È una poesia, quella di Carla Monzitta, che ha al centro l’io, un io vivente ma disperso: “Svolgo. / Riavvolgo. / Di materia avvampo / in onirica indifferenza / di nuova / (oscura) / brutale notte senziente. / Io. / Vivo” (Io vivo, p. 13).
Smarrito nell’esistenza, tra realtà e virtualità, tra essere e apparire, l’io sembra cercarsi, ma non ritrovarsi mai e quindi rischia di girarsi attorno senza posa.
Forte e ricorrente è il legame con la musica fin da alcuni titoli (Djembe, Samba notturno): “Suono nell’aria si fa materia / e genera docili figli / da superbo canto di note” (Djembe, p. 15).(, p. 15).
Le stesse numerose illustrazioni che accompagnano le liriche e rendono il libretto accattivante spesso sono riferite alla musica, compresa l’iniziale “Chiave di do…nna” di Gabriella Massari, che sembra voler dare un’impronta più femminile alla raccolta.
Poesia di donna che si ritrova e respira spesso nella musica, traendo ispirazione lirica dalle note e dal loro ritmo.
“Frammenti di vita” racchiusi nelle poesie così come catene di note vanno a formare i testi musicali. Immagini a corredo delle parole.
È evidente che l’autrice crede nella possibilità di comunicazione tra le arti e nel loro integrarsi a vicenda: “Solfeggio vocale / d’anima turbante; / e vibra in abbraccio / di timpani attenti” (Canto, p. 46). (, p. 46).
L’io che scrive queste poesie è diviso in frantumi: “L’esplosione di me / produrrà milioni di piccoli, minuscoli frammenti. / Che il DNA faccia il suo corso; / io, / continuerò a sorridere” (Costruirò, p. 17). (, p. 17).
L’io è consapevole della sua condizione e sembra non desiderare neppure – o non ritenere possibile – l’unità. Vive una solitudine cosmica.
“Soli con il nostro ricordo, / soli con i nostri bisogni, / soli / con l’anima di sabbia, / attraversiamo la notte / con esorcismi sull’essere, / nell’apparire, / con l’avere”(È questa la notte?, p. 19).
È attorniato dal nulla: “…raccolgo, sola, / vortici di vento. / Son io ciò che vedo?” (Son io ciò che vedo? p. 21).( p. 21).
Dubita di sé e del proprio apparire, scopre il vuoto “Quant’altro ancora/ parlerà del tuo vuoto?” (Vuoto del sé, p. 57). (, p. 57).
Non vi è amore – i pochi rapporti cui si accenna nelle poesie non paiono positivi o realmente comunicativi, vi è soltanto musica che può riempire qualche abisso, oppure “maschere grottesche” che “creano il sogno e l’ipocrisia” (Idoli, p. 29).che (, p. 29).
La comunicazione tra tanti io atomizzati non pare possibile: “Ho trovato / - di te - / solo vuoto d’abisso, / distacco di pelle odoroso di noia. / Ho scoperto / -in te -/ l’eclisse d’un cuore, / dove solo la carne produceva parole” (Adesso lo so, non ero con te, p. 35).(, p. 35).
La sensazione è di “gelo mentale”, distacco, i rapporti appaiono piuttosto cerebrali – si parla di “stupro mentale” – e mascherano incomunicabilità e impossibilità di comunione o empatia., distacco, i rapporti appaiono piuttosto cerebrali – si parla di e mascherano incomunicabilità e impossibilità di comunione o empatia.
Immagini scarne ed essenziali compaiono: tre falchi e un geco, che finiscono lì, non segnano un cambiamento, semmai oggettivano una realtà di fatto.
Oppure la vita prorompe attraverso i sensi in “Sapori”: “Sapori/ Profumi/ Essenze/ Odore di vita/ Odore di me” (p. 43). (p. 43).
La sollecitazione sensoriale propone all’Io una consapevolezza della vita, insieme alla musica. Sono nuclei pulsanti che danno, se non una certezza, un minimo punto di riferimento nell’atomizzazione generale.
In altri casi invece la poesia sembra farsi gioco, divertimento: “Gioco/ con libere parole insensate/ - su liquidi cristalli di virtualità -/ come acqua contro fatui fuochi orientali” (Gioco con la mia anima, p. 49).(, p. 49).
Ma il gioco nasconde l’instabilità: “Su memoria di fisica assenza/ mi arrendo/ al vuoto ricolmo/ dell’esistenza” (Giornate sperdute – appunti di viaggio, p. 50). È un fluttuare senza fine, rischioso, che può lasciare “gocce di sale” negli occhi, ma al quale non ci si può sottrarre.(, p. 50). È un fluttuare senza fine, rischioso, che può lasciare negli occhi, ma al quale non ci si può sottrarre.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Carla Monzitta (Colle Val d’Elsa, 1960) scrittrice e organizzatrice culturale italiana. Ha gestito a lungo il teatro Verdi di Poggibonsi, dal 1995 fa parte del direttivo dell’Associazione Culturale “Mino Maccari” di Colle Val d’Elsa, che ha organizzato mostre e un catalogo sul pittore colligiano. Collabora con un quotidiano a tiratura provinciale.
Marina Monego, giugno 2005
Commenti
Altro recupero: Carla Monzitta
Grazie Marina!
E un caro saluto alla Monzitta...
... che spero torni a trovarci. Assieme a tutta la banda toscana che sappiamo;)
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[Monzitta] copertina+tags (c'era sfuggito questo articolo!)