La mia scrittrice preferita (non è un mistero) è Agota Kristof. Perché parlo di Agota per recensire un libro di Janina Katz? Perché le due scrittrici hanno un elemento letterario comune fondamentale: entrambe hanno scelto di scrivere in una lingua diversa da quella madre. Quando ho letto che la Katz, originaria di Cracovia, dal 1990 scrive le sue opere solo in danese, la lingua del Paese in cui ha scelto di vivere dal 1969, non ho potuto non pensare alla Kristof che ha scritto i suoi libri in francese pur essendo nata in Ungheria, Paese dal quale è fuggita nel 1956.
“Una sera lui le raccontò del cinquantesimo anniversario della rivolta del 1916, caduto prima che lui se ne andasse. I vecchi preti che, in classe, annaspavano nel tentativo di trovare le parole giuste per esaltare gli eroi morti, tricolori malridotti che sventolavano sopra la scuola e giovani preti, molto belli, che recitavano la poesia di Patrick Pearse. 'Quando arrivarono le bombe in Irlanda' disse Liam, 'e diedero la colpa a noi, alla classe lavoratrice irlandese, capii che erano loro i colpevoli, quei preti, la gente che aveva mentito sulla gloria di certi gesti. La violenza non è, e non sarà mai, gloriosa” [Hogan, “Ricordi della Swinging London”, in “L'ultima volta”, Playground, 2012, p. 80]
Pirandello sosteneva che «siamo i primi nove anni della nostra vita». Amélie Nothomb, con questo singolare suo racconto autobiografico, accorcia il tempo decisivo che imprime l'indelebile effigie al nostro essere ai primi soli tre anni di vita. Nel ridiscendere alle scaturigini della propria identità, la scrittrice compone un eccentrico Bildungsroman, tutto imperniato sul rapporto fondamentale tra realtà fisica e linguaggio, cose e possibilità di nominarle. L'edificazione del reale diventa possibile solo attraverso la parola: un buttar fuori che produce realtà solo e in quanto riesce a nominarla, in qualche modo a definirla.
Un grande saggista come il francese Bernard Bruneteau ha raccontato il Novecento coniando una definizione lapidaria e atroce: “Il secolo dei genocidi”. Per mano turca, russa, tedesca, cambogiana; nel nome dei totalitarismi, nel nome della razza, nel nome della classe sociale; con criteri industriali, seriali: abbiamo assistito a ripetuti, pianificati sterminii, a distanza di poco tempo. Fatichiamo a studiarli. Rifiutiamo di accettarli. Finiamo per esserne infestati. Gli artisti europei più sensibili raramente hanno saputo sintetizzare e universalizzare il respiro di qualcosa di così buio, metodico e gelido.
Trilogia della montagna II. Secondo capitolo della Trilogia della montagna firmata negli anni Sesssanta da Yaşar Kemal, lo scrittore turco, di origine curda, più tradotto e conosciuto all'estero prima della comparsa del Nobel O. Pamuk. Scrittore prolifico e fluviale.
"Un artista è sempre insoddisfatto. Perché ricerca la perfezione. Ed è solo alla fine della sua vita che potrà rendersi conto del reale valore di ciò che ha realizzato” (pag.64).
Bastian Vivès è uno dei talenti del fumetto internazionale, una sorta di enfant prodige visto il livello e gli apprezzamenti conquistati fin dalla giovane età, è del 1984, e con ormai alle spalle una carriera ormai più che consolidata.
"Perle" è stato un gradito omaggio. Ricevuto, come alcune piacevoli sorprese, direttamente via e-mail, sotto forma di allegato e-pub, dalla Quarup, una casa editrice pescarese che, nonostante sia abruzzese come la sottoscritta, la sottoscritta non conosceva affatto.
Tornare a leggere Mia Couto, come avevo sospettato fin dal mio primo Couto (Veleni di Dio, medicine del diavolo, Voland, 2011), è stato esaltante e sorprendente. In sostanza: non mi aspettavo nulla di meno. E non posso che continuare a ribadire che questo scrittore è una delle scoperte più stuzzicanti e stimolanti che abbia compiuto negli ultimi tempi.
Su Facebook si è scritto e si scriverà molto, ma è possibile parlare di questo fenomeno in maniera giocosa e divertente, senza demonizzarlo? La risposta – affermativa – viene da questo romanzo-saggio di Luca Martello, giovane sardo di talento e dallo spiccato senso dell’umorismo (chi ha letto i suoi racconti sul vecchio lankelot.com se ne sarà già accorto). Martello riesce a inventare una scherzosa e grottesca avventura che ha per protagonisti un coniglio e nientemeno che Zygmunt Bauman.
Un divertissement può aspirare a essere qualcosa di più dell’entertainment? Volando basso, ci si può sbellicare dalle risa e nel frattempo farsi venire qualche idea riguardo alla strana umanità condannata da demoni discordi all’esercizio (talora del tutto immaginario) della scrittura? Magari approfittarne per rivedere un po’ di aberrazioni in corso trasformate in abitudini ormai considerate normali? E rivederle per es. con un ceffone assestato a mestiere?
Yair Moses, settantenne regista cinematografico israeliano, appartenente ad una famiglia laica di Gerusalemme originaria della Germania, viene invitato, quale ospite d’onore, ad una retrospettiva dei suoi film, organizzata da un’insolita associazione di cinefili nella più scenografica ed insolita tra le città spagnole, Santiago de Compostela. Un luogo che non dimentichi, anche se ci sei stato solo una volta.
La maledizione degli affetti. La maledizione degli affetti. La. Maledizione. Degli. Affetti. Maledizione. Affetti.Non è un titolo che, non appena lo leggi, ti stende? Ti butta al tappeto. Knock Out. Quattro parole, quattro pugni in volto: articolo e preposizione di studio, i nomi ad affondare. Almeno, su di me ha avuto questo effetto. Difatti ho dovuto aspettare del tempo per poterlo leggere. L'avevo qui, sul computer, questo e-book, e ogni tanto l'aprivo, ne leggevo qualche brano, richiudevo. Credo di averlo letto, a pezzi e bocconi, come si dice, quasi tutto, ed alcuni capitoli più volte, prima che mi sentissi pronto a farne una lettura dalla prima all'ultima riga. Come se mi fossi allenato, per mesi, a resistere tutti i rounds del match.
Psicodramma d'un disadattato, ultrasensibile e irrequieto, inadatto alla vita e fragilissimo, “Pit Bull” [Stampa Alternativa, 2007] è un romanzo capace di coniugare realismo, denuncia e sentimentalismo. È uno spaccato di sofferenze e di vuoti: sofferenze spirituali, vuoti intellettuali. Assenza di prospettive individuali: incredibile disintegrazione sociale. È crudele ma non è bugiardo.
A quattro anni di distanza dal suo esordio, avvenuto in una Transeuropa, 1998, con la raccolta di racconti “Veronica dal vivo”, lo scrittore siciliano Giuseppe Casa debuttò ad alto livello con questo generazionale romanzo di formazione – deformazione, avrebbe detto lui – apparso per Rizzoli. “La notte è cambiata” (13 euro e 50; pp. 282) era una storia che poteva essere raccontata soltanto quando Roma aveva ancora il fascino della città in cui succedeva tutto; vale a dire, fino agli anni Novanta, massimo primi anni Zero. È una storia che racconta cosa poteva capitare a un giovane provinciale sensibile, intelligente e pieno di vita, in questo Paese: cosa poteva capitare in un'anima portata a leggere bellezza e verità, e potenzialità, in ogni cosa.
Diciamolo subito, fosse stato scritto da una donna sarebbe stato diverso. Un bello strappo al piagnisteo – al dolorismo, come lo abbiamo definito altrove – di troppa letteratura femminile, una sana dimostrazione di coraggio, e di buon gusto perché no.
"Avevano spento anche la luna" è il romanzo d'esordio di Ruta Sepetys. La scrittrice è nata negli Stati Uniti ma ha origini lituane. Come capita a molti autori, di recente, anche la Sepetys deve aver deciso, un bel giorno, di mettersi a scavare nel passato della sua famiglia, probabilmente alla ricerca di quelle radici che, prima o poi, chiunque vuole recuperare e comprendere.
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