De Filippo Eduardo

Natale in casa Cupiello

Autore: 
De Filippo Eduardo

All’indomani dell’Unità, in un’Italia dai mille volti e dalle mille spaccature, dove ogni regione, ogni città costituiva un microcosmo slegato dal resto della penisola con lingua propria ed usanze caratteristiche, fiorisce il teatro dialettale che accentua il particolarismo già messo in evidenza dalle maschere della Commedia dell’Arte, dando vita a fenomeni attoriali tutt’oggi indimenticati e puntando, nello specifico, i propri riflettori sull’area napoletana dove la naturalezza del dialetto riesce a dar voce al popolo, i cui sentimenti vengono riportati in scena con estrema fedeltà, senza peraltro venir macchiati dalla sgradevole tendenza al bozzettismo minore, macchiettistico o superficialmente farsesco di cui avevano ampiamente abusato i vari Pantalone, Arlecchino e Pulcinella negli anni addietro.
Viviani prima e i De Filippo poi, infatti, riescono a fare del dialetto una lingua capace di esprimere, in forma libera da strutture codificate, non solo la difficile realtà della Napoli sofferente ed umile, ma anche e soprattutto gli stati d’animo dell’ambiente popolare, specie attraverso la commossa partecipazione con cui sanno rendere personaggi, contraddizioni psicologiche e spaccati della vita napoletana.
Il teatro di Eduardo De Filippo, in particolare, assume in più occasione i toni della vera e propria denuncia sociale realizzando, tuttavia, quella felice fusione di tragico e comico, di ironia e tristezza che sostanzia la “visione della vita amara e pur trepida di speranza” propria del commediografo nominato senatore a vita nel 1980.
Tra le sue primissime opere impossibile, non citare l’indimenticabile “Natale in casa Cupiello”, da molti ritenuta un vero capolavoro, un affresco disincantato e tristemente poetico della famiglia napoletana resa, nelle sue mille sfaccettature, mediante la rassegnata ironia dell’autore. Ironia che traspare in maniera lampante dalle battute del protagonista, da egli stesso magistralmente interpretato. 


I suoi gesti meccanici, il suo volto scavato e intensamente vero, le sue movenze burattinesche, le sue pause sempre, irrimediabilmente pertinenti e la sua voce calma e indolente, simile allo sgrondare di un rubinetto rotto, fanno di Lucariello il simbolo volontariamente inconsapevole del dramma familiare, dai risvolti tragicomici, che si consuma all’ombra di un presepio, fulcro e proiezione del clima di pace e condivisione a lungo ricercato nel corso dell’intera commedia e tutto racchiuso nell’ossessiva domanda “Te piace ‘o Presebbio?” ripetuta fino all’inverosimile, a testimonianza del bisogno di approvazione di un padre costantemente e deliberatamente messo in disparte, il padre per antonomasia: quello al quale non si dice mai nulla, ma che diventa, poi, punto di riferimento quando le marachelle si trasformano in guai. Un padre ancora bambino, conquistato dal suo devoto giocattolo natalizio, ma schiacciato dalla risolutezza disperata di una moglie necessariamente più forte e coraggiosa, addirittura “più uomo” di lui (“Vuie avivev’ ‘a nascere cu’ ‘o cazone! Io cu’ muglierérema chesto dico sempe! ‘A signora ‘ncoppo avev’ ‘a nascere cu’ ‘o cazone!” così afferma, solenne, il portiere parlando con Donna Concetta), una donna che porta, da sola sulle proprie spalle, il peso e la responsabilità di una famiglia tremendamente spietata nel suo egoismo quotidiano.”  
L’egoismo di Pasqualino, il fratello che confonde quello che dovrebbe essere il calore della vita fra parenti, col soggiorno in un albergo in cui essere servito e riverito. L’egoismo di Tommasino, il figlio scansafatiche che fugge dai doveri e dalle responsabilità nascondendosi fra le gonnelle della madre. L’egoismo di Ninuccia che sfrutta l’amore sincero del marito come biglietto di sola andata per allontanarsi dalla famiglia d’origine, salvo poi tradirlo e cader preda di una passione adultera nata, sotto gli occhi dei genitori, alla vigilia del Natale.
E così, quello che si presentava come un giorno di gioia si trasforma in un lento e inesorabile incedere verso la fine, verso lo sfascio completo di un uomo e dei suoi ideali; e la festa diventa una tragedia, una tragedia non annunciata ed improvvisa come la luce folgorante dei fuochi d’artificio che riempiono il cielo, per poi spegnersi nel buio della notte, lo stesso buio che cala sulla scena con lo spegnersi di Lucariello, simbolo di quell’intricato gioco di equivoci col quale De Filippo mette in atto tanto bene la sua filosofia di vita pregna di sofferta ed ironica accettazione.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Figlio d’arte, Eduardo de Filippo nasce a Napoli il 24 maggio del 1900, dall’unione di Luisa De Filippo con l’attore e commediografo Eduardo Scarpetta. Si spegne, a Roma, il 31 ottobre del 1984.
Eduardo De Filippo, “Natale in casa Cupiello”, Einaudi, Torino 1964
Debutto: Teatro Kursaal di Napoli, 1931.

Approfondimento in rete: Eduardo De Filippo /  articolo di Nevia Buommino /I Fratelli De FilippoItalica Rai / Antenati /  

Angela Migliore, dicembre 2004.
Originariamente apparso su Lankelot.com
 
ISBN/EAN: 
8806156411

Commenti

"lo sfascio completo di un uomo e dei suoi ideali" - ecco. Ora ti racconto una cosa. Leggo questa frase e mi si illumina un mondo. Tuttavia, la mia realtà: Università Roma III, tanti anni fa, proiezione in una sala del DAMS (ebbene sì, avevo esami in comune con i fichettini radicalchic) su maxischermo e diversi minischermi laterali di. E penso: non capisco niente. E penso: che lingua è? E penso: è arabo. E penso: ora esco. Passano 30 minuti, prendo, esco. Morale: un giorno, voi campani mi insegnerete a capire De Filippo (per cominciare). L'Università ha fallito (o fallato, come diceva R.T.)

Ho sempre pensato che il napoletano riuscisse chiarissimo anche ai non campani...Mi offro per traduzioni simultanee :)
R.T. mi sfugge...Chi è?

Renzo Tramaglino.

(ti giuro, per me il napoletano è arabo. Tiravo madonne durante i film di Troisi. L'ho odiato per anni perché ciancicava. Non capivo niente)

Non ho visto neppure un film di Troisi, sono una napoletana poco napoletana. Ma comprendo la lingua :)
Che salto De Filippo-Manzoni!

E' che sono pazzo, fondamentalmente. Ma ho una mia logica:)

Non toccatemi Troisi! Anche io da fanciulletto avevo difficoltà nel capire cosa ciancicasse. Ma non molto tempo fa ho rivisto "Ricomincio da tre" e santi numi. E non sopporto i Promessi sposi.

:))))

La sfiga dei pazzi è che ce l'hanno una logica, come tutti.

Concordo con Luca, Troisi è una grande maschera di cinema e i Promessi sposi sono da considerare come Fantozzi considerava La corazzata P. Avete capito, no?

"La sfiga dei pazzi è che ce l?hanno una logica, come tutti".
Bella davvero.

No, i Promessi Sposi sono un romanzo esemplare massacrato dal Liceo e Fantozzi è molto intelligente, tendenzialmente, soprattutto quando fa la satira della critica di sinistra.

E' quello il nodo. Bravo Luca.

Io li ho odiati i Promessi sposi. E poi, il moralismo manzoniano è di un tedio spaventoso. Anche le sue poesie sono assai indigeste.

Sì, ma le poesie qui non c'entrano niente. Quello è un romanzo completo, equilibrato e decisamente figlio del suo tempo. Peraltro, si legge in una manciata di ore nonostante le tirate degne della sua fede. Indigeste ma divertenti considerando la sua psiche particolare. Non trovo romanzieri italiani suoi contemporanei degni di essere comparati a. E non solo per la dura questione della lingua, che qui ometto. Là è stato vero cantastorie. Peccato per quel che ne hanno fatto le scuole.

Forse la scuola ha avuto il suo peso. Ma immagino mi sarebbe rimasto comunque indigesto anche se letto per curiosità e non per dovere. Stasera non si concorda;)

Ti dico. Fai quel che ho fatto anni fa. Prendilo e leggitelo in una versione "normale", senza merda per studentelli a fine capitolo. Leggitelo e ti accorgerai che ti trascina fino in fondo e non ti annoia quasi mai. L'ho trovato incredibile. Ero libero lettore, lui libero scrittore. Cosa che non sarà mai più.

Voglio rileggere "I Promessi Sposi", ma non ho ancora cancellato i ricordi del liceo. La scuola fa danni enormi e le letture imposte, per quanto necessarie, sono esercizi privi di vero significato. Nel migliore dei casi, servono solo da palestra per i neuroni.

Nel migliore dei casi.
Nel peggiore, annientano la bellezza. Qualcuno sporca Leopardi perché pensa sia come Monti. Pagina dell'antologia. Maledetto Liceo.

Non so. Mi fa strano leggerlo per piacere. Forse il condizionamento è forte, hai ragione tu. La scuola a volte fa danni assoluti e senza ritorno.

Io non l'ho mai studiato a scuola, l'ho letto l'anno scorso versione integrale e senza note. Ovvio che m'è piaciuto, ma ho sudato comunque. :) come per il potemkin, del resto.

Anche il potemkin, in effetti, non scherza.

Ma noi rovesceremo i danni dell'istruzione di questo Stato ridicolo. Con calma e determinazione e coscienza. Quasi quasi scrivo qualcosa su Tommaseo, Leopardi e su Petrarca. M'è venuto mezzo stimolo. Non ora, va.:) Pensiamoci sempre, ai condizionamenti della scuola. A Luca, vedi, il libro "puro" è piaciuto...

Se scrivi di Petrarca e Leopardi vengo in pellegrinaggio a monteverde e do fuoco alla mia facoltà.

Io l'avevo letto prima della scuola e mi aveva affascinato. Comicità e passioni, cattiveria e con scaltrezza tribbling di retorica e ipocrisa contemporanee a di quel periodo (tranne il solito discorso religioso, ma non del tutto affossato, vedi monaca di Monza). Mai pentito.

Leopardi e Petrarca li preferisco, ad esempio. Pur se fatti a scuola. Sarà il gusto personale a guidarmi...

Luca, ti prendo alla lettera.

io sarei più curioso su Tommaseo. Approfondire sarebbe prezioso. Il dizionario e polemica sulla "questione della lingua", poi poco altro.

Dici eh? Ma il Flora mi insegnò che il Tommaseo era una bella birba. Quel Flora là la sapeva lunga.

Io di Leopardi ho soggezione per erudicione e complessità, ma non mi ha mai accompagnato di ore liete. Soffocante e senza via d'uscita. Lo stile è sublime, ma non mi è bastato stavolta.

E' pieno di vie d'uscita. E' il dio della ginestra. E' tutto un canto di disperato amore per l'esistenza. Non c'è ombra di buio. Il buio era il suo presente. Era quel che non corrispondeva al desiderio di vita. E tuttavia donava arte nova.

Il Flora deve avere orecchie e lingua aguzza, immagino. A quando la campanella d'inizio (anti)lezione?

Sì ma le posizioni sull'amore e sulla volontà ininfluente dell'uomo. E sulla posizione materialista e tutta quella cupezza, percepibile in superficilità, ma non solo, per me.

Il Flora è un gran maestro di scrittura, Ferroni è una sega erudita - e sono pronto ad argomentare a oltranza in proposito. Flora non ha avuto epigoni degni. Flora fa letteratura scrivendo storia della letteratura. Cinque volumi indimenticabili. Ma quando torno a scrivere cose nuove - in critica - dimostrerò che mi ha trasmesso almeno un briciolo della sua classe. Mi basterà, lo rivendico da anni come autorità;).

Flora mi faceva venire voglia di leggere i versi di Arturo Graf. Mostruoso.

Concordo con Franco su Leopardi. Il presente era opprimente, e il suo canto è pieno di vie d'uscita. L'infinito resta una delle poesie più belle scritte da un nostro letterato.

la natura come cappio sempre calato, le operette demoralizzanti, certo a fine incipiente ciuffi di speranza e fratellanza, ma c'è troppa giustificazione al fallimento. E la teoria del piacere, che mi è sempre parsa in linea con il predominio cosciente del male e del dolore.

Bene. Ne scriverai, della "teoria del piacere".

Il presente era opprimente ma strade meno schiaccianti erano in atto. L'illuminismo lombardo scalpitava, e per niente conciliante con ottica scucita di tutto quel radicalismo sgomento per il nulla del vivere e morire. Sarà che Leopardi l'ho affrontato sempre per versi sbagliati, ma proprio non ne reggo la brutalità contro il sollievo ottimistico.

E chi ce la fa a sorbirsi lo Zibaldone, non obbligato ;), è al di la della mia scorta di cioccolata. Magari con la forza dei posteri uniti e scagliati contro la crudeltà spietata della natura, forse ;)

Brutalità. Splendido. Descrivila. Scegli una sola poesia e analizzala così.

Ammetto che sto riprendendo equivoci e facili opinioni, le più banali su Leopardi, ma dovrei resettare e riprendere, cosa che adesso non penso essere capace. Domani, con delle solide basi critiche, e con dritte tue e di altri, buon augurio.

Sia. Ma devi parlarmi della brutalità e della teoria del piacere. Scegli il testo e ci confrontiamo entrambi. Sceglilo tu.

Futuro prossimo, certo (che significa al solito, forse ;)

Dopo metà luglio rosa di titoli, garantito, almeno il bando ;)

(inaffidabile. Ma non disonesto, no) Appena mi libero della vita passo al contrappassato.

Anzi, approfitto, perché non proporre un testo di riferimento per tutti, e confrontare i risultati e diversi modi di contagio della scrittura. Adatto al proposito di tema comune proposto nel forum.

Mmm. Tutti? Troppo caotico e troppo disomogeneo. Interessante ma già prevedibile;) Cominciamo a uno vs uno. Dai.

Ok. Da metà luglio si sceglie il titolo. Sarà grandioso, me lo sento ;)

Assolutamente.
Non vedo l'ora. Ti omaggio e ti abbraccio.