Nietzsche Friedrich

Su verità e menzogna fuori del senso morale

Autore: 
Nietzsche Friedrich

L’INCOMPIUTA di NIETZSCHE.

 

Questo agile libretto, dettato nel 1873 da Nietzsche all’amico Gersdorf, si incentra non più sulle definizioni di verità e menzogna, ma sulle loro applicazioni: statuti politici, rapporti umani, struttura societaria.

L’intelletto è qui definito come lo strumento di conservazione di un individuo: strumento che impiega le sue forze nella finzione, in maniera da permettere al più debole di conservarsi. L’articolazione delle possibilità di finzione prevede un ampio ventaglio di esiti, dall’inganno, alla lusinga, alla menzogna, alla frode, sino al mascheramento: al punto che Nietzsche si sorprende che esista in qualche uomo una propensione tanto grande alla ricerca della verità, stante che tutto sia vanità.

Nietzsche riconosce l’ampia valenza sociale del “contratto” o del “patto” stabilito dalla verità: e, in base a questo, offre una prima rilevante definizione del mentitore.

“Si serve delle designazioni valide, si serve delle parole, per fare apparire reale ciò che non è reale; egli dice, per esempio, io sono ricco, mentre la corretta designazione per questa condizione sarebbe esattamente povero. Abusa delle convenzioni scambiando o direttamente invertendo i nomi. Se egli lo fa in modo egoistico, e finanche in modo da recare danno, la società non gli accorda più fiducia e lo esclude. Gli uomini poi non fuggono tanto l’essere ingannati, quanto l’essere danneggiati dall’inganno”1.

Mi sembra essenziale quest’ultima distinzione: quasi fosse un’esplicita dichiarazione di autoconsapevolezza del genere umano, di ennesima dissimulazione perpetrata per la salvezza della specie. Non è allora l’inganno che conta, ma il danno che ne deriva, e qualcosa di simile avviene per la verità: viene accettata solo se positiva o costruttiva, altrimenti viene radicalmente combattuta e rifiutata. Jankélévitch darà ampio spazio alla prima parte di questa teoria, rielaborando sostanzialmente alcune tesi nietzsciane nel suo arguto saggio La menzogna e il malinteso, approfondendole con esiti affascinanti, sebbene talvolta difficilmente condivisibili. Oscar Wilde, nella Decadenza della menzogna, teorizza la menzogna come fondazione delle relazioni sociali e della società civile: proprio perché plausibilmente verosimile2; la prima menzogna, almeno com’è stata immaginata da Wilde,  è menzogna per la menzogna, bugia in grado di esistere solo perché fine a se stessa.


Torniamo al libro di Nietzsche. L’uomo dunque costruisce concetti, così come le api costruiscono l’alveare con la cera; questo non può che apparire come un segno di grande distinzione tra specie viventi, sebbene rimanga sempre un arbitrio, un’astrazione, scevra di pretese di universalità. Nessuno dei concetti creati dagli uomini è vero in sé: qualsiasi definizione rimarrà sempre antropomorfica. La parola stessa è metafora, ed è il punto d’incontro di verità e menzogna: ragioniamo per immagini, immobili in una zona dell’eterno crepuscolo, confusi tra le luci di verità e menzogne che noi stessi abbiamo costruito, nominato, raffinato, imbellettato, discusso.

“Ciò che si chiama verità – scriverà Cioran – è un errore insufficientemente vissuto, non ancora scalzato, ma che non può tardare a invecchiare, un errore nuovo che attende di compromettere la sua novità”3.


Jünger,  nello scritto Der Waldgang del 1951 (tradotto parzialmente da Cambon e Canonici nel 1957 col titolo La ritirata nella foresta e integralmente da Bovoli nel 1990 col titolo Trattato del ribelle), sostiene: “La parola è materia dello spirito e, in quanto tale, idonea a edificare i ponti più arditi: essa è anche lo strumento supremo del potere(…)si potrebbe dire che esistono due generi di storia: uno nel mondo delle cose, l’altro in quello della lingua. E quest’ultimo è superiore al primo non soltanto per la visione, ma anche per la forza, per la capacità.(…)Le sofferenze passano e si trasfigurano nella poesia”4.

Sia lecito aprire una breve parentesi sul Trattato del ribelle: ritengo che il suo  valore letterario sia indiscutibile, non credo sia avventato giudicarlo un Principe ribaltato: il letterato non è più cortigiano o accorto segretario di un potente, ma fraterna spalla del libero pensatore estraniato dal popolo, sostegno del franco tiratore; parrebbe di assistere alla reincarnazione d'un Machiavelli schierato con il debole, per volontà e coraggio di rivoluzione, pur non estraneo alle riflessioni dell’Alfieri in merito all’argomento. 

Nietzsche evidenzia come della natura si conoscano e si ammirino gli effetti, e non le cause interne dei processi; e che tutti gli strumenti di valutazione sono desueti, perché creati dall’uomo, in un accesso di arrogante e tracotante titanismo. L’uomo è accecato dalle sue verità scientifiche sempre in evoluzione e sempre commutabili e reversibili.

Il processo di formazione dei concetti si delinea dunque in due differenti momenti: il primo riguarda la creazione del linguaggio ed il secondo la speculazione scientifica.

Ma cosa davvero interessa agli uomini, in questa disperata ricerca di consensi alle loro elucubrazioni?

Quale è la ragione della passione per la ricerca della verità o del senso della menzogna?

È difficile trovare una replica nelle poche pagine di questo prezioso documento; sembrerebbe, come nel caso dell’Accetto, che l’autore abbia deciso di inviarci in esplorazione tra le parole del testo, nella disperata ricerca di un non detto che comunichi un’illuminazione, per così dire, definitiva; divina, forse. La sensazione è che Nietzsche abbia tracciato un sentiero tutto umano di elaborazione del linguaggio; e che il suggerimento sia che l’unica verità da ricercare è nel linguaggio stesso, miracolosa alchimia chimica e spirituale. Si respira qualcosa di prometeico in questa ricerca; uno scavo nel pensiero dell’uomo, nel nostro comune patrimonio  genetico, poiché si aspira a scoprire quanto profonda sia la cicatrice originata dall’abbandono di Dio, dalla consapevolezza di aver smarrito la fiducia, o forse la speranza, nell’esistenza di una sovrastruttura, di una mente creatrice, di un comune padre della specie.

Potremmo ipotizzare che il linguaggio e l’immaginazione dell’uomo si siano così dilatati da aver corrotto la memoria della creazione; o forse, che si siano dilatati tanto da aver radicato, quasi come in una agiografia medioevale, l’idea di un’origine della specie indifferentemente divina o semidivina.

Nel Sommario di decomposizione, Cioran scrive: “L’uomo dovrebbe ascoltare solo se stesso nell’estasi senza fine del Verbo intrasmissibile, forgiarsi parole per i propri silenzi e accordi percettibili unicamente ai propri rimpianti. E invece (…)parla a nome degli altri; il suo io ama il plurale. E chi parla a nome degli altri è sempre un impostore(…). Al di fuori dell’abbandono all’incomunicabile, della sospensione nel bel mezzo delle nostre emozioni sconsolate e mute, la vita non è che fragore su una distesa senza coordinate, e l’universo una geometria epilettica”5.


Quanto alla attendibilità della memoria, mi sembra intrigante questa definizione estratta dal romanzo di Paolo Maurensig L’uomo scarlatto, diabolica parabola dell’artificiosità dell’identità e dell’artificiosità dei ricordi: “Che cos’è la memoria, dunque? Un’immanenza. Uno spazio mentale che potrebbe anche essere indotto artificialmente, dilatato o modificato con farmaci, droghe, o con l’ipnosi”6.

 

EDIZIONE ESAMINATA

 

Friedrich Nietzsche (Rocken, 1844 - Weimar, 1900), filosofo e scrittore tedesco. http://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Nietzsche

 

Friedrich Nietzsche, “Su verità e menzogna fuori del senso morale”, Filema, Napoli, 1998.

 

Gianfranco Franchi, 2002.

 

Breve articolo tratto dalla tesi di laurea “La menzogna nella Letteratura del Novecento”. Prima pubb: Lankelot.com.

 


[1] F.Nietzsche, Su verità e menzogna fuori del senso morale, p.33.

[2] O.Wilde, La decadenza della menzogna, p.  49; ma si vedano anche le riflessioni in merito in A.Tagliapietra, Filosofia della bugia, p.2 e p.66

[3] E.M.Cioran, Sommario di decomposizione, p.184

[4] E .Jünger, Trattato del ribelle, p.131-132

[5] E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, p.31

[6] P.Maurensig, L’uomo scarlatto, p.39; sul tema della memoria, si veda ancora G.Morselli, Dissipatio H.G

ISBN/EAN: 
9788886358231

Commenti

"Mi sembra essenziale quest?ultima distinzione: quasi fosse un?esplicita dichiarazione di autoconsapevolezza del genere umano, di ennesima dissimulazione perpetrata per la salvezza della specie. Non è allora l?inganno che conta, ma il danno che ne deriva, e qualcosa di simile avviene per la verità: viene accettata solo se positiva o costruttiva, altrimenti viene radicalmente combattuta e rifiutata".

Quanto Nietzche aveva ragione, quanto riusci ad essere profetico. Del resto, il suo vissuto fu in antitesi ai suoi pensieri e ai suoi scritti, nessuno più di lui fu l'immagine della contraddizione umana. Non so se ne fosse totalmente consapevole, ma proprio questo, a mio modo di vedere, alimentò l'irriverenza del suo genio.

Probabile. E altrettanto fascinoso pensare, virando sulla cultura italiana, che senza le edizioni Adelphi - e questa curiosa Filema di Napoli - saremmo stati costretti a cercarne traccia su piccole edizioni polverose, per bancarelle. Le ragioni, a ben guardare, sono e rimangono abbastanza chiare.
*
Non hai ancora scritto di N. Potresti inaugurare un filone, assieme a quello evoliano, nei mesi a venire.

"Nietzsche evidenzia come della natura si conoscano e si ammirino gli effetti, e non le cause interne dei processi; e che tutti gli strumenti di valutazione sono desueti, perché creati dall?uomo, in un accesso di arrogante e tracotante titanismo. L?uomo è accecato dalle sue verità scientifiche sempre in evoluzione e sempre commutabili e reversibili".

Anche questo è un passo lucidissimo, che restituisce la natura profondamente analitica del pensiero nietzcheano.

e tutta la libertà del suo grande Spirito.

Mi piacerebbe assai scrivere di N., avendo letto la sua opera omnia. Come Evola, forse più di Evola, è autore complesso, sul quale misurarsi sarebbe assai suggestivo. Ci pensavo, sai, in particolare su due opere: L'anticristo e Al di là del bene del male. é da parecchio che voglio riprenderli in mano.

Veramente grande questo stralcio di tesi. A proposito, la voglio leggere, prima o poi. Mi dirai come procurarmela.

Esiste solo in digitale - ma larga parte è stata pubblicata su Lankelot, negli anni. Te la mando quando vuoi. Ma a parte questo, sarò entusiasta di leggerti su N. Non vedo l'ora.

Entusiasta sarò io, di presentare un autore che mi ha formato cosi tanto, proprio qui su Lankelot.

O.T. Mi sto preparando psicologicamente a Udinese-Roma, che tra poco comincia. Mi sento un'anima divisa in due almeno quanto lo si sentiva Nietzsche;)

Ti capisco:). Ma oggi è 1 fisso.

Chiudo l'O.T. Non saprei, per me è partita da tripla, paradossalmente la Roma potrebbe incontrare meno difficoltà che con squadre chiuse come Chievo e Ascoli. In ogni caso, spero sia una bella partita, lottata, e ben giocata da ambedue.

Se lo ritieni opportuno, ti inviterei a recensire N. anche nella sezione scienze, magari con un analisi appositamente concepita.
La sezione filosofia langue.
T

?La parola è materia dello spirito e, in quanto tale, idonea a edificare i ponti più arditi: essa è anche lo strumento supremo del potere(?)si potrebbe dire che esistono due generi di storia: uno nel mondo delle cose, l?altro in quello della lingua. E quest?ultimo è superiore al primo non soltanto per la visione, ma anche per la forza, per la capacità.(?)Le sofferenze passano e si trasfigurano nella poesia?

(Junger)