Erano circa le nove di mattina. La Città Eterna attendeva languida l’arrivo di una nuova primavera. Solo cinque giorni e i salici di via Fani avrebbero smesso di piangere, sarebbero fioriti, così, naturalmente. Fu in quella piccola stradina romana che il gruppo di fuoco capitanato da Moretti (no, non siamo parenti) intercettò l’auto che trasportava Aldo Moro. Passarono pochi mesi, Moro veniva giustiziato dal Tribunale del Popolo. Ancora pochi giorni e nasceva il sottoscritto, le doglie di mia madre furono simili a quelle del paese.
E’ questo il punto in cui comincia la storia narrata da Dario Morgante: il picco di massimo scacco delle Bierre al sistema, lo stato in sacco, un silenzio politico mai respirato prima. Come me, molti devono aver pensato a quegli anni come ad un flusso di coscienza naturale, scaturito dai dossier e dai telegiornali dell’epoca. Molte volte abbiamo dimenticato la temperie che si andava costruendo in città come in periferia a ridosso non solo dei nomi noti della Lotta Armata, ma soprattutto a spese di giovani e giovanissimi che covavano un ideale stringendo in mano un pezzo fumante.
Di questo mi parla il romanzo del Morgante, degli “spontaneisti” di Primavalle, lontani anni luce dalle severe logiche dell’organizzazione e sempre pronti ad applicare i loro criteri di giustizia sommaria alle problematiche di una periferia triste e abbandonata a se stessa, ai palazzoni grigi e all’eroina che decimava i ragazzi giorno dopo giorno. Letto in quest’ottica, il romanzo s’allontana dall’esegesi letteraria più modaiola su quegli anni e ci conduce verso un mondo nuovo, quello di Ermes e compagni: i ragazzi vengono coinvolti nelle attività brigatiste più per necessità legate alle vicissitudini di una periferia metropolitana, che per il grande disegno di attacco allo stato. Tra sparatorie, inseguimenti e morti ammazzati, un piccolo spiraglio s’apre nella mente del protagonista: rimugina sullo spessore del conflitto e sulla possibilità di arrivare, un giorno, in una piazza in fiore, in cui finalmente sboccerà la primavera. Sembra presagire la disfatta, l’anelito alla giustizia mai corrisposto da una realtà fatta di menzogne, tradimenti e sporca politica.
Una giovanissima Heather Parisi sgambetta dalle televisioni nello sfondo, la sigla è dei New Trolls, la ballerina è da poco arrivata in un’Italia già prona a dimenticare, un paese che ha già imparato a riconsegnare le armi e a leccarsi le ferite. E’ lo show condotto da Pippo Baudo che inchioderà milioni di Italiani allo schermo: Luna Park. I ragazzi di Primavalle sembrano venire investiti dalla nuova televisione italiana come dagli slogan politici, l’autore li accompagna
nelle loro azioni creando una vera e propria geografia sentimentale della Capitale. Ovunque c’imbattiamo in cartelloni pubblicitari e reclame: la Esso, il Vat69, il Caffè Paulista, il Cynar, gli angeli kitsch del neonato stilista Fiorucci. Il romanzo diviene simile all’antro di un rigattiere che ha conservato di quegli anni una visione lucida e distaccata.
Nonostante la ridondanza della prima persona, mai abbandonata dall’autore, e di quel presente narrativo continuo, che spesso rende il romanzo simile ad un diario, la storia si dipana nitida, gli anni passano ed i morti cominciano a puzzare. I dubbi assalgono allora la mente del protagonista, i mondiali sono alle porte, a ricordarcelo è il continuo gracchiare delle radio e della televisione. Guttuso immortala Zoff nell’atto di strappare al Re di Spagna la coppa per poi sollevarla fiero alla vista del mondo intero. La lotta armata sembra finire mentre l’Italia tutta rimane immobile esultando assieme al presidente Pertini.
In questo modo si chiude il romanzo del Morgante.
Il Belpaese torna a leccarsi le ferite e così sarà negli anni a venire.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Dario Morgante (Roma, 1971), scrittore, fumettaro e sceneggiatore italiano.
Dario Morgante, “La compagna P38”, Newton Compton, Roma, 2007.
Approfondimento in rete: Abruzzo Cultura
Luca Moretti, febbraio 2008
Commenti
Ave Luca!
Benvenuto in Lankelot.
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"Come me, molti devono aver pensato a quegli anni come ad un flusso di coscienza naturale, scaturito dai dossier e dai telegiornali dell?epoca. Molte volte abbiamo dimenticato la temperie che si andava costruendo in città come in periferia a ridosso non solo dei nomi noti della Lotta Armata, ma soprattutto a spese di giovani e giovanissimi che covavano un ideale stringendo in mano un pezzo fumante."
> Da classe 1978, sottoscrivo. Sembra un incubo e basta, non sembra plausibile né realistico. Hai ragione (a proposito: complimenti per questo tuo esordio)
(quando passi di qua, se hai tempo, raccontaci qualcosa degli altri libri di Morgante)