Giappone 1989. Amélie è appena tornata nell’amata terra giapponese e sta muovendo i primi passi alla ricerca di un lavoro, nel proposito di mettere le radici nel Paese che più ama, nel Paese che l’ha ospitata nei primi cinque anni di vita, i più importanti per la formazione di un bambino, per imprimergli il senso di appartenenza ad un luogo o ad una cultura.
Amélie ha dimenticato la lingua, nascosta nelle profondità della memoria, e l’idea che le viene in mente è quella di uno scambio culturale tra ciò che ha da offrire e ciò che le preme di imparare. Pubblica un’inserzione offrendosi come insegnante di francese in una terra fertile di ricerca e di approfondimento delle novità. Amélie attende in un caffè di Omotesando, l’affascinante ed alternativa via della moda a Tokyo. Si presenta un giovanotto, Rinri.
La storia si dipana qualche anno prima delle sue disavventure lavorative in “
Stupore e tremori”, ma qui la narrazione è prodromica e finisce inevitabilmente, ad un certo punto, per intrecciarvisi.
Con stile assai godibile, a tratti invasato, a volte scomposto o poco fluente rispetto al resto della narrazione, con gli occhi nostalgici, estetizzati, estasiati, titillati dalla magia sensoriale della cucina e delle nuove scoperte, si addentra in una storia d’amore che amore non è. Lo definisce “koi”, “diletto”, il sentimento che la lega al ragazzo; pensa alla loro relazione come ad “Amoropoli”, un nuovo gioco inventato sulla falsariga del monopoli in cui Rinri è l’archetipo del cavaliere di altri tempi, mai volgare, mai inopportuno, mai stressante e forse per questo apprezzato dalla ragazza che tende a vampirizzare gli eventuali partner.
Rinri, che ad un certo punto, diventa “
Gesù Samurai” per quel gioco di parole che nasce dal nome (l’iniziale R come Ronin, il samurai che ha perso il suo padrone, e il resto del nome va da sé), è un giapponese un po’ atipico perché s’interessa ad una donna occidentale (è molto più frequente l’opposto per gli stessi motivi che ha spiegato l’Autrice in “
Stupore e tremori”), che si fa “sposa” segregata in cucina durante una cena con amici, che mangia salame italo-americano con salsa di maionese più che deliziare il palato con le pietanze care ad Amélie; lui che ad un certo punto vuol farsi “Cavaliere templare” ma che alla domanda “che cos’è il Papa per voi giapponesi?” risponde “niente”; lui che si presenta alla guida di una Mercedes bianca frequentemente utilizzata dalla Yakuza, la mafia giapponese (i giapponesi normali utilizzano i mezzi pubblici, macchine compatibili con l’ambiente e al 99% di produzione nazionale).
Gli appuntamenti di Omotesando traslocano in vari punti della città. Amélie si trasferisce a casa di un’amica. Il destino vuole che l’appartamento si trovi ad una manciata di metri dalla caserma di Ichigaya, luogo caro alla memoria di Yukio Mishima. Discutono sull’autore e lui pare stupito che gli occidentali apprezzino Mishima “i giapponesi non amano molto la sua personalità. Ma la sua è un’opera sublime. I tuoi amici europei ti hanno detto una cosa strana, perché Mishima è bello soprattutto in giapponese. Le sue frasi sono musica. Com’è possibile tradurle?” (pag.47). Ogni commento si rende superfluo. Nonostante la bravura dei traduttori, è migliore quella diretta dal giapponese, ma ciò non sostituisce il vibrante suono proveniente dall’utilizzo della lingua originaria.
Una delle tappe è la casa di Rinri in cui Amélie darà spazio ad uno dei suoi siparietti comici nella descrizione del castello di cemento con due metri di giardino (giardino zen), il must della ricchezza giapponese e l’irresistibile coppia di nonni che spiano la donna “bianca”. Una nota, quest’ultima, che avrebbe dovuto maggiormente sviluppare. La ragazza curiosa nella libreria del ragazzo ed è stupita di trovarvi Stendhal e Sartre “sapevo che i giapponesi adoravano quest’ultimo, trovandolo follemente esotico: avere la nausea di fronte ad un ciottolo levigato dal mare costituiva a tal punto l’opposto di un atteggiamento nipponico che l’autore esercitava il fascino della diversità” (pag.27); ma vi si trova anche l’opera omnia di Kaiko Takeshi, lo scrittore preferito da Rinri che era noto per la critica rivolta al sistema educativo giapponese.
Grazie a questo Amélie affronta un passo importante sul sistema educativo, di una rigidità apocalittica. Già durante il percorso sulla donna in “
Stupore e tremori”, aveva accennato al fatto che i bambini si allontanano presto dalle coccole materne per affrontare un regime “militare”. In quella sede, non aveva approfondito, lo fa in questo contesto, aiutata dalla vicenda personale di Rinri: “lì è cominciata la mia vergogna e non è mai finita” (pag.46). I bambini affrontano un percorso stressante che costituisce la selezione naturale nipponica, una selezione che li vede a cinque anni determinare il loro percorso di vita: un test che precluderà o meno l’accesso ad una determinata scuola che poi aprirà o meno le porte del futuro fino all’università. Chi non riesce ad entrare nelle prestigiose università a quel punto avrà il destino lavorativo segnato, diverrà “carne da macello” delle aziende. Impossibile pensare ad un funzionario, dirigente, etc. che non abbia un curriculum scolastico prestabilito dall’infanzia. Tutte le altre sono “università-stazione”, come le definisce. Rinri però ha già una posizione assicurata nella ricca azienda di famiglia, un privilegiato lui, ma la delusione del padre era stata forte. Poi non ci si stupisce dell’alto numero di suicidi tra i giovani giapponesi. Chi non regge si isola socialmente, diventa un “Hikikomori”, altri si suicidano. Il concetto, in definitiva, è lo stesso: la morte sociale o la morte fisica. Le ribellioni ci sono, ma di altro genere. Il conformismo in tal senso, così come nel lavoro, regna sovrano.
Vanno al cinema e, a parte la gioia di vedere nominato un film giapponese che trovo delizioso in un delirio di esaltazione delle papille gustative, “Tampopo” di Juzo Itami e che lei stessa definisce come “uno dei film più divertenti, più parodistici, più piacevoli che esistano” (pag. 105), trova la solita occasione di fare un felice raffronto sulla visione serena di film horror da parte nipponica e il pianto disperato di Rinri di fronte a “Le relazioni pericolose” di Stephen Frears.
Si trovano ad organizzare una cena a casa di Rinri, dove Amélie si perde in fantastiche elucubrazioni sull’elencazione dei pregi delle birre belghe e, quindi, sul cerimoniale della conversazione per l’intrattenimento dei commensali, un tempo lasciato alla geisha. I giapponesi ascoltano, dando l’impressione di star per prendere appunti. Lei è terrorizzata e ne vien fuori un altro spettacolo di pagine che si trasformano ne l’Ultima Cena alla Nothomb.
Inizia poi un pellegrinaggio rituale lungo i topoi giapponesi classici, alla scoperta delle tradizioni che marcano il vero sentimento d’amore che avvolge il romanzo: quello di Amélie verso il Giappone.
Si recano prima ad Hakone, luogo di villeggiatura estiva, affascinante meta termale, famosa per il lago Ashi che dà una spettacolare veduta del Monte Fuji incastonato tra le verdi valli. Simbolo potente, come quel virile mare giapponese, è l’apoteosi dell’estasi e dell’unificazione. Amélie si fa
Zarathustra nello scalarne le pendici, un percorso che ogni giapponese deve fare nella vita per potersi definire tale. È un rito a cui si sottopongono tutti, bambini, giovani, adulti, donne incinte, anziani che in religioso silenzio vi si apprestano, di giorno o di notte, in fila indiana “ vuoi o non vuoi, la nazionalità giapponese ha sempre una connotazione eroica” (pag.76).
La cosa che più importava era vedere l’alba nel più assoluto silenzio “all’improvviso, un frammento di rosso comparve all’orizzonte. Un fremito percorse la muta assemblea. Poi a una velocità che non escludeva la maestà, l’intero disco uscì dal nulla e sovrastò la pianura. A quel punto, si produsse un fenomeno di cui ho ancora un ricordo sconvolgente, dalle centinaia di cuori lì riuniti, tra i quali il mio, si levò un clamore: banzai!
Quel grido era una litote: diecimila anni non sarebbero bastati a esprimere la sensazione di eternità nipponica suscitata da quello spettacolo…con gli occhi pieni di lacrime, contemplai la bandiera del Giappone mentre perdeva poco a poco il suo rosso per riverberare il suo oro nell’azzurro ancora chiaro. Ero al settimo cielo” (pag.82).
Un’altra volta Amélie si reca da sola ad esplorare la vetta del Monte Kumotoriyama, in cui rischia la vita, in una tragi-commedia dai magici risvolti. Avventura (o disavventura) che ricorda da molto vicino le folli notti di Amélie nell’azienda giapponese in “
Stupori e tremori”. Un altro momento esaltante è la visita all’Isola di Sado che le darà occasione di un felice accostamento ad un ben noto Marchese.
La tappa più dolorosa è ovviamente Hiroshima. Amélie deve ancora scoprire quel luogo. Prendono l’aereo, anche se preferirebbe il treno, per non sentirsi a bordo dell’Enola Gay.
E le impressioni su quella città sono identiche alle mie. Ci sono palazzi, c’è il verde, ci sono i colori. Una città in movimento, moderna, ma quando si guardano le rotaie del tram non si può fare a meno di avere come un flashback. Rimetto alle sue parole i pensieri: “la gente di Hiroshima sembra vivere più intensamente degli altri posti. Abitare in una città con un nome che, per il pianeta intero, è simbolo di morte aveva esaltato in loro la fibra vincente; ne deriva una sensazione di ottimismo che riproduceva l’atmosfera di un’epoca in cui ancora si credeva nell’avvenire. La constatazione mi colpì al cuore. Fui subito sopraffatta da questa città dall’atmosfera lacerante di spavalda felicità” (pag.67). Aspetta Amélie, ancora non sai tutto. Non sei arrivata in quel luogo, da cui uscirai sentendo di aver perso qualcosa di te che non tornerà più, o al contrario, di aver appreso finalmente: “il Museo della Bomba mi riempì di stupore. Per quanto si sappia tutto, i dettagli della vicenda sono al di là di ogni immaginazione. In quel museo, le cose vengono presentate con un’efficacia che sconfina nella poesia…” (pag.68). Eh sì, signorina Nothomb, Hiroshima è una tappa che non si dimentica, ma lo spiega lei: “passeggiando per le strade di quella città di provincia, pensai che la dignità nipponica trovava qui la sua rappresentazione più sconvolgente. Nulla, assolutamente nulla, mi suggeriva l’idea di una città martire. Pensai che in qualsiasi altro paese, una simile mostruosità sarebbe stata sfruttata fino alla nausea. Il capitolo della vittimizzazione, tesoro nazionale di tanti popoli, a Hiroshima non esisteva” (pag.68). Eppure il martirio non è solo in quei morti di allora, è ancora nell’aria, nelle viscere della terra, in quelle ombre attaccate alla pietra che un tempo erano uomini, in quelle escrescenze tumorali dei sopravvissuti, operati mille e mille volte, nei discendenti e in quelle donne che venivano ripudiate, isolate, perché avevano ormai geni malati e non avrebbero potuto procreare che mostri.
Ma lei, Amélie ha capito e cambia capitolo. Hiroshima è anche la patria dell’
Okonomiyaki, detto anche Japanese Pizza, uno piatto che contende ad Osaka l’originalità. Un piatto che le ricorda l’infanzia, assai tradizionale, gustoso tanto da far venire l’acquolina al solo pensiero e che non ha più mangiato da allora, perché escluso dai ristoranti in Europa. Un piatto che desta forti attacchi di nostalgia anche alla sottoscritta.
Amélie, si trova a questo punto ad affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro giapponese, di cui altrove aveva raccontato l’infernale esperienza. In quell’anno di umiliazione è talmente stanca che il rapporto con Rinri si fa inquietante. Continuano a vedersi, anche se meno frequentemente, almeno finché lui non le chiede di sposarlo.
A quel punto l’aereo non può che farsi “pegaso”.
“Fratello mio, io ti amo. La mia partenza non è un tradimento. Può capitare che la fuga sia un gesto d’amore. Per amare, ho bisogno della mia libertà. Parto per preservare la bellezza di quello che provo per te. Non cambiare” (pag.146).
Parole d’amore rivolte al Monte Fuji ma anche a quel fraterno samurai di Rinri. Lei è ora pronta per diventare la “casalinga di Juliette Nothomb”, l’amatissima sorella, che le appariva di tanto in tanto, anche in una fumante ciotola di brodo per noodles.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Amélie Nothomb (Kobe, Giappone, 1967), scrittrice belga di lingua francese. “Igiene dell’assassino” è stato il suo primo romanzo.
Amélie Nothomb “Né di Eva né di Adamo”, Roma, Voland, 2008. Traduzione a cura di Monica Capuani.
Prima edizione: “Ni d’Eve ni d’Adam”, 2007.
NOTHOMB in Lankelot:
Commenti
con una spada samurai in copertina, questo libro non poteva non essere mio...e la verità è quello che sento più vicino...pura nostalgia, tra Templari, Mishima, Okonomiyaki, samurai, Monte Fuji,Tokyo, Omotesando, Hakone e lei...Hiroshima..
"all?improvviso, un frammento di rosso comparve all?orizzonte. Un fremito percorse la muta assemblea. Poi a una velocità che non escludeva la maestà, l?intero disco uscì dal nulla e sovrastò la pianura. A quel punto, si produsse un fenomeno di cui ho ancora un ricordo sconvolgente, dalle centinaia di cuori lì riuniti, tra i quali il mio, si levò un clamore: banzai!
Quel grido era una litote: diecimila anni non sarebbero bastati a esprimere la sensazione di eternità nipponica suscitata da quello spettacolo?con gli occhi pieni di lacrime, contemplai la bandiera del Giappone mentre perdeva poco a poco il suo rosso per riverberare il suo oro nell?azzurro ancora chiaro. Ero al settimo cielo? (pag.82).
?passeggiando per le strade di quella città di provincia, pensai che la dignità nipponica trovava qui la sua rappresentazione più sconvolgente. Nulla, assolutamente nulla, mi suggeriva l?idea di una città martire. Pensai che in qualsiasi altro paese, una simile mostruosità sarebbe stata sfruttata fino alla nausea. Il capitolo della vittimizzazione, tesoro nazionale di tanti popoli, a Hiroshima non esisteva?
?i giapponesi non amano molto la sua personalità. Ma la sua è un?opera sublime. I tuoi amici europei ti hanno detto una cosa strana, perché Mishima è bello soprattutto in giapponese. Le sue frasi sono musica. Com?è possibile tradurle??
("Hiroshima è anche la patria dell?Okonomiyaki, detto anche Japanese Pizza, uno piatto che contende ad Osaka l?originalità. Un piatto che le ricorda l?infanzia, assai tradizionale, gustoso tanto da far venire l?acquolina al solo pensiero e che non ha più mangiato da allora, perché escluso dai ristoranti in Europa." : sai che non ne sapevo assolutamente niente? Volo a vedere il video. Piatto mai sentito nominare)
Bene, grazie a questa scheda credo che Lankelot.com abbia raggiunto l'opera omnia (IT) della Nothomb. Sbaglio o non manca niente? Ah, la "Biografia...", di cui scrisse Sim!
(grazie Movi. Lavoro chiaro & completissimo.)
Ehm, nella seconda riga del paragrafo che parla di Hiroshima: "Prendono l'aereo, anche se preferirebbe l'aereo"! Forse preferirebbe il treno? ... (-: Ciao!
7. Grazie :)
5. Io adoro l'okonomiyaki. Non l'ho ancora trovato in Italia.Nell'animazione arrivata in Italia era travestito da "polpetta". In Jap ho fatto il pieno, ma ormai sono in riserva tanto che sto iniziando ad imparare a... Ci sono molti ristoranti in versione fast-food di questa pietanza. Il bello è che ordini e praticamente te lo cucini da solo sulla piastra che c'è su ogni tavolo, mettendogli l'impossibile sopra: un vero cibo "schifezza" (nel senso delizioso del termine).
stupendo:)
Insomma questo libro è un compendio sull'identità nipponica. Altro che centralità della storia d'amore come avevano sbandierato alla presentazione del libro in tv, mi pare fosse dalla Dandini.
E' incredibile la serie di coincidenze con i discorsi affrontati in macchina nei giorni scorsi e soprattutto è incredibile che la Nothomb riesca a condensare in un libro solo tutti i temi a te più cari: dai samurai ai templari, da Mishima al Monte Fuji, dalla cucina giapponese ad Hiroshima, dal sistema educativo al ruolo della donna. Non manca proprio niente, sembra essere stato scritto appositamente per te. :)
le penne di lankelot stanno nutrendo il rinsecchito germoglio nipponico che avevo, nascosto in mezzo a qualche nozione di vago oriente. se continuo così terrò una katana come segnalibro. ;-)
10. non puoi capire quanto io stessa sia rimasta stupita dopo aver preso questo libro attirata dalla katana in copertina. La storia d'amore è tutta a suo modo (inesistente la sdolcinatezza), la maggior parte del libro sta da sola...e ne combina di ogni...ed il vero rapporto affettivo è con il Giappone.
11. ahahahha esistono in effetti anche le mini katane segnalibro :)))