Quali sono i pensieri e le paure di un bambino adottato dall’estero che, in età scolare, giunge in Italia? Cosa prova in un mondo per lui tutto nuovo, accolto da due genitori quasi sconosciuti, per quanto affettuosi? Questo l’interrogativo che sembra porsi l’autore di questo romanzo breve e pulito, dai buoni sentimenti. Pragasi è una bambina indiana di nove anni che, tre anni prima, è stata adottata da una coppia italiana che non le fa mancare nulla, la ricolma di affetto e tenerezze, le dona un benessere materiale del quale mai avrebbe goduto nel suo paese d’origine. Pragasi ama teneramente la sua nuova famiglia, specie il papà, socializza alla perfezione con le coetanee, frequenta la scuola senza difficoltà. Eppure Pragasi, per quanto felice, si sente fuori posto, insicura, come se stesse rubando qualcosa in Italia, come se stesse godendo di beni che non le appartengono. Ha continuamente bisogno che i suoi le dimostrino il loro affetto, li mette alla prova con qualche piccolo capriccio, a volte teme che vogliano rispedirla in India perché si aspettavano una bimba dalla pelle bianca e invece è arrivata lei, scura. Sono paure infantili che nascono dalla non conoscenza delle proprie radici, dal ritrovarsi in un mondo diverso, accogliente, ma dal quale non si è stati generati. Il romanzo ha un andamento dapprima realistico assai lineare, visto che adotta il punto di vista della bambina, nella seconda parte invece si sviluppa su un piano onirico fantasioso e visionario, che approda a un finale con implicazioni religiose da iconografia tradizionale (l’angelo custode, il quadro della Madonna dalla pelle scura giunta in paese su una zattera, come un migrante, tanti anni prima). Il sogno si rivela catartico e risolutore per i dubbi di Pragasi. La scrittura della propria esperienza, come rivelerà la terza parte, sarà l’approdo finale. Il romanzo, nel suo stile molto semplice, ha il pregio di porre l’attenzione su un tema importante come quello delle adozioni internazionali vissute dalla parte dei bambini. Non è un’inchiesta, né una denuncia, è la storia di un’adozione fortunata e priva di grossi problemi, colta attraverso la levità e il candore infantili. La linearità stilistica e l’assenza di violenze o situazioni cupe lo rendono adatto anche ai giovanissimi, pare scritto come gesto d’amore per i bambini stranieri adottati, per le loro famiglie e per chiunque voglia capire i loro sentimenti, il desiderio di conoscere comunque le proprie origini, per quanto affondate in realtà di miseria e di degrado. Il benessere materiale e affettivo offerto in Occidente non può smorzare un richiamo così forte come quello del sangue, per placare il quale qui si ricorre a immagini traslate (il venditore indiano di chincaglieria e la Madonna nera) confortanti e consolatorie, adatte a una mente infantile. Nell’alveo di una fede molto semplice – con concetti-base catechistici, direi – si collocano le parole della Madre di Cristo: “Se non vuoi che il suo sacrificio sia stato vano[di Gesù], devi essere contenta di esistere, qualsiasi vita ti tocca vivere”. Pragasi trarrà insegnamento dal suo sogno e sarà una bambina più serena ed equilibrata, capace di progettare il suo futuro con una libertà che in patria non avrebbe avuto. Conserverà gelosamente i pochi oggetti con i quali è arrivata in Italia: quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta, contrapposta alla Barbie, simbolo dell’Occidente tutto lustrini, plastica e ricchezza, spesso falso e ingannevole. Quelle poche cose rappresentano le sue radici e “nessuno può disconoscere le proprie radici”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Felice Muolo (Monopoli, Bari), giornalista pubblicista e scrittore italiano. Da ragazzo ha viaggiato con l’autostop per l’Europa e lavorato nei campi di lavoro del Servizio Civile Internazionale. Suoi romanzi: “Magda”, “Angelo”, “Complanare putta”, “Cristo non si corica”, “Il ruolo dei gatti".
Felice Muolo, Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta, Roma, Fermenti 2009.
Prefazione di Antonella Calzolari.
Per approfondire: Locanda Almayer /lib(e)ro libro / Bartolomeo Di Monaco
Marina Monego, gennaio 2010
Commenti
aaaaah!!!!!!!!!!
aaaaah!!!!!!!!!! l'impaginazione non viene!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
ora è ok;)
ora è ok;)
grazie, ma come si faceva?
grazie, ma come si faceva?
a correggere gli strani font
a correggere gli strani font apparsi post pubblicazione come incipit dell'articolo? Io di solito rientro nel pezzo, clicco su "codice sorgente", evidenzio e taglio la parte "inquinata" prima del principio dell'articolo. Tutto il resto era liscio...
presto vengo a leggere e
presto vengo a leggere e commentare la scheda:). Ottimo contributo intanto
l'avevo anche letto in
l'avevo anche letto in qualche altro commento, ma poi quando mi ci sono trovata davanti mi ha preso un po' di ansia e non me ne sono più ricordata, adesso mi segno tutto (su un foglio di carta naturalmente, col vecchio sistema :)
Rivista l'impaginazione,
Rivista l'impaginazione, adeguando il carattere e inserendo i collegamenti ipertestuali per i link.
metto qui altri due link che
metto qui altri due link che sono spariti, temo di incasinare tutto di nuovo altrimenti.http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=8952
http://www.liberolibro.it/felice-muolo-quattro-stracci-una-rupia-e-una-bambola-di-cartapesta/
infatti....qua non si
infatti....qua non si corregge un tubo
Marina, il link a lib(e)ro
Marina, il link a lib(e)ro libro c'era. Ho aggiunto quello a BDM.
grazie, guarda stasera non
grazie, guarda stasera non capisco più niente, sono stanca.
Ma figurati! Non
Ma figurati! Non preoccuparti.
questo dovrebbe stare
questo dovrebbe stare attualmente in prima pagina o sbaglio?
non sbagli. E' l'ultima
non sbagli. E' l'ultima novità, a firma Marina. L'autore viene dal vivaio di Azimut.
Quanto mi interessa il
Quanto mi interessa il problema delle adozioni, Marina! Nel leggere la tua rec, una profonda tenerezza m'invade. Non credo sia una lettura per l'infanzia, meglio, non solo. Pragasi è una bimba così vera, così indifesa, così delicata, che suscita il desiderio di adottarla, per proteggerla. Splendido il tuo accostamento alla Barbie, così fasulla, così artificiale, così hollywoodiana, così priva di calore, anche se le bambine italiane negli anni 70-80 impazzivano per lei, ma era la novità.
"pare scritto come gesto d'amore per i bambini stranieri adottati, per le loro famiglie e per chiunque voglia capire i loro sentimenti".
E io lo leggerò, grazie.
Raffaella
infatti nono è solo per
infatti nono è solo per ragazzi.
Le adozioni: beh, sì interessa anche me per varie vie. In realtà, d aun'intervista dell'autore, ho scoperto che è padre adottivo e molto impegnato proprio sul fronte delle adozioni, fa parte di un'associazione che se ne occupa.
Grazie del commento!, sempre molto appropriato.
[Muolo] Ho letto ieri la rec.
[Muolo] Ho letto ieri la rec. ed è interessante oltre che per il fatto in sè, proprio per il discorso adozione. Sul quale avrei molto da dire e molte cose negative, a partire da una legislazione italiana totalmente inadeguata. Quanto all'adozione col lieto fine, ho moltissimi dubbi, anche se non metto in dubbio che ci siano delle esperienze positive. Il primo problema sono le aspettative spesso esagerate di cui i mancati genitori naturali (non annovero in questo discorso chi ha deciso di adottare avendo già altri figli) caricano l'adottato. Ho ben due colleghe che dopo un paio d'anni già "si lamentano" del ribaltone che il figlio adottivo ha portato nella loro vita. Perché alla fine il bambino non era esattamente come se l'erano immaginate: certo, questi bambini (se non neonati) spesso hanno qualche problemino di corredo (che è ben segnalato anche nella tua recensione) che mi convince sempre più che l'adozione non è un riempimento della maternità mancata, ma un atto di carità (intesa come charitas, amore) dei più alti. Cosa succede quando un bambino adottato cresce? Qui ne ho viste di cotte e di crude, essendosi per anni la mia nonna paterna occupata di adozione. Se già l'adolescenza di un figlio naturale è un passaggio cruciale, figuriamoci quella del bambino "senza radici". Nella maggioranza dei casi, diventati maggiorenni i ragazzi sono andati via di casa. Trattenendo buoni rapporti con la famiglia adottiva, ma esprimendo una necessità di costruzione personale che forse non a tutti i genitori adottivi andava a genio.
Ultimo, anche per spiegare le mie molte remore sull'argomento (che da donna sposata senza possibilità di avere figli ho ovviamente vagliato). Io sono figlia di un bambino affidato dalla nascita per diversi anni a un'altra famiglia. Questo purtroppo ha fatto sì che le sue ferite fossero riversate sui figli, a vario titolo, che ne hanno fatto un padre spesso anaffettivo, e purtroppo io che ero molto legata a lui non sono mai riuscita a liberarmi - quasi le avessi ereditate - da quelle ferite, da quell'angoscia e da quel senso di abbandono. Che sicurezze potrei dare a un bambino adottato?
Ammiro chi adotta un bambino, ma ritengo che troppo spesso queste cose siano vissute con un falso mito romantico che presto o tardi si scontra con realtà psicologiche molto dure.
Bel tema, Marina. Grazie.
Felice Muolo m'incarica di
Felice Muolo m'incarica di postare il seguente commento di risposta a Ilde:
l'argomento è assai
l'argomento è assai impegnativo,. personalmente credo che la casistica sia molto varia e tendenzialmente sono più d'accordo con l'Autore. Riguardo lo sconvolgimento: ti assicuro che i figli naturali sconvolgono esattamente quanto quelli adottivi, credo. Possono risultare destabilizzanti.
Forse i problemi più grossi si hanno con l'affido, in cui si finisce quesi per "adottare" anche la famiglia d'origine, lì bisogna essere ancora più motivati e saldi.
[Muolo] Ringrazio per
[Muolo] Ringrazio per l'intervento però tengo a precisare che il libro non l'ho letto e quindi le mie considerazioni NON erano assolutamente rivolte all'Autore e tanto meno al libro. Riguardavano il tema scottante dell'adozione e le mie esperienze personali che non hanno nulla da insegnare a chi di adozione si occupa con competenza e passione.
Il fatto che Muolo parli di "coppie eccezionali" quanto ai requisiti per l'adozione è sacrosanto ma non corrisponde alla realtà. Così come purtroppo nella maggioranza dei casi chi desidera adottare è perché i figli non può averli. Questi sono dati di fatto, tutto lì. E sta alle istituzioni verificare, ma - parlo per la mia zona - vi assicuro che l'impressione è che la verifica riguardi gli standard economici della famiglia adottante, più che quelli (a mio avviso più importanti) psicologici e di reale disponibilità affettiva. Ripeto, questo col libro non c'entra, ma parlando di adozione è naturale che escano queste considerazioni.
[Muolo] In particolare, la
[Muolo] In particolare, la mia accusa al romanticismo che permea (spesso) l'idea di adozione NON era minimamente legata al libro, ma proprio alle esperienze di vita vissuta. Il caso di Haiti lo dimostra: l'idea di adottare i bambini haitiani è bella, ma è - ovviamente - molto romantica. E i nostri? E quelli dei Paesi con cui ci sono le convenzioni? E perché ci commuoviamo di fronte ai bimbi abbandonati di Haiti ma non ce ne importa allo stesso modo degli orfani che vagano nelle metropolitane di Mosca o di San Pietroburgo?
Poi c'è un problema legislativo non indifferente, di accordi internazionali che si basano su aspetti (volevo scrivere ricatti) economici (penso alle "porte chiuse" proprio della Russia che tuttavia ha concesso alla sorella di un'amica, che però vive negli States, di adottare due fratellini per la modica cifra di 50.000 dollari). Poi c'è il problema dell'età dei genitori, che è inutile nasconderlo, non sarà mai bassissima e quindi facciamo aspettare i bambini più piccoli in orfanatrofio perché alla fine vengono richiesti bambini più grandi a causa dell'età dei genitori. Insomma, discrasie anche nel mondo dell'adozione non ne mancano.
Resta - e lo sottolineo - l'impegno ammirevole di chi comunque intraprende questa strada.