“Nient’altro che del bianco cui badare”, troneggia in apertura la citazione di Rimbaud che si pone come paradigma di vita del protagonista del romanzo d’esordio di Maxence Fermine. Un bianco soffice che inebria il cuore, il bianco di quella neve presa in prestito a far da titolo all’opera prima dell’autore francese. Non monaco, né guerriero, come tradizione avrebbe voluto, Yuko decide invece di diventare poeta ed “imparare a guardare il tempo che scorre”, per consacrare la sua esistenza all’haiku: senza abbellire nulla, senza parlare. Soltanto guardare e scrivere. Con poche parole. Diciassette sillabe.
E la neve a fargli da musa.
Dolce! Giunge senza rumore, come gli esseri soavi che temono di far male. (da “È scesa la neve” di G. Mistral).
Rapisce la mente del giovane giapponese soggiogato dal suo candore smagliante ch’egli imprime sulle pergamene di seta dando vita a versi seducenti, ma incolori.
Settantasette haiku per ogni inverno, dedicati alla neve, che è essa stessa poesia, “limpida passerella di silenzio e di bellezza”.
Fermine ci regala una romantica favola dal sapore antico, le sue pagine fondono la semplicità di una narrazione trasparente con la delicatezza delle descrizioni volte a tratteggiare, mediante le parole, l’immagine intensa e suggestiva del Giappone ottocentesco che fa da cornice all’intera vicenda, nell’ambito della quale la poesia si intreccia con l’amore nel ricamo cristallino della scrittura: “Perché l’amore è l’arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere, sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere”. Tuttavia è il precipitare, il soffrire che conduce alla consapevolezza dell’intensità dell’arte e Yuko inciampa cadendo per poi rinascere, innamorato della purezza della neve e di tutte le donne che sanno ricordagli quel bianco ispiratore dei suoi componimenti. Quel bianco che impara a diventar colore sotto gli insegnamenti del vecchio Soseki: un uomo reso cieco dall’assenza, un cieco che, però, conserva tutte le tinte della natura, nel buio luminoso del suo dolore.
È il confronto tra saggezza e gioventù, è lo scambio e l’arricchimento reciproco tra esperienza e purezza con l’allievo che, messaggero di Neve, si trasforma da seguace in guida, per ricondurre il maestro alla fonte della sua arte e del suo tormento, restituendo corpo al suo amore perduto.
Neve a custodire Neve, confermando le cinque caratteristiche principali che Yuko aveva saputo riconoscerle ben prima della scoperta dell’incantevole funambola: “neve bianca, dunque poesia di grande purezza; neve che congela la natura e la protegge, dunque la più delicata vernice dell’inverno; neve che si trasforma continuamente, dunque calligrafia; neve sdrucciolevole, dunque danza; neve che si muta in acqua, dunque musica”.
Neve che rifulge il suo candore sulla pelle immacolata di un Fiocco di Primavera, nuova ispiratrice di quello “scrivere che è avanzare, parola dopo parola, su un filo di bellezza”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Maxence Fermine, nato ad Albertville nel 1968, è vissuto prima a Grenoble dove ha trascorso l’infanzia e poi a Parigi dove ha frequentato la facoltà di Lettere. “Neve” è il suo primo romanzo. Ha scritto inoltre: “Il violino nero” (1999), “L’apicoltore” (pubblicato in Italia nel 2002), “Opium” (pubblicato in Italia nel 2003) e “Biliardo blues” (2003). “Neve” assieme a “Il violino nero” e “L'apicoltore” costituiscono “La trilogia dei colori”.
Maxence Fermine, “Neve”, Bompiani, Milano, 1999.
Traduzione di Sergio Claudio Perroni.
Titolo originale dell’opera: “Neige” Arléa, Parigi, 1999.
Approfondimento in rete: Antenati / StradaNove.
Angela Migliore, febbraio 2005
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
E' stato il dono di una compagna di studi universitari, lo associo a lei e a quegli anni, incapace di leggere senza associare come sono, in certi frangenti. Ma rileggere quel nome accende tante memorie. Merci.
Sì,a volte i libri diventano gli interruttori della nostra memoria. Contenta questo abbia riacceso ricordi belli.
niente da dire sulla recensione del libro, che regalai ad un'amica (ehm, dopo averlo letto in un paio d'ore...lo so che non si fa...ma...) e aggiungo che mi piacque anche L'apicoltore (che mi fece leggere una persona mooolto cara). C'è però un'inesattezza, la Trilogia dei colori comprende Neve, L'apicoltore, e Il violino nero, non Opium. Tutto qua. Grazie per avermi ricordato questa piccola gemma. Grazie.
Corretto. Grazie a te!
?neve bianca, dunque poesia di grande purezza; neve che congela la natura e la protegge, dunque la più delicata vernice dell?inverno; neve che si trasforma continuamente, dunque calligrafia; neve sdrucciolevole, dunque danza; neve che si muta in acqua, dunque musica?.
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(musica!).