“Se ne stava immobile per ore, con le mani incrociate sul grembo, a fissare il vuoto, attonita. Era curva, quasi piegata in due, la pelle del viso bianca, esangue, con vene bluastre rigonfie all’angolo degli occhi. Spesso, quando la chiamavano, non rispondeva, limitandosi a serrare ancora di più la piccola bocca incavata. Eppure non era sorda. Ogni volta che uno di loro si lasciava sfuggire, sia pure a voce bassa, quasi un sospiro, un riferimento al loro Paese, lei trasaliva…..” (pp.80-81)
Esistono figure di valenza emblematica, persone che resistono al tempo e paiono raccogliere in sé, nel loro stesso atteggiamento, tutte le memorie del passato per custodirle e tramandarle. Tale è Tat’jana Ivanovna, la vecchia njanja che ha allevato più generazioni della famiglia Karin: ha visto il progenitore e i suoi figli e i figli dei figli, è un punto di riferimento e una confidente per tutti, ascolta, osserva, parla poco, medita tra sé e sé, prega per tutti.
Vedi i giovani Kirill e Jurij partire, in una notte gelida e scura, per la guerra – siamo nel 1918 – e traccia un segno di croce sopra la slitta che li porta via; lei rimarrà a custodire la grande casa, un tempo viva e allegra, quando i suoi proprietari saranno costretti a fuggire a causa della rivoluzione. Sarà ancora lei ad accogliere Jurij che torna braccato e sfinito. Né si farà intimorire dal lungo viaggio quando dovrà raggiungere i suoi padroni a Odessa per consegnare loro i diamanti che ha cuciti nell’orlo della gonna e che serviranno per espatriare prima a Marsiglia e poi a Parigi.
Lei seguirà la sorte dei Karin, esuli come tanti altri possidenti. Disorientati, non abituati a lavorare per sopravvivere, s’ingegnano col commercio e sfruttando le ricchezze che sono riusciti a trafugare. I vecchi cercano di non pensare troppo al passato per non soffrire, i giovani s’abituano alla vita nella nuova nazione, ma tendono a buttarsi via, a lasciarsi andare con disperazione a un’esistenza fatua e dissipata. È la decadenza di un intero ceto sociale in esilio che sta perdendo identità e radici, i Karin sono come le mosche d’autunno “allorchè, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”. (p.60)
L’unica che vuole ricordare è la balia, questa figura ieratica, solenne e discreta, dalle mani “minute, dure come corteccia”, che prova una struggente nostalgia per la patria russa, per la casa, la tenuta, per la neve e il gelo invernale, così lontani dal clima francese, che non le sembra mai troppo freddo.
Pur invecchiando Tat’jana Ivanovna sembra non mutare mai, come una statua. La sua intera esistenza pare essersi svolta sempre e solo presso i Karin. In realtà ha avuto, in un lontano passato, un marito e un figlio: scomparsi entrambi, sono figure che si perdono nella notte dei tempi a vantaggio di quelli che sono diventati a tutti gli effetti i suoi figli.
E sollecitudine materna, di commovente bellezza, c’è nei gesti con cui Tat’jana Ivanovna accoglie Jurij di ritorno dalla guerra, esausto, nel suo porgergli del cibo che sapeva piacergli, nel suo rispolverare oggetti ricchi di memorie, nel preparare con cura la tavola. Si tratta di attenzioni frutto d’amore, quell’amore che si dà solitamente ai figli naturali e che l’anziana balia riversa su quella che è ormai la sua famiglia a tutti gli effetti.
Depositaria di tradizione e di memoria, Tat’jana Ivanovna appare anche la custode della spiritualità: è lei che sa pregare per i vivi e per i morti senza ricadere nell’egocentrismo come gli altri, è lei che s’affida a Dio: “Sì, tutto finisce, tutto è nelle mani di Dio” (p.24) in una dimensione che potrebbe adombrare un certo fatalismo, una rassegnazione diffusa in chi è stato colpito dalla vita negli affetti più cari. Spiace che l’Autrice non abbia approfondito di più questo aspetto del personaggio, che avrebbe dato luogo a fertili riflessioni.
A chi scrive piace immaginare Tat’jana non come semplice custode di una tradizione religiosa, ma come donna di fede autentica.
Romanzo breve, dove i fatti corrono veloci,”Come le mosche d’autunno” reca sullo sfondo le vicende della rivoluzione russa vista, in questo caso, dalla parte dell’aristocrazia. L’interesse dell’Autrice non è storico, ma rivolto ai personaggi e al loro comportamento, anche se non mancano indicazioni delle conseguenze (carestia) della rivoluzione e soprattutto della violenza gratuita che ha scatenato. Un intero mondo, che si credeva al sicuro e nel giusto, si ritrova sotto processo, disorientato e travolto da una furia che a stento comprende e si avvia o all’esilio o alla morte. Pur adattandosi a una nuova patria, permane un senso di sottile nostalgia per il passato così ben incarnato da Tat’jana Ivanovna.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Irene Némirovsky, (Kiev 1903-Auschwitz 1942) scrittrice ucraina in lingua francese. Figlia di un ricco ebreo russo di origini francesi, ex commerciante di granaglie e divenuto uno dei più potenti banchieri di tutte le Russie, si appassiona alla letteratura – soprattutto francese – in giovanissima età. Impara il francese dalla sua governante, ma parla anche il polacco, il russo, l’inglese, il basco, il finlandese e capisce lo yiddish.
Nel 1917 a causa della rivoluzione la Némirovsky lascia in fretta San Pietroburgo con la famiglia per rifugiarsi in Francia, dove si sistema definitivamente. Il suo primo romanzo “David Golder” (1929), pubblicato da Grasset, riscuote grande successo. Nel 1926 sposa Michel Epstein, giovane ingegnere, dal quale avrà due figlie. Negli anni successivi a causa dell’antisemitismo si converte al cristianesimo e fa battezzare le figlie, nella speranza di salvarsi dalla furia nazista. Arrestata, morirà ad Auschwitz, il marito avrà la stessa sorte poco tempo dopo.
Opere: “Il ballo” (1930); “Come le mosche d’autunno”(1931); “L’Affaire Courilof” (1933); “Le vin de solitude” (1935); “Suite francese “ (postumo nel 2004, pubblicato dopo il ritrovamento del manoscritto).
Irene Némirovsky, Come le mosche d’Autunno, Milano, Adelphi 2007. Titolo originale “Les mouches d’automne”. Traduzione di Graziella Cillario.
Links:
Sito ufficiale dell’autrice:
Némirovsky in lankelot.eu:
Marina Monego, novembre 2007
Commenti
Nuovo articolo di Marina!
Marina carissima, non ti offendere ma non leggerò la recensione finché non avrò completato la lettura della Némirovsky. Adelphi ha capito tutto, come al solito. Consiglio il bellissimo incompiuto "Suite francese" (romanzo sull'invasione tedesca in Francia) per l'agghiacciante corrispondenza che viene fatta seguire, quella tra il marito di Iréne e il suo editore che invano tentano di salvarla dall'orrore del lager. Successe in Francia e ha dell'incredibile. Pensate che viene arrestata il 13 luglio 1942. Il 17 agosto muore ad Auschwitz, ma nessuno lo sa e le speranze di marito e amici si rincorrono per mesi. Il marito, arrestato a ottobre, muore sempre ad Auschwitz il 6 novembre.
Un'altra importante traccia da seguire è il fatto che la N. appartiene alla famosa "seconda generazione" di scrittori russi, quelli che lasciarono la madrepatria all'indomani della rivoluzione. In lei però non troviamo gli accenti che accompagnano tutta la poetica di Nina Berberova, la disperazione dell'esule per intenderci, e di tanti altri, il rifiuto della nuova lingua, e dove si ambienti un racconto in Francia, l'inesistenza dei Francesi. La Némirovsky riesce a farsi parte del "nuovo mondo" dei Russi ricchi che in Francia godono di attenzioni e favori (in David Golder questo è chiarissimo), scriverà in francese e farà della Francia la sua patria a pieno titolo. Eppure, non le basterà a salvarsi dalla follia.
Anche se voglio leggere il libro prima di ripassare per leggere la tua pagina, mi pare un ottimo lavoro recuperare personalità di questo genere...
Ilde! Nessun problema, le rec non vanno mica in scadenza, la leggerai quando vuoi!
Questo libro mi è piaciuto (l'ho comperato), ma due giorni fa sono andata in biblioteca e ho preso David Golder, Il ballo e Suite francese. Ho visto alla fine della Suuite la corrispondenza e ho letto la postfazione dove ci sono le notizie che tu riporti e che mi avevano molto colpito, terribili. La Némirovsky mi sembra meritevole e interessante, infatti voglio indagare meglio su di lei.
Grazie per le prime riflessioni :-)
Ottimo allora aspettiamo le tue pagine!
Sono impegnata con l'ultimo, il penultimo e l'ultimissimo Corona :)))
Corona: allora sono curiosa di sapere il tuo parere. io con lui ho chiuso dopo L'ombra del bastone, che non mi è piaciuto.
certo che tra la recensione di Marina e la chiosa di Ilde, è un bell'andare. Un grazie ad entrambe, da parte mia
solo di passaggio per complimentarmi per la scelta (più tardi leggerò anche la recensione). che bella autrice la Némirovsky, ho letto il suo "Suite francese", scrittura lieve ma molto intensa...
6 :-)
7> molto leggibile, invita a continuare, sa presentare i personaggi, mi piace..
Grazie Marina, di avere posto alla nostra attenzione questa scrittrice che mi sento di lusingare a seguito della lettura di Suite francese. Ne condivido in toto l'invito alla lettura suggerito dalla Ildelaura. Ho appena acquistato Jezabel ma non ho ancor a avuto il tempo di leggerlo. Conto di farlo molto presto.
Adesso però dovrò acqustare anche Come le mosche d'autunno poichè la tua recensione è risultata molto seduttiva. Congratulazioni.
Gian Paolo Grattarola
;-) grazie!
io sto leggendo David Golder
E condivideremo "David Golder"? Dai.
è possibile :-)
copertina & archivio IN
copertina & archivio IN integrati!