“Quando una parola è stata dissigillata dalle tue labbra, tu sei responsabile per gli effetti che essa causa”.Fedele agli insegnamenti dei Maestri della Tradizione che invitano alla piena responsabilità, Ovadia accoglie l’invito dei suoi editori mettendo in forma scritta le personali riflessioni e le divulgazioni su temi “etico-politici”, da molti anni espresse nelle circostanze e negli ambienti più svariati, dando quindi vita ad un libro che non si pone come un saggio, con l’intento di contenere lezioni, ma che molto più semplicemente raccoglie le “opinioni di un saltimbanco, opinioni in fieri che si offrono ad un confronto”, per farne dono a quanti volessero servirsene anche solo al fine di rimproverargliele. Un libro coraggioso, dunque, che nasce da un sogno: rompere un pregiudizio.(“Non potremo entrare in una nuova epoca di libertà finché non attiveremo un processo di vaccinazione mentale contro il peggiore dei virus di ogni tempo: il pregiudizio”).Un libro scosso dalla vertigine umoristica di chi sa ridere di sé anche sull’orlo dell’abisso; impregnato di quell’ironia che guarda al passato per sollecitare il futuro, secondo il meccanismo proprio della memoria ebraica. “Noi per parlare del domani, guardiamo a ieri, nel senso che tutto il lavoro ebraico è percuotere quel testo millenario e, attraverso un lavoro ermeneutico di interpretazione, rivitalizzare i pozzi, le fonti, affinché le acque non siano stagnanti, ma siano sorgive. Il witz ebraico dovrebbe seguire questo percorso, giungendo ad attivare un meccanismo nuovo di umorismo autodelatorio sufficientemente feroce da scardinare tutta una serie di moderni totem, per tornare ad uscire dall’Egitto, da quel nuovo Egitto che è stato il Nazismo, il più duro, e che ha vibrato un colpo impressionante al cammino ebraico”, che è cammino di assoluta libertà. Ovadia lo ripercorre mostrando al lettore quella “via stretta in grado di condurre alla ‘santificazione’ della vita quotidiana che rappresenta l’eredità forse più sconvolgente e vitale che la tradizione dell’ebraismo possa regalare a tutti gli uomini”. Queste poche pagine, infatti, sono un invito a mettersi all’ascolto per arrivare ad udire quella voce intima che chiama verso la libertà, stabilendo un ponte tra la propria interiorità e l’anteriorità che ha generato il cammino dell’essere umano, perchè Lekh lekhà...Vai a te stesso, significa anche “la Storia è tua e tu fai la Storia”, vuol dire “esci da ciò che ti ruba a quel te stesso”, “liberatene”.
Moni Ovadia ancora una volta porta tra i goym, i gentili, la cultura yiddish, e, attraverso uno scrivere che fonde la storiella comica con il commento biblico e l’analisi acuta dei temi più caldi dell’attualità, ci induce alla riflessione. Il suo è un viaggio a ritroso nella Storia del popolo ebraico: parte dal gesto di Abrahamo che, per inaugurare un radicale umanesimo, frantuma gli idoli del padre e va nel deserto a farsi viandante sconfiggendo, sul piano del pensiero, la tribalità e le forme di potere tirannico basate sulla forza. E arriva al secolo buio del Novecento fino poi al passato più recente col crollo delle Twin Towers, mostrandoci come la forza inesauribile di questi eletti, perseguitati e sofferenti, sia stata e sia ancora proprio la scelta di obbedire a quell’imperativo interiore che da sempre li sprona a prediligere la via dell’incertezza e dell’instabilità, la via dell’universalismo. è un libro difficile, provocatorio e lucido nel suo incedere con passo fermo verso la celebrazione della memoria: da Torquemada ad Hitler senza tralasciare la questione israelo-palestinese in Medio Oriente, poiché nulla può esser trascurato, nulla può esser ceduto all’oblio, nella convinzione, anzi, che “ogni grande tragedia debba essere elaborata nel tempo dell’interiorità affinché non diventi vana”.EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTEMoni Ovadia nasce a Plovdiv, in Bulgaria, nel 1946 da una famiglia ebraica. Negli anni ‘40 si trasferisce a Milano dove poi si laurea in Scienze Politiche e incomincia la sua attività artistica come cantante e musicista nel gruppo dell’almanacco popolare. Nel 1972 fonda e dirige il gruppo folk internazionale che, nel 1975, si trasforma nell’Ensemble Havadi. Il lavoro teatrale inizia nel 1984 quando, con il teatro Franco Parenti, crea, in collaborazione con Mara Cantoni, lo spettacolo Dalla sabbia – Dal tempo, in occasione del festival di cultura ebraica nel 1987. È questa per Moni Ovadia l’occasione di fondere le proprie esperienze di attore e di musicista, dando vita alla proposta di un teatro musicale lungo il quale ancora oggi opera la sua ricerca espressiva. Nel ‘90 crea la Theater Orchestra e inizia a lavorare stabilmente con il Cri Artificio di Milano che produce lo spettacolo Golem. A questo seguono numerosi spettacoli, grazie ai quali Moni si impone progressivamente all’attenzione del grande pubblico. Ancora con Mara Cantoni, del 1995 è Dybbuk, spettacolo sull’olocausto che viene accolto come uno degli eventi più importanti della stagione teatrale. Nello stesso anno, con Pamela Villoresi, che ne firma anche la regia, debutta con lo spettacolo Taibele e il suo demone in co-produzione con il piccolo teatro di Milano. Del febbraio ‘96 è Ballata di fine millennio; del ‘97, in collaborazione con il regista Roberto Andò, Il caso Kafka. Premio speciale Ubu 1996 per la sperimentazione su teatro e musica. Sempre nel 1996 pubblica per Bompiani Perché no? che entra nelle classifiche dei libri più venduti. Successivamente scrive Così giovane e già ebreo (Piemme, 1998), l’autobiografia Speriamo che tenga (Mondadori 1998), L’ebreo che ride (Einaudi 1998) e, infine, Vai a te stesso (Einaudi 2002). Per il cinema ha prestato il suo volto partecipando a Caro diario di Nanni Moretti e, col ruolo di co-protagonista, a Facciamo Paradiso di Mario Monicelli.Moni Ovadia, “Vai a te stesso”, Einaudi, Torino, 2002.Approfondimento in rete: Sito ufficiale dell’artistaOVADIA in LANKELOT:
L'ebreo che ride a cura di Migliore
Vai a te stesso a cura di Migliore
Angela Migliore, aprile 2005Originariamente apparso su Lankelot.com
“L’ebreo è una delle radici fondanti dell’occidente: riconoscere l’ebreo che è in noi ci risparmia la vergogna di odiarlo”.
Commenti
perchè Lekh lekhà?Vai a te stesso, significa anche ?la Storia è tua e tu fai la Storia?, vuol dire ?esci da ciò che ti ruba a quel te stesso?, ?liberatene?.
> che passo suggestivo. Da meditazione. Mediterò.