“È possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte?"
Un uomo attende su un traghetto di approdare a Capri. Riflette sulla sua ossessione, immaginandone la raffigurazione nel cartello tenuto sospeso dal pipistrello in “Melancolia” del pittore tedesco Albrecht Dürer. I suoi pensieri si interrompono quando incrocia, per una frazione d’istante, gli occhi di una giovane donna che pare quasi rispondere alla domanda che aveva appena trovato spazio nella sua mente. Lo sguardo esprime quell’angoscia che lui conosce così bene, anche se l’idea è assai diversa dalla sua. Lucio, così si chiama il giovane intellettuale, sente emergere quella sofferenza che lo accompagna da anni. Non spera in nulla “né nel futuro immediato né in quello lontano”. L’ipotesi del suicidio sorge in lui come un balsamo lenitivo. Una forma estremizzata di liberazione dalla sofferenza interiore. La sua “angoscia” viene da quella parte razionale ed umana della sua mente. Eppure in quel momento, ad incrociare gli sguardi familiari di quella donna, Lucio sente dentro di sé emergere anche la parte irrazionale ed animale, quella tesa al desiderio di soddisfare le passioni. È folgorato da quell’anima che sente vicino alla sua come mai gli era capitato prima. Sa che l’idea del suicidio è forte in lui, lo domina incessantemente, ma è consapevole del fatto che quando una “scintilla” proveniente dal mondo lo colpisce, la voglia di vivere, l’irrazionale in lui, prevale. Ora quello stimolo viene da un amore improvviso per una sconosciuta, nato da un incrociarsi di occhi su un traghetto che sta approdando. Lucio si convince che le contraddizioni interiori vanno controllate attraverso “la stabilizzazione della disperazione”. Essa va, dunque, “istituzionalizzata”, ossia riconosciuta come legge normale delle cose, del suo stato d’essere con un equilibrio tra “desiderio e disperazione”. Il mezzo è la scrittura del romanzo che fino a quel momento era rimasto al livello delle “intenzioni”. La storia incentrata su di un uomo che conclude la sua esistenza con il suicidio, non può che aiutarlo ad allontanare quell’idea estrema, lasciando solo l’asciutto residuo della disperazione. Facendo vivere e poi attuare, sulla carta, ad un suo personaggio l’idea della morte, l’avrebbe scacciata dalla sua vita, salvando così se stesso nel reale. Una scrittura catartica, dunque, che non serve a liberarsi da stati d’ansia e da sensi di colpa, ma che gratta via, come se fosse ruggine, l’idea dell’annullamento fisico per lasciar risplendere la “disperazione stabilizzata”, come condizione normale dell’esistenza. L’unico problema era trovare un vero motivo che portasse l’alter ego del romanzo ad attuare materialmente il suicidio. Era necessario un motivo, unico, reale, distinto da qualsiasi altra ipotesi del probabile. In quel momento, nel giugno del 1934, doveva essere, quasi naturalmente, di carattere politico, la permanenza al potere del regime fascista. Lucio non si sarebbe mai tolto la vita per quello, ma era necessario che il suo personaggio di carta lo facesse e che il motivo fosse talmente radicato da poter lasciar vivere lui in “una disperazione priva di motivi”. Mentre questo romanzo si sarebbe sciolto secondo quel piano parallelo che faceva parte della sua anima, la vita di Lucio, invece, avrebbe ricevuto l’amore di quella giovane donna. E non importava che accanto a lei ci fosse un marito che pareva essersi accorto di quel gioco sottile di sguardi. E non importava che l’uomo si fosse presentato a lui con nome e cognome, indicandogli persino il nome dell’albergo dove avrebbero alloggiato. Era un’inezia sopportabile pur di portare a compimento un amore che sembrava nato dal destino.
Il comportamento della donna, sull’isola, si rivela essere oscuro. Comunica solo attraverso gli occhi o con le frasi sottolineate di un libro che lascia trovare, quasi per caso. Eppure è sempre sfuggente. Il legame tra Beate Müller, così si chiama, e Lucio era una raccolta di lettere di Heinrich Von Kleist che aveva tradotto per la sua tesi di laurea ed in cui veniva tracciata linearmente l’idea di un duplice suicidio. Affascinato dall’idea di vederla come suo simile al femminile nell’avventura psicologica, la insegue ovunque trovandosi in imbarazzanti situazioni con quel marito che sembra essere allo stesso complice e morbo. E più Beate tradisce promesse di incontri rivelatori, in lui si fa sempre più ardente il desiderio per lei, finché lei stessa parte senza salutarlo. In Lucio rimane l’impressione di essere stato sfiorato, nella notte, dalla sua presenza. Al posto della donna si troverà presto in compagnia della gemella Trude, accompagnata dalla madre Paula, di cui aveva annunciato l’arrivo. Tanto riflessiva, malinconica e disperata Beate, quanto vivace, estroversa ed impulsiva la sorella. Due personalità che contrastano l’una con l’altra di fronte ad una somiglianza fisica impressionante. Trude non sfugge, ma solletica la sua virilità maschile, tentandolo a possedere entrambe le donne fuse in un unico corpo. Il volto di Beate che non avrebbe mai avvicinato al suo ed il corpo di Trude che si offriva in tutta la sua libertà. All’improvviso gli eventi mutano il corso del destino ed i protagonisti di quella storia si invertono lasciando aprire gli occhi a chi non era stato capace di vedere la realtà delle cose perché offuscato da quel desiderio che avrebbe dovuto cambiare le cose. Uno scambio di ruoli, attori e attrici sul campo della leggerezza. È un gioco? Chi è Beate? Chi è Trude? Può esserci una reale somiglianza tra le due o semplicemente è quel doppio, quell’alter ego della stessa Trude o viceversa? Chi prevarrà tra le due? Una di loro sta tentando l’emulazione del duplice suicidio del romantico Kleist e di Enrichetta Vogel. Ma qual è delle due a volerlo? E soprattutto chi sarà il “doppio” che permetterà la realizzazione di quell’idea. La mattina successiva al discorso di Hitler, nella “notte dei lunghi coltelli”, in Germania era morto il marito di Beate. La mattina dopo, in Italia, a Capri, due cadaveri giacciono su una panchina, un corpo stretto all’altro in un atteggiamento affettuoso. Beate non aveva voluto sopravvivere all’uomo dalle mani sporche di sangue ed il suo doppio, il suo alter ego, non aveva voluto sopravvivere a lei.
“Ma ogni piacere vuole eternità, vuole profonda, profonda eternità”, Friedrich Nietzsche.
I personaggi di “1934” palpitano sotto il tocco della scrittura moraviana, inzuppati di uno squilibrio interiore che la spinta mentale dello scrittore tiene sospeso tra la volontà di agire e l’immobilità dell’indifferenza. In questo romanzo siamo un passo più avanti. L’introspezione psicologica è sempre molto forte, al pari di ciò che ha dimostrato in altre vicende letterarie, ma né Lucio né Beate sono alienati dal mondo. Un disagio interiore, il loro, che supera le barriere dell’immobilismo e dell’accettazione rassegnata. Lucio, in fondo, vuol continuare a vivere e si aggrappa a ciò che in quel momento gli appare come la via che porta alla luce, la passione puramente intellettuale per Beate ed il romanzo su cui riversare l’angoscia distruttiva, lasciando quella condizione stabilizzata della disperazione. La donna, al contrario, è mossa dai fili invisibili della sua interiorità e da quello strano meccanismo di emulazione per una storia tragicamente disperata che la porterà a desiderare furiosamente il suicidio. La sua vita deve concludersi nello stesso modo per poter porre fine alla sua “disperazione non istituzionalizzata”. In “1934” la storia e la società fanno da cornice all’analisi psicologica, non sono sullo stesso piano, amalgamati in un tutt’uno com’è nello stile classico della narrazione moraviana, l’uno, la scintilla che fa esplodere l’altro, insomma. Eppure non rinuncia a calare i personaggi nelle caratterizzazioni della politica. Il titolo è fortemente evocativo di quell’evento del giugno 1934, in cui il discorso di Hitler diede il via ad una notte di sangue. In parallelo, il duplice suicidio di Beate. Altre storie si intrecciano, quasi per caso, con la vita di Lucio sull’isola. L’incrocio di un mondo che pare così indifferente a ciò che lo circonda e che, invece, si rivela essere un punto di forza per il confronto nel coraggio. Così è Sonia, una russa in esilio che ebbe l’ordine di uccidere il suo amante, il rivoluzionario Evno Azev, preferendo piuttosto fuggire e “sparire dalla vita”. In un certo modo è morta anch’ella, direttrice di un museo che amoreggia con marinai e camerieri, pagandoli per trovare rifugio in un’emozione illusoria. La rinuncia di Moravia a spiegare il “perché delle cose” è meno evidente che in altri lavori. Siamo anni avanti rispetto alla formazione classica. I suoi schemi tradizionali ed irrinunciabili sono sfiorati, approfonditi ma non enfatizzati. Il posto d’onore viene lasciato a quella storia costruita sugli sguardi, su parole non dette, su pensieri carpiti e mirabilmente articolati dalla mente, dalle suggestioni della scrittura e dagli indizi che Beate lascia trovare a Lucio. La grande bellezza di questo romanzo è in quelle pagine fitte di pensieri costruiti sull’immaginazione. Poche parole, pochi gesti della donna e Lucio si lancia in vortici intellettuali che lasciano stupiti per la vivacità con cui sono trasferiti su carta. Dalla prima Beate leggeremo solo ciò che Lucio vedrà attraverso i suoi occhi. La sua mente verrà costruita pezzo per pezzo fino alla rivelazione finale, spiazzante tanto viva è l’architettura della storia che avevamo imparato a conoscere e ad amare. Moravia ci dimostra che nulla è come appare, fino all’ultimo, fino all’ultima immagine di due cadaveri abbracciati su di una panchina, in un’atmosfera di dolcezza.
Commenti
Moravia, 1934. Secondo... MOVIDA!
sinceramente è il romanzo a cui mi sento più legata.
"Sa che l?idea del suicidio è forte in lui, lo domina incessantemente, ma è consapevole del fatto che quando una ?scintilla? proveniente dal mondo lo colpisce, la voglia di vivere, l?irrazionale in lui, prevale.
Ora quello stimolo viene da un amore improvviso per una sconosciuta, nato da un incrociarsi di occhi su un traghetto che sta approdando. "
> Sarebbe affascinante comparare l'idea del suicidio in questo Moravia con Drieu, Weininger, Morselli... aggiungi il tag "suicidio" e poi prova a consultare;)
"L?unico problema era trovare un vero motivo che portasse l?alter ego del romanzo ad attuare materialmente il suicidio. Era necessario un motivo, unico, reale, distinto da qualsiasi altra ipotesi del probabile. In quel momento, nel giugno del 1934, doveva essere, quasi naturalmente, di carattere politico, la permanenza al potere del regime fascista."
> Questo è decisamente interessante. Ci pensavo giorni fa, scrivendo di Borowski, di quanto il clima politico sappia e possa influire e determinare il precipizio (soprattutto quando si sovrappone alla miseria, alla povertà, alla fatiscenza).
(gran bel lavoro, Movi).
(grazie, a nome di tutti.)
http://www.ibs.it/code/9788804571049/paris-renzo/moravia-una-vita.html
6. tu stuzzichi.
eh.
(6. sono incollata a quel libro da ieri sera. Un errore (grande errore) privarmi della sua lettura per tutti quegli anni. La sintesi di una recensione su questo sarà un vero peccato).
:). Non vedo veramente l'ora di leggermela.