Scritto nel 1959, quarto dei romanzi di Morderai Richler, dopo “Gli acrobati” (1954), “Figlio di un eroe minore” (1955) e “Scegli il tuo nemico” (1957), “L’apprendistato di Duddy Kravitz”, ebbe il merito di consacrarlo al successo rivelandosi più fortunato dei precedenti quanto a vendite e riscontri della critica, tanto da venir considerato il primo capolavoro del canadese con conseguente trasposizione in versione cinematografica (sceneggiatura dello stesso Richler, regia di Ted Kotcheff) e successiva candidatura all’oscar.
Ma in Italia?
Un sonno lungo quasi mezzo secolo. Prima edizione settembre 2006: ci son voluti ben quarantasette anni per accorgersi del gap col resto del mondo. Il caso Richler esplode con “La versione di Barney” uscito in Canada nel 1997, fino ad allora a nessuno, qui nel bel paese, viene in mente di andare a toglier polvere dai titoli precedenti, eccezion fatta per “Cocksure” stampato da Longanesi col titolo "Out" nel 1970. Ma davanti al bestseller Adelphi (chi sennò?) pubblica la storia del Panofsky (2000) e pone fine al colpevole silenzio iniziando ad andare a ritroso nella produzione del romanziere scomparso soltanto un anno dopo. Quando si dice il tempismo.
Possibile tanta cecità da parte dell’editoria italiana?
Ingiustificabile, vergognosa, oltraggiosa, ma possibile.
Anzi addirittura in linea con le strategie attuali.
Peccato, perché al lettore ora tocca procedere a gambero con buona pace della regolare successione cronologica. Peccato perché il Richler di Duddy Kravitz aveva soli ventotto anni, avremmo potuto seguire tutto il corso della sua parabola di scrittore sin dagli esordi, con le relative osservazioni di natura stilistica e invece ora è come dover ricomporre una storia sbilenca, saccheggiando a piene mani vecchie foto dall’album dei ricordi: elogio post mortem per un’opera giovanile che è stata ben più di un buon romanzo di formazione, trasformandosi in pietra di scandalo: la prima lanciata da rue Saint-Urbain e andata finalmente a segno oltre il quartiere ebraico di Montreal, oltre il Canada, oltreoceano. Oltre. Fino a incrinare l’immagine della cultura anglo-americana del ventesimo secolo, impietosamente riflessa nel sarcastico “The Apprenticeship of Duddy Kravitz”.
Richler non inventa, trasfigura e neanche tanto. Attinge dalla propria vita con l’autobiografismo a farsi segno distintivo della sua narrativa. Da qui le accuse da parte delle comunità ebraiche che lo tacciarono di anti-semitismo, reo di aver creato uno stereotipo negativo di ebreo.
In realtà, scrive bene Prisco su “il sole 24 ore”: “I personaggi ebrei (dal vile Lennie, fratello del protagonista, allo pseudo-socialista zio Benjy fino al gangster Jerry Dingleman, il leggendario “Boy Wonder”) ma anche quelli «gentili» (Linda, perfida “figlia di papà”, e il mediocre imprenditore Hugh Thomas Calder su tutti) sembrano usciti da uno sconfinato bestiario che non fa distinzioni razziali. Nessuno si salva davanti allo sguardo pessimistico di Richler”.
Tra le pagine trovano spazio i luoghi dell’infanzia: la “Baron Byng High School” (la Fletcher's Field nel libro), la “McGill University” cui l’autore non poté iscriversi a causa dei voti troppo bassi, contrariamente al venerato Lennie del testo e naturalmente la “St.Urbain Street”, dove Mordecai visse fino ai tredici anni, poi divenuta sfondo e ambientazione dell’intero romanzo.
Parallelismi facili e continui, quindi, al fine di rendere la complessità del proprio rapporto con la comunità, con il ghetto, con la famiglia, con la strada divenendo egli stesso personaggio e incarnandosi ogni volta nelle vicende dei protagonisti dei suoi libri, sempre fedele al principio del politicamente scorretto come regola di vita. È questo il vero comune denominatore fra tutte le creature di Richler. È questa la ragione capace di rendere verosimile il dubbio insinuato dal curatore dell’edizione italiana nelle poche righe del risvolto di copertina: che Kravitz sia la versione giovane del più famoso Panofsky, o viceversa.
L’accostamento è ovvio, scontato. Specie qui in Italia dove leggiamo Richler alla luce del successo ottenuto con “La versione di Barney”. In realtà, ad essere onesti, si tratta di una considerazione falsamente ingenua, messa lì ad hoc affinché la fama leggendaria del romanzo già noto, faccia da cassa di risonanza per la pubblicazione recente. Una discreta trovata pubblicitaria e nulla più. Perché Duddy e Barney sono semplicemente due dei figli di Richler, messi al mondo a distanza di trentotto anni l’uno dall’altro, da prospettive di vita diametralmente opposte, eppure figure rese speculari dal cinismo corrosivo dello scrittore.
Richler racconta gli antieroi e lo fa con una immediatezza tale da renderli addirittura simpatici. Nonostante la scelleratezza, nonostante le meschinità, nonostante i pochi scrupoli, nonostante l’arrivismo. Nonostante tutto.
Duddy è l’adolescente più vecchio della letteratura. Nudo nel suo totale disincanto, spogliato completamente davanti agli occhi del lettore. Nessun sotterfugio, piuttosto un bel faro puntato contro a mettere in mostra colpe e difetti. Duddy è scorretto, sarcastico, spregiudicato, vendicativo, scaltro. Vive l’ossessione del suo traguardo, del possesso come riscatto dalla mediocrità e incarna bene le manie, i vizi e le virtù della piccola borghesia ebraica cui appartiene pur denigrandola. Tuttavia non si riesce a detestarlo. Non si riesce a vedere in lui solo il “mostro”, perché dietro il cinico c’è l’idealista sconfitto. Dietro l’opportunismo c’è una ostentata superiorità verso il dolore derivato dal vuoto d’amore di una madre morta e di una famiglia disunita che lo surclassa a vantaggio del fratello apparentemente perfetto.
Duddy ha quindici anni e insegue il sogno di essere diverso. Diverso dal padre, diverso dallo zio, diverso dall’intero suo popolo.
Vuole una terra che possa dire sua, perché le parole del nonno Simcha, sono un monito inequivocabile: «un uomo senza terra non è nessuno» e il giovane Kravitz vuole essere qualcuno. Non importa come, a quale prezzo. Il fine giustifica i mezzi. La sua vita si cancella completamente nell’obiettivo di acquistare tutta la zona che circonda il lago di St. Agathe des Monts per farvi un campeggio con annesso parco giochi. Nulla di poetico: business, soltanto business. O forse no. Perché nel momento in cui si abbandona al proprio sogno, “Duddy smette di essere un ragazzino ebreo-canadese inebriato dal denaro e diventa il «briccone divino»: uno a cui la realtà va stretta, un sognatore che ha deciso di andare a pescare la poesia nel banchetto sgangherato e dionisiaco della realtà”. (Giuseppe Montesano)
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Mordecai Richler nacque a Montreal, nel Quebec, nel 1931. Abbandonò gli studi poco prima di ottenere la laurea, nell’università Sir George Williams di Montreal, viaggiando dapprima alla volta di Parigi e quindi trasferendosi in Inghilterra. Tra il 1959 ed il 1972 si impiegò come giornalista, a Londra, scrivendo testi per trasmissioni radiofoniche e televisive e, talvolta, avventurandosi nella stesura di sceneggiature cinematografiche.
La sua esistenza fu equamente ripartita tra Canada ed Inghilterra, sino alla fine dei suoi giorni, nel 2001. I suoi romanzi sono stati tradotti in francese, tedesco, italiano, giapponese ed ebraico.
L’opera prima, “The Acrobats”, risale al 1954.
Per quanti fossero affascinati dall’eclettismo dell’artista canadese, segnalo la presenza di due libri per bambini, nella sua fertile produzione:
Jacob Two-Two Meets the Hooded Fang(1975)
Jacob Two-Two and the Dinosaur (1987)
Mordecai Richler, “L’apprendistato di Duddy Kravitz”, Adelphi, Milano, 2006. Traduzione di Massimo Birattari.
“Adelphiana – pubblicazione permanente”, volume primo, Adelphi, Milano, 2002.
Sezione di riferimento: “Tributo a Mordecai Richler”, pp. 207-245.
Testi contenuti:
Mordecai Richler, “Un mondo di cospiratori” (1975)
Concita De Gregorio, “La favola di Barney”(2001)
Matteo Codignola, “Il caso Mordecai”(2001)
Angela Migliore, dicembre 2006
Commenti
Promessa mantenuta. I vantaggi del tempo forzatamente libero...
"Il caso Richler esplode con ?La versione di Barney? uscito in Canada nel 1997 fino ad allora a nessuno, qui nel bel paese, viene in mente di andare a toglier polvere dai titoli precedenti"
No! Ti ricordi "Out"? Longanesi...e in Italia non lo sapeva nessuno (io sono stato fortunato;) ).
Qui:
http://www.lankelot.eu/?p=746
libro del 1968. italiano nel 1970. A te, "Cocksure"
"Ma davanti al bestseller Adelphi (chi sennò?)" > questo, tendenzialmente, è vero:)
"Specie qui in Italia dove leggiamo Richler alla luce del successo ottenuto con ?La versione di Barney?.
> e questo, senza dubbio, è vero: proprio alla luce del mio fortunoso ripescaggio:)
Danke per aver mantenuto la promessa. Ottimo lavoro!
Avevo dimenticato "Out", ho integrato ora. Grazie sempre.
A te!
poetica e tenacemente linguisticamente ricercata e precisa come al solito.
"Duddy ha quindici anni e insegue il sogno di essere diverso. Diverso dal padre, diverso dallo zio, diverso dall?intero suo popolo. " oltre al resto, mi sembra abbastanza. Per.
"Duddy è l?adolescente più vecchio della letteratura. Nudo nel suo totale disincanto, spogliato completamente davanti agli occhi del lettore. Nessun sotterfugio, piuttosto un bel faro puntato contro a mettere in mostra colpe e difetti. "
Fortissimo quell'"adolescente più vecchio della letteratura"!
Brava che hai trovato il tempo per scrivere, io non riesco più a fare niente! :-)
Ho comprato qualche settimana fa la Versione di Barney, spero di avere il tempo per ripercorrere la carriera di questo scrittore che da più parti mi hanno descritto come eccezionale.
Molto bella la tua analisi.
8 > Poetica? Sicuro, Paolo? A me sembrava d'essere stata abbastanza polemica.
9 > Duddy è sapaventosamente vecchio, Marina. L'età anagrafica conta poco col proprio sentire. Quanto allo scrivere, per me è più questione di pigrizia che di tempo. In realtà è che si trattava di una promessa e a me piace mantenerle :)
10 > Fatti questo regalo, Antonio. Trova tempo da dedicare a Richler. Chi te ne ha parlato tanto entusiasticamente, non si sbaglia affatto.
La poesia è stato mentale. Nel senso che si possono dire poeticamente anche insulti o parolacce :-)
:)