd "morte sociale" che si esplica in vari modi, ad ogni età. Il senso dell'onore e, quindi, del disonore, è un segno di distinzione per i giapponesi, nel bene e nel male.

Le pagine sulla donna giapponese sono strepitose e terribilmente e drammaticamente vere, in ogni singola sfaccettatura. Nota la descrizione dei figli che vengono cresciuti fino a tre anni e poi inviati al "militare"...è così...e questa è un'altra storia.

Tra le pagine, tra le righe di questo romanzo ha raccontato la società nipponica con gli occhi occidentali e l'ha descritta in tantissime sfaccettature molto apprezzabili.

Le pagine sulla sua notte abbracciata al computer sono tra le più belle pagine che ho letto negli ultimi anni. Un delirio....pepe nero...etchiù...ah ah ah ah ah (mi farà ridere a lungo)

a proposito io ho assaggiato diverse cosucce...la cioccolata al melone verde no, ma quella al tè verde sì (per l'appunto era verde)...ma a dire il vero il tè verde in Jap sa di pesce.. :)

12. un tè che sa di pesce? Non so se avrei tanto coraggio:)

(11. Mi sembra ci sia già materiale per un tuo articolo, completo;) Pensaci...)

13...beh ...c'è anche il gelato al pesce...su quello non c'è confronto

14.ci penserò...ho recuperato pure l'altro :)