Ho la nausea. Il nuovo romanzo di Antonio Moresco può indurre sazietà se ben dosato nelle sue mille e passa pagine, ma può anche provocare spiacevoli effetti collaterali. La nausea che mi attanaglia non è tuttavia legata solo ad un fattore materiale, meramente quantitativo. In realtà, e ve lo dico con una mano sul cuore ed una sulle palle, ho una confessione da sottoporvi prima di entrare nello specifico: mi sono fermato, stremato, a pagina ottocentoventitre. Ora, mi chiederete voi, ancora prima di chiedere come mai non abbia portato a termine la lettura: perché proprio a pagina ottocentoventitre? Perché non ottocentoventiquattro o ottocentoventidue? Cos'ha che non va quella pagina? Un marchio peculiare? Una maledizione ancestrale? Un'imprecazione degna di un eretico in grado di turbare il più emancipato dei bacchettoni? Vi offro una risposta deludente: niente di tutto questo. Anzi, niente di niente. Nisba. Nessun colpo di scena o fine di capitolo. Anche perché non ci sono capitoli nell'ultimo romanzo di Moresco, un romanzo concepito, cresciuto e sviluppato in un ciclo d'incubazione durato quindici anni.
Non c'è trama. E vi assicuro che dire non c'é trama è davvero dire poco. Non c'é proprio storia, forse una metastoria, ad essere eufemici. Di certo c'è che di meta in questo romanzo totale ne troverete davvero tanto, fino a lasciarvi disorientati, stralunati e mannari. Un romanzo che già chiamarlo romanzo è un paradosso. Allora un libro! Un libro, edito da Mondadori, che venderà, sì e no, trecento quattrocento copie, trecento quattrocento copie andranno agli addetti ai lavori: scrittori, editori, saggisti, professori, poeti, bozzettisti, giornalisti, intellettuali mancati e intellettuali stronzi... Insomma, avete capito. E forse la copertina, quel bellissimo e vaginale taglio di luce su tela, opera di Fontana, forse quella copertina attirerà qualche curioso, un curioso disposto a spendere venticinque Euro per un libro in libreria.
Inutile usare parole come intreccio o trama o filo conduttore. Tutte parole sprecate. Canti del caos procede frammentando il frammento, scomponendolo per poi spazzarlo via e rimettere di nuovo tutto insieme. Si può parlare invece di volontà dell'autore, di esasperazione della provocazione, se volete. Oppure di pornografia. Non pornografia di alta qualità, alla Houellebecq per intenderci: qui il porno, le vagine scoppiate, le bocche sbocciate, gli sfinteri lacerati, sono fattori di addizione, mattoncino su mattoncino, fino alla catarsi. Sembra girare tutto attorno ad un accoppiamento sessuale mancato, è una danza frenetica, ballerini i personaggi che ululano di pura vita alla luna.
Potrei tuttavia raccontare come inizia il libro: uno scrittore "sotterraneo" sembra ottenere la sua grande occasione, quella che ti fa spuntare fuori il libro nelle librerie accanto al Baricco o al De Luca. Il Gatto - questo il nome dell'editore - sembra volere un salto di qualità dallo Scrittore, offrendogli un "evento editoriale in grande stile". Ma c'è un problema: lo Scrittore non ha ancora scritto nulla. Si pubblicherà dunque un romanzo che non esiste? Neanche il titolo? Non sia mai! Il Gatto manda dunque lo Scrittore dalla Musa, un po' geisha, un po' consigliera, un po' reale ispiratrice. E attrice porno nel part-time. Da questo momento lo Scrittore inizierà a proporre e a leggere frammenti di questo capolavoro a venire...
... e da questo momento il libro - il nostro Canti del Caos - esplode ed implode a ripetizione, in un ciclo continuo sghembo e storto come la camminata di un ubriaco ostinato. I piani narrativi si incrociano, cozzano l'uno con l'altro, mentre i personaggi escono fuori dai loro racconti e le loro vite si incrociano. Sin dalle prime pagine il piano di Moresco è chiaro: rendere omaggio alla signora Letteratura, l'unica e sola, non rinunciando ad una satira dei malo scrittori e dei malo consumatori. Il Gatto e lo Scrittore stesso guardano al Libro come ad una Bibbia in scrivendo, ansiosi di trarne le risposte che cercano, di ritrovare personaggi reali scomparsi e personaggi fittizi che si manifestano nel loro piano. Sotto questo punto di vista - centrale, a dire il vero - il libro è come un sistema linfatico impazzito: il processo anabolico è privo di qualsivoglia controllo, ogni endemismo sembra abolito; crollano le frontiere tra metafisico e patafisico e, in pratica, endogeno ed esogeno si fanno la guerra.
In realtà Canti del Caos appare più caotico di quanto realmente sia. Una volta abituato al gioco - la penetrazione sistematica della materia letteraria e della fiction - ed accettate le sue regole, il lettore si appassiona ai m(i/a)cro nuclei narrativi: la sparizione della Meringa, segretaria del Gatto ed innamorata dello Scrittore, rapita forse da un gruppo di terroristi multimediali (mi viene in mente una certa fantascienza alla Abreu) e costretta ad esibirsi nei più violenti teatrini porno; la vita dell'Eiaculatore, generoso donatore di sperma dalla scombussolata vita familiare; i trampolieri ed i pattinatori usciti da un videogame di ultima generazione ancora in progettazione; la ragazza con l'assorbente, la donna con il flusso oceanico... Questo tanto per farvi un'idea di quello che striscia dentro questo scatolone di cartone pieno di buchi e di umori.
Adesso è d'obbligo - ma anche inutile - chiedersi quanto ci sia di autobiografico tra queste pagine. Moresco ha dichiarato che il Gatto è il diavolo e il Matto (lo scrittore) è proprio lui medesimo. In un romanzo "ambientato" nel mondo dell'editoria, con questi presupposti forse qualche spia si accende... Ma è inutile andare a cercare qualche punto fermo, una qualche ancora di salvezza in questa bolgia che rigurgita plasma. Sarebbe riduttivo. Questo è un sonoro calcio in culo, a detta dell'autore, a certe avanguardie letterarie novecentesche, deboli, superficiali, per nulla di rottura. Ed inutilmente cercheremmo un qualche accostamento alla scrittura di Canti del caos: un'osservazione distorta del presente alla Ceronetti? Una bestemmia letteraria alla Artaud? Una dissertazione filosofica alla de Sade? E questo non per un'originalità estrema, niente affatto, ma perché Canti del caos ripudia e rigetta l'intero sistema. Che sia letterario, novecentesco, editoriale o metafisico, lo lascio a voi.
Per tornare, ciclicamente, all'inizio: pagina ottocentoventitre. Perché? Mi sono semplicemente accorto del gioco, con ottocentoventitre pagine di ritardo... Canti del caos potrebbe contare mille, duemila o diecimila pagine, sarebbe lo stesso. Un romanzo che potrebbe essere infinito, senza capo né coda, né principio né fine: una increazione di durata ancestrale.
Paolo Castronovo, Aprile 2009.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Antonio Moresco, Canti del Caos - Mondadori, 2009.
Antonio Moresco (Mantova, 30 ottobre 1947) è uno scrittore italiano
Dopo un’infanzia segnata dall’esperienza del collegio religioso e una lunga militanza nella sinistra rivoluzionaria extraparlamentare (entrambe narrate in forma trasfigurata nella prima e nella seconda parte del romanzo Gli esordi), verso la fine degli anni Settanta ha intrapreso un sofferto apprendistato letterario, protrattosi per quindici anni e terminato con la pubblicazione nel 1993 dei tre racconti di Clandestinità. Nel novembre del 2001 ha organizzato con Dario Voltolini un incontro-confronto tra scrittori e intellettuali dal titolo Scrivere sul fronte occidentale. Sempre con Voltolini ha poi curato l'antologia omonima che da quell'incontro è scaturita (Feltrinelli, 2002). Nel 2003 è stato tra i fondatori del blog collettivo Nazione Indiana (sua è l'idea del nome), da cui è uscito con altri membri nel 2005 per fondare la rivista telematica e cartacea Il primo amore. Con Le favole della Maria ha vinto il Premio Andersen 2008 per la sezione "Miglior libro 6/9 anni".
Intervista a Antonio Moresco - http://sergiofalcone.blogspot.com/2009/03/antonio-moresco-canti-del-caos.html
Piccola bibliografia:
Clandestinità, Bollati Boringhieri, Torino 1993
La cipolla, Bollati Boringhieri, 1995.
Lettere a nessuno, Bollati Boringhieri, 1997
Gli esordi, Feltrinelli, Milano 1998
La visione (con Carla Benedetti), KKP, Milano 1999.
Il vulcano, Bollati Boringhieri, Torino 1999
Storia d’amore e di specchi, Portofranco, L’Aquila 2000
La santa, Bollati Boringhieri 2000
Scrivere sul fronte occidentale, (a cura di Antonio Moresco e Dario Voltolini), Feltrinelli 2002
Canti del caos. Prima parte. Feltrinelli, Milano 2002
L’invasione, Rizzoli, Milano 2002
Canti del caos. Seconda parte Rizzoli, Milano 2003
Commenti
Ci vuole coraggio...
"Non c?è trama. E vi assicuro che dire non c?é trama è davvero dire poco. Non c?é proprio storia, forse una metastoria, ad essere eufemici. Di certo c?è che di meta in questo romanzo totale ne troverete davvero tanto, fino a lasciarvi disorientati, stralunati e mannari. Un romanzo che già chiamarlo romanzo è un paradosso. Allora un libro! Un libro, edito da Mondadori, che venderà, sì e no, trecento quattrocento copie, trecento quattrocento copie andranno agli addetti ai lavori: scrittori, editori, saggisti, professori, poeti, bozzettisti, giornalisti, intellettuali mancati e intellettuali stronzi? Insomma, avete capito. E forse la copertina, quel bellissimo e vaginale taglio di luce su tela, opera di Fontana, forse quella copertina attirerà qualche curioso, un curioso disposto a spendere venticinque Euro per un libro in libreria."
> Perfettamente. Capito.
"Moresco ha dichiarato che il Gatto è il diavolo e il Matto (lo scrittore) è proprio lui medesimo. In un romanzo "ambientato" nel mondo dell?editoria, con questi presupposti forse qualche spia si accende? Ma è inutile andare a cercare qualche punto fermo, una qualche ancora di salvezza in questa bolgia che rigurgita plasma. Sarebbe riduttivo. Questo è un sonoro calcio in culo, a detta dell?autore, a certe avanguardie letterarie novecentesche, deboli, superficiali, per nulla di rottura. Ed inutilmente cercheremmo un qualche accostamento alla scrittura di Canti del caos: un?osservazione distorta del presente alla Ceronetti? Una bestemmia letteraria alla Artaud? Una dissertazione filosofica alla de Sade? E questo non per un?originalità estrema, niente affatto, ma perché Canti del caos ripudia e rigetta l?intero sistema. Che sia letterario, novecentesco, editoriale o metafisico, lo lascio a voi."
> ... rimane, allora, questo tuo grande articolo.
Grazie di cuore, Paolo. Pagina carica, intensa, appassionata e competente.
a latere - finalmente, grazie a te, inauguriamo l'archivio Moresco. Che vedrà diversi contributi, nel tempo. Bravo Paul.
4. Grazie Gianfrà. Non sapevo davvero come parlare di questo romanzo, quindi ho solo seguito la mia logorrea abituale. Spero di aver reso almeno l'idea...
non sai quanto (giusto ieri sera parlavo della scrittura dell'inesistente e del caos di pynchon o dell'ultimo wallace. ecco, oggi trovo quel che volevo dire soltanto riferito a un italiano... siamo sulla stessa lunghezza d'onda)
(sarebbe bene che si rimarcasse che Inland Empire non si può fare, in Letteratura. In Letteratura è stupido o comico o noioso, dipende. Ave caro!)
bella pagina, sì. complimenti
7. Aspetta di leggere "Hilarotragoedia" di Manganelli :)
7. E' incredibile: un libro sul Discendere, in tutte le sue forme semantiche.
8. :) Grazie davvero. Ho tentato di dire qualcosa di non banale. Moresco è coraggioso e così deve essere anche il lettore di Canti del caos...
Certe stroncature, spesso, riescono meglio di pagine entusiaste, perché le parole vengono direttamente dalla pancia...ma ti sei chiesto se non ti sei davvero perso qualcosa a non terminarlo? Che so...saltando qualche pagina...ed arrivando dritto al finale... e se poi svolta?;)
12. SICURAMENTE mi sono perso qualcosa :)! E' stato un po' un atto di ribellione, non volevo più stare al gioco, diciamo così. E' un libro che procede per accumulazione e credo che in questo caso la somma (il finale) non sia altro che la somma degli addendi.
12. Non voleva essere una stroncatura vera e propria. In realtà è un libro che va letto, secondo me. Ma Moresco non è il cantore del caos o della distruzione o della caducità. Quello, credo di averlo trovato in Manganelli.
9, 7. Manganelli era tutta un'altra cosa:)
"Hilatragoedia" è una delle opere prime più spiazzanti e intelligenti del Novecento.
Allora l'hai letto!!!!!!!
sì sì:). Manganelli è stato al centro di qualche anno di ricerca, 6-7 anni fa ("Letteratura come menzogna", "Centuria", "Hilarotragoedia", "Pinocchio" e varie altre cose). Lo speciale luglio-settembre è una gioiosa occasione per tornarci su e ristudiare tutto (incluso quello che m'era sfuggito;) )
so che spesso mi piacerà piazzarmi qua a commentare i tuoi pezzi, però, facendo un po' finta di niente:)
Mi chiedo, cosa ti ha fatto venire la curiosità di leggere questo non romanzo? Comunque è una pagina ben fatta, sentita e piacevolmente critica. Una cosa è certa: non acquisterò mai questo libro;)
io non ci ho visto una critica, comunque. cioè, non solo quello.
19. E di questo io ne ero sicuro al cento per cento..! :) Conosco un po' i tuoi gusti.
Mah. Avevo letto una sua intervista: ben condotta, ben scritta, solo trovavo incredibile quanto Moresco parlasse del niente con tale disinvoltura, come se davvero riuscisse a pensare di rispondere DAVVERO alle domande.
18. Ne sarò lusingato. Ma perchè facendo finta di niente?
17. La tua tesi!
22, perché voglio provare a ripartire da zero, sono passati tanti anni, vorrei fosse un nuovo inizio:).
23, 17. Sì.
http://www.youtube.com/watch?v=7qFfFVSerQo HIGH & DRY
Non ho mai amato moresco ma devo ammettere che avevo una certa curiosità di leggere questo libro ma questa stroncatura lo allontana definitivamente da me.
6-Per quanto riguarda pynchon e Wallace non condivido molto l'analisi. Certo è che l'ultimo Wallace era alla ricerca di quel "qualcosa" che dopo infinite jest era, a mio parere, molto difficile da trovare.
26. Oddio, voglio ribadire che non è una stroncatura. Si tratta di un testo anomalo, che procede per accumulazione e viaggia in meccanismo metafisico esasperato. E questi sono i suoi pregi e i suoi difetti. Forse è troppo ambizioso e si prende troppo sul serio; forse quando non si prende sul serio lo fa con negligenza e svogliatamente. Ma mi ha incuriosito :)
[moresco] Io ne ho letto un
[moresco] Io ne ho letto un terzo prima di regalarlo al veneziani, il regalo veramene è stato il suo, quello di pigliarselo, per poi, mi ha confessato, perderlo nemmeno tanto inconsciamente sull'autobus, dopo averne letto due pagine. In questo libro non direi che non non c'è trama, direi non c'è proprio nulla, solo un gioco esibizionista che tende a stupire, un continuo accumulo di immondizia che rivela la totale mancanza di morale oltre che di talento dell'autore.