La metà di tutto è una storia di donne. Di voci femminili che si cercano, perdono, sfuocano e scivolano.
Di certo non mancano le incursioni maschili ma sono comparse, arrivano e vanno quasi in silenzio, in punta di piedi.
Non so quanto sia voluto piuttosto che ‘arrivato’ durante la scrittura. Resta il fatto che ‘La metà di tutto’ sviscera sensibilità profonde, odori e confusioni.
Ed è una narrazione che non accoglie, anzi. Colpisce subito, dalle prime pagine, confonde e continuerà a farlo, il più possibile.
C’è una voce che ne racconta un’altra, ma è un raccontare in seconda persona che non si estrania mai, non perde il filo, non amplia l’orizzonte. Bensì resta concentrata, onesta quanto cruda.
Perché anche la seconda persona ha un ruolo, ha qualcosa da lasciare a chi legge ma lo fa in trasparenza, con la ruvidità dei giochi d’ombra.
Lo stesso titolo, è tutto sommato un messaggio. Una ripreso di un passaggio della trama ma non solo. Secondo me ‘la metà di tutto’ è un approccio parziale, un rispecchiare l’intento di una storia raccontata volutamente a metà solo che, leggendo, si scopre che ‘quella’ metà ruota, si capovolge, gira su se stessa e ne svela l’altra, di faccia, quella che sembra inesistente, persa, svuotata. Invece c’è, era lì, il lettore ce l’aveva sotto il naso dalle prime righe ma non era pronto (così come non lo era la protagonista). Le tempistiche sono chiavi di lettura, tanto quanto gli incontri, le ritirate e i giro-giro-tondo.
La scrittura della Nirigua inghiotte tutto, umori quanti oggetti, personaggi (di ogni tipo, primari ma anche velati) e luoghi.
C’è quest’appartamento che sembra un’entità assestante, capace di appiccicarsi sulla protagonista, di assorbirne ogni energia trasudando sporco incrostato e unto ovunque.
C’è un pronto soccorso, dove Silvia, la protagonista, lavora come anestesista, con le sue storie che echeggiano lungo i corridoi, tra talco e lattice.
C’è una nuova conoscenza, Marina, un’infermiera in fuga che la corteggia, tenta di aprirsi un varco.
Ma anche un’altra ‘nuova’ conoscenza, che racconta e sembra venire da un mondo diverso, lontano dal sangue, e che l’aspetta seduta al tavolo di un bar – il solito – e la fa vibrare a ogni nuova occhiata. A pag.25 in un ‘credi di vedermi per la prima volta, non mi riconosci’ è racchiuso un preciso messaggio che il lettore non può, a quel punto, decodificare ma recupererà dopo, nella lunga corsa finale.
In definitiva è un romanzo di vuoti e riempimenti. Ma anche di buchi enormi, celati quanto straripanti. E la protagonista non sembra accorgersene, non subito almeno. Li zittisce con i turni di lavoro, a volte l’alcool e quel dolore che sembra talmente potente da scuotere qualsiasi cosa. Eppure loro, i buchi, si ribellano, vogliono uscire, non accettano.
‘O forse è solo che stai riempiendo qualcosa dentro di te e ancora non sei arrivata a livello.’(pag.26)
‘Ma io vorrei aiutarti, sento tutto di te, e più forte del resto avverto l’unica cosa veramente impalpabile, il vuoto.’ (pag.26)
‘… ti riesce così semplice cambiare la vita degli altri che ormai non ci fai più caso. Della tua non si occupa più nessuno, tu stessa ti stai abbandonando, ti preoccupi solo di allargare la cosa che si prosciuga dentro di te.’ (pag.91)
Allora arriva il mal di testa, quello localizzato ma ballerino, instabile eppure continuativo. Quello che se ne frega delle medicine e persiste tra notti e giorni che diventano uguali. Quello insomma. E’ di certo una manifestazione di un’intensità strisciante, è un urlo sordo, interiore eppure che pulsa proteso verso l’esterno. E non si può annullare. Tutt’altro, è lui che ci prova, a cancellare la protagonista, a farla uscire dal quel vivere che è puro dolore e basta.
Un breve accenno sulla protagonista.
A pagina 34 c’è l’incontro con Marina, e quel nome e cognome di rito. ‘Silvia Nirigua’ dice appunto la protagonista. Proprio lì, bisognerebbe fermarsi. Quel ‘Silvia Nirigua’ innesca la dinamica curiosa di associazione autore – protagonista. E’ inevitabile. Chi è Silvia Nirigua? Chi è davvero? Perché ha dato il suo nome al personaggio? Forse non lo è, il suo nome. Magari, invece, è il contrario: questa storia è nata da costole precise, le sue. Mi verrebbe da rispondere ‘ni’ a entrambe le ipotesi. Leggendo ci ho percepito, un certo simbolismo, preciso in realtà, un giocare con l’identità e i nomi. Non ne ho la certezza ovviamente.
Dal punto di vista linguistico è una scrittura secca, che non si perde in fronzoli. Pondera. Tratteggia, corre, rincorre, frena e vira. I dialoghi sono brevi e sempre funzionali, non ci sono cali di tensione – direi davvero mai – perché anche quando tutto si ferma lei, Silvia, elabora attraverso la narrazione in seconda persona.
Uniche annotazioni personali da lettrice riguardano i paragoni e l’uso del termine ‘cosa’. Ci sono pagine dove sembrano volutamente ‘ingombranti’, come se fossero stati usati in leggero sovrabbondanza proprio per sporcare un linguaggio che, invece, sembra perfettamente in grado di raccontare, zittire e indurire. Non credo che la Nirigua non avrebbe saputo spiegare senza usare certi ‘come’ tanto quando i ‘cosa’ potevano diventare altro. Perché l’ho sentita una narrazione di testa (certi vocaboli sono usati con precisione e consapevolezza), prima di tutto, ma anche di pancia, però di ‘una’ pancia abituata a vomitare sapendo cosa fa, ragionandoci, tentando si zittire qualcosa e qualcuno che, in realtà, parla in continuazione.
Ne esce una storia dolorosa, crudele. Come spiegherà la stessa Nirigua, piena di ragnatele che offuscano, sporcano. Eppure in mezzo a tanta sofferenza che sembra inconsolabile, un buco nero informe, lì ci sono piccoli spiragli. Silvia ha deciso ma forse non quello di cui si è convinta, forse sta lentamente, inesorabilmente, affrontando una salita terribile. E nella sua brevità il lettore ha il giusto tempo, il ritmo necessario per arrivare ad assaporare il necessario, decodificare e ritrovarsi un po’.
‘Ancora risate e tu realizzi che c’è un senso di appartenenza in questi vostri raduni. […] Vi sentite parte della stessa specie umana.’ (pag. 69)
Alcuni mesi fa lessi il primo romanzo della Nirigua, ‘Un quarto di me’ (MeridianoZero, 2006) e non ho dubbi che la voce sia la sua, non è cambiata nei cardini eppure è diventata più graffiante, decisa. Scava in profondità perché ne ha bisogno, se ne sente l’urgenza quanto la pericolosa funzionalità. Non c’è nulla di gratuito, nella trama quanto nei tratteggi. E’ tutto essenziale ma più orientato verso certe zone d’ombra che toccano corde importanti, silenzi ormai divenuti abituali.
Concludo lasciando alcune bricioline, su questo personaggio complesso quanto controverso. Sull’approccio fuori dagli schemi tradizionali.
‘ Pensi a tutti i drammi immaginari che costellano l’infanzia e ti rendi conto che per te non sono mai finiti, crescendo si sono solo tramutati in realtà.’ (pag.29)
Quelle due parole vicine eppure lasciate lì come se non fossero importanti, ‘drammi’ e ‘immaginari’ hanno rimbalzato nella mia mente mentre proseguivo la lettura, pretendendo poi che tornassi a recuperarli. Per un medico, di qualsiasi specializzazione, i drammi immaginari sembrano quasi una barzelletta. Proprio chi ha a che fare tutti i giorni con dolori fisici e mentali ‘reali’, veri in quanto tali, resta ingabbiato da percezioni definite ‘immaginarie’ma che poi si trasformano in ‘realtà’. Lì, in quel breve passaggio, c’è una chiave di lettura importante, secondo me.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Nirigua Silvia è nata nel 1973 in provincia di Bologna. Nel 2000 si è trasferita a Bologna dove attualmente vive e lavora. Ha pubblicato con Meridiano Zero: ‘Un quarto di me’, nel 2008 per Sartorio: ‘La metà di tutto’.
‘La metà di tutto’ di Silvia Nirigua, Sartorio 2008 (collana: Giovani Cosmetici) –Euro 10.
APPROFONDIMENTI IN RETE
Una recente intervista a Silvia Nirigua su ‘La metà di tutto’ QUI.
Il Blog di Giovani Cosmetici ricco di articoli, interviste alla signora Belloni, e pubblicazioni varie sull’antologia e il progetto ‘Giovani cosmetici’.
Barbara Gozzi, Luglio 2008
Commenti
Amices!
Nuovo articolo di BG, dedicato all'ultimo libro della Nirigua.
Buona lettura