Prima di accingermi a scrivere le note sul terzo libro di Murakami Ryū pubblicato in Italia, riflettevo sull’opportunità o meno di esprimere le mie personali considerazioni sulla scelta relativa alla traduzione del titolo originale e naturalmente sulla copertina. La risposta che mi sono data è che non riesco proprio ad esimermi quantomeno dal sottolineare l’impietosa scelta editoriale che si presenta, come al solito, una tipica operazione italiana. Il mio appunto va principalmente sul titolo certamente rispondente a logiche commerciali, ma mi pare che si finisca per svalutare il già esiguo riconoscimento a questo scrittore dall’ingegno prolifico e potente. È parso opportuno forse ripescare la fama del precedente titolo “Tokyo Decadence”, ma non gli si addice proprio il detto “meglio battere il ferro finché è caldo”. In questo modo “Tokyo Soup” si presenta forzatamente come un continuum della storia precedente. È vero che Murakami accentra l’attenzione geografica su un altro frammento del quartiere Shinjuku di Tokyo, ovvero il lato est delle tipiche ambientazioni di “Tokyo Decadence”, ma qui la storia è un’altra ed altre sono le intenzioni. La zuppa di miso, che risponde all’originale traduzione del titolo, è pasto tradizionale, onnipresente, ma è pietanza ormai non del tutto estranea alle conoscenze culinarie di derivazione nipponica, utilizzata anche nella cucina macrobiotica. Era un elemento calzante, rivelatoria di una metafora nella scelta narrativa dello scrittore. Nella versione abbinata al nome della capitale finisce per fornire un’idea distorta, alimentata tra l’altro dall’immagine di copertina. L’introduzione di un’opera di Takashi Murakami, pittore e scultore giapponese, che coniuga la pop art alle illustrazioni tipiche di manga e anime, rivela una scelta sottile che avvicina ideologicamente il libro alle creazioni dell’artista, solito rappresentare con le sue installazioni la solitudine generazionale. Tra l’altro, l’utilizzo di immagini manga è una pratica molto diffusa in Giappone per identificare locali, luoghi o semplici cartelli stradali, ma in questo caso è di difficile comprensione per il lettore. Tant’è che, nell’edizione 2007, la copertina è stata sostituita da un’altra che trovo sinceramente orrenda. Ed a proposito di ministre, cosa ci scodella il buon Murakami Ryū in un titolo pescato dal mucchio?
È la storia di Kenji, guida turistica del sesso che accompagna Frank, un americano, uno straniero, un gaijin, nella notte stralunata di Tokyo durante le ore che precedono il capodanno. Il quartiere scelto è ovviamente Shinjuku, nella zona est di Kabuki-cho. Il Giappone è pieno di guide, come in tutto il resto del mondo del mondo, ma con alcune particolarità. La prima è che, in quasi tutte le zone del Paese, abbondano le guide volontarie, gratuite, che si offrono di accompagnare i turisti nei luoghi che essi stessi scelgono o lungo i circuiti tradizionali. Le ragioni dell’esistenza di queste guide sono l’amore per il loro Paese e la voglia del confronto, anche linguistico, con gli stranieri. Uno scambio reciproco che coinvolge pensionati o giovani studenti. Poi ci sono le guide autorizzate, a pagamento e, quindi, quelle non autorizzate, costituite per lo più da giovani che sbarcano il lunario raggranellando qualche soldo per gli studi o per la semplice sopravvivenza. Le richieste maggiori riguardano ovviamente i giri turistici fuori dai circuiti tradizionali, quali possono essere le strade a luci rosse. Di questi posti Shinjuku/Kabuki-cho è davvero stracolma. Leggere le pagine di questo libro è stato un po’ come immergersi nuovamente in quelle atmosfere, vissute semplicemente in esterna. Si è stregati dal fascino misterioso che emana il quartiere, perlustrato da chi scrive in lungo e largo, osservando e registrando in memoria tutto quello che accadeva tra le strade illuminate al neon, coloratissime e stracariche di ogni genere di locale, all’apparenza anonimi. Davanti ad essi circolano una serie infinita di personaggi che vanno dai buttadentro, quasi tutti di colore (fascino esotico), agli accompagnatori per signore e signorine che assumono il nome di hosto (versione maschile di hostess o escort che, generalmente, attendono all’interno). Nessuno di loro vi avvicinerà mai per darvi un buono sconto, un invito, o anche un gadget promozionale del locale, fosse anche un pacchetto di fazzolettini. Gli stranieri sono invisibili e stranamente, anche nelle zone che in altre parti del mondo si farebbe bene a girare con il supporto di almeno una dozzina di militari in assetto di guerra, qui sembra di stare a Disneyland, senza neppure il rischio di perdersi tra i vicoli. Entri in un negozio di abbigliamento e ti ritrovi dopo appena un metro davanti ad una parete attrezzata da far invidia ad un qualsiasi sexy shop. Ovviamente ci sono anche ristorantini, pub ed altri luoghi normalissimi in cui lo straniero è ben accolto. Il bello è che solo osservandoli sul posto si riesce a distinguere un tipo di locale da un altro. Generalmente si deve scendere al piano interrato o infilarsi in qualche palazzo, conoscendo con sicurezza la posizione del locale. Non ci sono insegne equivoche, né scritte leggibili per chi non conosce il giapponese. Frank, il cliente di Kenji, ha a disposizione la “Tokyo Pink Guide”, la preziosa guida dei locali ricercati, con tutti i disegni che indicano la corretta posizione nella zona. Questa guida però non è mai aggiornata, perché i locali aprono e chiudono in continuazione. Per questo motivo proliferano le guide turistiche non autorizzate. Kenji non è ancora del tutto conosciuto nella zona ma con una certa fortuna riesce a portare il suo turista americano nei luoghi che vuole visitare: lingerie pub, peep show, omiai club. La sua attenzione è rivolta al sesso, ma quelli non sono i locali giusti. I giapponesi non sono così interessati alla pratica del sesso completo, è tutto il contorno a divertirli. Pochi giorni prima era stato ritrovato in quel quartiere il corpo smembrato di una studentessa, appartenente al giro dell’enjo-kōsai, la prostituzione minorile interessata ai soldi come merce di scambio per oggetti di lusso, vestiti, accessori, gioielli. Anche le ragazze che frequentano il lingerie pub e l’omiai club appartengono a quella categoria.Frank porta lo stesso Kenji a riflettere sul confronto dell’industria del sesso giapponese con quella di altre zone del mondo che pur inizia a popolare le strade di Tokyo: sudamericane, asiatiche, africane si vendono in cambio di soldi che servono poi a mandare avanti la vita delle loro famiglie nei villaggi d’origine e dar loro la speranza di una vita migliore. A Tokyo, invece, vedono una realtà diversa in cui la prostituzione sui generis è il modo più facile per sopperire alla solitudine. Frank è un tipo strano, dalla pelle fredda e dura come l’acciaio. Non rivela mai il suo cognome, ma ad ogni conversazione sembra contraddirsi, finendo per rivelare, in un gesto improvviso, i polsi pieni di cicatrici. Chi è Frank? E cosa è venuto a fare in Giappone, lui che dice di aver tanti soldi e dimora in un modesto albergo di Shinjuku? Ma vi alloggia davvero? Kenji non lo ha mai visto entrare o uscire dall’hotel. Chi è quel Frank che ha una montagna di soldi sporchi custoditi in un portafoglio di finto coccodrillo? Chi è quel Frank che gli rivela la storia del Giappone, delle causa del successo del boom economico dopo la seconda guerra mondiale e che sembra conoscere meglio di lui le tradizioni giapponesi, come i 108 rintocchi delle campane di capodanno? Frank ha appreso quelle notizie da una prostituta sudamericana. Sono gli stranieri ad essere interessati a conoscere il Giappone, non i Giapponesi, soprattutto i giovani che non trovano punti di riferimento nella loro crescita. Kenji inizia progressivamente ad aver paura di quell’uomo, ma allo stesso tempo non trova il coraggio di liberarsene o di rivolgersi alla polizia. Il sospetto che sia uno psicopatico è sempre più forte; il sospetto che sia stato lui ad uccidere la ragazzina tra i vicoli di Kabuki-cho o a bruciare il senzatetto è sempre più intenso, ma ne è affascinato, sempre di più, come sotto ipnosi, come colpito dalla Sindrome di Stoccolma..
Siamo dalle parti del noir ambientato tra le strade a luci rosse di Tokyo. Un thriller sui generis che intreccia notazioni sociologiche, elementi pulp (in certe pagine il sangue scorre a fiumi), commistioni tra la cultura nipponica e quella americana, rivelatrice di grandi contraddizioni, analisi introspettive, devianze sociali e l’onnipresente solitudine urbanistica. Non c’è un solo aspetto prevalente. Murakami li mescola sapientemente, provocando sul lettore una sorta di magnetismo letterario da cui si emerge con grande fatica. Chi cerca un thriller o una storia di erotismo estremo resterà inevitabilmente deluso perché di sesso se ne legge poco, mentre sull’altro aspetto si scava più nelle motivazioni che nella ricerca dell’assassino, il cui nome è evidente fin dalle prime pagine, un mix tra Norman Bates (Psyco, Alfred Hitchcock), Hannibal Lecter (Il Silenzio degli innocenti, Jonathan Demme), Patrick Bateman (American Psycho, Mary Harron). È il suo profilo che interessa allo scrittore, il veleno del capitalismo all’americana, così come quel rapporto ambiguo tra la cultura occidentale e giapponese. La prima incuriosita a scoprire riti e tradizioni del Paese del Sol Levante (la metafora della zuppa di miso, nelle pagine finali del romanzo), la seconda tendente all’assimilazione incontrollata, spinta più da una tendenza modaiola che da una vera motivazione storico-sociale. Il romanzo è stato scritto nel 1997 ma, ad osservare da vicino i giovani giapponesi di oggi, abbronzati, con i capelli cotonati e colorati di chiaro, gli occhi ingigantiti dal trucco e poi vederli indossare abiti assurdi e scarpe di misure più grandi, fa comprendere che Murakami è riuscito, come i colleghi del Novecento che lo avevano preceduto, a fornire un ritratto realistico e, allo stesso tempo, profetico del futuro Giappone. Intenso, inquietante, provocatorio. Non è il suo capolavoro, ma è da leggere. Assolutamente.
“Le cose di cui parlava erano spaventose, disgustose, e spesso incomprensibili, eppure mi arrivava tutto. Era come ascoltare la musica, ritmica e con una melodia che sembrava entrarmi dentro direttamente dai pori più che dalle orecchie. Mi ero arreso al suo racconto, credo, e quando mi chiese se fossi mai stato in manicomio la domanda non mi scandalizzò nemmeno. Risposi che no, non c’ero mai stato. Ascoltandolo avevo smesso di chiedermi se era sano o malato di mente. Mi sembrava di ascoltare un mito antico: Tanto, tanto tempo fa, quando gli uomini si uccidevano e si mangiavano a vicenda…Non sapevo più cos’era giusto e cos’era sbagliato. Si trattava di una situazione di precarietà, che mi lasciava intuire un senso di libertà mai provato” (pag. 213).
Commenti
terzo e per il momento ultimo libro tradotto.
Qualche fotina di Kabuki-cho...le mie non le posso inserire :)
http://blog.hyptyo.com/wp-content/uploads/2007/06/kabukicho1-thumb.jpg
http://impressive.net/people/gerald/2006/11/18/17-55-04-sm.jpg
http://www.photodiary.org/large/c_6532.jpg
http://www.japantimes.co.jp/images/photos2007/fl20071122r1a.jpg
wow:).
Domattina leggo tutto;)
wordpress ti aveva duplicato un paragrafo: l'ho rimosso. Bene, direi che a questo punto il quadro è chiaro e la missione divulgativa compiuta, Movi, con tanto di note sull'adattamento IT;).
Soliti applausi
arigato :)
(Beh questo libro è un po' speciale, Shinjuku mi è rimasto nel cuore e trovarmelo descritto in visione notturna è stata una bella esperienza. Tra l'altro è anche citato l'albergo che mi ha ospitata nei giorni di Tokyo).
non vedo l'ora di leggerti editor di narrativa JAP, movi;)