“La mia mente si addentra nel territorio dei sogni senza che me ne accorga. Sono sempre cosi silenziosi, quando ritornano. Sto stringendo Sakura. Lei è fra le mie braccia, e io sono dentro di lei. Non voglio più essere manipolato da cose esterne alla mia volontà. Non voglio più essere gettato nella confusione. Ho già ucciso mio padre. Ho già violato mia madre. E adesso sto penetrando mia sorella. Se la maledizione esiste preferisco andarvi incontro di mia iniziativa. Voglio che tutto finisca al più presto. Voglio togliermi il più presto possibile questo peso dalle spalle. E dopo, non voglio mai più essere coinvolto nei progetti di qualcun altro, ma vivere secondo la mia volontà. Questo è ciò che desidero. Ed eiaculo dentro di lei” (p.424).
Quando sogno e realtà si fondono, si confondono, fino a formare una materia unica. Eppure non esiste deriva: laddove si allontana il confine del mondo conosciuto, percepito, consueto, comincia l’universo in cui ci attende Murakami; una dimensione altra in cui memoria e inconscio, le paure terribili e le aspettative irrinunciabili, i personaggi più strani, surreali, umani troppo umani e gli spiriti solitari si manifestano attraverso una narrazione in cui è inaspettatamente il sogno l’unico approdo possibile, la dimora più reale che possa ospitarci. In questo altrove immaginifico, dove ogni pagina è sovente una sorta di epifania, il nostro sé magico e incantato è risvegliato alla coscienza. È la magia di opere come Kafka sulla spiaggia, ultima follia visionaria di uno dei più grandi narratori contemporanei, quel Murakami Haruki che torna ispirato cantore di un fantastico affascinante e credibile, grazie a una scrittura che, al contrario, cattura il lettore senza cercare artifici di forma, puntando soprattutto sulla sostanza e sulla palese capacità di contaminare la narrazione con rimandi alla filosofia, alla musica classica e pop rock, al cinema, alla psicanalisi, all’alta letteratura.
È un viaggio verso l’ignoto e l’inconoscibile di due personaggi diversissimi, eppure idealmente vicini, partiti dallo stesso luogo in un tempo assai ravvicinato e ribaltati nella loro possibile percezione naturale: un ragazzo quindicenne, molto più maturo della sua età, fugge da una sconvolgente profezia edipica fattagli dal padre quando era ancora un bambino; un uomo sessantenne, che aveva perduto, in circostanze misteriose, ogni capacità intellettiva (diventa analfabeta e smemorato) a nove anni, acquisendo il potere di comprendere la lingua dei gatti, fugge da un delitto terrificante. L’approdo del loro viaggio trova comunanza in un destino scritto altrove, decenni prima, grazie all’apertura di una porta che aveva sprigionato un’energia che crea un ponte tra due dimensioni. Una porta su un mondo altro che aveva generato un mostro assurdo e quasi immateriale: un concetto più che una forma. Il viaggio del giovanissimo Tamura Kafka - sempre accompagnato da un immaginario alter ego (il ragazzo chiamato Corvo) – e del vecchio Nakata incrocia alcuni personaggi chiave che contribuiranno a svelare il segreto del loro strano destino. Le immagini reali si mischiano sempre più spesso con quelle oniriche, nel percorso d’auto conoscenza compiuto dal ragazzo, palesando il rischio che la profezia edipica del padre si avveri proprio a cavallo tra i due mondi, causando una perdita d’identità irreversibile. Tamura Kafka, che aveva preso a prestito il nome del grande letterato ceco trovando una sorta di comunanza con lo spirito dei suoi libri, con la sua inquietudine e i suoi personaggi, odia il suo passato e cerca nel presente i segni che gli spieghino l’abbandono della madre e della sorella, seguendo un filo, apparentemente casuale, che porta a una piccola biblioteca lontana da Tokio. Anche Nakata, passando per una via che si manifesterà, dal principio, radicalmente più assurda, aiutato da un giovane autista di camion incontrato sul suo cammino, arriverà allo stesso approdo. La biblioteca Komura, gestita dalla signora Saeki e dall’androgino signor Oshima (una donna, in realtà), è il luogo dove sono ancora vivi e leggibili i segni per decifrare l’intricato enigma esistenziale che accomuna, per vie pur diversissime, Tamura Kafka e Nakata: un quadro e gli inconsueti ma poetici versi di una canzone perduta in un tempo remoto. Per decodificare un ulteriore enigma: cos’è “la pietra dell’entrata”?
Un romanzo di incredibile fascino, una narrazione magica che come poche altre ci porta a credere che sogno e realtà siano dimensioni realmente interscambiabili per noi esseri umani. Un labirinto di specchi in cui l’inconscio, luogo della nostra energia più dirompente, è sollecitato a partecipare alla vicenda in modo continuativo, dalla prima all’ultima pagina. Murakami ha il dono di una scrittura che ci accompagna per mano lungo il percorso, che ci fa sentire parte della stessa narrazione, un po’ come se fossimo Bastian che segue le imprese del valoroso Atreju nel capolavoro fantasy di Ende. Ma questo è un libro adulto, quanto mai rivolto a un mondo consapevole della fragilità e della finitezza dell’essere umano, un’opera nella quale l’orrore è presente, e tanto più è orribile quanto più sarà catartico il momento in cui Murakami ci inviterà a confrontarci con esso per sconfiggerlo. Quello del narratore giapponese, oramai sessantenne, è uno sguardo dagli occhi adolescenti e fanciulli, conservato limpido, su una contingenza piena di lati oscuri, di grigiori e zone d’ombra. E non ci si scandalizzi dunque, se il rapporto sessuale tra l’ipotetica madre e il figlio è descritto da Murakami non eludendo il minimo dettaglio erotico. Leggete senza sovrastrutture e troverete la limpidezza, la purezza di questo tipo di scrittura, il cui magnetismo è percepibile anche quando lo scrittore giapponese si muove a cavallo tra i generi. C’è anche molto di divertente, in Kafka sulla spiaggia, soprattutto nel seguire i buffi dialoghi tra uno strambo personaggio quasi del tutto decerebrato e i suoi interlocutori. Nell’immaginare il personaggio del signor Nakata, ma anche – seppur meno evidentemente – nel definire i contorni dell’androgino Oshima, Murakami ci pone senza enfasi buonista il problema dell’accettazione di una diversità che spesso incontra solitudine o auto isolamento. Nell’universo bidimensionale partorito, in effetti, Nakata è sempre ben voluto e addirittura protagonista fondamentale nella sua missione d’apertura e chiusura del varco tra i due mondi. Ma Murakami trova questo improbabile idillio tra Nakata e l’umanità solo entro i confini della narrazione proposta, lasciandoci intendere che la solitudine – pur non percepita come tale da una mente evidentemente elementare – era stata l’unica reale compagna della vita del vecchio. A parte il rapporto con gli amici gatti, evidentemente. E anche in questo ultimo Murakami per l'Italia (ci sono altri titoli successivi a questo, da noi non ancora tradotti), soprattutto in questo Murakami (ricordiamo anche, a questo proposito, L’uccello che girava le viti del mondo), i gatti hanno un ruolo fondamentale, sono quasi personaggi magici, guardiani sulla soglia, adagiati sulla linea di confine tra i due mondi.
Ultima nota per la convincente traduzione di Giorgio Amitrano, davvero capace di restituire una scrittura coinvolgente che ci accompagna empaticamente già dalla quarta di copertina: “Kafka sulla spiaggia sembra scritto in risposta a un imperativo altrettanto misterioso e categorico, con rigorosa precisione di dettagli eppure al di fuori di ogni logica convenzionale, come obbedendo agli ordini dell’inconscio. Mentre ci addentriamo incantati nel suo labirinto e ci perdiamo nei vertiginosi meandri della vicenda, abbiamo l’impressione che Murakami stia scoprendo la storia insieme a noi, viaggiando sulle tracce di Kafka e Nakata con la nostra stessa curiosità, stupore e sete d’avventura. Si legge Kafka sulla spiaggia come il suo autore deve averlo scritto: con la sensazione di entrare a occhi aperti in un sogno visionario e risonante di profezie, dove le scoperte e le rivelazioni si susseguono, ma il cuore più profondo resta segreto e inattingibile ”.
“Che Murakami stia scoprendo la storia con noi” - proprio cosi: leggere per credere. Un grande libro, che m’ ha aperto nuovi orizzonti. Non avevo mai letto Murakami Haruki, prima d’ora. Adesso so che gran parte della sua bibliografia sarà presto nei miei già stracolmi scaffali. E un posto per lui ci sarà certamente: un posto di rilievo. Potenza della letteratura. Quella che non ha tempo, età, confine; quella che riesce a bruciarci dentro e ad alimentare la fiamma della passione:
“Il tempo grava su di te con il suo peso, come un antico sogno dai tanti significati. Tu continui a spostarti, tentando di venirne fuori. Forse non ce la farai, a fuggire dal tempo, nemmeno arrivando ai confini del mondo. Ma anche se il tuo sforzo è destinato a fallire, devi spingerti fin laggiù. Perché ci sono cose che non si possono fare senza arrivare ai confini del mondo” (p.513).
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Haruki Murakami nasce a Kobe nel 1949. Dopo essersi laureato in drammaturgia classica alla Waseda University - con una tesi sul viaggio nel cinema americano - si è dedicato alla gestione del suo jazz bar dal 1974 al 1981. Nel frattempo nel 1979 vince il premio Gunzo con il suo libro d’esordio, Ascolta la canzone del vento, non tradotto in Italia, e pubblica altri due libri. Fra questi Sotto il segno della Pecora vende in brevissimo tempo 150.000 copie solo in Giappone e gli fa conquistare il prestigioso Noma Literary Award. Oltre a scrivere numerosi romanzi e racconti si dedica alla traduzione di scrittori americani fra cui John Irving, Raymond Carver e Francis Scott Fitzgerald. Vive tra Italia (a Roma), Giappone e Stati Uniti.
Haruki Murakami, “Kafka sulla spiaggia", Einaudi, Torino, 2002.
Titolo dell’opera originale “Umibe no Kafuka".
Traduzione di Giorgio Amitrano.
Commenti
Ecco il primo incontro con Murakami: è stata corrispondenza d'amorosi sensi, o affintà elettiva, fate voi;)
Ave Fede! Il tuo ritorno era molto atteso:).
Intanto integro l'archivio Murakami.
Grazie Franco, era tanto che non scrivevo per Lankelot, in effetti;)
" grazie a una scrittura che, al contrario, cattura il lettore senza cercare artifici di forma, puntando soprattutto sulla sostanza e sulla palese capacità di contaminare la narrazione con rimandi alla filosofia, alla musica classica e pop rock, al cinema, alla psicanalisi, all?alta letteratura".
> I rimandi pop me li aspettavo, considerando Tokyo Blues... quelli letterari alti meno - a parte Kafka, chi dobbiamo aspettarci?
4 - Sofocle e Goethe, cosi a memoria, ma mi sfugge sicuramente qualcun altro. Kafka invece, per certe suggestioni proprie al giovane protagonista, domina incontrastato tra tutti, come lascia intendere anche il titolo, che è un palese omaggio al grande letterato ceco.
Bella pagina Lèon, letta qualche ora fa ma senza il tempo adeguato per lasciare un passaggio.
Un autore davvero affascinante, a quanto dici.
C'è qualcosa che mi ricorda certe "storie" giapponesi, perfino certi cartoni (quelli più rafinati, intendiamoci e ovviamente su soggetti giapponesi e non occidentali).
Ottima segnalazione, anche perché non è sicuramente in top-ten :))
6 - Certo Ilde, c'è tanto della tradizione giapponese in questo Murakami, e anche molto dello spirito del Giappone attuale, per quel che ho compreso amando tanto dell'arte di questo popolo.
No, non credo sia nella top ten, nonostante l'edizione Einaudi.
gli autori giapponesi mi piacciono. ; ) mi piace la loro caratteristica oltre che ?capacità di contaminare la narrazione con rimandi alla filosofia, alla musica classica e pop rock, al cinema, alla psicanalisi, all?alta letteratura.? caratteristica che in questo momento sto apprezzando in Soseki - sto leggendo ?io sono un gatto? (letto fede? Mishima lo considerava suo maestro. direi un must per gli amanti dei gatti. è proprio un gatto il narratore ; ) ) - e, mi piace molto la loro ?lucida? volontà di analisi e confronto tra cultura, tradizione, letteratura orientale e occidentale. per capire, anche e soprattutto se stessi.
di Muratami ho ?tokyio blues? in attesa. anche questo mi stuzzica. ; )
Soseki, si. Non l'ho ancora mai letto. Ma lo farò presto, è in programma. I gatti piacciono agli scrittori giapponesi, mi pare di capire;)
beh, c?è qualcosa di più profondo? di una semplice simpatia, secondo me. in giappone, una venerazione ?simile? a quella degli egiziani? a Tokyo c?è un tempio a loro dedicato con un cimitero in piena regola. non è sempre stato così, però. la costruzione del tempio risale a soli duecento anni fa. il buddismo antico (in india) invitava l?uomo a proteggere tutti gli animali tranne il gatto. una leggenda racconta che convocato ad assistere all?ingresso del Budda nel nirvana, il gatto arrivò in ritardo perché si era fermato a fare un pisolino lungo la strada? ; ) (chissà perché poi è stato ?rivalutato?? sarà bastato uno ?specchio??!)
in occidente, invece, è sempre stato considerato un essere diabolico. da temere e disprezzare. eeeeeeee, il gatto è indipendente, determinato, è uno spirito libero, non si lascia ?comprare?. si dona, se e quando vuole. rappresenta un pericolo, sicuramente, un cattivo esempio. si sa il potere ha sempre preferito le pecore? bianche. ; )
chi ama i gatti, secondo me, ha molto in comune con loro. affinità elettive, diciamolo.
oltre Soseki ti consiglio, se non l'hai già letto, ?il gatto in noi? ? William Burroughs ? Adelphi ? un disordinato diario delle sue esperienze con i gatti della sua vita? i suoi > ; )
http://www.ibs.it/code/9788845910357/burroughs-william/gatto-noi.html
recensione di Lauro, C., L'Indice 1994, n.10
(recensione pubblicata per l'edizione del 1994)
A parte la parentesi egizia (con la sua adorazione in vita e in morte), le persecuzioni, d'ogni genere, sul gatto non si contano: non soltanto nei secoli più mistici e bui ma, duole dirlo, anche in fasi indubitabilmente laiche, illuminate e carnascialesche (si veda il libro di Robert Darnton, "Il grande massacro dei gatti", Adelphi, Milano 1988. Peraltro, dal maggio scorso, una barbarica, inverosimile sentenza della Corte di Cassazione riconsegna i gatti allo smercio indiscriminato per la vivisezione). Ad attirare roghi e altre piacevolezze non furono soltanto superstizioni demoniache, ma un'intolleranza di fondo verso la misteriosa, fierissima indipendenza di questo felino. A parte il saggio e benefico "gatto con gli stivali" di Perrault, la letteratura si compiacque di tramandarne soprattutto l'essenza luciferina, l'ambigua selvatichezza, l'abilità nelle apparizioni e sparizioni repentine: il gatto si materializzava sopra un cadavere murato in cantina (Poe), o era il losco compagno della volpe in Pinocchio; sulfureo in Hoffmann e in Bulgakov, inflessibilmente libero e saccente in Kipling.
Il tempo, senza alcun dubbio, ha via via incrementato questa predilezione (poeti compresi: Baudelaire, Eliot). E, si direbbe, in direzione sempre più strettamente autobiografica, rivelando nel gatto un elemento quasi imprescindibile della nostra esistenza. Ne è come un simbolo quel romanzo di Colette in cui il protagonista si trova costretto a scegliere tra la fidanzata e la gatta (con opzione, senza troppi tormenti, per la "chatte"). E parlano da sole le biografie che delle sue gatte scrisse Pierre Loti, o la fedeltà assoluta di Céline a Bébert in un'Europa ridotta a ferro e fuoco, o il suggello felino che Elsa Morante volle mettere a inizio e fine di "Menzogna e sortilegio".
Con Burroughs siamo però di fronte a un testo specialissimo, lucido e determinato, e insieme intriso di disperata sensibilità. A tutta prima, si stenterà, forse, a riconoscere il personaggio devastato e devastante di tanti sconvolgenti romanzi in quel tranquillo borghese che in un supermercato sceglie cibo per gatti e di gatti discetta con una vecchia acquirente. Si pensa forse a Paol Léautaud; ma Burroughs è meno visibilmente patetico e soprattutto meno eroico (perlomeno non altrettanto disposto a sacrificare finanze, casa, amori e carriera letteraria alla raccolta di decine e decine di randagi). E poi "Bestiaire" - splendida odissea quotidiana di un ipocondriaco che, su tutto, ama le bestie - è un libro fortuito, casuale, che raccoglie, grazie ai posteri, le molte pagine sugli animali (circa 250, tra il 1908 e il '24) che Léautaud stesso, pudicamente, aveva espunto dai suoi ponderosissimi "Diari". Diaristiche, sono, di fatto, tutte queste notazioni di pedinamenti, apprensioni, ricoveri, malattie, veglie, morti e nascite; meticoloso e ipersensibile, il taccuino di Léautaud descrive giorno per giorno una spirale di tenerezze e di compromessi praticamente senza ritorno. Burroughs ha maggior controllo sulla situazione, nel senso che (per una volta) non si imbarca in situazioni limite. Ma il testo registra una tensione viscerale non certo minore e talvolta delirante. E Burroughs, per primo, mostra di accorgersene. Rilegge le prime, trepide pagine del suo stesso testo col più allibito e sarcastico dei commenti ("Mio Dio, sono io?... parole da vecchia checcha bisbetica inglese"). Non c'è bisogno di imbastire il serraglio di Léautaud per soccombere alla passione del gatto in tutti i suoi tortuosi condizionamenti. A Burroughs basta assai meno (poche esperienze, tutte in età senile) per costruire un libro ossessionato da apprensioni, sensi di colpa, sogni e presentimenti sulla sorte dei suoi "compagni psichici" attuali e passati. All'osservazione beata e costante del "piccolo dio del focolare" descritto in tutte le sue virtù con cadenza quasi baudelairiana ("Eleganza, grazia, delicatezza, bellezza"), fa puntuale riscontro la pericolosità di un mondo esterno in cui orde umane e canine attendono al varco l'essere nobile "che non offre servigi", defunzionalizzato da Burroughs anche rispetto alla leggenda del cacciatore di topi. È proprio l'anarchismo e l'estraneità al sistema, che Burroughs, da sempre, difende; e in tal senso i gatti ereditano e continuano il destino degli adolescenti burroughsiani, sì che spesso le identificazioni si accavallano, sino a qualche allusiva reincarnazione (in Ruski rivivrebbero alcune belle e sciagurate esistenze finite male: Kiki, Angelo; del resto, già la popolazione di "Ragazzi selvaggi annoverava gli artigliati ragazzi-gatto).
A questo punto s'inquadra perfettamente uno dei cardini del volumetto: la trista avversione per i cani. Addestrati - ed è il peccato capitale - ai peggiori istinti dell'uomo, cacciatori (crudeli sbranatori di volpi), ringhiosi, servili, infidi, turpi, sudici, bavosi, i cani turbano letteralmente, come un malefico archetipo, i sogni di Burroughs. In qualsiasi altro ammiratore del gatto, c'era stato almeno un elogio o un ammicco per questo tradizionale avversario, magari un distinguo (Baudelaire detestava le razze, ma lasciava ai randagi una pagina aurea). Burroughs costruisce invece il libro su un'antitesi, offre un contraltare spietato agli scodinzolamenti devoti di "Cane e padrone" stravolge le virtù canine in abominevoli difetti, incluso il coraggio alla "Zanna bianca": il cane - sentenzia contro il senso comune - è capace di lottare sino alla sua "stupida morte", dove il gatto, vista la peggio, si ritira in buon ordine. È la stessa occhiata di simpatia di Céline a Bébert che gli trotterella docilmente a fianco solo per proteggersi dall'aquila dei nazi. Non è un caso, del resto, che una pagina de "Il gatto in noi" sia amorosamente dedicata all'assai codarda volpe del deserto, cauta, furba e sanguinaria, che le simpatie dell'autore vadano alle più curiose varietà di felini selvatici, a certi loro spietati confini coi pipistrelli e i lemuri, lo zibellino e il visone, la moffetta e il procione.
Se è vero, cioè, che i gatti sono "misteriosamente umani", l'umanità che qui Burroughs intende non è quella che sin nel "ringhio virtuoso" (del cane) svela "l'ottuso moralista", ma è quella innocente e un po' eccentrica anche nella ferocia, libera pur nei compromessi. Forse nessun etologo è stato mai più sottile nel render conto di quel libero patto (e sempre solvibile) tra gatto e uomo, frammisto di diplomazia e fiducia, suscettibilità e indipendenza, infedeltà e affetto. L'ansia profonda del libro è tutt'uno con queste clausole aperte del patto, col lecito e quasi preventivato sparire delle bestie dai perimetri domestici. Ecco allora le ossessioni oniriche con vane ricerche tra squallide ed erbose periferie ("Non avrei dovuto portarlo qui! Mi sveglio che le lacrime mi corrono giù per la faccia"), le ciotole rimesse al loro posto, le luci speranzosamente tenute accese, il vuoto delle stanze che tanto più vuote sembrano perché prive di certe piccole, familiari perfidie.. È il destino di chi, come Burroughs, si è candidato a "Guardiano" di questi esseri "mutanti" e senza difesa: insonne il Guardiano paventa in anticipo, quasi per una dantesca condanna, maltrattamenti e liquidazione dei protetti perché meglio di loro conosce il controllo asettico e spietato che l'ordine borghese ha predisposto anche per essi (il "ricovero" sarà un "campo di sterminio").
"Il gatto in noi" non è soltanto il libro di Ruski e di Fletcher, di Caligo Jane e di Wimpy, ma un po' di tutti i gatti che Burroughs ha avvistato, anche per un attimo, e rievocato con la nostalgia delle occasioni perdute (quasi come le costruzioni del desiderio, nella "Ricerca" proustiana, su lattaie e lavandaie: intraviste e mai fermate). Alla fine, l'appello per "i milioni di gatti che miagolano nelle stanze di questo mondo" e che reclamano quella fiducia per sé e per la propria prole, forse invocata e pattuita, miticamente, migliaia di generazioni or sono. Per ogni suo protetto Burroughs, la fiducia, l'ha immancabilmente ripristinata. Da buon Guardiano, mai ignorando la complessità del suo oggetto, anzi esaltandone l'ibrido: "creatura che è in parte gatto, in parte uomo, e in parte qualcosa di ancora inimmaginabile, che potrebbe essere il risultato di un'unione non consumata per milioni di anni". O come recita il congedo, "Noi siano il gatto che è in noi".
(ah, naturalmente Murakami? non Muratami. mi correggo! e, correggo anche l?ultima riga della recensione: ?Noi siamo il gatto che è in noi?).
vabbè, prima del link: i suoi > (da grande non potrò fare il correttore di bozze. me lo so segnato.)
ah, no. non sono io. >
(non capisco.) vediamo con le virgolette... "compagni psichici"
"Un romanzo di incredibile fascino, una narrazione magica che come poche altre ci porta a credere che sogno e realtà siano dimensioni realmente interscambiabili per noi esseri umani". Una fra le tante frasi che qui condivido. Splendido pezzo Leon, davvero, per un romanzo che ho terminato da poco e che mi ha letteralmente entusiasmato. Ed è già il terzo che leggo di Murakami, un autore che secondo me ha delle qualità ed un coraggio narrativo davvero degno di nota. Ho visto che nell'archivio manca "Dance dance dance", provvedo ad integrare a breve. Non posso che chiosare con te "Potenza della letteratura. Quella che non ha tempo, età, confine; quella che riesce a bruciarci dentro e ad alimentare la fiamma della passione"
14 - Grazie Paolo, felice che apprezzi e condividi. Se non lo hai ancora tra i tuoi libri, procurati di Murakami "L'uccello che girava le viti del mondo". L'ho letto la scorsa estate e ne sono rimasto affascinato. Ne ho letti altri di Murakami - che devo dire mi piace molto - ma L'uccello giraviti è decisamente il più complesso e destabilizzante. Io credo che solo lui, tra i contemporanei, riesce a intrecciare storie apparentemente assurde ma allo stesso tempo ricche di significati e sottotesti in modo cosi efficace. Vale per L'uccello giraviti come per Kafka sulla spiaggia, ma anche per Dance Dance Dance, come giustamente noti.
aggiornato l'archivio!
[Murakami] Sto leggendo
[Murakami] Sto leggendo "L'uccello che girava le viti del mondo" e per ora (pag. 150) non è successo niente. Qualcosa mi dice che sia tutto così...
(murakami) se può consolarti,
(murakami) se può consolarti, mi aveva così annoiato che non avevo superato neanche pagina 150. O se l'ho fatto, beh, era perchè avevo barato.
[murakami] questo è uno
[murakami] questo è uno scoop! franchi che cede e abbandona una lettura mi pare impossibile. boh, il fatto è che il libro mi sembra gradevole però ho il sospetto che dilati i tempi in maniera decisamente sperimentale...
[murakami] era già successo
[murakami] era già successo con "L'isola del giorno prima" di Eco. Invecchiando ho deciso che se un autore mi annoia, e se si tratta di letteratura in traduzione italiana peggio che peggio, beh, nessuna pietà.
[libri interrotti]
[libri interrotti] invecchiando si diventa saggi ;)
[libri interrotti] è come
[libri interrotti] è come dici, amice.
(Murakami - Martello) Pensa
(Murakami - Martello) Pensa che L'uccello giraviti è il mio Murakami preferito (al pari dell'ultimo), e io adoro Murakami. Ma è il primo libro suo che leggi, Epic? Calcola che i suoi libri non hanno una trama lineare, e L'uccello giraviti per certi versi è il suo romanzo più criptico. Abbi fede, il libro è lungo e di cose ne succedono, ma non ti aspettare gli snodi classici e soprattutto non aspettarti un epilogo chiaro e facilmente interpretabile. Detto ciò Murakami è un genio, a mio parere: ha una capacità di intrecciare vicende, tempi spazi e mondi diversi come nessun altro letterato contemporaneo.
[Murakami] Concordo con te
[Murakami] Concordo con te Fede, L'uccello giraviti è fino ad ora il miglior romanzo di Murakami e non solo che ho letto. Esperienza incredibile ed è tutto merito di Lisa Massei.
[gira-viti] sì, l'ho preso in
[gira-viti] sì, l'ho preso in biblioteca incuriosito dal vostro entusiasmo :)
Archivio, tags e
Archivio, tags e impaginazione.
[murakami] pincio parla del
[murakami] pincio parla del suo nuovo libro: http://www.facebook.com/notes/tommaso-pincio/1q84/10150384614844095
"È proprio vero che il silenzio è d’oro. Nessuno squillo di tromba ha preceduto l’arrivo del nuovo Murakami. Nessun trionfale annuncio, nessuna anticipazione circa la trama. Solo uno stringato comunicato con la data di pubblicazione e un titolo evocativo, 1Q84. Risultato: in capo a un paio di mesi le vendite hanno superato i due milioni di copie. La prima tiratura, di poco inferiore al mezzo milione, è andata esaurita il giorno stesso dell’uscita, il 29 maggio 2009. Il che significa che in molti lo hanno acquistato praticamente a scatola chiusa".
continua qua, http://www.facebook.com/notes/tommaso-pincio/1q84/10150384614844095
[Murakami] E per tutti quelli
[Murakami] E per tutti quelli che come me non hanno Facebook lo si può trovare anche qui:
http://tommasopincio.splinder.com/post/25730987/1q84