Murakami Haruki

Norwegian Wood. Tokyo Blues

Autore: 
Murakami Haruki

EROS E THANATOS

Steso tra Mykonos e Roma con in mezzo un breve intervallo in Sicilia, sulle note di  “Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band” a fare da colonna sonora, “Tokyo Blues – Norwegian Wood” viene presentato dall’autore stesso, come un romanzo scritto with a little help da parte di Lennon e McCartney.
Murakami racconta la struggente storia di Toru e Naoko, racconta le loro vite legate da un filo che intreccia amore e morte, racconta i loro silenzi e le attese, i loro gesti ed i sogni, i loro sorrisi e le lacrime riproducendo il clima inquieto ed evanescente del Sessantotto giapponese scandito da lotte studentesche, false rivoluzioni e passioni culturali e politiche. L’inchiostro fluisce dai ricordi: è la musica a scandagliare il passato, a far riemergere immagini, profumi e suoni sepolti nella memoria: “l’odore dell’erba, il vento che portava dentro sé un gelo sottile, il profilo dei monti, l’abbaiare di un cane”. È la musica a ridipingere quel viso, “ma prima appaiono le sue piccole mani fredde, quei bei capelli lisci così leggeri al tocco, (…) quel suo modo di fare una domanda guardando sempre l’altro dritto negli occhi, la voce che a volte tremava dando come l’impressione che parlasse su una collina dove soffiava un vento fortissimo…”.

Sono i Beatles e la loro “Norwegian Wood” (1965) riportata anche nel titolo del libro, ad accompagnare Watanabe indietro negli anni, sino a ritrovare il volto della ragazza che gli camminava a fianco e a rievocare il loro amore imbevuto di morte. Lo scrittore di Kobe cita brani dei Doors, di Bill Evans, di Miles Davis, ricorre, quindi, all’ausilio delle note che scandiscono la narrazione traducendo le emozioni dei protagonisti e facendosi interpreti del loro mondo denso di voragini e di speranze che sembrano fondersi al crocevia di solitudine e dolore al quale si incontrano, perdendosi l’uno nell’altra. Sequenze di parole si trasformano in melodia, quasi come se Murakami scrivendo intonasse uno struggente blues capace di vibrare, con la sua dolce malinconia, attraverso le pagine del romanzo e di avvolgere il lettore conquistandolo, facendo leva su uno stile impeccabile, in grado di avvalersi di un’eleganza e di una fluidità che lo rendono limpido, musicale.
Alfiere della buona scrittura, l’autore classe 1949, prezioso esponente della moderna narrativa nipponica, si fa promotore di una completezza linguistica e di una fragranza lessicale sapientemente dosate per dipingere, come in un quadro di rara bellezza, il profilo dei suoi personaggi con pennellate di autentica poesia.
Toru, Naoko, Nagasawa, Midori, Reiko, preziosi frammenti di un Giappone di cui Murakami riesce a trasmettere lo spirito, la sensibilità, la finezza senza cadere in stereotipi e facili esotismi. Le sue creature, del resto, hanno nomi orientali, ma potrebbero vivere ovunque, autentici specchi delle nuove generazioni giapponesi nettamente sbilanciate verso l’Occidente, in perfetta corrispondenza con la natura apolide dello scrivente capace di vivere in bilico tra Italia, Stati Uniti e paese natio sentendosi cittadino del mondo, e tuttavia inesorabilmente legato alle sue origini, ai miti della cultura nipponica, alle sue tradizioni ed ai suoi riti, ispirato “interprete di quell’Oriente che negli anni abbiamo imparato a conoscere nei film di Kurosawa, come nei manga della Takahashi”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Haruki Murakami nasce a Kobe nel 1949. Dopo essersi laureato in drammaturgia classica alla Waseda University - con una tesi sul viaggio nel cinema americano - si è dedicato alla gestione del suo jazz bar dal 1974 al 1981. Nel frattempo nel 1979 vince il premio Gunzo con il suo libro d'esordio, Ascolta la canzone del vento, non tradotto in Italia, e pubblica altri due libri. Fra questi Sotto il segno della Pecora vende in brevissimo tempo 150.000 copie solo in Giappone e gli fa conquistare il prestigioso Noma Literary Award. Oltre a scrivere numerosi romanzi e racconti si dedica alla traduzione di scrittori americani fra cui John Irving, Raymond Carver e Francis Scott Fitzgerald. Vive tra Italia (a Roma), Giappone e Stati Uniti.

 

Haruki Murakami, “Tokyo Blues – Norwegian Wood”, Feltrinelli, Milano, 1993.
Titolo dell’opera originale “Noruwei no mort”.
Traduzione di Giorgio Amitrano.


Approfondimento in rete: Sito in inglese

MURAKAMI in LANKELOT:
Murakami Haruki - A sud del confine, a ovest del sole - AngelaMigliore
Murakami Haruki - Dance Dance Dance - rapace
Murakami Haruki - Kafka sulla spiaggia - Léon
Murakami Haruki - Norwegian Wood. Tokyo Blues - AngelaMigliore


 

Angela Migliore
, maggio 2004
Originariamente apparso su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788806183158

Commenti

Questa tua ottima pagina, che rileggo con piacere, mi ricorda che Murakami - citato di striscio in Disorder per questa ragione - mi venne donato da amici che volevano liberarmi dal citazionismo rock e pop nella mia narrativa. Mi sa che sono riusciti nell'impresa solo per qualche anno (ma questo libro meritava, accidenti).

Spieghi magnificamente in clausola:

"Toru, Naoko, Nagasawa, Midori, Reiko, preziosi frammenti di un Giappone di cui Murakami riesce a trasmettere lo spirito, la sensibilità, la finezza senza cadere in stereotipi e facili esotismi. Le sue creature, del resto, hanno nomi orientali, ma potrebbero vivere ovunque, autentici specchi delle nuove generazioni giapponesi nettamente sbilanciate verso l?Occidente, in perfetta corrispondenza con la natura apolide dello scrivente capace di vivere in bilico tra Italia, Stati Uniti e paese natio sentendosi cittadino del mondo, e tuttavia inesorabilmente legato alle sue origini, ai miti della cultura nipponica, alle sue tradizioni ed ai suoi riti, ispirato ?interprete di quell?Oriente che negli anni abbiamo imparato a conoscere nei film di Kurosawa, come nei manga della Takahashi?.

Pagina ricca di poesia, in parte legata al racconto soprattutto legata alle parole, scelte con sapienza a creare accordi perfetti tra contenuto e forma. Particolare e suggestivo anche il tema, incuriosisce l'idea di calarsi all'interno di un '68 così differente da quello più noto, dallo stereotipo del '68 occidentale. Ottimo pure l'abbinamento Giappone/Beatles, a prima vista un filo stridente...ma questo è il bello della faccenda.

1 > Il citazionismo rock e pop in narrativa sta benissimo, il problema semmai è che non viene colto da tutti. Ma questo è il rischio che si corre con qualsiasi genere di citazioni.
Sul rock sono messa maluccio. In Disorder, ad esempio, l'omaggio ai Marlene Kuntz l'ho colto solo ora che ho cominciato ad ascoltarli.

2 > Sì, un '68 assolutamente altro rispetto a quello occidentale. I libri di Murakami hanno quella magia che li fa risultare leggeri, scorrevoli anche quando indagano nel buio del dolore più intimo.

"Murakami racconta la struggente storia di Toru e Naoko, racconta le loro vite legate da un filo che intreccia amore e morte, racconta i loro silenzi e le attese, i loro gesti ed i sogni, i loro sorrisi e le lacrime riproducendo il clima inquieto ed evanescente del Sessantotto giapponese scandito da lotte studentesche, false rivoluzioni e passioni culturali e politiche">
considerando la lontananza da quella sensibilità e quella cultura, non può che essere un richiamo alla lettura. Per il resto mi associo a precedenti commenti, su citazionismi et similia. Altro titolo, altro salto in libreria, altra lettura da gustare. Sei un vampiro (non cattivo, eh) del mio tempo libero, Angela :-)

:)

l'ho finito da poco, e la recensione pubblicata su ciao non è mi è venuta gran che. Giudizio sospeso. Anche se si tratta di un gran bel romanzo. Ho comprato "Dance dance dance", vediamo poi. In ogni caso mi pare un giapponese molto poco appartenenente alla sua nazione. Mi da un senso di spersonalizzazione e rifiuto del paese da cui proviene. E secondo me ha letto molto a fondo, anche lui, Dostoievski. Vado a naso, eh.

Dostoevskij come background di Murakami... Confesso che non riesco ad argomentare, conservo un ricordo troppo vago. Sbircerò la tua pagina sul vecchio ciao, però farebbe piacere leggerla anche qui. Magari insieme a quella in fieri su "Dance dance dance" (che io non conosco)

eh, soprattutto sui due personaggi femminili, così dicotomici e nel frattempo nella migliore accezione del termine didascalici. La recensione non è un gran che, direi, lo ammetto :-). Dance Dance dance, diciamo che entro due mesi ve ne parlo.

Che bella scrittura, questa di Murakami Haruki. Sono partito un po' scettico, mi son dovuto ricredere.
Era da tempo che non incontravo una figura femminile originale come Midori. E mi ha colpito soprattutto per i contini riferimenti alla cultura occidentale.
E' una scrittura leggera come un fiocco di neve, la sua, ma come i fiocchi di neve non se ne trovano mai due uguali. Ed è per questo che le sue pagine si leggono tutte d'un fiato, con grande trasporto.
Molto bella anche la tua pagina, Angela.

"riproducendo il clima inquieto ed evanescente del Sessantotto giapponese scandito da lotte studentesche, false rivoluzioni e passioni culturali e politiche".

Invece io ho notato proprio il contrario: non resta tutto - fin troppo - sullo sfondo? A me pare quasi fatto apposta...

"L?inchiostro fluisce dai ricordi: è la musica a scandagliare il passato, a far riemergere immagini, profumi e suoni sepolti nella memoria".
Passo stupendo. ;)

Mi piacerebbe scrivere un libro così: di ricordi, con la musica che predomina su tutto (chissà quando, però). :)

"facendo leva su uno stile impeccabile, in grado di avvalersi di un?eleganza e di una fluidità che lo rendono limpido, musicale".

Verissimo, anche le descrizioni a sfondo puramente sessuale. Non è per nulla facile.

Proprio un bel libro, lo consiglio a tutti (non è ciao, qui?) :)

15. decisamente qui non è "ciao":-). Premesso che nell'apile 2007 dicevo che entro due mesi leggevo "Dance dance" Argh

Questo libro riposa da oltre un anno nel mio scaffale e ancora non ho trovato la voglia di leggerlo. Prima o poi lo farò. Sarà che qualsiasi narratore giapponese ai miei occhi subisce l'impietoso confronto con la letteratura del grande Mishima. A proposito, tra poco posto qualcosa di Mishima, del quale su Lankelot ci sono solo un paio di ottimi pezzi di Angela: troppo poco per un narratore molto prolifico del suo calibro.

Federico
Di Mishima aveva scritto tanto Movida, io oltre ai due recensiti ho letto solo "Confessioni di una maschera", ma ho evitato di bissare visto che ci aveva pensato lei. Ora farei fatica a scriverne, è passato troppo tempo. Ricordo una lettura molto cruda e introspettiva, ma meno nelle mie corde rispetto a "Musica", ad esempio. Murakami ha uno stile differente, meno spigoloso, meno aspro di Mishima. Ma non meno profondo nell'analisi psicologica dei personaggi.

Antonio
Contenta ti siano piaciuti e il romanzo e la mia pagina.
Le figure femminili di Murakami hanno una fragilità poetica che le pone al di sopra degli altri personaggi. Le ho trovate stupendamente complesse, ma mai banali. Mai stereotipate.

Paolo
Aspetto con fiducia la pagina promessa su "Dance dance dance". E so che arriverà. Prima o poi arriverà. (Anch'io ho provato a rendere pubblici i miei "scriverò", per combattere la pigrizia. Ma dei quattro annunciati, ancora non ne ho recensito neppure uno. Mi sa che bisogna cercare un'altra strategia ;) )

Paolo e Angela - "scriverò" vale per 3 anni:).
Siete perfettamente in tempo.

Wow!! Tempi da bradipo, forse allora ce la faccio. :)

a voja:)

:-) Angela garzie della fraterna solidarietà. E' bellissimo vedere con i commenti che lascio qui come il tempo passa :-). E statene certi, arriverà tutto. Con tempi bradipeschi :-)

L?inchiostro fluisce dai ricordi: è la musica a scandagliare il passato, a far riemergere immagini, profumi e suoni sepolti nella memoria: ?l?odore dell?erba, il vento che portava dentro sé un gelo sottile, il profilo dei monti, l?abbaiare di un cane?. È la musica a ridipingere quel viso, ?ma prima appaiono le sue piccole mani fredde, quei bei capelli lisci così leggeri al tocco, (?)

Amitrano scrisse che Murakami e la Yoshimoto in qualche modo sono, in estrema sintesi, "figli" di Kawabata. Della Yoshimoto sai cosa penso (a proposito le ho dato una seconda possibilità), di Murakami ho letto solo te, ma per quella frase sopra riportata credo che le parole di Amitrano abbiano un fondamento.

Notizia di qualche mese fa, la trasposizione cinematografica di questo romanzo:
http://www.cineblog.it/post/16683/haruki-murakamis-norwegian-wood

!

In lettura....sono a pag. 60...ho in mente due nomi e due titolo, subito d'impatto, già dalle prime pagine, per storia...ti dirò...in seguito...

24. Stavo per scrivere il mio scetticismo sulle possibilità della buona riuscita dell'adattamento di questo che secondo me è un libro troppo pieno di silenzi per essere riversato sullo schermo, a meno che... a meno che il regista non sia orientale. E per fortuna ho letto il link che ha postato Branco, e ho letto che il regista sarà Tr?n Anh Hùng, autore di Il profumo della papaya verde (Caméra d'Or come miglior opera prima al Festival di Cannes nel 1993) e Cyclo (Leone d'Oro al Festival di Venezia del 1995).
Anche se non ho visto i due film in questione, mi sento più "sicuro" e non vedo l'ora di vederlo nelle nostre sale! :)

Angela...c'è Dazai Osamu citato nel testo...:)

27. Il profumo della papaya verde, per quel che può contare il mio giudizio, è un film bellissimo. Molto vicino alla sensibilità cinematografica giapponese dell'epoca dei maestri, quindi direi che ci siamo. Cyclo non l'ho visto.

24> Sono davvero curiosa di vedere il film.
27> E' vero, è un libro denso di silenzi, ma fecondi. Spero il regista sappia renderne la complessa intensità.

28> Ah sì?
Non lo ricordavo affatto!! Vedi che una filo-nipponica come te non poteva glissare ancora su Murakami?? :)

30...e aggiungiamo anche Oe Kenzaburo...chissà cosa troverò più avanti..:)

aggiornato l'archivio!