Nin Anais

La casa dell'incesto

Autore: 
Nin Anais
Il mattino che mi alzai per iniziare questo libro, tossii. Qualcosa veniva fuori dalla mia gola... [...] Coloro che scrivono conoscono il procedimento. Pensavo a questo mentre sputavo il mio cuore.
Solo che io non aspetto che il mio amore muoia.
(pag.11)

Anais Nin morì un anno e mezzo prima che io nascessi (mese più, mese meno) il 14 gennaio 1977. Eppure leggerla oggi, nel 2009, è un'esperienza di vicinanza quasi viscerale, per me. Oltre tutto quando scrisse quest’opera era una trentenne anche lei, ed è sorprendente rispetto alla vastità lasciata dalle sue parole.
Dopo 'Figli dell'albatros' affrontare 'la casa dell'incesto' è un impegno, uno sforzo mentale e fisico che so, resta per ora incompiuto.
E' un 'non testo' innanzi tutto. Una miscela tra prosa e poesia dove non importa nulla, schemi, capitoli, trama, sviluppi. Nulla di quanto normalmente è atteso in un romanzo o viceversa, in un tessuto poetico, nulla davvero qui si palesa con un nome preciso.
E' lava, io credo.
Lava che erutta in continuazione, si miscela per poi sfaldarsi, seccarsi poi ancora nuovi sputi, altro magma bollente, ribelle, stratificato.
Perché un altro aspetto che emerge prepotente è l' 'esfoliazione'. La percezione, da subito direi, è quella di sbucciare un 'qualcosa' che ha sempre nuovi strati e chiede in continuazione di essere ri-letto, ri-sfogliato, ri-fagocitato.
Innanzi tutto l'incesto, suggerito dal titolo, che suppongo abbia evocato negli anni, precise immagini, sensi e significati. Tutti sbagliati, ovviamente. Un trabocchetto per 'ciechi', ho pensato leggendo. I rapporti 'non puri' a cui allude la Nin non sono tanto quelli tra due persone legate da vincoli di sangue (per rimanere sul melodrammatico che di solito piace molto, in-ce-stuo-so pronunciato lentamente con quel 'gusto' pieno e quasi diabolico per una parola proibita - proibitissima -). E la 'casa' dell'incesto non è un luogo preciso, fisico e materiale, dove - magari - avvengono chissà-che-perversioni-estreme. Non è la storia degli eccessi morbosi tra pervertiti, deviati o chissà-che-gente-malvagia.
Non è una storia, 'la casa dell'incesto'.
E' tante storie che insieme urlano, si fondono divorandosi l'un l'altra.
E' l'abbozzo di microcosmi spugnosi, onde sfocate, scavi così fondi da scarnificare spezzando le stesse ossa ripulite.
I termini 'allucinato', 'viaggio onirico', 'sogni', 'surrealismo', 'scrittura sperimentale' sono stati ampiamente usati da chi prima di me ha voluto scrivere di quest'opera. Eppure qualcosa comunque sfugge, sempre.
Le frasi, i brevissimi scritti che sono individui di carta assestanti quanto parte di un 'tutto' in divenire continuo, dall'inizio verso la fine, poi ancora: dalla fine tornando all'inizio e fermandosi in continuazione; queste frasi sono piccole creature inquiete, tratteggi di storie, emozioni, analisi e osservazioni dove ogni realtà si mescola, 'ogni' perchè la Nin tenta l'intentabile: la fusione, quanto meno l'unione, tra il mondo dei gesti, concreto e cadenzato, e quello delle immagini capovolte, pregne di significati mutevoli quanto spezzati, i sogni e le visioni.
Ecco dunque il senso di 'incesto'. E 'casa'.
La relazione carnale profondamente intima e interiore di un 'io' verso se stesso ma passando attraverso la creatura amata, desiderata, fonte di emozioni forti, sconvolgenti, totalitarie nell'attimo in cui sono. L'incesto è affondare labbra, lingua, denti, unghie e ogni altro elemento sensoriale nella propria carne che è anche affettività profonda, complessa, simbolica. L'incesto è lo scovare e finalmente estrarre, quella contorsione di dinamiche, sentimenti, bisogni che amando si trasferiscono su un 'altro' che dunque diventa necessariamente e inevitabilmente parte, pezzetto dell' 'io' che ama, desidera, cerca, si completa. Amando quelle sottili linee di contatto tornano indietro, restituiscono e restano parti di un magma che appunto non smette mai di muoversi, alimentarsi, cercare, godere, riempire, cullare e dedicare.  L'incesto è la scandalosa ammissione che relazionandosi, amando, si genera un flusso destinato a ritornare parte dell'amante (termine - amante - che qui uso nella sua eccezione più ampia possibile, colui che ama con il corpo e/o attraverso i sentimenti, le percezioni e l'anima).
 

Ero diversa da tutti gli uomini, e da me stessa, ma in te vedo quella parte di me che sei tu. Ti sento dentro di me, sento rapprendersi la mia voce come se ti bevessi, ogni delicato filo di rassomiglianza saldato a fuoco così che non se ne possa più scorgere la fenditura.
(pag.27)

QUALCUNO SA CHI SONO?
(metà pag.29)
 

IO SONO L’ALTRA FACCIA DI TE
(metà pag.31)
 

QUESTO E’ IL LIBRO CHE TU HAI SCRITTO
E TU SEI LA DONNA CHE
IO SONO
(fine pag.31) 
 

Poi la 'casa'.
C'è tutto un preciso 'mondo' di simbolismi che qui, nella 'casa dell'incesto', emerge ma che avevo già intravisto in 'figli dell'albastros' (per cronologia di elaborazione delle opere è giusto sia così dal momento che 'figli dell'albatros' è parte di 'Cities of interior' divenuta una raccolta di cinque romanzi elaborati dal 1946 al 1961, dunque temporalmente dopo la stesura di ‘la casa dell’incesto’), un mondo - dicevo - legato ai simbolismi e agli strati di significati associati agli edifici, le stanze, le finestre e ogni altro elemento che fraziona un intero, che ne determina ingressi e uscite, spazi e distanze mai statiche, che frammenta ma non divide del tutto, accoglie e allontana.
 

Nella casa dell’incesto c’era una stanza che non si trovava, una stanza senza finestre, la fortezza del loro amore, una stanza senza finestre dove la mente e il sangue si fondevano in una unione senza orgasmo e senza radici come nei pesci.
(pag. 59 – La casa dell’incesto)
 

Una notte d’estate era nel cortile. Tutte le finestre della casa erano illuminate.
Allora, l’immagine della casa con tutte le finestre illuminate, tutte tranne una, la vide come l’immagine del sé, dell’essere divisi in tante celle. L’azione che ha luogo in una stanza, poi in un’altra, era la replica dell’esperienza che ha luogo ora in una parte dell’essere, ora in un’altra.
[…]
Dentro di lei c’era una finestra chiusa.
(pag.24-25 - Figli dell'albatros)
 

La 'casa' è dunque un non luogo, e già pare troppo, forzato a noi oggi - nel 2009 - abituati a ben altri regimi 'fantasiosi', da intrattenimenti ma non solo: colpi di scena, scopate dettagliate, inseguimenti, ammazzamenti, indagini, draghi...
La casa non è una casa, però. E' un luogo non individuabile. Con muri e stanze e finestre, certo. Tante stanze. Ognuna racchiude un senso, un non personaggio che qualcosa da dire ce l'ha ma non come ci si aspetta, non senza scivolare nella nebbia degli abbozzi, degli onirici approcci prosaici.
Anais Nin ha questa capacità incredibile di scavare, di cogliere significati, sensi, dolori, affettività; mescolando tutto con tanta - tantissima - irrequietezza, deformazione della realtà-sogno che pare un 'suo dentro', ma anche un 'dentro di tutti' in un certo senso. Dove le regole si reinventano ogni minuto. Entrare e uscire non esiste, basta volerlo. Esserci. Fare. Ascoltare. Spogliarsi. "... un edificio senza dimensioni, una città appesa al cielo" scrisse la stessa Nin nella brevissima introduzione, ma anche: "Tutto quello che so è contenuto in questo libro" che si presta a numerose interpretazioni seppure, taluni tratteggi di personaggi qui poco più che brevi linee vicine, talune esplorazioni rettali interiori, sono riconducibili a figure che poi torneranno, si rincorreranno, in diversi suoi scritti oggi romanzi distinti ma nati comunque dallo stesso magma che nella 'casa dell'incesto' diventano spruzzate mentre nei 'Diari' si fondono in un flusso di registrazioni, analisi e costruzioni astratte quante fortemente concrete, strappate con forza al vissuto.
'La casa dell'incesto' non è un'opera comprensibile se considerata 'sola', non è romanzo, non è saggio, non è una qualunque forma scritta con inizio, fine e sviluppi nell'insieme comprensibili e sensati tra loro. Non è possibile entrare, senza sapere nulla dell'autrice tanto meno di quella che è stata la sua vita e i suoi numerosi altri scritti (in primis i 'diari', scritti-fiume fino alla morte, già citati poco sopra). Non è possibile entrare in 'questo cosmo' schizzato, sclerato anche, folle quanto fortemente ammaliante, controverso e a tratti vicinissimo - un tocco appena - al vissuto di chiunque; non è possibile senza sbirciare di sfuggita gli occhi di questa donna. Non è un bicchiere di liquore e via, per intenderci, da buttare giù in fretta, magari a occhi chiusi inclinando la schiena. E' un intero pasto infinito di pietanze esotiche, rare, eppure familiari, ingredienti che mutano, si intrecciano generando nuovi sapori, odori e perfino colori. “Vedo il simbolismo della nostra vita. Io vivo su due livelli, uno umano e uno poetico. Colgo le parabole, le allegorie.” Avrebbe detto la Nin a Henry Miller, lo scrittore che la accompagnò in un percorso letterario quanto affettivo profondo che l’ha arricchita di esperienze, emozioni tumultuose, contorsioni e nuove fatiche.
Un non testo così oggi non sarebbe pubblicato (in generale non fu facile neanche per la Nin, pubblicare e restare a galla combattendo contro il sistema editoriale e letterario americano dagli anni trenta fino ai settanta, in alcuni casi dovette ricorrere a compromessi), se non attraverso operazioni commerciali private oppure print on demand tanto disprezzati dai 'più'. E non lo scrivo per l'urgenza del titolo nobiliare acquisito dalla pubblicazione, piuttosto per la mancata divulgazione di un'opera di questo spessore. Oggi molte dinamiche sarebbero diverse per una creativa empatica impossibile da domare (tanto meno capire) come Anais Nin. O forse è più vero il contrario: oggi la si capirebbe in pochi minuti di diretta tv, tra un Meluzzi e una D'Urso labbra in fuori, petto anche (i nomi dell'immaginario talk show sono casuali, i primi che mi sono venuti in mente). Perché poi, capire cos'è? Etichettare, catalogare, classificare. Spiegare un esterno visibile e possibilmente semplice (o reso semplice dalle spiegazioni, appunto).
Dunque sarebbe una donna semplice, da riconoscere. Una donna tutto sommato fin 'troppo' oltre, fuori, borderline di frontiera che fa molto 'il corpo è mio, la testa anche, ci faccio quello che voglio'.
Fortunatamente è morta trentun anni fa. Fortunatamente non per come è morta, ma per questo suo magma di parole, bulimia estrema, eccessiva, potentissima, inafferrabile di percezioni, simboli, intenti, confusioni e affettività stratificate.
Fortunatamente perché oggi, in un mondo dove il sesso è. E'. Il lampeggiante luminoso di 'scrittrice erotica' l'avrebbe inchiodata a un palo troppo basso e sottile.
 

So di essere morta. Non appena pronuncio una frase la mia sincerità muore, diventa una menzogna così fredda che mi raggela. Non dire niente, so che mi capisci e la tua comprensione mi fa paura. Ho una gran paura di trovare un'altra persona simile a me, eppure desidero trovarla. Sono assolutamente sola, ma temo che il mio isolamento vengo interrotto e di non poter più governare il mio universo.
(pag.53)

Anais Nin è stata persona di una sensibilità rara, osservatrice mai sazia, guidatore di una scavatrice atipica, che non cerca nulla di preciso ma tutto in particolare. La sua scrittura, così com'è flusso in quest'opera, è quanto di più destabilizzante io abbia letto negli ultimi anni.
Ha detto: “Io non scrivo della realtà oggettiva, che è fotografica, ma come le persone vedono e sentono la realtà, la loro realtà”, ma anche: “delineare una vicenda drammatica in cui lo psicologo è in lotta col quotidiano: un mondo dalla visione aperta, dalle connessioni interrotte, drammi simbolici in cui la visione psichica crea problemi completamente diversi ed elusivi” (stralci di dichiarazioni inserite nelle note al testo scritte da Ghnther Stuhlmann nell’edizione Fazi  Tascabili di ‘Scale di fuoco’)
 

Qualcuno (e più d'uno l'ha già fatto, dopo la prima pubblicazione nel 1936, quanto in tempi più recenti, ‘The Chicago Sun’ la definì “sonnambolica”, ‘The Saturday Review” l’ammonì di controllare la facilità con cui la sua prosa si incendiava, infine l’allora autorevole “Kirkus Reviews” invitò le biblioteche a ignorare questa frenetica e appassionata ‘erotica mistica’ di derivazione freudiana) può obbiettare alle mie affermazioni che le visioni, i sogni e i flussi vanno benissimo ma in questo libro non c'è 'costrutto', non c'è percorso quanto sviluppi comprensibili, uno straccio di trama, di dialogo e di accadimenti degni d'essere definiti tali. Vero e falso, secondo me. Questo non testo racchiude tante strutture, di testi che poi, negli anni successivi al 1936 sono diventati opere, hanno dato voce a personaggi, scene e storie in senso lato, ampissimo. In 'La casa dell'incesto' ci sono spunti, riflessioni che possono restare tali per il lettore ma anche no, trasformarsi poi in altro, dentro volti più precisi, visibili a occhio nudo, corpi e voci negli altri scritti che la Nin ha lasciato.

Sorrido perché sento l'ALTRO e credo nell'ALTRO. Sono una marionetta manovrata da dita inesperte, lacerata, dissonante, disarticolata; un braccio morto, l'altro, rapsodico, a mezz'aria. [....] Voglio conoscere quello che scorre al di sotto, dove amari trasalimenti segnano la punteggiatura. Le due correnti non s'incontrano. Vedo in me due donne bizzarramente unite, come gemelli siamesi. Le vedo strapparsi l'una dall'altra. Posso udire lo strappo, rabbia e amore, passione e pietà. E quando il distacco si è improvvisamente compiuto - quando non ne colgo più il suono - allora il silenzio è ancora più terribile perché c'è solo follia intorno a me.
(pag.33)

Barbara Gozzi, giugno 2009  

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE 

Angela Anais Juana Antolina Rosa Edelmira Nin y Culmell, Anais Nin, (Neuilly, Francia 1903 – Los Angeles, California 1977), scrittrice americana, di padre cubano-catalano e madre danese. L’autrice visse tra Parigi, Los Angeles e New York. Studiò psicanalisi con Otto Rank, fu paziente di Jung. Su wikipedia.

La casa dell'incesto, di Anais Nin, Feltrinelli. Traduzione di Maria Caronia, postfazione di Gunther Stuhlmann, testo originale a fronte. Pag.86, Euro 6,00.

Su Lankelot:

 

ISBN/EAN: 
9788807812033

Commenti

Inizio salutando tutti.
Ho pensato di pubblicare qui questi mie appunti perché penso sia il luogo giusto per un'analisi imperfetta e soggettiva come questa.
Sto affrontando un percorso legato alla Nin, ho già una serie di libri in attesa, i 'diari' tra i vari che mi incuriosiscono, e intimoriscono.
Dunque sono appunti estremamente fuori dagli schemi convenzionali di analisi di un testo.

intanto... un gigantesco bentornata:)

Grazie Gf, un abbraccio forte (Off topic: sabato sera spero di riuscire a fare un salto alla Zammù...)

dai dai:)
non so quanti saremo, forse pochi, ma ci divertiamo sicuro:)

"Anais Nin morì un anno e mezzo prima che io nascessi (mese più, mese meno) il 14 gennaio 1977. Eppure leggerla oggi, nel 2009, è un?esperienza di vicinanza quasi viscerale, per me. Oltre tutto quando scrisse quest?opera era una trentenne anche lei, ed è sorprendente rispetto alla vastità lasciata dalle sue parole."

> Ecco un buon incipit. C'è una giusta contestualizzazione e una sacrosanta personalizzazione.

"Anais Nin ha questa capacità incredibile di scavare, di cogliere significati, sensi, dolori, affettività; mescolando tutto con tanta - tantissima - irrequietezza, deformazione della realtà-sogno che pare un ?suo dentro?, ma anche un ?dentro di tutti? in un certo senso. Dove le regole si reinventano ogni minuto. Entrare e uscire non esiste, basta volerlo. Esserci. Fare. Ascoltare. Spogliarsi."

> Bellissimo passo. Punto.

E' proprio brava Barbara, vero? La recensione le sta a pennello: abbina bene i colori e non esagera in vistosita' ma mostra tutto.

"Fortunatamente è morta trentun anni fa. Fortunatamente non per come è morta, ma per questo suo magma di parole, bulimia estrema, eccessiva, potentissima, inafferrabile di percezioni, simboli, intenti, confusioni e affettività stratificate.
Fortunatamente perché oggi, in un mondo dove il sesso è. E?. Il lampeggiante luminoso di ?scrittrice erotica? l?avrebbe inchiodata a un palo troppo basso e sottile. "

> Sospetto tu abbia ragione. Ti dico i miei ricordi della Nin. Un libro o due ritrovati nella biblioteca paterna. Letture febbrili durante l'adolescenza, e poi più avanti, verso i 19-20 anni. Adesso, a 31, mi domando se sarò mai in grado di trasmettere la stessa intensità in 10mila battute, pensando a certi suoi racconti. Davvero evocativi e totalmente erotici. Spiazzanti.
*
Ottimo pezzo!
gf

7. Barbara è anche una narratrice. Si sente;)

9.
Si' che si sente. In senso positivo.

a voja, certo. Speriamo che questo sia il primo di una serie di suoi vecchi & nuovi pezzi.
Buona serata, cari. Mi ritiro:)

7.10.
Ciao Sergio, grazie. Troppo - davvero - gentile.

8
Gf la Nin aveva 'qualcosa dentro' secondo me. Mi è bastato riprendere in mano 'Figli dell'Albatros' e questo, 'La casa dell'incesto' che fra tutte le sue opere pare la meno commentata, spesso accennata o decantata senza spiegarne bene i motivi. Mi è bastato perché il linguaggio è. Ora spero di riuscire a continuare l'immersione.
La Nin aveva questo metodo assolutamente geniale secondo me, ma che col tempo non dev'essere stato facile da portare avanti: annotava ne 'I diari' la qualunque cosa le succedesse o volesse scrivere(qualunque davvero tipo: dialoghi, o suoi pensieri, tratteggi di volti...), poi da lì ripartiva a mescolare, impastare e sagomare storie precise eppure incastrate le une nelle altre. Non a caso certi personaggi ricorrono, e non soltanto nel gruppo di scritti poi riuniti in 'Cities of interior'. I personaggi stessi, come li ha elaborati, visualizzati, plasmati sono diretta rappresentazione del suo vissuto, specialmente le donne. Tutto questo secondo me è arte, creatività. Come dice anche lei, capacità di vedere e sentire simboli nel quotidiano, trovare incastri inspiegabili tra il duro di un tavolo e l'inconsistenza di un'essenza su di esso posata.
Poi l'approccio psicanalitico, la volontà ferrea di scavare ancora e ancora, non tanto per trovare ragioni precise o spiegare tutto, anzi. Piuttosto per illuminare meglio, fornire 'chiavi' che possono o meno essere usate. Tutto questo era nuovo in quei decenni, ma lo è tutt'ora, secondo me. Oggi poi, come accenno nel pezzo, abituati come siamo a trovare l'etichetta più semplice, veloce e indolore possibile a ogni cosa e persona. Oggi, un approccio che invece affonda nella carne e nella nebbia è quasi intollerabile.

11.
Gf lo so, lo so. Hai le tue ragione. Io le mie (paure barra necessità di spazi).
:)

;)

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