Nin Anais

Scale di fuoco

Autore: 
Nin Anais

La finestre era aperta sul giardino e Jay disse: “È come lo scenario di Pelléas et Mélisande. È tutto un sogno” (pag.71). Parlavano. Il loro rapporto era la figura essenziale e centrale di questo sogno privo di dolore. Aveva assunto le sembianze di u’immagine primitiva a cui entrambe amavano lasciare oggetti in segno della loro adorazione e della loro devozione (pag.19).

Anais Nin è un’autrice trasformista, una ricercatrice di intenti, animi, comportamenti, sensi, ragioni, affettività e reazioni. È un’annotatrice di schegge. E i suoi scritti, quelli attualmente in commercio, ne sono un’evidenza. Non c’è un unico e inequivocabile percorso, nell’attività della Nin, in quanto col tempo, la stessa autrice è intervenuta negli ‘impasti’, li ha modificati, accorpati, uniti e separati, ripresi in diversi modi, spostati. Se ne evince che i libri attualmente reperibili sono un campionario ancora ‘in movimento’ a testimoniare la grandezza di un’artista fuori dal comune, proiettata verso dinamiche e spazi decisamente lontani dalla narrativa americana a lei contemporanea ma – ancora più incredibile – della letteratura di oggi, del XXI secolo.
Scale di fuoco’ è il primo di cinque romanzi che la Nin riunì in un roman fleuve da lei denominato ‘Cities of the Interior’ perché è lì, nell’interno, nell’entroterra di ognuno che ha lavorato tutta la vita. Dicevo di cinque romanzi, uniti dagli stessi personaggi che tornano, si rincorrono, appaiono e scompaiono in un infinita danza di gesti velati, accadimenti pieni di aloni, dai tratti sfuocati quanto analizzati con una lucidità, acutezza, sbalorditivi.
Eppure.
Ogni romanzo, per stessa ammissione della Nin, col tempo ha preso a respirare autonomamente, proprio per l’assenza di un inizio e una fine precisi, piuttosto un continuo reimpasto di ingredienti restituiti con crescente profondità, spessore, fatica.
Come già in ‘Figli dell’albatros’ che ho letto prima (a dimostrazione che, senza saperlo, è possibile avvicinarsi agli scritti della Nin senza finire incastrati negli schemi rigidi della consequenzialità, perché per lei non esisteva un unico percorso, nelle storie quanto nelle persone, nei fatti ma poi anche nelle analisi comportamentali, negli scavi), ovviamente anche ‘Scale di fuoco’ è un non romanzo, una narrazione che cola, sbava, scivola e si stratifica. In questo libro i personaggi vengono presentati con maggiore accuratezza, c’è l’evidente volontà di darne spessori, profondità, precisi, che possano spiegare gesti e scelte future.

È un impasto narrativo onirico, è stato detto da molti, dove onirico assume contorni simbolici, quanto mutevoli. Perfino i gesti, le scene non sono precise, vengono spennellati dalla Nin con l’abile arte del senso-non senso, anima-corpo, detto-non detto.
Perché i personaggi, le scene, i luoghi non sono mai solo personaggi, scene, luoghi. Sono significati, simboli che definiscono sensi. Sono ‘oggetti narrativi senza forma’, plasmabili quanto familiari.
D’altra parte la Nin non ha mai desiderato ‘fotografare’, rendere il più possibile oggettiva una precisa realtà perché riteneva che la realtà per definizione non può essere unica piuttosto esistono tante realtà che sono quelle sentite, percepite, ricordate, assorbite da ognuno. Da qui l’esigenza di scrivere per percezioni, attraverso una lente che sfuoca ma non dimentica, che trasforma i dettagli in simboli (‘Vedo simboli ovunque’ ha detto la Nin, il suo era un bisogno mai veramente soddisfatto che l’ha portata ad avvicinarsi alla psicanalisi, pur di soddisfare l’ossessione per gli scavi, le comprensioni fonde e scure dell’emotività umana, dell’essere che ognuno porta con sé con un’inconsapevolezza, ignoranza che le erano insopportabili. Lei doveva recuperare i sensi, riportarli a galla, svelarli per capire almeno alcuni strati dell’essere che anche in lei abitava).
In ‘Scale di fuoco’ emergono le quattro figure femminili principali (Lillian, Djuna, Sabina e Helen). Qualcuno, tra i critici del secolo scorso, ha azzardato l’ipotesi che tutti e quattro i personaggi siano facce diverse della stessa Nin, ne siano un angolo dello specchio potenziato, scavando fino alle fondamenta. Per altri, i tratti delle donne sono stati ricavati da conoscenze che l’autrice ha avuto realmente, poi annotando impressioni, volti, dettagli in quello che è poi diventato il suo ‘diario’.
Di fatto, i ‘diari’ della Nin sono tutt’ora considerati le uniche chiavi d’accesso per il mondo di una donna controversa nella fama quanto complessa nei modi, nelle scelte, nell’affrontare assecondando pulsioni sessuali ma anche dinamiche relazionali. Dall’età di undici anni, era il 1914, Anais Nin prese ad annotare qualsiasi cosa vista, accaduta, pensata e scoperta. E da questo fiume in piena ha poi attinto negli anni per recuperare frammenti di vita, sfumature, analisi. Ed è sempre lì che molti critici hanno poi rintracciato decodifiche a simboli contenuti nei testi pubblicati ma frutto di digestioni lente, riscritture, accorpamenti e visioni.
Il mondo di Anais Nin era – è – un sogno dove la materia non esiste, è solo uno strumento che cambia forma, non ha sostanza in quanto non ha alcun peso specifico nella comprensione. Dunque descrivere azioni precise, scene e avvenimenti, diventa operazione inutile, sostituita da una ricerca narrativa ardita, fondata sulle inquadrature annebbiate, i cambiamenti repentini, i volti indistinguibili ma un ‘dentro’ tutt’altro che misterioso, messo sotto una lente che ne individua gli strati, ne cogli i significati, cause ed effetti, ne intuisce i dolori fondi, mancanze, dinamiche, necessità, fatiche.
Anais Nin era una ricercatrice di anime, secondo me, la sua scrittura voleva raccontare di qualcosa che si trova a diversi passi dall’abitudine per gli svolgimenti, voleva spogliare i gesti, restituirli nelle loro intenzioni originali, spiegarli. Tutto questo perché la stessa autrice aveva bisogno di capirsi, di scavarsi dentro, sempre più in profondità, di arrivare a ‘toccare’ quell’inquietudine che l’animava, quell’ossessione per le realtà deformate dalla soggettività (dunque anche da se stessa, da cui la scelta di scrivere sempre, nei diari, di tutto, del possibile per non perdere quella percezione labile quanto preziosa). ‘Scale di fuoco’, infatti, venne definito dalla Nin come l’inizio “ di una storia sull’evoluzione della donna”. Nel 1945 scrisse: “ È necessario tornare alle origini della confusione, ossia al grande sforzo della donna per comprendere la propria natura […] La donna in lotta con se stessa non è ancora stata posta n relazione con l’uomo, solo col bambino che è nell’uomo, essendo ritenuta all’altezza della sola esperienza materna […] Gli specchi in giardino sono le superfici in cui le donne devono guardare prima di procedere oltre. Questa è solo la storia dell’opposizione tra specchi e natura, e negli specchi è contenuta la sola realtà che la donna osi guardare […] La donna fino a quel momento incompleta”.
Le donne, le quattro diverse protagoniste femminili, sono ognuna eccessiva, estrema, ossessionata, appassionata a modo loro. Sono vittime di gabbie affrontate con scelte che ne maturano i caratteri, ma soprattutto: non si nascondono in primis a loro stesse. Le donne della Nin sanno, possono nascondersi per un po’ ma non dura molto. Sono donne che hanno bisogno di uscire, di sperimentare quanto accettare quello che scovano tra profondità. Non ci sono dunque timori, nella scrittura seppure onirica, come già accennato, non ci sono filtri insomma. Dall’amore al sesso, passando per le frequentazioni più o meno ‘corrette’ fino all’amicizia. Tutto passa attraverso la lente, e ogni donna ci guarda dentro.
Gli universi paralleli di Anais Nin sfuggono alle comprensioni a cui la maggior parte dei libri abituano i lettori, sfuggono essendo la somma imperfetta, mutevole, di strati diversi e mai coincidenti. Sfuggono perché chiedono ‘ascolti’ a cui, forse, non siamo mai stati abituati. 

Ecco quello che sosteneva Djuna: che la vita tendeva a cristallizzarsi in forme fisse nel tempo che poi diventavano trappole e reti. Che le persone tendevano a vedersi sempre com’erano nel loro primo ‘stato’ o ‘stampo’ e ad adottare un ritmo di vita conseguente. […] E che era proprio la persona che ti amava di più a costringerti in un ruolo statico, perché aveva cercato in tutti i modi di sintonizzare il suo essere col tuo del passato.
(pag.28)

Una tempesta di ingiurie si sollevò in quel luogo. Una raffica di ingiurie. Ma loro ballavano guarcia contro guancia, bianche come due calici. […] Gli occhi degli uomini le stavano insultando, le chiamavano col nome che il mondo attribuiva a donne come loro. Occhi. Verdi, gelosi. Gli occhi del mondo. Occhi intorbiditi dall’odio e dal disprezzo. Occhi carezzevoli, partecipi. Occhi che frugavano nella loro intimità. Occhi gialli infiammati dall’invidia che vengono attirati nella vampa di un incontro di lotta. Occhi letargici, senza coraggio, senza sogni. Dileggio, il glaciale dileggio che emanava dagli occhi vitrei dei non amati.
(pag. 126-127: da notare come la scene è appena tratteggiata, Lilian e Sabina iniziano a ballare insieme in un locale, iniziano una danza sensuale che scatena precise reazioni maschili e la Nin è lì che si concentra, lì infiamma la sua scrittura, non tanto sulla dinamica della scena in sé che resta un’azione onirica, sospesa tra gesti e simboli)

Lui c’era soltanto nei giorni felici, nei momenti in cui Lilian si sentiva più forte e poteva condividere con lui tutto ciò che di piacevole lui raccoglieva grazie alla sua fame di novità e di cambiamenti continui.
Ma non sapeva nulla di lei, non le stava vicino quando era sopraffatta dalla tristezza. Non riusciva ma a indovinare l’umore degli altri, perché era sempre concentrato solo sul suo, di solito così invadente e rumoroso da riempire tutto il suo mondo e renderlo sordo a quello degli altri. Non era affar suo se Lilian riusciva o meno a vivere e a respirare denro le immense caverne del suo essere, nella pancia di balena del suo ego.
(pag.134)

Barbara Gozzi, giugno 2009.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

 Angela Anais Juana Antolina Rosa Edelmira Nin y Culmell, Anais Nin, (Neuilly, Francia 1903 – Los Angeles, California 1977), scrittrice americana, di padre cubano-catalano e madre danese. L’autrice visse tra Parigi, Los Angeles e New York. Studiò psicanalisi con Otto Rank, fu paziente di Jung. Su wikipedia.

Scale di fuodo di Anais Nin (Fazi Editore, tascabili, ottobre 2007), introduzione di Viola Papetti, traduzione di Monica Pavani e nota al testo di Gunther Stuhlmann.

 

ISBN/EAN: 
9788881128792

Commenti

neo BARBARA!

Buona domenica a tutti!
:)

(off topic: GF tutto bene tra i vari giri?)

stremato:). ieri s'è conclusa la prima fase con un convegno a Tivoli, ero moderatore (temi: Chatwin, Mazzantini, Almerigo Grilz, etc)
sospetto che ci vorranno una decina di giorni per riallinearmi:).

I miei passi preferiti:

"Anais Nin è un?autrice trasformista, una ricercatrice di intenti, animi, comportamenti, sensi, ragioni, affettività e reazioni. È un?annotatrice di schegge"

e

"Anais Nin era una ricercatrice di anime, secondo me, la sua scrittura voleva raccontare di qualcosa che si trova a diversi passi dall?abitudine per gli svolgimenti, voleva spogliare i gesti, restituirli nelle loro intenzioni originali, spiegarli. Tutto questo perché la stessa autrice aveva bisogno di capirsi, di scavarsi dentro, sempre più in profondità, di arrivare a ?toccare? quell?inquietudine che l?animava, quell?ossessione per le realtà deformate dalla soggettività (dunque anche da se stessa, da cui la scelta di scrivere sempre, nei diari, di tutto, del possibile per non perdere quella percezione labile quanto preziosa)"

(e ben ritrovata;) )

Grazie!
;)