Morris Jan

Trieste o del nessun luogo

Autore: 
Morris Jan

L’Adriatico è azzurro e silenzioso, non c’è un alito di vento. Oltre la baia, si erge un piccolo castello bianco, le colline intorno sono scabre. Il sole risplende, senza essere radioso. Un rimorchiatore isolato attraversa il porto; un treno sferraglia chissà dove; un vaporetto sbuffa fumo; in lontananza, suona un’orchestrina e qualcuno fischietta un’aria di Puccini (o sono io?). I palazzi allineati lungo le rive, gravi e pretenziosi, ornati di guglie ed elementi simbolici, paiono deserti, quasi fosse l’ora della siesta e sul bordo della banchina sta seduto un pescatore solitario, ingobbito e immobile, davanti a un galleggiante che non accenna a muoversi. Alcune bandiere pendono svogliate. Un tram attende passeggeri”. (Prologo: passa un angelo, p. 12).

CENNI DI STORIA

Trieste nacque come insediamento degli Illiri, oscura popolazione indoceltica. Quindi, fu colonia romana, col nome di Tergeste. La città fu oggetto di razzie e sporadiche occupazioni da parte di Venezia, fin quando i governanti non domandarono la protezione degli Absburgo. Era il 1382. Trieste divenne il principale porto dell’impero, l’elettivo approdo sul mare: nel 1719, Carlo VI proclama il Porto Franco. Durante i regni di sei monarchi, da Carlo VI (1711) a Franz Joseph (morto nel 1916), un villaggio di pescatori di settemila anime divenne uno dei più grandi e moderni porti internazionali, contando su duecentoventimila abitanti e godendo d’una scintillante vita commerciale e culturale. Italiana, di lingua, era la maggioranza della popolazione. Ma il senso d’appartenenza all’Italia non era affatto condiviso. 

1866. La Marina Austriaca massacra gli italiani a Lissa. Solenne celebrazione della vittoria a Trieste, capoluogo dell’Österreichisches Künstenland, unica provincia costiera dell’impero, reichsunmittelbare Stadt fin dal 1850.
In riconoscimento della lealtà dimostrata durante i moti nazionalisti degli anni Quaranta, la città era stata battezzata urbs fidelissima.

Nonostante tre brevi periodi d’occupazione napoleonica, Trieste era rimasta città fedele agli Absburgo, emporio e gioiello d’una civiltà irripetibile. Al crollo dell’impero, annessa per ragioni fondamentalmente geografiche all’Italia, si vede privata dell’entroterra: è il principio della decadenza della città. La cultura fascista inventa falsi miti d’origine romana di Trieste, mistificando secoli di storia e sforzandosi di sradicare le radici “atipiche” della città: un luogo che Morris sente come incarnazione dell’utopia, aliena alle nazioni e ai nazionalismi, ibrido di razze, lingue, popoli, culture.
Tre nomi: Trieste, Triest, Trst. Un’idea, nessun colore dominante.

Per la propaganda nostrana, Trieste era e restava esclusivamente italiana: nel 1919, il governo chiude le scuole slovene, ed avvia un’opera di smantellamento etnico che – in un certo senso – altro non è che il preludio agli orrori delle foibe, e delle violenze dei Balcani negli anni Novanta. È uno smantellamento culturale, in prima battuta: non soltanto per traduzione di cognomi e chiusura di scuole e centri di ritrovo, ma per damnatio memoriae di storie, cultura e verità.  Perché viva una, e una soltanto, delle tante anime della città: quella italiana. E le altre siano ghigliottinate. In seconda battuta, infatti, lo smantellamento fu anche fisico: con l’allestimento di campi di concentramento sia in territorio italiano (Gonars) che in territorio occupato sloveno in cui furono rinchiusi migliaia di cittadini jugoslavi, rei solo di non essere italiani.

Il caso più emblematico della almeno complessa linearità dell'italianità di Trieste è probabilmente quello del disertore dalmata Guglielmo Öberdank, ancora oggi noto in Italia come “Oberdan”. Esule in Italia per evitare di prestare servizio militare, tornò a Trieste per attentare alla vita dell’imperatore. Arrestato, processato e impiccato, gridò “Viva l’Italia! Trieste Libera!”.  Agli occhi degli irredentisti, fu subito eroe. La piazza della Caserma, oggi “Oberdan”, un Museo del Risorgimento, che conserva la cella dove passò le ultime ore di vita, e una statua del “martire” testimoniano gli eccessi della storia: il disertore austriaco è simbolo del fascismo ante litteram.

Nel 1943, i Nazisti occuparono la città. Centinaia di ebrei fuggirono per la Palestina (sin dagli anni ’30, Trieste era divenuta “Porta di Sion”), centinaia furono catturati e condannati a morte. L’antica e gloriosa comunità ebraica della città conobbe torture, massacro e martirio: nel primo e unico campo di sterminio italiano, San Sabba.  
Contesa tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale, vagheggiata da Tito e salutata dalle forze anglosassoni come ultimo avamposto dell’Occidente, sorta di vedetta democratica sul balcone del comunismo (diversamente, almeno a parole, da quanto affermava Chateaubriand nel 1806: “L’ultimo respiro della civiltà aleggia su questa costa dove ha inizio la barbarie”), Trieste fu Territorio Libero per qualche anno: nel 1954, tornò italiana; i dintorni divennero parte integrante della Jugoslavia titina. 

MORRIS E TRIESTE

La scrittrice gallese crede che Trieste non sia una città-icona – è un’idea che vive nella coscienza, e irregolarmente appare: s’incarna, leggera e malinconica, quasi fosse il passaggio d’un angelo.
Il sentimento princeps è la sehnsucht, la nostalgia: un gallese ha un nome per questo stato d’animo, hiraeth. Nostalgia della potenza scomparsa, fascino irresistibile della grandezza perduta, desiderio di quel che non può tornare più: l’impero absburgico, e la gloria culturale e commerciale. Morris descrive con dolcezza e passione le segrete anime della città, e i suoi vicoli polverosi, e i riflessi del perduto tempo: il delicato disordine del Borgo Medievale, l’eleganza e l’austerità dell’architettura mitteleuropea, i to
rnanti di Opicina che rivelano, poco a poco, the meaning of nowhere: terra isolata, splendida e sfortunata, maledetta dalla menzogna del nazionalismo, e orgogliosamente aliena alle nazioni. Trieste è il simbolo del nonsenso della nazionalità.

Morris è osservatrice sensibile e cronista impeccabile: nel testo, narra dei Caffè storici, e del migliore caffè del mondo; delle sorti degli straordinari letterati del Novecento triestino, da Slataper a Svevo a Joyce (che qui scrisse “Dedalus”, “Ritratto dell’artista da giovane”, parte dei “Dubliners”; e qui ideò “Ulisse”), fino – ovviamente – al grande Magris; delle osmize del Carso, della mitologia della Bora, dei misteriosi mori Micheze e Jacheze sulla torre dell’orologio del Municipio, in Piazza Grande (oggi Piazza Unità d’Italia); e ovviamente s’emoziona descrivendo il castello di Miramar, sublime ricordo dell’amore infelice di Massimiliano (comandante della flotta di stanza a Trieste) e Carlotta.  Perché quel castello è il simbolo d’un sogno che forse s’è sospeso, e attende d’esser rivendicato: perché tornino i giorni del più grande porto del Mediterraneo, un tempo Kaiserlich und Königlich (imperiale e regio): in futuro, indipendente, e franco. E finalmente libero dal male assurdo di questa città: la nazione della decadenza e della menzogna, l’Italia. Quanto è doloroso scriverlo. Quanto. Ma quanto è vero.

La K u K, comunque, non ha mai smesso di esercitare il suo incantesimo su Trieste. Carlo VI è pur sempre l’imperioso sovrano in piedi su una colonna in piazza Unità. Leopoldo I regge la sfera e lo scettro in posizione dominante in piazza della Borsa mentre l’imperatrice Elisabetta, detta Sissi, la consorte ribelle di Francesco Giuseppe, siede all’ombra degli alberi, di fronte alla stazione ferroviaria” (Solo la banda continua a suonare, p. 57)

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Il libro è strutturato in un prologo (“Passa un angelo”), sedici capitoli e un epilogo (“Da un capo all’altro della mia sepoltura”). Ogni capitolo è introdotto da una fotografia dei segreti e delle anime della città. Le foto sono di proprietà dei Civici musei di storia ed arte di Trieste e della Biblioteca Civica “A. Hortis”.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Jan Morris, già James (1926), saggista, giornalista e romanziera gallese.

Ha scritto articoli e saggi su Venezia, Oxford, Sydney, Hong Kong, Spagna e Galles e una trilogia sull’impero britannico (Pax Britannica, 1968 – 1982). 

Jan Morris, “Trieste o del nessun luogo”, Il Saggiatore, Milano 2003.
Traduzione di Piero Budinich.

Prima edizione: “Trieste and the meaning of nowhere”, 2001.


Gianfranco Franchi, Lankelot. Maggio del 2004.

Dedicata a Patrick “Buccia” Karlsen, Pontefice Massimo.

Approfondimenti vari:

http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=Trieste

ISBN/EAN: 
9788842810544

Commenti

"La K u K, comunque, non ha

"La K u K, comunque, non ha mai smesso di esercitare il suo incantesimo su Trieste. Carlo VI è pur sempre l'imperioso sovrano in piedi su una colonna in piazza Unità. Leopoldo I regge la sfera e lo scettro in posizione dominante in piazza della Borsa mentre lìimperatrice Elisabetta, detta Sissi, la consorte ribelle di Francesco Giuseppe, siede all?ombra degli alberi, di fronte alla stazione ferroviaria"(Solo la banda continua a suonare, p. 57)

1866. La Marina Austriaca

1866. La Marina Austriaca massacra gli italiani a Lissa. Solenne celebrazione della vittoria a Trieste, capoluogo dell'Österreichisches Künstenland, unica provincia costiera dell'impero, reichsunmittelbare Stadt fin dal 1850. In riconoscimento della lealtà dimostrata durante i moti nazionalisti degli anni Quaranta, la città era stata battezzata urbs fidelissima.

www.corriere.it/cronache/08_giugno_04/matrimonio_trans_718961b0-3232-11d...

Diventò donna: ora risposa l'ex moglie
Dopo l'operazione nel 1972 c'era stato il divorzio ma i coniugi avevano sempre vissuto insieme nelle stessa casa

Jan Morris
LONDRA - È una favola d?amore dei tempi moderni e, come ogni fiaba che si rispetti, conserva il classico lieto fine. Protagonista di questa storia è l'ottantunenne Jan Morris, un tempo James Humphrey Morris, oggi una delle più celebri scrittrici inglesi. A distanza di 60 anni l?ex giornalista ha deciso di risposare Elizabeth Tuckniss, la donna che portò all'altare quando era ancora un uomo.

CINQUE FIGLI - La notizia della loro nuova unione è stata data ai microfoni della Bbc durante la trasmissione radiofonica ?Bookclub? dalla stessa Morris che stava presentando il suo ultimo libro di viaggi intitolato ?Venice?. Nel 1949, quando era solo un promettente giornalista James Morris sposò Elizabeth e da lei nel corso degli anni ebbe 5 figli. Tuttavia nel 1972 dopo essersi sottoposto a un intervento chirurgico per cambiare sesso in Marocco, James decise di divorziare dalla moglie e divenne per tutti la scrittrice Jan Morris. Adesso grazie alla legge britannica che permette le unioni civili tra persone dello stesso sesso Jan ha ufficialmente rigiurato eterno amore all?ex moglie e promette di rimanere assieme a lei fino alla morte

SEMPRE ASSIEME - In realtà i due coniugi, nonostante il divorzio, hanno continuato a vivere assieme nella loro casa di Llanystumdwy, nel Nord del Galles. Secondo quanto ha dichiarato la Morris, la cerimonia di unione civile tra i due ex sposi è stata celebrata lo scorso mese al comune di Pwllheli. Una coppia di amici avrebbe partecipato alla funzione in veste di testimoni e dopo la cerimonia si sarebbero trasferiti nella loro casa per gustare una tazza di tè. La scrittrice ha raccontato a Bbc radio: «Non l'ho ancora detto a nessuno. Ho vissuto con la stessa persona per 58 anni. Noi ci siamo sposati quando io ero giovane e lei al tempo prese il nome della mia famiglia. Poi ci fu la storia del cambiamento di sesso e fummo costretti a divorziare. Ma abbiamo vissuto sempre insieme. Così ho deciso di riunirmi a lei perché volevo chiudere le cose in bellezza».

VITA PASSATA - Nella sua precedente vita da uomo la Morris ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale ed è stato un famoso redattore del quotidiano inglese The Times. Proprio per il giornale londinese seguì nel lontano 1953 la spedizione degli scalatori britannici che per primi riuscirono a raggiungere la vetta del Monte Everest. Nell?ultimo trentennio Morris è stato autore di numerosi libri di viaggio, di importanti opere storiche sull?impero inglese, ma la vera fama internazionale l?ha ottenuta nel 1974 quando presentò alle stampe il libro «Conundrum» (pubblicato in Italia col titolo di ?Enigma?), un'autobiografia nella quale raccontava la sua vita e la consapevolezza di essere intrappolata in un corpo sbagliato. Anche per l?ex moglie e nuova compagna Elizabeth in questi anni il rapporto con la scrittrice non è cambiato: «Siamo tornate assieme ufficialmente - ha commentato la donna all?Evening Standard -. Dopo che Jan decise il cambiamento sessuale noi divorziammo. Ma ciò non ebbe alcun significato per me. Abbiamo avuto sempre la nostra famiglia. Continuiamo ad andare avanti assieme». A chi gli chiedeva del loro futuro le due compagne hanno ammesso di voler essere seppellite assieme e che sarebbero felici se sulla loro tomba fosse scritto in inglese e in gallese: «Qui riposano due amiche alla fine della loro comune vita».

Francesco Tortora

SOLINAS Sette anni fa aveva

SOLINAS Sette anni fa aveva detto che quello sarebbe stato il suo ultimo libro. Si intitolava "Trieste and the Meaning of Nowhere", ovvero il nessun luogo, il non essere, la città che meglio di tutte chiude in sé l'esilio e l'estraneità, la solitudine e la diversità, e che quindi più di tutte le somigliava. Aveva 75 anni, si sentiva un po' stanca. L'anno dopo uscì "A Writer's House in Wales" ma, si giustificò, raccontava la sua casa nel Galles. Poi fu la volta di "A Writer's World" ma, disse, era un'antologia di viaggi... Con il successivo, Hav, la scusa fu che era un divertissement romanzesco... Oggi Jan Morris di anni ne ha ottantadue e continua ancora a scrivere e a viaggiare. In mezzo secolo di attività, più d'un ateneo l'ha insignita di una laurea ad honorem, ha vinto molti premi letterari, collezionato onorificenze, scritto alcuni dei libri di viaggio più belli della letteratura anglosassone del Novecento: due sue «biografie di città», quelle su Venezia e su Hong Kong, non hanno rivali. Ma insuperabile rimane anche la sua trilogia sull?impero, Pax Britannica, che segnò una svolta negli studi sull?argomento. Il primo volume l'ha ora pubblicato da noi Il Saggiatore (Per volontà del cielo. 1837-1897. Nascita di un impero, pagg. 503, euro 24), cui si deve anche la traduzione di quello su Trieste ("Trieste o del nessun luogo") [...]

continua qui: http://www.ilgiornale.it/cultura/morris_scrittrice_che_era_scrittore/11-...

[il saluto a Otto von

[il saluto a Otto von Hasburg] http://www.youtube.com/watch?v=PXzvMF7Dx6g