PASSIONE E MORTE
“Erano tante a Nugoro, le cose non dette; più di quelle realmente pensate; mai pronunciate o ammiccate e rimaste sospese per aria come rondini dal volo stanco, oppure nuvole, evanescenti e simili a illusioni perdute e mai ritrovate”. (Il rumore degli alberi, pp. 20-21)
Nella prefazione, Pasquale Pantaleo stabilisce un parallelismo che pregiudica sensibilmente l’interpretazione del primo dei tre racconti di questo volume, l’eponimo “Il rumore degli alberi”: il critico ritiene d’aver riconosciuto segno d’un’eredità verghiana nella prosa della giovane scrittrice sarda, affermando che esistano similarità e convergenza tra la poetica dei vinti e le vicende dei due protagonisti principali del racconto. Onestamente, al di là della rappresentazione dell’arretratezza culturale d’un ambiente isolano, e di qualche felice campionatura del dialetto locale, chi scrive non ha riconosciuto – e fortunatamente – ascendenze verghiane. È bene che non si confonda una torbida, fascinosa e drammatica vicenda sentimentale, come quella narrata dalla Mulas, con lo spirito dell’opera d’uno scrittore che derivava da altro paradigma e altra visione del mondo; sarebbe una semplificazione grossolana e neppure adatta a una antologia scolastica.
Questo proprio per ribadire l’indipendenza della Mulas da un modello del genere: che riteniamo possa costituire e sintetizzare una fase della nostra letteratura ampiamente conclusa e interiorizzata, e non ripetibile per ragioni storiche, sociali e culturali.
Prese le distanze da una deviante lettura dell’opera come quella proposta da Pantaleo, proviamo a evidenziare i topoi del libro. Le vicende descritte nei tre racconti (a “Il rumore degli alberi” s’aggiungono "La Fenice" e "Nella parte più alta del cielo") sono sanguigne e appassionate variazioni sul tema eros e thanatos. Gli esiti più felici mi sembra si riscontrino nel primo dei tre, che può vantare un’ambientazione inconsueta e infrequente nella nostra Letteratura – un piccolo paese sardo – e una drammatica epifania d’una predestinazione di classica memoria; la cornice del testo non è particolarmente originale, a dispetto dell’ambientazione. Un misterioso forestiero, che l’autrice tinge di colori e connotazioni convenzionali del demonio (colori predominanti, rosso e nero: valigia di pelle rossa, come sangue, un pastrano nero, capelli neri; sguardo di “carbone ardente”) per rapire il lettore in una dimensione presto negata dall’evoluzione del racconto (tutt’altro che fantastico: sentimentale e rurale), si presenta dal vecchio e rispettato possidente terriero e usuraio Pascale, per riscuotere un debito contratto quindici anni prima. Pascale, sconvolto, comprende di cosa si tratti; da questo punto in avanti, ha inizio la narrazione in analessi delle sue vicende.
Era un diciassettenne di saldi principi contadini (“La vita ci impara in fretta”, “Servo è servo, padrone è padrone”, p. 19), infausta condizione originaria (orfano di padre), fortunata sorte (ingaggiato da un vecchio e ricco amico del padre, per riconoscenza). Legato da immediato e naturale – per così dire – vincolo di fedeltà nei confronti del suo padrone, si trova a essere combattuto tra due, infuocate e contrastanti passioni.
C’è Mariedda, sensuale fantesca, non inesperta nelle questioni amorose, e Mariana, giovane moglie del padrone, “continentale” e subito sedotta dal fascino del ragazzo. Il contrasto – come si può vedere e intuire – è di natura prima sociale, quindi culturale, infine “etnica” ed etica: la storia tende a riservare momenti di grande emozionalità e passionalità, alternati con imperiosi e inevitabili revanscismi moralisti; la piccola comunità isolana, infatti, non può accettare un amore tra servo e padrona, né il tradimento della fiducia d’un padrone; pur di non dover testimoniare tutto questo, è pronta a dimenticare il passato dissoluto della fantesca (pure già licenziata da Mariana), purché sia moglie del reo.
Senza svelare l’epilogo della vicenda – questa è pur sempre una recensione – ci limiteremmo a registrare che l’asse portante del racconto non è certo, o non è esclusivamente, la sorte d’un popolano e del suo anziano padrone; questo è un racconto d’argomento assolutamente erotico, al limite leggibile, con esiti interessanti, in chiave simbolica (i nomi delle due donne protagoniste, sin dall’etimo, e il particolare scioglimento della loro rivalità, suggeriscono di interpretare la loro apparizione alla stregua di quella di un “doppio”).
I pregi di questo primo racconto si possono riconoscere nella freschezza e nella spontaneità dei dialoghi – a volte prossimi alla “presa diretta” – nella facilità di scavo nella psicologia dei personaggi che la Mulas magistralmente dimostra, nella – ripetiamoci – atipicità dell’ambientazione, famigliare – congetturiamo – alla scrittrice, nella intensità e nella sensualità dei legami che uniscono i vari personaggi.
Nelle altre opere, perdiamo la fascinosa ambientazione isolana e ci ritroviamo a sfogliare pagine che sembrano volersi ascrivere – sin dall’adozione di nomi stranieri – ad altre letterature; e che rimangono, tendenzialmente, fedeli al meccanismo dell’agnizione finale e si sviluppano dalla scintilla sacra della riflessione e dell’indagine sui sentimenti degli esseri umani.
La Mulas canta l’amore, la passione, la menzogna, la morte: ha stile e compostezza e mantiene un apprezzabile equilibrio formale, non cadendo nel pericoloso tranello dei facili esotismi (s’allude al secondo e al terzo racconto). Sa descrivere la violenza dei sentimenti – senza lasciare mai l’impressione d’essere artificiosa; e questo suo talento potrà regalare, in futuro – questo il mio auspicio – memorabili figure romanzesche.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Giovanna Mulas (Nuoro, maggio 1969), narratrice, poetessa e saggista italiana.
Nel 2003, è stata candidata al premio Nobel per la Letteratura.
Giovanna Mulas, “Il rumore degli alberi”, Edizioni La Conca, Roma, 2003.
Prefazione di Pasquale Pantaleo.
Approfondimento in rete: sito ufficiale dell’autrice.
Articoli e recensioni: Stradanove / Antenati.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Settembre 2004. Prima pubb: Lankelot.com
Commenti
NdR: 442.
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Ogni migliore auspicio per il futuro di Mulas.
Mulas
"La Mulas canta l?amore, la passione, la menzogna, la morte: ha stile e compostezza e mantiene un apprezzabile equilibrio formale, non cadendo nel pericoloso tranello dei facili esotismi (s?allude al secondo e al terzo racconto). Sa descrivere la violenza dei sentimenti ? senza lasciare mai l?impressione d?essere artificiosa; e questo suo talento potrà regalare, in futuro ? questo il mio auspicio ? memorabili figure romanzesche."
Mi chiedo se poi ci siano stati questi sviluppi......
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"infine ?etnica? : capisco tutti gli altri motivi del contrasto, tranne questo. Perché proprio "etnico"?
Etnico perché è senza dubbio pura espressione di una cultura speciale e atipica come quella isolana - in questo caso particolare, d'un'Isola eccezionalmente sfaccettata. Mi sembrava un punto a suo favore.
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Quanto agli sviluppi della sua narrativa - non so dirti altro che quel che leggo negli aperiodici aggiornamenti che Mulas ci invia. Sostiene di aver diritto ai finanziamenti statali per via delle sue ripetute candidature al Nobel, chiede firme a sostegno. Altro non so. La signora non è mediocre ma non mi sembra da Nobel. E' una discreta narratrice con interessanti potenzialità. Soprattutto quando rimane fedele alla sua terra.
Parrebbe irreperibile...