Mori Anna Maria, Milani Nelida

Bora

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Mori Anna Maria, Milani Nelida

Pola aveva 31.700 abitanti italiani. Esuli, tra 1946 e 1947, furono 28.025. Gli slavo-comunisti occuparono una città fantasma, e con barbara prepotenza la slavizzarono, popolandola di forestieri. Una polesana “rimasta” dialoga, in questo libro, con una polesana vissuta esule tra Firenze e Roma. Ho letto questo libro, ho sofferto, ho sentito una rabbia terrificante, ho amato i miei fratelli esuli di prima, seconda o terza generazione con maggior intensità ancora, se possibile; e ho disprezzato chi s'è spacciato per liberatore, slavo o italiano che fosse, armato di falce e martello, con tutto me stesso. Perché il “liberatore” ha cancellato la storia, e massacrato un popolo, in nome della sua triste ideologia. E ha preteso d'avere ragione.

Per l'ingiustizia sofferta dal popolo istriano, fiumano e zaratino non esiste compenso, né parola adatta a consolare e dare pace. Ma alla denuncia dei responsabili del male inferto, italiani e slavi, non esisterà fine. Molto semplice. Questo è il compito di chi viene da sangue istriano. Rivendicare eternamente giustizia, domandare verità, pretendere le scuse. Dagli italiani e dagli slavi, dai comunisti e dai democristiani, dagli inglesi e dagli americani. E infine, sognare un futuro diverso. È sempre possibile. Nessuno lo vieta: nei sogni i regimi non possono entrare. I regimi albergano soltanto negli incubi.

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L'esodo ha diviso tante famiglie quante il muro di Berlino. Ma nessuno qua desidera parlarne: un oggetto privo di stile, un tabù che gioca a nascondino con la storia, una metafora non abbastanza raffinata? Che sarà mai? L'esodo è il campo di concentramento della nostra gente. Sul muro del Cimitero della Marina i ragazzi avevano tracciato in rosso un graffito: 'Il vero divorzio è l'esodo'. Così si è cominciato a cedere ai bordi, con i matrimoni tra italiani e slavi (...)” (p. 49). Per gli americani e gli inglesi di Radio Londra, Pola bombardata era, in codice, “Tommaso Moro”. “Tommaso Moro, attento”, diceva. “Perché gli 'Alleati' ci bombardavano, distruggendo le case, uccidendo gli amici e i vicini di casa? Cos'avevamo fatto, io, mamma, papà e le due nonne, perché gli americani e gli inglesi mettessero a rischio la nostra vita notte e giorno con i loro bombardamenti a tappeto? (…) E perchè, alla fine della guerra, tutto risolto per tutti, noi dovevamo continuare ad avere paura? Perché si dovevano temere i partigiani slavi, che pure avevano fatto la resistenza insieme ai partigiani italiani? (…) Perché gli slavi ci odiavano?” (p. 154).

Non è vero che io e tutti i trecentocinquantamila esuli istriani, siamo, eravamo, borghesi e fascisti. Non è vero che tutta l'Istria era slava e doveva tornare alla Jugoslavia. Non è vero che tutta la mia gente è solo nostalgica e irredentista” (p. 7). A parlare è una delle narratrici: Anna Maria Mori, istriana di Pola, di famiglia laica, democratica, antifascista; costretta all'esilio a Firenze e infine a Roma assieme a molte migliaia di nostri compatrioti tanto tempo fa. Costretti ad andarsene dall'occupazione slavo-comunista, spacciata per “liberazione”. “Perché” - come si legge a p. 101 - “non fummo noi, a volercene andare: la verità era, ed è, che 'loro' non ci volevano su quelle terre, di cui pretendevano di cancellare, insieme alla nostra presenza, anche la storia”. Chi restava doveva “tacere, obbedire, temere” (p. 108). Agli slavi, ai comunisti.

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Tutto comincia con una foto. C'è una bambina che sorride. Sul retro della foto, a penna, è scritto “giugno 1937”. Scrivere il luogo non serviva, perché “è dato per ovvio e sottinteso. Perché, salvo avvenimenti straordinari, il luogo del nascere sarà quello del vivere in seguito: insensatamente si pensa, quasi senza pensarlo, che sarà il luogo del 'sempre' (…)” (p. 3). Quel luogo è Pola, Istria, Italia. “Fino a cinquant'anni fa era quel che si dice una ridente cittadina che ha dato i natali, tra gli altri, a musicisti come Luigi Dallapiccola e Antonio Smareglia, trenta-quarantamila abitanti, un porto militare di primaria importanza, e l'eleganza straordinaria di vistosi e bellissimi resti Romani: oggi, più niente; a tal punto è stata cancellata dalla storia e dalla memoria collettiva, che il computer, al suo nome, si innervosisce, si inceppa e segnala 'errore'” (p. 3). Anna Maria Mori se ne è andata via da casa, esule, nel 1946, s'è ritrovata a Roma, e da allora ha cercato di rimuovere, cercando di dimenticare, di cancellare tutto, rispondendo con stizza alle canzoni in dialetto cantate dalla madre. A nessuno diceva d'essere nata a Pola, per evitare illazioni e provocazioni. Poi incontra un libro, scritto da una ragazza che a Pola era rimasta, Nelida Milani. È uscito per Sellerio nei primi anni Novanta, parla del suo popolo e della sua terra, si chiama “Una valigia di cartone”. Cerca di entrare in contatto con lei, ma la Milani inizialmente nicchia, e poi tentenna. Ha paura di “non saper parlare, di non riuscire a spiegare decentemente in quella terza lingua fuori codice, nata dal pasticcio tra croato e italiano, ciò che preme dentro” (p. 11); si sente ormai estranea agli italiani. E ha una strana visione dei suoi 32mila concittadini esuli: lei e gli altri rimasti sono diventati “italiani speciali”, nostalgici dei vecchi legami e desiderosi di tramandare tutte le antiche tradizioni agli eredi. Ma è difficile. Perché un bel giorno, o forse un brutto giorno, la guerra finì: “Ma per noi, per la gente dell'Istria con i paesi e le città affacciate su quel mare bellissimo, incorniciato da ghirlande di ciottoli bianchi e da rocce grigie a strapiombo, non arrivò la pace come per il resto d'Italia” (p. 22).

Tra le due nasce una corrispondenza: e anima questo libro. Quando la guerra finì, l'Istria fu occupata dalle truppe di Tito; ma poi arrivarono inglesi e neozelandesi. Nell'italianissima Pola, pazzi di felicità, i cittadini offrivano fiori al loro esercito, e in cambio ricevevano barrette di cioccolata. Lì per lì si sperava nella pace. Tirava, purtroppo, una brutta aria. “Si capì quasi subito che il destino delle nostre terre era segnato. Cercammo di cambiarlo” (p. 27) manifestando tutti insieme, di fronte ai diplomatici delle grandi potenze, per mostrare quanti erano. E gli slavi, intanto, con tanta gente presa dalle campagne, facevano la stessa cosa, incapaci di essere in tanti a rivendicare Pola. Con loro, qualche italiano. Indovinate...

Oh, i comunisti, Gesù mio, molti comunisti italiani avevano fatto con loro la lotta partigiana nei boschi, e ora marciavano con gli slavi – la testa piena delle loro grandi idee romantiche – cantavano in coro gli inni della rivoluzione con grandi schitarrate, abbaiavano contro i borghesi italiani con incredibile disprezzo, come se fossero stati degli assassini, come se l'intera popolazione fosse composta da idioti che certe cose se le potevano bere solo così (...)” (p. 70). Molti di quei partigiani furono giustiziati sommariamente da Tito. Comunista come loro; ma imperialista jugoslavo (p. 72). Su Pola marciarono partigiani comunisti, slavi, anti-italiani, antiborghesi e... anticittadini. I polesani li chiamavano “l'esercito in ciabatte”. Altro che croati, spesso erano bosniaci, montenegrini. Quella gente straniera entrava nelle case degli italiani, presto “nazionalizzate”, e usava i bidet per seminare prezzemolo e basilico. L'ignoranza e la barbarie sanno essere creative.

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Emergono “I ricordi di bambina delle violenze degli occupanti sugli occupati, degli slavi sugli italiani di Istria, uomini che uccidevano altri uomini, e da altri venivano uccisi, spesso solo per vendetta personale o di classe, e sempre in maniera 'virilmente' spettacolare” (p. 28). I ricordi di chi si opponeva, tra le adulte italiane, al marito slavo e comunista che organizzava spedizioni nel Buiese per “bastonare gli italiani, per farli fuggire in Italia, per confiscare i loro beni mobili e immobili” (p. 29). E di quella lingua d'allora, in cui in croato al limite si bestemmiava, sotto le bombe, o si giocava a dire “cuciza”, casa, “liepa”, per dire bella mia a un'amica... ma insomma tutto era fuorché “la lingua della violenza, dell'aggressione e della paura” (p. 40). Ossia la lingua che sarebbe diventata. Quella della morte.

E poi, ecco il racconto di come gli slavi impedirono si parlasse italiano a scuola, quando la speranza era morta: altro che Pahor... “Se vi sento ancora parlare italiano, mollo il cane che vi divori – diceva un guardiano con un grosso cane, dalle parti della scuola “Vladimir Goitan” -. Ve la faccio passare io la voglia di parlare questa lingua fascista” (p. 41). Questo diceva a due bambini, una femmina e un maschietto, colpevoli di parlare soltanto nella loro lingua. E il maschietto lasciò la terza classe elementare italiana, per andare a iscriversi alla terza croata. I fratellini della piccola, Claudio e Diego, per i registri slavocomunisti erano “Klaudio” e “Dijego” (p. 42). Cambiavano nome, proprio come Pola diventava “Pula”, e Orsera “Vrsar”. “Il nome era un simbolo, e quando i simboli cadono, nulla è più come prima” (p. 162). Tanti ragazzi rimasti e costretti a essere slavizzati oggi hanno messo figli e nipoti nella scuola italiana, “ma ancora cercano sé stessi, ancora non si sono completamente ritrovati” (p. 169). I comunisti hanno falsato l'essenza dei rimasti; ne hanno stuprato l'identità.

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Si racconta delle osterie “nazionalizzate” da comunisti slavi di nome Zika, Mustafa, Andrija, Rifat. Sì, le osterie. Dove adesso gli slavi sputavano in fronte a una cantante slava, perché pensavano portasse fortuna. Deliziosi. E delle chiese che diventavano caserme. Si racconta del tricolore con la stella rossa appeso qua e là dai comunisti. Italiani. Della gente che spariva tutte le notti, senza colpa, presa e portata al massacro dagli invasori. Innocenti massacrati nel nome della stella rossa. Ma Togliatti salutava, per radio, “il grande capo ed eroe nazionale” Tito; e in certe case, allora, si spegneva la radio e si metteva su un disco.

Tutta colpa del fascismo? “Ma il fascismo ha svuotato i paesi slavi? Dov'è il contraltare di Portole e Montona? Di Capodistria e di Pola? Di Fiume e Dignano? Di Grisignana e Orsera? Di Gallesano e Albona? Ha svuotato l'Istria dei suoi abitanti, il fascismo?” (p. 86). Punto. Tutto molto chiaro.

Bisognava fuggire dal comunismo. Il regime slavo comunista era intollerabile. Qualcuno scelse la via più drammatica e definitiva:

Bepi, che Dio ghe 'brazi l'anima, si sparò una domenica e lasciò scritto sul foglio di carta no xe per mi 'sta roba. Lo trovarono accanto alla sua verdura, la mano rattrappita vicino alla tempia (…). Aveva la testa aperta in due” (p. 133).

Chi riesce ad andarsene, già nei primi tempi, pensa: “Mi hanno rubato il mio destino”. E poi, quando venne il momento, “Tutta la città di pietra prese il mare, racchiusa nei cassoni di legno. Non so se fosse mai accaduto che un'intera città venisse trasportata via mare, ma è proprio ciò che accadde” (p. 143). Partivano, e le loro case venivano nazionalizzate e date a ex contadini provenienti da tutta la Yugoslavia, per accelerare l'edificazione del socialismo. E la slavizzazione delle terre istrovenete. Come Stalin insegnava, gli slavi applicavano ingegneria sociale nel nome della loro ideologia.

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Gli slavi infoibavano già dal 1943 (p. 110). Rapivano la gente di notte, colpevole solo di essere italiana, la massacravano, la gettavano in fondo a quei crepacci. I luoghi delle sparizioni saranno rivelati soltanto post caduta del Muro di Berlino, ma i contadini sapevano, “a causa dei lamenti che provenivano dalle fenditure rocciose. Raccontarono che a lungo avevano sentito provenire dalle viscere della terra richiami e invocazioni d'aiuto, i gemiti della troppo lunga agonia di coloro che erano rimasti vivi e anelavano ancora alla vita pur nel terrore della fine certa, terrore che si concludeva con il rantolo della morte” (p. 118).

E adesso basta, fermiamoci qua. Perché credo d'aver detto abbastanza. E paradossalmente so che questo abbastanza non sarà mai abbastanza. Non mi stancherò mai di difendere la storia del popolo istriano. Viva Pola, viva l'Istria. Viva gli italiani che difendono la verità.

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«Un dialogo di due donne sui grandi temi dell'esilio, della fedeltà e incertezza dell'identità, della frontiera, della memoria perduta, rimossa e ritrovata... È un libro vivacissimo, lucido, e poetico.» (CLAUDIO MAGRIS, Corriere della Sera)

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Anna Maria Mori (Pola, Istria, IT, 1936), esule istriana, ha studiato a Firenze e vive a Roma. Giornalista e scrittrice italiana (“Messaggero”, ex di “Repubblica” e di “Anna”).

Nelida Milani in Kruljac (Pola, Istria, IT, 1939), vive a Pola, da qualche tempo città croata. Si è laureata in Lettere a Zagabria. Docente di linguistica generale e di semantica presso l'Università di Pola. In narrativa, titolo più memorabile è “Una valigia di cartone” (Sellerio, 1991; Premio Mondello 1992). Per quindici anni è stata caporedattrice de “La Battana” pubblicato dalla EDIT di Fiume.

Anna Maria Mori e Nelida Milani “Bora”, Frassinelli, Milano 1998. In appendice, Cronologia.
Approfondimento in rete:
Wiki IT / PeaceLink / Rassegna Stampa IT.

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2009.

ISBN/EAN: 
9788882749019

Commenti

Dedicata ai miei nonni, da Umago e da Pirano;
dedicata agli altri nonni, che s'innamorarono a Lesina.

Sono amico di Nelida da molto. Ho letto molti suoi racconti (Ovo slosso) e a suo tempo Bora, trovato a Bali di seconda mano. Era sera, andai a letto presto e lo lessi tutto. Mi ha coinvolto alle lacrime. Nelida fatti sentire. Dammi il tuo nuovo e-mail!

dici bene, professor.
coinvolge fino alle lacrime.
E' una lettura fondamentale.

PETACCO

"L'ondata di violenza si abbatte anche su Pola durante i quaranta giorni della 'prima' occupazione slava. Nella relazione redatta dal governo italiano per essere presentata alla Conferenza della Pace di Parigi si leggono testimonianze raccapriccianti: 300 italiani, in gran parte partigiani, uccisi a colpi d'ascia in un forte della marina; carnefici che si spartiscono i valori delle vittime; conti bancari prosciugati; torture e ancora torture. 'Nel carcere di Buccari' - testimonia Ambrogio Mannoni - 'gli uomini vengono obbligati a stare fermi sull'attenti a piedi nudi su legni appuntiti. Fra le dita gli vengono infilati dei pezzi di ferro. In questa posizione rimangono anche tre giorni, urlando, senza mangiare, mentre i piedi si gonfiano. Quando stremati cadono per terra vengono raddrizzati a colpi di calcio di moschetto"

L'ESODO, p. 130.

PUPO

"Nell'estate del 1946, dunque, a Pola l'Esodo era già una realtà in cammino, ma a far precipitare gli eventi contribuì una catastrofe collettiva: domenica 18 agosto una trentina di mine, residuato bellico, accatastate sulla spiaggia di Vergarolla, esplose improvvisamente mentre l'arenile era affollato di bagnanti. Lo scoppio - avvenuto per ragioni mai del tutto chiarite, ma che gli italiani addebitarono immediatamente a un attentato yugoslavo - costò la vita ad alcune decine di persone, ferendone e mutilandone moltissime altre, e colpì duramente un'opinione pubblica già prostrata da una sensazione di generale abbandono, diffondendo la psicosi di una sorta di congiura a danno degli italiani. Nella memoria collettiva, perciò, il ricordo della tragedia di Vergarolla si è sedimentato come un momento di svolta, in cui anche gli incerti si sarebbero convinti che la permanenza in città, partiti gli Alleati, sarebbe stata impossibile e insensata"

(IL LUNGO ESODO, p. 139)

Sempre Pupo aggiunge questo dettaglio:

"Chi partiva non voleva lasciar nulla nella terra divenuta nemica. Pola non stava più lì, ma nell'esilio, e molti polesani portarono con sé, nelle bare dissotterrate in fretta, anche i propri morti"

(IL LUNGO ESODO, p. 141)

[bora] grande libro.

[bora] grande libro.

[nelida milani] Nelida Milani

[nelida milani] Nelida Milani è una scrittrice e docente universitaria della minoranza italiana che è rimasta in Istria, mentre si verificava il grande esodo istriano. Ce ne parla in occasione della «Giornata del ricordo», il 10 febbraio.

di Carlo Napoli sul Messaggero di Sant'Antonio del febbraio 2011

Nelida Milani è stata tentata più volte di andare dallo psicologo. Le sarebbe piaciuto sedersi sul lettino e cominciare a raccontare il suo dramma, il dramma di chi si guarda attorno e non si riconosce, si cerca e non si trova, si volta indietro per cercare le proprie radici ma anche il passato diventa fluido e opalescente. Avrebbe voluto sedersi su quel lettino e raccontare questi tumulti dell’anima, l’itinerario di chi è vissuto in una perenne frontiera senza approdo, in una terra che è stata veneta, asburgica, italiana, jugoslava e poi croata. Ma su quel lettino Nelida non s’è mai seduta, ha scelto invece la pagina scritta per raccontare un itinerario sofferto: il suo personale e quello corale dell’Istria.

Nelida Milani, lei come si sente: italiana, istriana o croata?

Mi sento italiana. Ma è logico che mi senta pure istriana, perché il senso dell’appartenenza a una terra, a una regione, nulla toglie alla mia italianità: un’identità che si è formata sulla lingua e la cultura italiana. La lingua italiana è la mia area di consolazione e di conforto assieme al dialetto di Pola, lingua madre.

Dove sono le sue radici?

A Pola, in Istria.

Che significa avere radici?

Significa non galleggiare sulla superficie del mare, come le alghe. I luoghi che abitiamo e che sono stati addomesticati dai nostri genitori e nonni sono simboli e metafore del rapporto tra noi e il mondo. Sono immagini incancellabili dell’animo umano. Identità e appartenenza sono due stampelle e, se mancano, viene a mancare la consapevolezza di sé.

Il dramma che lei ha vissuto come istriana è stato un evento personale o collettivo?

Personale e collettivo. Con l’esodo io ho perso tre quarti della mia famiglia, ho perso tre quarti della mia classe, ho perso tre quarti del mio rione, tre quarti del mio vicinato, ho perso tre quarti della mia città.

Ci sono ferite mai rimarginate dentro di lei?

Esistono dentro di me come dentro ogni persona anziana. L’implacabile trascorrere del tempo è la nostra condizione umana e questa condizione contempla una serie di perdite, di addii, di separazioni assolute. Il tempo è terribile, la vera nostra condanna. La scrittura consente di ridurre il suo peso opprimente.

Si può vivere senza patria?

Troppe cose orribili sono successe e succedono in nome delle bandiere e delle patrie. L’Italia non è per me tanto un Paese, quanto una metafora. È il luogo dove i miei parenti, le mie zie e le mie cugine, i miei amici, le mie amiche hanno imparato il significato di parole come speranza, dignità, felicità. In realtà non importa nemmeno tanto vivere in Italia: la nostra gente si è sparpagliata in tutto il mondo, come seme al vento. Ma ha portato l’Italia dentro di sé. Noi qui, invece, abbiamo vissuto in un altro mondo, fatto di illusioni ma praticamente bloccato nella dignità di minoranza.

Che cosa fu l’esodo?

L’apocalisse. Una traumatica emorragia della componente italiana (e non solo) sviluppatasi tra il 1945 e il 1956. Uno sradicamento. Chi sceglieva di restare, o era forzato a restare, vedeva attorno a sé crearsi il deserto, il vuoto, un tumultuoso processo di trasformazione che modificava profondamente e violentemente i connotati antropologici e sociali dell’ambiente. L’esodo ha significato proprio questo: un oltraggioso «spossessamento» dell’identità, perché è stato negato alle generazioni più giovani il diritto di ricordare, di recuperare la memoria, di riconoscersi. È un tema doloroso non ancora ben assimilato dall’opinione pubblica italiana né tantomeno da quella croata e slovena.

Gli italiani che allora rientrarono in Italia non vennero accolti bene. Il partito comunista – allora alleato di Tito – li bollò come fascisti. Perché?

La classe intellettuale italiana ha sempre preferito non occuparsi di questioni istriane per paura di essere accusata di revanscismo e di irredentismo. L’Istria era un argomento scomodo per gli intellettuali di sinistra, che, vuoi per una questione di «unità nazionale», vuoi per non vedersi costretti ad aprire gli occhi su ciò che veramente era il regime jugoslavo, preferirono all’analisi dei fatti la retorica della classe politica dominante. La colpa di tanti profughi, per le sinistre, fu quella di essere fuggiti dal «paradiso comunista».

Perché un giorno ha deciso di scrivere?

La scrittura è stata per me un atto di fede nella parola, quando mi son resa conto – tardi! – di quanto la nostra parola fosse diventata moneta fuori corso, svalutata, maltrattata e abbandonata. E allora c’è stato in me uno scatto, un moto di orgoglio e di rivendicazione del potere della parola. La mia scrittura è un po’ una battaglia culturale, una battaglia di minoranza, una battaglia dalla parte dei vinti. Dà modo di parlare dei tanti «nessuno» della storia, delle famiglie dimezzate, della gente che nessuno calcola e che è stata umiliata e derisa dalla sorte.

Come vive oggi la comunità italiana in Istria?

L’esodo ha rimosso, resecato, tagliato i rapporti che ci legavano attorno a una comune tradizione, intorno a un’unica matrice linguistica e culturale. L’esodo è stato una lacerazione che ha determinato conseguenze tangibili dal punto di vista del modo di fare e di vivere. I «rimasti» sono stati sottoposti alla dinamica di annientamento del «vecchio» e alla nascita apocalittica del «nuovo». Dopo aver percorso per decenni i territori della distruzione, il grande segno positivo è che si può imparare – perfino attraverso la tragedia – a ricostruire se stessi. La cultura è stata l’«arma» della resistenza quotidiana. La minoranza ha fatto della cultura il proprio segno distintivo, il proprio patrimonio più prezioso.

In Italia vivono milioni di immigrati: lei crede nella multiculturalità?

I discorsi sciropposi e anestetizzanti sulla multiculturalità, sul dialogo delle culture, sul mutuo arricchimento, sull’armonia delle differenze, presentano la pluralità e la diversità come degli stati acquisiti (basta proclamarle perché esistano). E invece esse sono il prodotto di una lunga costruzione, di una volontà comunitaria, di una volontaria conquista, nel rispetto delle singolarità, che implica però anche conflittualità, e cioè una grande sofferenza.

Qualcuno dice che in nome della multiculturalità si dovrebbe abolire anche il crocefisso.

Non si risponde alla multiculturalità annientando la propria identità, le proprie radici, le proprie tradizioni.

Le foibe. Una pagina tragica di storia per gli italiani dell’Istria. Quanti morirono e come?

Una quantificazione precisa è impossibile. Le vittime furono non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo. Bisognava eliminare gli oppositori politici del partito comunista. Ma scomparvero anche tantissime persone solo perché italiane: uno andava in campagna a cercar di comprare farina e spariva, il macellaio andava nei paesi vicini a procurarsi carne per la sua macelleria e spariva. La maggioranza dei condannati fu scaraventata nelle foibe o nelle miniere di bauxite. Molti vi furono gettati vivi.

Dopo Tito è venuto in Croazia il nazionalismo fanatico di Tudjman: che cosa ha significato per gli italiani e per lei in particolare?

I peggiori anni della nostra, della mia vita, tanto per parafrasare Renato Zero. La transizione non è stata un percorso liscio, bensì disseminato di discrepanze, gretto etnocentrismo, crimini di guerra a volontà e non perseguiti, un sistema scolastico infarcito di miti nazionalistici presi terribilmente sul serio, stridenti lacerazioni e spinte contraddittorie e convulse delle nuove società.

Chi è oggi Nelida Milani?

Oggi? Mi sento italiana di un’altra specie. Sono un mosaico, un insieme di tessere che si incastrano tra loro. Con una cultura mista di precaria convivenza sociale e di sincera e cordiale convivialità interpersonale, di piccola serena umanità, di piccole consuetudini, di natura e di paesaggi, di sole-mare-vento-cielo, di cosmopolitismo sempre in fieri. Malgrado tutto, l’Istria, come l’araba fenice, nasce e rinasce e la vita continua.

C’è una frase in un suo libro che trovo splendida: «Ho avuto una vita disseminata di lotte e di fallimenti e ora ho imparato ad amare il mio fallimento».

È stato un po’ il gioco del caso a determinare la rottura dell’armonia della nostra nicchia biopsichica, un principio beffardo demolitore dentro la struttura dell’Istria. Inutile andare a rivangare il passato: mancanza di referendum, trattati di Parigi, di Londra, di Osimo. Non sono certamente stati una «doverosa correzione» di precedenti soprusi. In conseguenza di ciò le situazioni gravi sono state parecchie. Una minoranza, volente o nolente, deve abbracciare il compromesso. Io ho da tempo abbracciato l’imperfezione della vita e nella vita. E quando si riesce ad amare l’idea di fallimento, l’idea della disfatta, allora niente più sorprende, si è superiori a tutto quello che accade, si è una vittima invincibile. È proprio la scrittura che aiuta a diventare vittime invincibili.   

 FONTE: http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=10953&Itemid=111