«Guardando i volti di certe persone si pensa, senza volerlo, che non abbiano nessuno al mondo. Sin dalla giovane età Akhbar aveva avuto quel viso. Il burqa sarebbe stata una presenza in quella solitudine.» Lo chador, soprattutto nella sua versione a volto coperto definita burqa, è ormai diventato in occidente il simbolo della condizione sottomessa e mortificata riservata alla donna nelle società fortemente islamizzate. Così l'autore: «Si muovevano, respiravano, ma non vivevano: come esiliate dalle loro immagini sotto le stoffe senza sfoggio, con colori spenti che, oltre a non far sentire la propria presenza e risvegliare fantasie, coprivano la loro individualità e nascondevano la loro identità. Dietro le case dai muri alti trascorrevano una vita senza speranza, mortificata, che assomigliava, più che al vivere, all'occultarsi.» Ma questo libro di Mungan, uno degli scrittori turchi viventi più importanti e qui per la prima volta tradotto in italiano, è lontano dall'essere un pamphlet indignato sulla condizione femminile. È in tutto e per tutto una splendida prova di letteratura. Il velo allora, oltre ad essere una realtà concreta, una coltre di pece simile alla notte che cala sul volto della donna, diventa un simbolo che “svela” ciò che è nascosto, velato appunto; uno srumento magico che nel momento in cui la nega, rivela l'essenza di ciò che è assente: la femminilità.
Due le caratteristiche migliori del libro: la rarefazione del reale e l'esattezza dello sguardo verso l'intimo del personaggio. Del tutto assenti i nomi dei luoghi, evanescente la geografia, eppure il paesaggio “d'oriente” è palpabile, odorabile. Quasi del tutto assenti i nomi propri dei personaggi, a parte quello del protagonista: Akhbar. Si procede dunque senza questi riferimenti basilari in un panorama che pian piano sembra assottigliarsi, nascondersi dietro ad una tenda di polvere, smarrirsi nel nero degli chador. Akhbar torna in patria (l'Iran?) dopo una lunga assenza.«Montagne nude, tutte sconsolatamente uguali, colline basse sempre più incolori, dune di sabbia livellate dal vento, il sole impolverato che infuocava con la stessa indifferenza ogni luogo visto fino a quel momento. Nonostante tutto ciò, Akhbar sentiva d'essere vicino al suo paese: mancava poco al confine.»Torna per curare la ferita della lontananza e smetterla di sentirsi in esilio. «I suoi sogni rimasti appesi come lui alla vacuità, non riuscivano ad avere cittadinanza in nessun luogo...Un legame, quello che cercava era solo un legame.» Ma in patria molto, quasi tutto, è cambiato. Una rivoluzione islamica ha sconvolto l'espressione della città e i volti della gente. Akhbar torna per ritrovare la famiglia, ma lì dove un tempo abitavano ora abitano estranei, i vicini non sono più gli stessi, nessuno sa più niente di nessuno e le donne...sono scomparse dietro a un oblio di stoffa nera e sono oramai irriconoscibili e inavvicinabili. L'odissea di porta in porta non riesce a riallacciare i fili famigliari. Il fratello probabilmente è morto, la madre e le sorelle rimaste da sole, senza la tutela di un uomo, si saranno sposate chissà dove. E inoltre: «Sembrava non bastasse soffrire per l'assenza della madre e della famiglia; il male della lontananza aveva per forza bisogno dell'amore...Il suo amore era lì, rimasto lì, come sua madre e le due sorelle. Da quando era arrivato era lei che cercava sotto ogni burqa.» Tornato per sfuggire al sentimento dell'esilio, Akhbar si ritrova straniero in patria dove nulla è più familiare e la scomparsa dell'universo femminile lo condanna ad una implosione in se stesso: «Le donne del suo paese, nascoste sotto le stoffe scure come anime rimaste senza corpo, avevano ridotto, impoverito e svuotato il mondo...Ormai erano solo immagini dai destini sigillati. L'intera esistenza della donna, la sua immagine, la sua magia, il suo mistero, la sua poesia, erano stati sottratti allo scorrere natuarale della vita. Sotto il burqa non scomparivano solo le donne, ma venivano consumate la forza d'immaginazione e le fantasie degli uomini» La ricerca di un legame col mondo, di una connessione che dovrebbe avvenire attraverso il rapporto con la delicatezza e la maternità femminile, prosegue attraverso continui disorientamenti, disconnessioni dalla realtà che conducono al cuore estremo dell'esilio: quello da se stessi e dal proprio corpo. «Come se, col trascorrere del tempo, il suo corpo avesse cominciato a dolergli....Voleva uscire dal proprio corpo, diventato come un burqa nel quale era intrappolato, un burqa dal quale non riusciva a vedere.» Sorge pian piano un desiderio di fuga, simile a quello dei fumatori d'oppio. Sotto a un cielo di polvere che dissecca la luce del sole e ne nasconde l'energia, Akhbar vorrebbe opacizzarsi anch'esso, diluirsi nell'abbraccio di un colore che rifiuta la luce e la definizione, velarsi: «Pensava che le donne avrebbero capito molto meglio di chiunque altro questa sensazione di essere in esilio dal proprio corpo. Voleva parlare con una di loro...Forse, guardando il mondo da dentro un burqa, sarebbe diminuita la sua capacità visiva, ma poteva aumentare quella immaginativa. Il burqa avrebbe potuto nasconderlo con sicurezza, come una tana fresca, una grotta lontana da tutto...Era una sensazione di libertà; la consapevolezza che finalmente il mondo avrebbe dovuto lasciarlo in pace.» L'ingresso nel burqa è allora il ritorno ad un patria uterina che, ricongiungendo con l'emisfero femminile del cosmo, protegga e consoli dal disorientamento imposto da una vita-esilio, fatta di afa, mosche, polvere. Opacità. Separazione.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE: Murathan Mungan, Chador, GIUNTI BLU, Milano/Firenze 2009 (pp.99, 12.50 euro). Tradotto in maniera davvero lodevole da Mariangela Liccardo dall''originale Çador, Metis 2004. La traduzione è avvenuta col sostegno del Ministero del Turismo e della Cultura della Repubblica Turca nell'ambito del progetto TEDA.
Murathan Mungan è prolifico scrittore turco, attualmente (giugno 2011) in testa alle classifiche col suo Şairin Romanı (Il romanzo del poeta, Metis 2011). Nasce ad Istanbul nel'Aprile del 1955, da una famiglia originaria di Mardin, nel sud-est della Turchia. Dal 1972 studia teatro ad Ankara. È autore di testi di canzoni popolarissime, sceneggiature per cinema, televisione e radio. Numerosissime le sue opere in prosa e in poesia. Dichiaratamente gay in un paese che ancora deve fare i conti con l'accettazione dell'omosessualità, è stato spesso scelto come icona dal movimento gay turco.
Marilungo Francesco, giugno 2011.
Commenti
[M. Mungan]: Il primo romanzo
[M. Mungan]: Il primo romanzo tradotto in italia di Murathan Mungan. Altri sicuramente seguiranno ;)
[chador] carico in prima!
[chador] carico in prima! spetta che sistemo meglio l'impaginato...
[mungan] ci siamo;). Per
[mungan] ci siamo;). Per approfondire ancora:
Murathan Mungan is one of Turkey’s most popular contemporary writers – not least because of his provocative and experimental style of narration and his habit of challenging social taboos. Nimet Seker presents a portrait of the author
qui: http://nimetseker.wordpress.com/english/murathan-mungan/ il resto
[notevole: "I feel naked when I am in the West,“ says the author at a reading in Germany. „The masters who have written before me are absent here, the shadow they cast over me is missing.“ Mungan’s source material is mined from the rich seams of Arab, Kurdish and Alevi legends and songs, which he works into literature. „Memory of the East“ is the name the writer gives to this centuries old wealth of traditional culture".]
[francesco marilungo] a
[francesco marilungo] a latere: per scoprire il mondo della letteratura turca, fatevi un giro qui: http://www.lankelot.eu/autori/francesco83 e alè.
[Mungan]: Ho corretto un
[Mungan]: Ho corretto un neretto. Grazie come al solito per l'assistenza ;) Buona serata!
[Chador]: Sul romanzo un
[Chador]: Sul romanzo un pezzo in inglese di Volker Kaminski pubblicato a margine della traduzione inglese dell'opera: http://en.qantara.de/wcsite.php?wc_c=9016
Sottoscriviamo: "Mungan's language is very poetical. He makes every effort to achieve a clarity based on powerful images; sentences linger in the mind of the reader; atmospheres, smells, and noises become almost tangible.."
[kaminski] l'incipit del suo
[kaminski] l'incipit del suo articolo è veramente di forte impatto: "Returning home can be a dangerous thing. Those who return to the cities of their birth after a long absence to search for relations or find their roots can get a rude awakening. They may find that no-one welcomes them with open arms and that the things and people they thought they knew are strange and cold to them. "Do you feel at home?" asks the narrator in Kafka's famous parable "The Return". "I don't know … It is my father's house, but everything stands coldly alongside everything else as if minding its own business.""
> lettore conquistato in un secondo.
http://en.qantara.de/wcsite.php?wc_c=9016