“Luca temette un momento che la madre, commossa dal suo amore per la musica, gli proponesse di comprargli il grammofono senza sacrificare i libri; sebbene sapesse che tale generosità, anzi qualsiasi specie di generosità, non entrasse nel novero dei suoi accorgimenti educativi”
“La disubbidienza” venne pubblicato nel 1948. Trattasi, in realtà, di uno dei romanzi brevi (La Mascherata, Agostino, L’amore coniugale) scritto nel 1941, quindi, anni prima durante una fase delicata della Seconda Guerra mondiale. In quell’anno il Giappone attaccò la flotta americana a Pearl Harbor e gli Stati Uniti entrarono in guerra.
Luca rappresenta lo stato avanzato di ciò che in Agostino resterà allo stato latente. Il ragazzo scopre, tutto ad un tratto, di non avere più appigli sicuri a cui aggrapparsi.
La crisi degli ideali, la disgregazione dei valori sociali, la disillusione per la classe borghese, si proiettano su di lui come se fosse un catalizzatore di raggi energetici pronto ad esplodere sui punti più forti della sua vita: la famiglia, l’educazione/istruzione, la proprietà, i ricordi.
Luca tiene dentro di sé quelle energie negative fino a che sente il necessario bisogno di rigettarli all’esterno per la purificazione interiore. La rabbia è pronta a sfociare in tutta la sua violenza. La frattura è assoluta, netta, precisa quando prende coscienza del crollo delle tradizioni di famiglia.
I genitori gli rifiutano un pranzo al ristorante optando per i panini da viaggio e lui ha un moto di ribellione che si tramuta con il vomitare una volta sceso dal treno.
Una notte scopre l’esistenza di una cassaforte sopra l’inginocchiatoio dove la madre era solita fargli recitare le preghiere. Il denaro che i genitori stanno sistemando si sostituisce così all’immagine forte della fede.
Il simbolo della vita non è più la croce, ma il dio-denaro. Il possesso, la ricchezza, il materialismo sono la sua nuova esistenza.
Rifiuto o accettazione di questa visione del mondo? Sono due le possibilità che ha tra le mani. E luca sceglie di ribellarsi al cambiamento sociale: “disubbidisce” all’educazione ed ai “valori” imposti dalla sua famiglia.
Quella forma, la disubbidienza, non è altro che la forma sublimata dell’atteggiamento dell’infanzia, quando la madre lo riprendeva ad ogni sua azione non conforme alle convenzioni sociali.
Inizia a venir meno agli impegni scolastici. S’intorpidisce alle lezioni diurne, come prima azione di rigetto. Un segnale forte all’esterno che, prima o poi, sarebbe ricaduto a pioggia nell’ambiente di famiglia.
Il secondo passo consiste nell’eliminazione dei suoi libri, della collezione di francobolli e, quindi, di tutte le altre sue cose che rivende provando un compiacimento “misterioso, quasi sensuale”.”.
Decide, quindi, di sotterrare il denaro ricavato dalla vendita dei suoi beni. Il posto prescelto è simbolico perché legato alla storia di un assassinio.
“Seppellendo il denaro, in un certo senso, avrebbe sepolto se stesso; o almeno quella parte di se stesso che era attaccata al denaro”.
Facendo a pezzi i biglietti tratti dalla sua tasca, sente un odio terribile per quel denaro “come si odia qualcuno che ci ha dominato e contro cui ci si è ribellati”..
Luca accosta quel contante al denaro scoperto nella cassaforte dei suoi genitori ed il suo odio cresce a dismisura.
È un idolo che deve essere distrutto. Solo strappandolo può riparare al male, vendicando le sue preghiere fasulle. Certo, il denaro può fare la felicità di tante persone, come quel povero che tende la mano all’angolo della strada, ma regalarlo a lui significa però ridargli valore, riconoscere la sua importanza. Luca, invece, vuole spogliarlo di quella sacralità amorale.
“Era come una persona, il cielo, che, piangendo per qualche suo profondo dolore, sembrasse ogni tanto calmarsi e rasserenarsi, ma poi, ripresa dal cordoglio, ripigliasse, con rinnovata abbondanza e violenza, a lacrimare. Gli piaceva attardarsi al tavolino, davanti ai vetri rigati di pioggia e ostinarsi a leggere o scrivere nell’oscurità crescente, fino al momento in cui il precoce crepuscolo invernale copriva la pagina come di una polvere impalpabile”.
L’atmosfera descritta da Moravia è cupa come quel torpore che sembra vincere le forze del ragazzo. Ed è proprio quell’aria che introduce la terza azione del suo piano di “disubbidienza”, quella più grave, quella della morte fisica.
La crisi è allo stato più evoluto, lo sciopero attuato contro i legami con le cose della vita è pronto a trasformarsi in sciopero alla vita stessa.
Se “vivere” significa leggere, studiare, istruirsi, amare, giocare, mangiare, il “morire” può realizzarsi solo distruggendo tutte quelle azioni, compreso il cibarsi.
Luca inizia così a ridurre poco alla volta le porzioni di cibo per non far notare ai suoi genitori questa improvvisa inappetenza.
La madre fa finta di nulla, continuando, al contrario, con il suo atteggiamento tiranno. È il padre che torna a casa con un dolce acquistato solo per Luca. Egli pare aver intuito il segreto del figlio, non con l’intelligenza, ma con la bontà. Luca, con quel gesto, avverte dentro di sé il formarsi di una crepa alle sue ferme intenzioni e prova affetto per il genitore e pena per se stesso. L’invito al “mangiare” sembra quasi un invito al “vivere”.
Il cedere, tuttavia, a quel dolce avrebbe significato, per lui, la fine di tutto, dopo il sacrificio degli studi e dei beni che gli erano più cari. Si fa forza e rifiuta, ma in quel momento lo assale il senso profondo dell’angoscia perché comprende di essere ancora attaccato alla cosa che credeva aver ormai seppellito per sempre, l’amore filiale. Si fortifica in lui così l’idea di non voler esistere più.
Come chi si crede ormai al sicuro della necessità delle proprie azioni e si trova a doverle mettere in discussione in poco tempo, così un evento fa tremare la certezza di Luca.
Un incontro casuale con una donna, la governante dei suoi cugini, fa emergere in lui l’istinto naturale del desiderio.
Il processo di “estraniazione” ha un moto impercettibile di arresto fin quando Luca avverte che i bisogni naturali vanno soddisfatti in modo meccanico, quasi bestiale onde evitare il riemergere della “vita”. L’attrazione e la curiosità verso la donna però vanno di pari passo con la repulsione che prova per lei. La sua morte improvvisa metterà fine allo squilibrio tra ciò che prova davvero e la volontà di attuare la meccanicità dell’azione sessuale.
Un episodio a scuola sarà poi lo scatto finale per lo sfogo del dramma. In classe, all’arrivo del professore, Luca rifiuta di sedersi lasciando disorientata l’intera classe. Il suo insegnante lo invita alla lettura del V canto del Purgatorio, ma Luca si interrompe all’episodio di Buonconte di Montefeltro, ferito in battaglia. Identificando se stesso con il personaggio dantesco arriva a piangere. Il suo dramma non viene compreso ma da quel momento Luca cade in uno stato di malattia profonda ed inspiegabile. Aspira alla morte, ma è il delirio che prende il sopravvento.
In quella fase di prostrazione fisica Luca rivede tutte le sue azioni e se ne compiace per come sia riuscito ad alienarsi da tutto ciò che per il mondo rappresenta fonte di vita.
Al risveglio sente però affiorare un nuovo sentimento vitale e tutto ciò che prima lo sovrastava come un’ombra opprimente, ora gli appariva sotto una luce di serenità.
I suoi occhi si soffermano sul corpo maturo dell’infermiera che lo accudisce come un bambino. Per lei, nonostante l’età avanzata, non sente quella sensazione di repulsione mista all’attrazione che aveva provato per la governante. È impassibile, senza giudizio alcuno se non quello dettato dalla realtà della visione in sereno ed oggettivo distacco. E tra i due, quel sottile legame di sguardi e di lievi carezze, finisce per sfociare nell’iniziazione sessuale del ragazzo che, per pochi momenti, è disposto a dimenticare l’angoscia che lo stava portando alla morte.
Amore come rimedio consolatorio; amore come mezzo di lotta contro la morte. E Luca sente che quel desiderio di immergersi profondamente nelle cavità nascoste della donna non è altro che un voler tornare alle origini, ad una rinascita con consapevolezza.
“Ma ora capiva che quelle viscere altro non erano che le viscere stesse della vita, da lui sinora ripudiate e che la donna, imperiosamente, gli aveva fatto accettare”.
Moravia, nelle ultime pagine, però non lascia la speranza al vivere. Basterà a Luca allontanarsi dalla donna per ricadere in una forma più acuta di disperazione, perché questa volta non è più disubbidienza alle azioni codificate, ma diventa “indifferenza” al mondo.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Alberto Pincherle, alias Alberto Moravia, romanziere, sceneggiatore, editore, nasce a Roma il 28 novembre 1907. La sua infanzia viene segnata dalla tubercolosi ossea, “il fatto più importante della sua vita”. Fino al 1925 alterna la sua vita in casa con quella del sanatorio Codivilla di Cortina d’Ampezzo. Durante questi anni legge e scrive versi, in italiano e francese, ostinandosi ad imparare il tedesco.
La sua esperienza scolastica si conclude solo con la licenza ginnasiale. Inizia a scrivere a “Gli indifferenti” che pubblicherà nel 1929, a sue spese (5.000 lire prestate dal padre). Prima aveva già pubblicato la novella “Cortigiana stanca” per l’editore Bontempelli a cui era stato presentato da Corrado Alvaro.
La critica ed il pubblico sono entusiasti. In quegli anni inizia a viaggiare scrivendo per vari giornali, frequentando anche circoli letterari.
Nel 1933 fonda la rivista “Oggi” con Pannunzio. Nel 1953 sarà la volta di “Nuovi Argomenti”, in cui scriveranno Sartre, Vittoriani, Calvino, Montale, Fortini e Togliatti. Nella seconda serie ci saranno Carocci, Pasolini, Bertolucci e Siciliano. Nella terza, invece, anche Sciascia.
Nel 1935, “Le ambizioni sbagliate” sono ignorate per ordine del Ministero della Cultura Popolare. I rapporti con il fascismo peggiorano portandolo fuori dall’Italia, in viaggio per gli Stati Uniti, Messico, Cina e Grecia.
Nel 1937 vengono assassinati Nello e Carlo Rosselli, cugini di Moravia.
Nel 1941 sposa Elsa Morante. In quell’anno pubblica il romanzo “la mascherata”, sequestrato poi dal regime.
Come “Pseudo” continua a scrivere.
Nel 1943 pubblica “Agostino” in sole 500 copie. Il romanzo breve gli frutterà il Corriere Lombardo, primo premio letterario del dopoguerra.
Inizia un periodo difficile, in fuga dal regime.
Nel 1946 inizia finalmente a farsi conoscere anche all’estero e nel cinema.
Nel 1952 il Sant’Uffizio mette all’indice i suoi lavori. In quello stesso anno vince il Premio Strega per i “Racconti”.
Nel 1962 si separa dalla Morante e convive con Dacia Maraini con cui affronterà viaggi in India (accompagnati da Pasolini), Giappone, Corea, Cina e Africa.
Nel 1983 ha una nuova compagna, Carmen Llera, che sposerà nel 1986.
In quegli anni, fino al 1989, è deputato al Parlamento europeo.
Tra i suoi lavori più noti: “La Provinciale”, “La Romana”, “La Ciociara”, “Il disprezzo”, “Il Conformista”, “La vita interiore”, “La disubbidienza”, “L’amore coniugale e altri racconti”, “Racconti romani”, “La Noia”, “L’Attenzione”, “Io e lui”, “L’automa”, “Una cosa è una cosa”, “Il paradiso”, “A quale tribù appartieni”, “Lettere dal Sahara”, “Il Dio Kurt”, “La vita è gioco”, “Passeggiate africane”, “Un’altra vita”, “Boh”, “1934”, “Storie della Preistoria”, “L’uomo che guarda”, “La cosa”, “L’angelo dell’informazione”, “L’inverno nucleare”, “Il viaggio a Roma”, “La villa del venerdì” e “Vita di Moravia” (scritto assieme ad Alain Elkann).
Il 26 settembre 1990 muore nella sua casa romana.
Nel 1993 vengono pubblicati, postumi, “Romildo”, “Racconti dispersi”.
Alberto Moravia, "La disubbidienza", Milano, Bompiani, 1998. Prefazione di Massimo Onofri.
“Ci sono bambini tonti, ottusi, insensibili. Ci sono quelli che sono molto sensibili, ipersensibili. Quelli ipersensibili possono diventare dei disadattati; ma possono anche diventare degli artisti”, Alberto Moravia.
Originariamente apparsa su Lankelot.com
Commenti
MOVI presenta "La disubbidienza" di Moravia.
"L?atmosfera descritta da Moravia è cupa come quel torpore che sembra vincere le forze del ragazzo. Ed è proprio quell?aria che introduce la terza azione del suo piano di ?disubbidienza?, quella più grave, quella della morte fisica.
La crisi è allo stato più evoluto, lo sciopero attuato contro i legami con le cose della vita è pronto a trasformarsi in sciopero alla vita stessa. Se ?vivere? significa leggere, studiare, istruirsi, amare, giocare, mangiare, il ?morire? può realizzarsi solo distruggendo tutte quelle azioni, compreso il cibarsi. "
> Disubbidienza e diserzione sono tematiche che sento estremamente care e affini. Questo è un libro che dovrei studiare. Questo passo mi suona egualmente famigliare (e ragionato, a suo tempo;) )
"Il suo insegnante lo invita alla lettura del V canto del Purgatorio, ma Luca si interrompe all?episodio di Buonconte di Montefeltro, ferito in battaglia. Identificando se stesso con il personaggio dantesco arriva a piangere."
> aiutiamo tutti a orientarsi:
http://it.wikipedia.org/wiki/Purgatorio_-_Canto_quinto WIKI!
(sbirciando tra i tuoi vecchi articoli, in questi giorni, ho ritrovato cose incredibili. Sentiamo cosa diranno gli altri quando passerai, post ricche monografie, ai pezzi "extravaganti". In diversi casi eri anni avanti alle tendenze della critica, sul cinema dico, altrimenti eri personalissima.;) )
2.mi sa che mi avevi scritto la stessa cosa allora...il ragionamento è ancora lo stesso :)
3. Hai ragione..devo ricordare di inserire i collegamenti...
4. e sai che in altri casi non so se ti ho inviato dei pezzi...
poi però mi scriverai a "quali" casi ti riferisci...:P
6, 4.
Soltanto dopo che li avrai ripubblicati, con dibattito:).
Ora godiamoci Moravia.
[moravia] ansa di oggi:
[moravia] ansa di oggi: http://www.ansa.it/web/notizie/unlibroalgiorno/news/2010/10/15/visualizz...
di Francesco Gallo
Quanto e' lontana l'Italia degli anni Settanta? Infinitamente piu' lontana dei quaranta anni che ci dividono da quell'epoca. Un mezzo per capirlo? Leggere le critiche cinematografiche di Alberto Moravia ora pubblicate da Bompiani in un ampio volume a cura di Alberto Pezzotta e Anna Girardelli.
Il libro, che esce a venti anni dalla morte dello scrittore de Gli indifferenti, ha un linguaggio che parla, senza troppi pudori, a un pubblico a cui si puo' citare disinvoltamente Tolstoj e la cultura Zen. Ma anche un linguaggio che rispecchia un mondo ancora diviso da quelle ideologie che chiedevano a tutti, anche a cose e opere, di schierarsi. Oggi, quando i critici vedono sempre piu' ridotto il loro spazio sui giornali a favore del glamour, Moravia potrebbe sembrare una sorta di privilegiato che poteva mettere in campo riflessioni da mensile in un settimanale, ma non era sicuramente il solo.
''...la realta' e' vista con l'occhio al tempo stesso feudale e marxista del principe - si legge nel 1973 nella recensione su L'Espresso de Il Gattopardo di Luchino Visconti -, essa si rivela giusta, immediata, concreta e felice; si vedano per esempio, al principio, l'arrivo a Donnafugata, le facce simbolicamente polverose della famiglia, i dialoghi con Don Calogero, con padre Pirrone, con Chevalley; nelle seconda parte le facce grottesche delle dame palermitane al ballo, lo squallore della fine del ballo, all'all'alba''.
Nel libro cosi' oltre mezzo secolo di cinema italiano, dagli scritti giovanili agli esordi come critico nel 1944-45 fino alle recensioni, prima dell'Europeo e poi dell'Espresso. Certo per lui fare il critico cinematografico era un secondo lavoro, ma che in realta' non ha mai mollato per vera passione. Pur essendo consapevole, da scrittore costretto a subire a sua volta le recensioni dei critici letterari, come questo lavoro sia davvero delicato. Ma le idee non si puo' dire non le avesse ben chiare.
''Compito del critico - diceva - non e' insegnare agli artisti quel che dovrebbero fare, bensi' scoprire quel che intendevano fare e vedere se l'hanno fatto''.
Una sua debolezza? Quella di non aver mai amato o forse capito la commedia all'italiana. Un preconcetto che forse gli derivava dal poco amore verso un'Italia non troppo lontana da quella di oggi che che descriveva cosi' sempre sul settimanale Espresso nel 1959. ''L'Italia del tifo e delle prosa incredibile delle gazzette sportive; delle canzoni imbecilli di Sanremo; della televisione tanto cara alle famiglie con le su rubriche del Lascia o raddoppia?, del Musichiere, della Canzonissima, del qualunquismo, delle mafia, delle madonne che piangono e muovono gli occhi, delle lotterie statali, dei neomilionari e dei neocriminali, dei fusti e delle maggiorate fisiche e di non sappiamo quante altre manifestazioni melense, viscerali, sentimentali e misteriose''.