“Blu quasi trasparente” è l’opera prima dello scrittore che all’età di 24 anni sconvolse il panorama letterario giapponese. Murakami Ryū può considerarsi il padre di tutta la nuova potente generazione di scrittori del Sol Levante. Scrivo padre, ma Ryū resta un eterno fratello maggiore, sempre fedele a se stesso con una scrittura che non risente degli anni che passano, tutt’altro. Con il tempo ha smussato certi angoli della sua prosa, rendendola più fluida e l’urgenza devastante dell’opera prima si è fatta più incisiva, attraversando e raccontando dal di dentro l’evoluzione generazionale degli ultimi 30 anni del Giappone, trasformata su carta in mille storie diverse. Poliedrico ed eclettico, il “ragazzaccio” ha destato in Italia, all’epoca, un certo clamore per un film tratto da un suo romanzo, tra l’altro da lui stesso diretto e che risponde al titolo di “Tokyo Decadence”.
In una visionarietà coerente ha poi regalato al regista Miike Takashi la sceneggiatura per il suo film più famoso “Audition”. Già da questi titoli, noti ai voraci cinefili, si dovrebbe individuare il personaggio e la centralità della sua opera.
Ryū ha rappresentato per il Giappone la linfa per una rigenerata fioritura della letteratura autoctona, dopo un momento di generale appiattimento, un merito enorme a cui, tuttavia, non corrisponde oggi un’equa fama. E quanti si sentono affascinati dalla letteratura giapponese contemporanea dovrebbero spulciare tra le bancarelle dei mercatini o nelle biblioteche e farsi divorare dalla devastazione esistenziale che mise in scena con questo suo primo romanzo. È a lui che si deve l’esplosione su carta del disagio giovanile di un Paese in pieno boom economico (anni ’80) ma che non aveva affatto dimenticato il disastro della “bomba” e di tutto quello che ne era conseguito. Un capolavoro si dice, ma vale anche per il secondo titolo e poi per quello successivo. Certo è che ogni sua opera è un’esperienza che ti assorbe completamente ed anche quando vorresti staccartene, ti rendi conto che è già finita.
Si legge in bandella che Ryū Murakami vinse nel 1976, con “Blu quasi trasparente”, il Premio Gunzo e, nello stesso anno, il prestigioso Akutagawa, abbattendosi come uno tsunami su gran parte della giuria, i cui membri, per protesta, si dimisero. In soli sei mesi furono più di un milione le copie vendute. Il suddetto titolo, almeno nel nostro Paese, è ormai scomparso, sepolto tra la polvere dall’allora proprietario dei diritti editoriali.
L’Orlando Furioso nipponico (una mia definizione), all’epoca della sua prima pubblicazione in Italia non poteva essere compreso, così come non poteva esserlo con “Tokyo Decadence”, di cui sopravvissero in memoria strascichi pruriginosi ascritti al genere sadomaso. I tempi non erano maturi per comprendere il significato e l’origine delle allucinate perversioni centralizzate dell’opera di Murakami. La distanza con la società giapponese dell’epoca era abissale e tutto ciò che poteva leggersi tra le righe era una strana ed ambigua stratificazione aliena. Se solo fosse stato pubblicato in contemporanea all’uscita giapponese, forse la nostra società ne avrebbe potuto riconoscere la potenza di genere, assimilandone i tratti, anche artatamente, ad una certa letteratura di emarginazione (sto pensando ad un caso limite quale poteva essere Christiane F., “Noi, i ragazzi delle zoo di Berlino”).
Lo scrittore aveva semplicemente anticipato i tempi, scuotendo il capitalismo giapponese dalle fondamenta e portandone alla luce tutte le brutture, le deviazioni ed il moto allucinatorio di una gioventù, frutto della bomba, che non riusciva a conciliare la storia all’inarrestabile successo economico sociale. Tracce di quella gioventù oggi riusciamo a scorgerle anche nella nostra di società.
Non è stata un’opera facile la sua, in una società di limpidezza apparente, con un mondo sommerso tutto da scoprire. La maschera della società nipponica in fermento economico verrà distrutta in “Tokyo Decadence”, ma nell’opera prima è l’emergenza della generazione a cui apparteneva che schizza fuori, palesandosi al mondo intero, in primis a quello giapponese, creando prima imbarazzo, poi orrore. Ogni sua opera sprigiona una tale potenza liberatoria che non ho ancora riconosciuto in nessun autore contemporaneo. Non nego di aver sempre amato la sua scrittura, riuscendovi a trovare il fuoco dell’innovazione privo di un limite temporale che non sa arrestarsi, a tal punto che, in una società fortemente costrittiva, non può che costruire le basi per una nuova speranza.
Quella che Ryū racconta è una generazione allo sbando, diseducata, incastrata senza appigli nella follia generalizzata. Conta la sopravvivenza, in branco, in un delirio orgiastico di rock, sesso e droga (di qualsiasi genere), senza alcuna progettualità, senza proiezione in un qualsiasi futuro. Ryu e Lily vivono insieme al gruppo nello squallore più rivoltante, abbandonandosi a tutte le esperienze possibili. È un vortice il loro che ogni giorno si fa sempre più intenso. La vicinanza alla base americana gli permette di frequentare e sperimentare, fisicamente e psicologicamente, una forma di aberrante interazione. In certi punti presenta tratti di pura pornografia, questo è stato da più voci evidenziato, ma è anche vero che non serve leggere tra le righe per capire che gli effetti nucleari si riversano nella vita di tutti i giorni, nella descrizione di malattie che guarda caso riguardano tumori della pelle, mentre lo spettro della “bomba” aleggia sempre sopra le loro teste, traslato metaforicamente nel volo di un uccello nero così gigantesco che “si vede soltanto l’incavo del suo becco che appare come una caverna, e forse non si riesce neppure a vederlo per intero” (pag.223).
A chi glielo domandava, lui rispondeva che era un libro autobiografico solo per metà. A noi il dubbio di quale sia la parte riservata alla finzione.
“La città, che si riflette come un’ombra, crea con il suo profilo una tenue linea ondulata. Una linea uguale a quella biancastra che mi si era impressa a fuoco negli occhi per un istante, insieme ai fulmini, in quell’aeroporto sotto la pioggia, quando stavo per uccidere Lily. Una delicata linea ondulata come l’orizzonte marino che si vede confuso quando il mare è in burrasca, come le braccia bianche di una donna. Fino a oggi ero sempre stato avvolto, in qualsiasi momento, da quella linea ondulata biancastra. Il frammento di vetro ha ancora del sangue sui bordi; irradiato dai vapori dell’alba, è quasi trasparente. È di un blu senza contorni, quasi trasparente. Mi sono alzato in piedi, ho camminato in direzione di casa mia. Ho pensato di voler diventare come quel pezzo di vetro; di voler provare a riflettere io, allora, quella delicata linea bianca ondulata, di voler mostrare anche agli altri quella dolce linea ondulata riflessa su me stesso. Un’estremità del cielo si è rischiarata, e il frammento di vetro si è subito offuscato” (pag.230).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Ryū Murakami (il vero nome è Ryunosuke) nasce il19 febbraio 1952 a Sasebo (Nagasaki). È scrittore e regista giapponese.
Murakami Ryū, “Blu quasi trasparente”, Rizzoli, Milano, 1993, pag.240. Traduzione dal giapponese di Bruno Forzan.
Edizione originale: “Kagirinaku tomei ni chikai buru", 1976.
Commenti
Libro non disponibile/fuori catalogo.
Un peccato, l'opera prima di Ryu Murakami è un'esperienza.
"può considerarsi il padre di tutta la nuova potente generazione di scrittori del Sol Levante" alla fine del primo paragrafo è una ripetizione....(-:
gran pezzo.
OT - articolo numero 3.500 della storia di Lankelot.
Viva MOVI!
"Poliedrico ed eclettico, il ?ragazzaccio? ha destato in Italia, all?epoca, un certo clamore per un film tratto da un suo romanzo, tra l?altro da lui stesso diretto e che risponde al titolo di ?Tokyo Decadence?
> Ben lo ricordo:). Direi anni Novanta, ciclone di film erotici o proprio al limite, famoso per la scena di una tizia costretta a levarsi e rimettersi gli slip - per ore - in piedi alla finestra:).
"In una visionarietà coerente ha poi regalato al regista Miike Takashi la sceneggiatura per il suo film più famoso ?Audition?. Già da questi titoli, noti ai voraci cinefili, si dovrebbe individuare il personaggio e la centralità della sua opera."
> Ecco, "Audition" invece mi è proprio sfuggito.
"Se solo fosse stato pubblicato in contemporanea all?uscita giapponese, forse la nostra società ne avrebbe potuto riconoscere la potenza di genere, assimilandone i tratti, anche artatamente, ad una certa letteratura di emarginazione (sto pensando ad un caso limite quale poteva essere Christiane F., ?Noi i ragazzi delle zoo di Berlino?). "
> Bel rilievo.
Qua:
www.lankelot.eu/index.php/2007/11/04/christiane-f-noi-i-ragazzi-dello-zo... ILDE
(magnifico lavoro.)
4. Molto al limite...direi...versione italiana ovviamente tagliata. Non so dirti al cinema, io lo vidi in cassetta all'epoca. Esiste un seguito, ma ovviamente preferisco il libro...che, infatti, seguirà questa mia.
5. Beh Takashi Miike era il regista adatto per il racconto/sceneggiatura di Murakami. Pensa che ero in giro con un amico e mi ha consigliato un film a noleggio...gli ho consigliato Audition stravolgendogli (burla) trama e contorni. Al rientro dal weekend era sotto shock ed ovviamente mi ha detto che non seguirà mai più un mio consiglio ih ih ih
:)
6. Incorporato il link. Avevo cercato sotto la F ma non avevo pensato a scartabellare giustamente anche sotto la C :P
Credo sia un accostamento utile, anche se le origini dei due libri sono certamente diverse.