“È una bellezza, quella di mio padre, almeno per me, collegata in un qualche modo con la sua importanza professionale. La bellezza di un barone universitario, di un uomo di scienza noto e consacrato; insomma una bellezza irrimediabilmente accademica. Perché dico: irrimediabilmente? Perché il mio rapporto con lui ha risentito di questo suo carattere in maniera persistente e, appunto, irrimediabile. Fin da bambino, tutte le volte che mi accostavo a lui con affetto sentivo ad un certo momento la dignità professionale frapporsi tra noi, simile a un vetro trasparente ma infrangibile, che mi permetteva magari di ammirarlo ma non di amarlo. Nell’infanzia non riuscivo a identificare il motivo di questa impossibilità di comunicazione affettiva; così finivo per attribuirne la causa alla mia timidezza. Più tardi, negli anni dell’adolescenza, ne ho dato la colpa all’incapacità di mio padre di uscire dal suo personaggio sociale; e allora, per gradi, sono arrivato a provare per lui quasi dell’avversione. Ma non sono mai stato completamente sicuro che in fondo la colpa non fosse invece mia, almeno in parte. Ma perché? In che cosa avevo sbagliato nei suoi riguardi? Me lo domando ogni mattina mentre l’osservo che mangia e non riesco a darmi una risposta” (pag. 14).
Edoardo detto “Dodo” è un professore di letteratura francese che vive con la moglie Silvia nella casa paterna, in due stanze ricavate in fondo ad un lungo corridoio. Nel ’68, in piena contestazione, aveva rinunciato all’appartamento borghese ereditato dalla madre per lasciarlo alla figura paterna, professore di fisica, ricco e stimato, ora in pensione.
Un incidente automobilistico costringe quest’ultimo all’infermità in casa, chiuso in una camera da letto, in un andirivieni di fisioterapisti, infermiere ed ex allieve dall’età disparata.
Dodo ha un rapporto conflittuale con il padre, un odio/amore risalente ad epoche lontane, quando la madre, ancora viva, era isolata dalla vita coniugale con un senso di frustrazione per un marito che l’aveva sposata per denaro.
La madre approfittava di ogni momento, con ogni piccolo sotterfugio, per avvicinarsi a lui, avvantaggiandosi anche delle occasioni offerte dal piccolo Dodo. In una di queste, il bambino Dodo si trova ad assistere, fuori dalla porta della camera paterna, ad una scena di sesso dalle forti sfumature animalesche che lo dominerà inconsciamente tutta la vita: il padre trasfigurato e la madre sottomessa, ripiegata su una scrivania che gli appare come se avesse la testa mozzata. Forte è il senso del dolore per una scena che allora non poteva capire mentre emerge l’odio per la figura paterna vista, per la prima volta, in tutta la sua potenza. Dopo quel momento, il bambino dà uno schiaffo al padre.
Dodo si sposa e, con la moglie Silvia, ha rapporti quotidiani ma in pieno silenzio, cristallizzati in un’unica posizione contemplativa che gli permette di sovrapporre l’immagine della donna con quella di una Madonna che visitava da bambino in chiesa: il simbolo della purezza e della placidità spirituale aveva sostituito, nel tempo, quella scena di crudezza coniugale come suo tormento esteriorizzato.
“Mi soffermo sul carattere di scoperta della scopofilia: lo scopofilo spia non soltanto ciò che è proibito ma anche ciò che è sconosciuto; in altri termini, la scopofilia ha bisogno di scoprire l’ignoto. Allora, tutto a un tratto, mi accorgo che c’è un rapporto oscuro ma indubitabile tra il modo di scoprire della scopofilia e quello della scienza. Lo scienziato, infatti, che riesce a spiare un segreto della natura per la strettissima fessura di un ardimentoso esperimento, alla fine, quando tutto è stato detto, deve provare gli stessi sentimenti di ardente curiosità e di sfida profanatoria del ragazzo inesperto che, nella poesia di Mallarmé, spia, per la fessura della porta, l’apparizione incredibile della conchiglia pallida e rosa” (pag. 44).
Il contrasto con il padre domina ogni momento della sua esistenza fino a coinvolgere aspetti diversi che nel romanzo vengono svelati con l’uso delle metafore.
Il sesso è, per l’appunto, l’esternazione di questo rapporto conflittuale che converge in atteggiamenti di puro voyeurismo perché provocati dall’atteggiamento paterno. Continue prove di potere, tra l’uno e l’altro, che si manifestano nella dimostrazione di virilità paterna su quella filiale. Prove che finiscono per intrappolare la stessa Silvia in un rapporto sottilmente perverso che, poco alla volta, apre le sue porte a Dodo.
Si osserva, a nostra volta in pieno voyeurismo, il triangolo amoroso tra personaggi che snaturano il legame che li accomuna: figlio-moglie-padre.
Dodo, il figlio, è il voyeur che si trascina tra letteratura e vita in continue citazioni di se stesso bambino. È la curiosità fatale di trovare i francobolli promessi che gli fa accostare il viso alla porta durante il rapporto sessuale dei genitori; è la sfida contro se stesso che lo porta ad osservare Fausta, l’infermiera, seduta in una poltrona, nuda dalla vita in giù che si fa guardare dall’infermo, ripetendo posizioni fotografiche che l’avevano vista protagonista tempo prima (qui il voyeurismo è duplice con un accenno alla fotografia, strumento per lui essenziale); è un gioco sottile che lo spinge ad immaginare Pascasie, la donna di colore, che seduce una bambina così come in una poesia giovanile di
Mallarmé; è il gusto del proibito e dell’ignoto che lo porta, di notte, a curiosare tra i libri della biblioteca paterna alla ricerca di notizie sulla fissione nucleare, un accesso alla sua realtà che fa da contrapposizione alla letteratura rappresentata dalla collezione di Proust, intonsa, ingiallita dal tempo e dalla polvere, sulla quale si solleva lo sguardo compiaciuto di Dodo. Il suo trionfo è là, la conoscenza di qualcosa che al padre sfugge; è la visione contemplativa della vita che si ripercuote nei rapporti intimi con la moglie Silvia.
Il padre è l’esibizionista, l’antagonista di cui non si può fare a meno. Spesso sa di essere osservato; spesso si pone, senza falsi pudori, in posizioni imbarazzanti davanti a Dodo per compiacenza di sé e del suo potere. È il sesso lo strumento di potere; è il membro paterno, quasi innaturale, quasi autonomo perché ancora giovanile e prestante rispetto al corpo avvizzito, il mezzo simbolico di rappresentazione eccentrica di una realtà dai contorni estesi: la contrapposizione della borghesia sul popolo, della ricchezza sull’indigenza, degli scienziati sugli intellettuali. La vittoria del padre, con tutto ciò che esso rappresenta, viene di fatto rivelata con l’accettazione, da parte di Dodo, dell’appartamento che aveva rifiutato in perfetto stile sessantottino. È Silvia il motivo di questa umiliazione: per non perdere la moglie, l’intellettuale rinuncia alla lotta.
Silvia è una delle tante figure femminili dei romanzi moraviani, trattate come “cose” perché in esse non s’intravede quel vigore che le fa emergere dalla gabbia in cui si auto-rinchiudono. In questo romanzo è, per l’appunto, la “cosa” che permette a padre e figlio di comunicare; attraverso il suo ventre si mescolano le due identità in continua lotta.
Non più donna florida a cui converge l’istinto maschile, ma magra, dall’ovale “allungato, con occhi grigi e fissi da miope, naso lungo e stretto, bocca piccola dall’espressione mesta e mortificata”, (pag. 26) così la descrive Moravia accentuando l’aspetto villoso e quasi animalesco del pube (così come in Fausta), Silvia non conosce riscatto di se stessa, non ha ideali e non sa vivere per essi. Si pone ambiguamente in appoggio all’uno o all’altro, a seconda delle occasioni, muovendosi in un ambiente che non le dà alcuna luce interiore. Del resto, lei stessa non sa cosa volere: l’appartamento ed il padre o la scomodità delle due camere ed il figlio, il pietismo contemplativo o la furia selvaggia del dominio sessuale. Non ha morale, non traspare un reale senso di colpa se non per l’infedeltà, quantomeno per il soggetto che ne è protagonista assieme a lei.
Dodo scopre tutto, prima con la logica della memoria e poi con prove testimoniali che rifiuta di accettare, se non dentro se stesso.
In quel momento il tradimento è doppio, il sapere che Silvia ha un altro uomo che la fa sentire libera gli fa male, che, sin dall’inizio del matrimonio, sia il padre è un dolore più intenso perché la sconfitta è ancor più grande: la casa, gli ideali ed ora anche la moglie. Lo schiaffo che diede da bambino ora si tramuta nella volontà dell’omicidio perché solo così può vendicare l’umiliazione provata, ma è Pascasie, come se fosse la sua coscienza (è anche lei, a suo modo, la donna a metà, una voyeur), che lo dissuade convincendolo che non si tratta di un rapporto paritario da uomo a uomo, ma che l’altro è il padre, figura da rispettare sempre, in ogni occasione, perché è lui che incarna la saggezza del mondo.
“Ma a questo punto mi colpisce l’analogia tra la parola fissione e la parola fessura. L’operazione scientifica che porta alla scoperta dell’energia atomica, implica una iniziale fenditura, parola che può essere applicata così all’atomo come al sesso femminile. In ambedue i casi avviene la scoperta (nel senso letterale di scoprire un oggetto finora coperto) di un solenne mistero della natura. Il mistero che ha avvolto da tempo immemorabile così la composizione della materia come le origini della vita. Ma una simile analogia tra due scoperte così diverse sia negli intenti sia negli effetti, non rischia di essere arbitraria e ingiusta? Non c’è insomma una differenza sostanziale tra la curiosità del voyeur e quella dello scienziato? Muovo a me stesso quest’obiezione e la trovo fondata ” (pag. 45).
Dalla visione dell’incubo nucleare, particolarmente intenso in quegli anni, nasce questo romanzo a cui seguirà “L’Inverno nucleare”.
Il sesso è uno degli elementi centrali della sua narrativa, anche se nel tempo ha perso la forza della novità, della magia e del mistero riuscendo, tuttavia, ad essere ancora strumento di comunicazione.
Del resto non possiamo pensare che il Moravia di “Agostino” sia rimasto identico a se stesso in tutti gli anni trascorsi. Lo scrittore ha quasi 80 anni quando scrive “L’uomo che guarda” e, forse, osservando con maggiore attenzione, vediamo l’immagine speculare tra padre e figlio e lo stesso Moravia.
Egli è il figlio, ma è anche il padre: il potere del successo acquisito negli anni a confronto con lo spirito contestatore sfumato dal tempo.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Alberto Pincherle, alias Alberto Moravia, romanziere, sceneggiatore, editore, nasce a Roma il 28 novembre 1907. La sua infanzia viene segnata dalla tubercolosi ossea, “il fatto più importante della sua vita”. Fino al 1925 alterna la sua vita in casa con quella del sanatorio Codivilla di Cortina d’Ampezzo. Durante questi anni legge e scrive versi, in italiano e francese, ostinandosi ad imparare il tedesco. , alias , romanziere, sceneggiatore, editore, nasce a Roma il 28 novembre 1907. La sua infanzia viene segnata dalla tubercolosi ossea, “il fatto più importante della sua vita”. Fino al 1925 alterna la sua vita in casa con quella del sanatorio Codivilla di Cortina d’Ampezzo. Durante questi anni legge e scrive versi, in italiano e francese, ostinandosi ad imparare il tedesco.
La sua esperienza scolastica si conclude solo con la licenza ginnasiale. Inizia a scrivere a “Gli indifferenti” che pubblicherà nel 1929, a sue spese (5.000 lire prestate dal padre). Prima aveva già pubblicato la novella “Cortigiana stanca” per l’editore Bontempelli a cui era stato presentato da Corrado Alvaro.
La critica ed il pubblico sono entusiasti. In quegli anni inizia a viaggiare scrivendo per vari giornali, frequentando anche circoli letterari.
Nel 1933 fonda la rivista “Oggi” con Pannunzio. Nel 1953 sarà la volta di “Nuovi Argomenti”, in cui scriveranno Sartre, Vittoriani, Calvino, Montale, Fortini e Togliatti. Nella seconda serie ci saranno Carocci, Pasolini, Bertolucci e Siciliano. Nella terza, invece, anche Sciascia.
Nel 1935, “Le ambizioni sbagliate” sono ignorate per ordine del Ministero della Cultura Popolare. I rapporti con il fascismo peggiorano portandolo fuori dall’Italia, in viaggio per gli Stati Uniti, Messico, Cina e Grecia.
Nel 1937 vengono assassinati Nello e Carlo Rosselli, cugini di Moravia.
Nel 1941 sposa Elsa Morante. In quell’anno pubblica il romanzo “La mascherata”, sequestrato poi dal regime.
Continua a scrivere come “Pseudo”.
Nel 1943 pubblica “Agostino” in sole 500 copie. Il romanzo breve gli frutterà il Corriere Lombardo, primo premio letterario del dopoguerra.
Inizia un periodo difficile, in fuga dal regime.
Nel 1946 inizia finalmente a farsi conoscere anche all’estero e nel cinema.
Nel 1952 il Sant’Uffizio mette all’indice i suoi lavori. In quello stesso anno vince il Premio Strega per i “Racconti”.
Nel 1962 si separa dalla Morante e convive con Dacia Maraini con cui affronterà viaggi in India (accompagnati da Pasolini), Giappone, Corea, Cina e Africa.
Nel 1983 ha una nuova compagna, Carmen Llera, che sposerà nel 1986.
In quegli anni, fino al 1989, è deputato al Parlamento europeo.
Tra i suoi lavori più noti: “La Provinciale”, “La Romana”, “La Ciociara”, “Il disprezzo”, “Il Conformista”, “La vita interiore”, “La disubbidienza”, “L’amore coniugale e altri racconti”, “Racconti romani”, “La Noia”, “L’Attenzione”, “Io e lui”, “L’automa”, “Una cosa è una cosa”, “Il paradiso”, “A quale tribù appartieni”, “Lettere dal Sahara”, “Il Dio Kurt”, “La vita è gioco”, “Passeggiate africane”, “Un’altra vita”, “Boh”, “1934”, “Storie della Preistoria”, “L’uomo che guarda”, “La cosa”, “L’angelo dell’informazione”, “L’inverno nucleare”, “Il viaggio a Roma”, “La villa del venerdì” e “Vita di Moravia” (scritto assieme ad Alain Elkann).
Il 26 settembre 1990 muore nella sua casa romana.
Nel 1993 vengono pubblicati, postumi, “La donna leopardo”, “Romildo”, “Racconti dispersi”.
Alberto Moravia, “L’uomo che guarda”, Milano, Bompiani, 1985.
Prima edizione: 1985.
“Ci sono bambini tonti, ottusi, insensibili. Ci sono quelli che sono molto sensibili, ipersensibili. Quelli ipersensibili possono diventare dei disadattati; ma possono anche diventare degli artisti”, Alberto Moravia.
Originariamente apparsa su Lankelot.com
Moravia su Lankelot
Commenti
e dopo questo passiamo ad altro...
;)
daje movi!
"Il contrasto con il padre domina ogni momento della sua esistenza fino a coinvolgere aspetti diversi che nel romanzo vengono svelati con l?uso delle metafore.
Il sesso è, per l?appunto, l?esternazione di questo rapporto conflittuale che converge in atteggiamenti di puro voyeurismo perché provocati dall?atteggiamento paterno. Continue prove di potere, tra l?uno e l?altro, che si manifestano nella dimostrazione di virilità paterna su quella filiale. Prove che finiscono per intrappolare la stessa Silvia in un rapporto sottilmente perverso che, poco alla volta, apre le sue porte a Dodo."
> Sai con chi dovremmo coraggiosamente compararlo?
Col Mascheri de "Il Gregario":
http://www.lankelot.eu/index.php/2008/09/05/mascheri-paolo-il-gregario-i...
"Del resto non possiamo pensare che il Moravia di ?Agostino? sia rimasto identico a se stesso in tutti gli anni trascorsi. Lo scrittore ha quasi 80 anni quando scrive ?L?uomo che guarda? e, forse, osservando con maggiore attenzione, vediamo l?immagine speculare tra padre e figlio e lo stesso Moravia. ? sia rimasto identico a se stesso in tutti gli anni trascorsi. Lo scrittore ha quasi 80 anni quando scrive ?L?uomo che guarda? e, forse, osservando con maggiore attenzione, vediamo l?immagine speculare tra padre e figlio e lo stesso Moravia.
Egli è il figlio, ma è anche il padre: il potere del successo acquisito negli anni a confronto con lo spirito contestatore sfumato dal tempo."
> Bellissima e terribile conclusione.
Sono convinto che, nei mesi a venire, tornerai sui tuoi studi moraviani e - con tutta la fatica che richiede tornare a confrontarsi con sé stessi - ci regalerai qualcosa di nuovo, e di altrettanto intenso.
Sul rapporto padre-figlio la letteratura italiana è inspiegabilmente fiacca, in narrativa. E', incredibilmente, una dialettica (un legame) da esplorare e cartografare. Terrò a mente quanto hai scritto quando affronterò l'ultimo Moravia.
Mentre leggevo questo libro ricordo che non riconoscevo più Moravia. Così lontano da La noia, da Gli indifferenti...
Da un certo punto della sua vita in poi il sesso è stato una vera e propria ossessione.
Ricordo anche questo: molti libri di Moravia li ho letti in treno, nella tratta Terni-Roma, Roma-Terni.
Quando avevo tra le mani la Ciociara e simili li ostentavo con una punta di orgoglio, quando invece ho iniziato a leggere L'uomo che guarda ho pensato bene di foderarlo con una carta parecchio coprente.
A leggere certe pagine mi sentivo una mezza pervertita.
Forse ero troppo giovane. O troppo puritana...
3. Non ho ancora la possibilità di una verifica sul campo (non sapevo dell'uscita del libro), ma il confronto, da come ne scrivi, pare possibile.
4. a piccole dosi...tornerò. All'epoca avevo iniziato con l'intenzione di riprenderlo tutto, ma toccando in un primo momento libri scritti in epoche diverse, per poi ricominciare...
Rapporto padre- figlio...hai ragione...
ce n'è un altro, nascosto nelle due figure professionali di Dodo e del padre...
"Edoardo detto ?Dodo? è un professore di letteratura francese che vive con la moglie Silvia nella casa paterna, in due stanze ricavate in fondo ad un lungo corridoio. Nel ?68, in piena contestazione, aveva rinunciato all?appartamento borghese ereditato dalla madre per lasciarlo alla figura paterna, professore di fisica, ricco e stimato, ora in pensione"
e poi l'incubo nucleare... Moravia era appena tornato dal Giappone ed aveva visitato Hiroshima. Da Hiroshima si ritorna con l'incubo nucleare dentro il cuore. E quegli anni non erano confortanti da quel punto di vista. Ecco il nucleo di questo libro.
5. Comprendo perfettamente. Non mi trovavo in una situazione tanto diversa. Mi son sentita non poco a disagio ad illustrare il contenuto di "io e lui" a chi mi poneva la domanda " di che parla". Non è che altri libri fossero per educande...questo è certo, ma probabilmente era l'epoca, il titolo non aiutava certamente...non so quando l'hai letto tu...ma almeno per me non era ancora arrivato Tinto Brass a metterci su le mani, sai che risate!
6, 4. Ribadisco, dobbiamo studiarci le "Note su Hiroshima" di Kenzaburo Oe (Alet). Appena posso rimedio copia dal libraio, credo possa derivarne un bel confronto e un bel dibattito.
*
6.3 E' molto diverso da "Poliuretano", e non solo perché si tratta di un romanzo. E' in una terza persona che oggi mi fa pensare al Liberati di "Nada Exist", terza-prima; è tutto concentrato sulla denuncia delle condizioni di vita e della qualità della vita dei borghesi in provincia, e del mancato passaggio di consegne ideale-spirituale padre-figlio. Padre totem di grandezza, figlio esempio di medietà...