Nirigua Silvia

Un quarto di me

Autore: 
Nirigua Silvia

“L’amore è un fiore delizioso da cogliere sul ciglio di un abisso spaventoso.” (Stendhal)

La citazione che precede l’inizio di ‘Un quarto di me’ ne descrive la filosofia. Quattro personaggi diversi per sesso, preferenze e stili di vita eppure alla ricerca. Una ricerca di qualcosa che sembra difficile da afferrare, trattenere, cullare.
L’amore certo ma anche un equilibrio proprio che non risenta del tempo o delle maree, la voglia di mettersi in gioco rischiando e la paura di sbagliare rotta.
I quattro personaggi si raccontano in prima persona, è un alternarsi di voci che entrano ed escono dalla narrazione scandendo un ritmo che segue il flusso degli eventi, dei pensieri e tenta di amalgamarne i toni.
E’una grossa sfida, questo libro, perché la scelta di far raccontare ai personaggi ha messo l’autrice nella difficile posizione di trovare quattro registri, forme linguistiche che potessero essere abbastanza diverse da risultare credibili nel rappresentare persone differente. Una sfida dicevo che si snoda tra il rincorrersi dei personaggi, le curve e le frenate, in un lasso di tempo brevissimo dove tutti finiscono con lo sperimentare il sesso, il crollo e una timida risalita.
Il linguaggio tenta di frammentarsi, di far sentire la voce di Stella, Alessio, Bruno e Silvia. Ci prova e in parte ci riesce perché ognuno di loro ha qualcosa di diverso da trasmettere, da far uscire piano piano, come in un gioco di incastri. È davvero molto difficile gestire registri diversi e qui la sfida è doppiamente complessa perché tutta la narrazione ruota attorno all’alternanza delle voci, non c’è un narratore esterno che media o comunque allenta la pressione sui toni. Ci sono loro, quattro anime che corrono, cercano, si affannano e amano. Ecco perché la gestione dei registri si fa complessa, oltre al fatto che i quattro personaggi non hanno caratteristiche gergali o sociali che li possano caratterizzare ulteriormente. Non ci sono, per intenderci, inflessioni dialettali o condizioni che li renderebbero più facilmente tratteggiabili. Sono quattro persone come tante, di media cultura, sulla trentina e senza una famiglia propria.
Ho trovato molto intrigante l’idea di mostrare lo stesso evento (nella fattispecie una festa in una vecchia fabbrica) da diverse angolazioni, a seconda di quale personaggio ‘prende la parola’. Intrigante e abilmente gestito, la Nirigua è una regista attenta e capace, che non si perde nelle tessiture, gli incastri restano vivi e pulsanti fino all’ultima pagina.
Verso la fine i pensieri tendono a tratti a diventare un po’ pressanti, mentre il lettore sente che il cerchio si stringe, la corsa si fa più difficile, manca quasi il fiato per continuare eppure non ci ferma, si continua a leggere. Ecco che in certi punti i pensieri diventano frenate un po’ troppo brusche, ma è un fastidio leggero, appena percettibile.
Le fragilità e le contraddizioni sono sottili ma palpabili, l’autrice ne ha la piena consapevolezza e ci ‘gioca’ con sapienza, svelandole senza fretta, tenendo il lettore in perenne attesa.
È curioso notare come accanto ai quattro personaggi che ho già citato, già verso metà del romanzo, sono evidenti e udibili i respiri di altrettante figure fondamentali per la narrazione. Le madri (e in alcuni casi i padri, ma molto di più le madri).
È curioso, dicevo, perché è un’evoluzione che non ci si aspetta. I quattro protagonisti parlano di se, della loro vita presente, amori, abbandoni, fallimenti, incertezze. Si raccontano come farebbero davanti a un cockail in un pub fumoso e affollato. Il lettore, quindi, non si aspetta di veder arrivare queste nuove figure, i genitori, che sembrano un contorno ma diventano sempre più importanti, quasi a voler scalzare i quattro protagonisti. Ed è un’escalation di flash back, cicatrici passate che ancora spurgano e chiariscono i comportamenti presenti, quelle fragilità di cui accennavo sopra e che sembrano banali segni di immaturità hanno radici ben più profonde e dolorose.
Si potrebbe dire che dentro la narrazione principale c’è una sorta di giardino segreto dove ogni tanto si entra per carpirne i misteri, uno spazio popolato da madri malate, morte, chiocce, tradite, amorevoli quanto indifferenti. Poi sbuca qualche padre, uno in particolare che si abbandona a un pianto liberatore davanti al figlio creduto perduto. Un giardino pieno di piante delicate quanto comuni, insomma, un giardino che resta chiuso mentre i protagonisti si presentano ma che poi lascia entrare il lettore amplificando i colori, i sapori e i suoni di un romanzo che pulsa, nelle sue imperfezioni e originalità.

“ Il dolore piano piano smantella l’impalcatura che la rabbia ha costruito attorno a me nel corso di tutti questi anni. In una sola notte la struttura ha cominciato a cedere, si sono aperte delle falle che non so se serviranno a mandarmi a fondo o al contrario a tirarmi su, facendomi perdere solo zavorra.”  STELLA
(pag.140)

“ Rimanevo immobile a sperare che le note si accumulassero dentro di me fino a formare qualcosa di solido e compatto, fino a riempire in qualche modo il vuoto che si era aperto dentro di me. Dovevo provare qualche cosa, un’emozione a caso, provocata dalla melodia della mia canzone preferita.”  BRUNO
(pag.124)

“ Ho l’impressione che l’amore sia come un interruttore, acceso o spento e non il risultato di un fitto intreccio di emozioni. Questa volta succede in un secondo.”  SILVIA
(pag.106)

“Quante volte ho cercato di sfuggire allo sguardo di mio padre, che sembrava giudicare cose di me ancora lontane dall’accadere. Ma lui ne era certo, coglieva in me l’imbarazzo di quello che sarei divenuto. Noi lo avevamo seppellito prima del trapasso e lui mi aveva condannato in totale assenza di reato. Certe cose si sentono, se solo uno le vuole ascoltare.”  ALESSIO
(pag.97)

In mezzo alle voci, ci sono molte frasi così vive, vere e crude che vale la pena sottolineare (come ho fatto io) e tenerle chiuse in un cassetto che io so, riaprirò molto presto. Come questa:
“ Ma, a volte le tue giornate perdono la consistenza dei giorno e delle notti, per diventare un unico pannello grigio sullo sfondo, allora corri il rischio di dimenticare che le reti sono nate per imprigionare e non per salvare.” (pag.34)

EDIZIONI ESAMINATE E BREVI NOTE
Nirigua Silvia (Bologna, 1973). Attualmente vive e lavora a Bologna. Ha pubblicato ‘Trema, fanciulla, trema’ (Zoe, 2003) e ‘Un quarto di me’ (MeridianoZero, 2006).

‘Un quarto di me’ di Silvia Nirigua, MeridianoZero, collana ‘gli intemperanti’, 2006, pag.155, Euro 9.

APPROFONDIMENTI IN RETE
Una profonda e attenta recensione QUI su Books and other sorrows di Francesca Mazzucato.

ISBN/EAN: 
8882371190

Commenti

Amices, nuovo articolo di Barbara!

"E?una grossa sfida, questo libro, perché la scelta di far raccontare ai personaggi ha messo l?autrice nella difficile posizione di trovare quattro registri, forme linguistiche che potessero essere abbastanza diverse da risultare credibili nel rappresentare persone differente. Una sfida dicevo che si snoda tra il rincorrersi dei personaggi, le curve e le frenate, in un lasso di tempo brevissimo dove tutti finiscono con lo sperimentare il sesso, il crollo e una timida risalita."

> Scelta interessante davvero. Ottima segnalazione.

"C?è il nostro tempo, ci siamo noi e c?è il senso dell?intimità, dell?amore, del desiderio, il senso ultimo e vero, quello non necessariamente( e non sempre) consolatorio. Non vi dispiacerà affatto."

> Scriveva la Mazzucato due anni fa. Prendiamo nota.
Qui notizie sull'opera prima:
http://www.arcigaymilano.org/stampa/dosart.asp?ID=14735