Il titolo originale dell’opera di Leonid Mlecin presenta un punto interrogativo in più rispetto alla versione italiana del testo. Tuttavia le intenzioni dell’autore vengono comunque conservate in questa formula, anzi, a lettura ultimata potremmo dire che rispetta ancor di più il senso dell’opera nel suo insieme. Perché Stalin creò Israele non vuole costruire un processo interrogativo sulle ragioni della nascita dello stato d’Israele. Perché Stalin creò Israele è infatti un titolo che rivela la matrice giornalistica dell’opera. La rivela perché pone come già dato ciò che per l’opinione pubblica non è, ed enfatizza fin da subito, con linguaggio categorico, l’univocità delle cause nel processo di costituzione di Israele. Sono due espedienti tipici della retorica giornalistica, due ottime tecniche persuasive.
Questo lo sa bene anche Mentana che nella sua introduzione difende l’autore dell’opera e l’intera categoria dei giornalisti, lanciando preventivamente una critica all’atteggiamento degli storici – i quali, secondo il giornalista, si lascerebbero prendere eccessivamente dai grandi nessi che connettono le maglie del passato, dimenticando a volte gli eventi che in quel passato costituivano la cosiddetta attualità.
Ma lo storico, tra i suoi compiti, dovrebbe avere quello di vigilare sull’attualità e non potrebbe certo misconoscere l’importanza di ciò che nutre i suoi progetti e ambizioni, ma non dovrebbe mai cavalcarne l’onda: dovrebbe sempre cioè sgombrare il suo campo di ricerca da ciò che rischia di far debordare la sua analisi verso il sensazionalismo mediatico. Ossia il primo alleato delle vecchie e attuali ideologie. Abbiamo dimenticato il ruolo svolto dall’URSS nella creazione dello stato d’Israele o perché qualcuno ha fatto male lo storico, o per incompletezza di documentazione, o perché l’attualità esasperata ha confuso le memorie, non certo perché qualcuno si è limitato a fare semplicemente lo storico.
La diatriba tra storici e giornalisti non inibisce certo chi scrive libri e divulga conoscenze, e fa bene Mlecin a restarne estraneo, in fondo la contaminazione dei generi saggistici non costituisce di per sé un peccato, anzi è da tempo ormai che rappresenta un ottimo escamotage per uscire dalla indurita dialettica accademica.
Contesto storico. Durante il secondo conflitto mondiale i rapporti di forza tra le vecchie e nuove potenze sulla scena mondiale non trovarono un assetto stabile, la guerra impediva drastiche soluzioni in vista dell’obiettivo della vittoria sul nemico. L’Europa, attrice principale di tutti i teatri geopolitici planetari, stava per divenire periferia del mondo delle relazioni internazionali e centro degli interessi delle grandi potenze USA e URSS, ma per il momento non se ne preoccupò.
Dopo un paio d’anni dal conflitto la Gran Bretagna – che nella prima guerra mondiale poteva considerarsi ancora la regina del mondo e dopo la guerra poteva disporre sotto la formula del protettorato di gran parte degli ex domini dell’impero ottomano decaduto, gran parte dei territori mediorientali compresi – si ritrovò a fare i conti con il ridimensionamento necessario delle sue aspettative, nonostante la vittoria e i sacrifici per aver condotto una guerra estenuante sin dall’inizio. Contemporaneamente al conflitto il progetto sionista di riportare in Palestina il popolo ebraico in diaspora viveva giornate dense e decisive.
Dalle origini del movimento si era formato un corpo diplomatico senza mandato ministeriale, costituito da grandi magnate dell’economia e noti intellettuali di origine ebraica presenti nel mondo, che conduceva trattative con gli stati che decidevano delle sorti della politica internazionale. Un corpo diplomatico senza esperienza ma che sapeva cogliere con lungimiranza esemplare il mutamento dei rapporti di forza tra le potenze, scegliendo al momento giusto il partner ideale con cui stabilire nuove trattative. Fu il tempo della Gran Bretagna prima e dell’URSS e USA dopo. Tra questi personaggi l’autore menziona soprattutto l’operato di Chaim Weizmann, storico presidente della Sochnut o Agenzia Ebraica per la Palestina, organo esecutivo dell’Osm.
Il lavoro di Mlecin non si pone il problema di un’iniziale ricostruzione degli eventi che intrecciarono i destini dei rivoluzionari d’Ottobre e degli ebrei sognatori del ritorno in terra Santa, ma come il clichè giornalistico in saggistica impone ci fa piombare direttamente nelle stanze dell’ambasciatore sovietico a Londra nel 1941 – il primo di una lunga serie di più o meno noti personaggi dell’establishment dell’URSS, che come stelle vediamo piano piano inevitabilmente consumarsi intorno al grande sole-Stalin – dove si assiste ad un’inaspettata riunione tra l’ambasciatore stesso e Weizmann, il quale espresse per primo alla diplomazia sovietica le preoccupazioni per il futuro dopo il conflitto degli ebrei. Da qui inizia una serie di piccole costruzioni di contesto funzionali alla presentazione del dietro le quinte degli accordi internazionali, dei verbali di riunione più o meno ufficiali.
L’intenzione è quella di farci toccare subito con mano la preziosa documentazione venuta alla luce dopo l’apertura degli archivi “segreti” dell’ex URSS. Ed è abbondante l’uso del virgolettato. Il tentativo dell’autore è ben riuscito. Soprattutto i contesti extra-ideologici come quello delle relazioni internazionali, dove è facile trovare comuni denominatori tra le mire espansionistiche degli zar e il nuovo imperialismo sovietico, dove nessuna bandiera ideologica conta come l’ultimo concreto trattato siglato, si presta a questa soluzione narrativa.
Il cambio di interlocutore che il corpo diplomatico proto-israeliano effettuò già durante il conflitto – dalla Gran Bretagna all’URSS – era il frutto di una strategia che prevedeva la scelta del referente che aveva gli interessi maggiori nel mutare lo status quo delle sfere di influenza in Medio Oriente. Come potenza emergente l’URSS aveva tutti gli interessi ad appoggiare le pretese di un popolo giovane ed energico che avrebbe potuto stravolgere il vecchio equilibrio ancora tenuto in vita dalla Gran Bretagna. La Gran Bretagna, come descrive l’autore, fino a quando le richieste dell’Osm si mantennero su un piano della creazione di un focolaio ebraico in Palestina, e non quindi di uno stato indipendente dall’egemonia araba sul territorio, si mostrò favorevole alle iniziative, ma quando il contesto si spostò verso soluzioni che avrebbero necessariamente scontentato le prospettive nazionalistiche arabe (soprattutto di Siria ed Egitto) si tirò indietro. Anche gli Usa inizialmente non potevano schierarsi contro le giovani nazioni arabe, che videro da allora aumentare il loro potere decisionale per la pressione che potevano esercitare sulla politica energetica mondiale.
La prudenza americana rispetto alle minori inibizioni sovietiche nel sostenere la nascita di Israele non sembrano in realtà ben motivate dall’autore. Le manovre per il sostegno dei governi subalterni era sempre più gestito dalle strategie delle varie intelligence, dai servizi spionistici e anti-spionistici (che bene sono descritti dall’autore), per cui c’erano ampi margini per tenere una posizione ufficiale molto distante dagli interessi reali. La posizione in Medio Oriente come potenze emergenti era la stessa, ma la pressione interna che i movimenti sionisti potevano esercitare sui mass media era molto diversa. Le elite ebraiche negli Usa hanno avuto un ruolo decisivo anche nell’intervento bellico americano nella seconda guerra mondiale, e sebbene contemporaneamente si diffondesse un antisemitismo dilagante il clima non è paragonabile al silenzio mediatico degli ebrei in URSS, dove il sostegno al sionismo era accompagnato da manifestazioni ricorrenti di antisemitismo. L’autore stesso in più occasioni ricorda l’opportunismo di Stalin che nonostante spingesse i suoi vicari a favorire le richieste sioniste mal riuscì a nascondere il suo antisemitismo.
In un mondo che si avvicinava all’equilibrio bipolare è più opportuno credere che la nascita di Israele abbia avuto per lo meno due padrini. Il testo, a tal proposito, offre involontariamente un quadro esplicativo di come il bipolarismo prevedesse speculari risvolti politici: negli USA divenne famoso il luogo comune del sionista-comunista, così come in URSS l’opinione pubblica legava il sionismo all’imperialismo americano.
L’occhio di bue proiettato sul contributo sovietico al processo di creazione di Israele non riduce l’interesse sull’opera, anche rispetto al mutamento di indirizzo della posizione dell’URSS sulla questione palestinese. Uno dei primi risultati dell’Onu fu la nascita di Israele, in quella sede l’URSS sostenne le pretese sionistiche con toni umanitari - paradossali se paragonati con la politica interna – in tutti i congressi. La maggioranza dei voti in sede Onu fu garantita soprattutto grazie all’URSS che poteva disporre anche dei voti di Lituania e Bielorussia più i voti “amici” di Cecoslovacchia e Polonia.
Successivamente alla risoluzione 181 dell’Onu nel novembre del 1947 che prevedeva la nascita di uno stato ebraico in Palestina, l’URSS sostenne anche militarmente il neonato paese dall’attacco della coalizione araba che reagiva alla risoluzione aizzata dalla Gran Bretagna. Sostegno indispensabile per la difesa di un paese che non aveva tempo per mettere in piedi una industria bellica indipendente.
Gli idilli iniziali con la diplomazia israeliana – con ministero stavolta – non durarono molti anni. Le continue richieste di rimpatrio degli ebrei dalle repubbliche sovietiche da parte dei ministri israeliani avevano infastidito già dai primi contatti l’establishment sovietico che non accettò mai interferimenti su ciò che considerava politica interna. La propaganda sovietica non tollerava messaggi di insofferenza da parte del suo popolo, il quale non poteva conoscere migliore realizzazione in altri paesi, compreso in quello che rappresentava l’origine della sua stirpe. Inoltre la politica israeliana in sede Onu si avvicinava sempre più ai piani anglo-americani – nonostante le manifestazioni di neutralità prima della proclamazione di Israele – e in piena guerra fredda fu un affronto per Stalin e compagni che si aspettavano maggiore riconoscenza per i loro aiuti in passato.
Una nuova ondata di antisemitismo in URSS accompagnò il delirio personale di Stalin, che, prossimo alla morte, denunciava l’infiltrazione delle spie in tutti i luoghi del potere, ossessionato dal doppio gioco che il popolo ebraico dall’interno del paese poteva condurre. La furia colpì indirettamente anche lo storico braccio destro Molotov, che fu costretto al silenzio e all’accettazione delle direttive superiori che chiedevano la condanna della moglie per le simpatie verso la delicata questione ebraica.
L’opera si chiude con le delegazioni ormai in combutta, la morte di Stalin e le nuove strategie sovietiche (filo-arabe) che decretano la fine del disegno sovietico che sperava nella nascita di una democrazia popolare nel pieno cuore del Medio Oriente. Ma l’autore è convinto che l’obiettivo primario di Stalin fosse quello di estromettere la Gran Bretagna dai grandi giochi, e in quello raggiunse pienamente gli scopi.
L’opera di Mlecin pone più interrogativi che definizioni sul tema dei rapporti tra l’ex URSS e lo stato di Israele. Si avverte una mancanza: l’ampio respiro sulle conclusioni e sui passaggi decisivi del racconto. La rivisitazione dei tempi è matura quando la distanza dagli eventi è tale da consentirci una complessa visione degli eventi e delle evoluzioni politiche, l’eccessivo rilievo alle cronache sovietiche non permette un’analisi integrata con il complesso delle ragioni della nascita del nuovo stato.
Questo è il tempo di riflettere sul perché USA e URSS – mosse esclusivamente da interessi geopolitici, come ben descrive Mlecin – nel tentativo di determinare un nuovo assetto politico al mondo non abbiano pensato di incontrare semplicemente le richieste arabe per la nascita di uno stato in Palestina, considerati gli accordi sui giacimenti petroliferi in piedi con le nazioni islamiche. E non possiamo concludere che la nascita di uno stato arabo indipendente sia stata negata esclusivamente per l’intransigenza e i biechi interessi delle nazioni islamiche, dipinte in netta contrapposizione rispetto ad un Israele simbolo di democrazia e modernità. Non regge nemmeno la suggestione che persiste a lettura ultimata sulle delegazioni ebraiche, l’idea che impreparate fossero trascinate dal cinismo delle grande potenze. La nascita di Israele è merito anche di queste delegazioni e organizzazioni sioniste che si mostrarono tutt’altro che impreparate a prefigurare il nuovo teatro delle relazioni internazionali. Agirono come uno stato prima di essere uno stato. La nascita di Israele è anche una loro vittoria.
Ma l’incompletezza del lavoro è una conseguenza naturale del tipo di operazione, operazione che deve enfatizzare per imporre nuove visioni sul passato. Per cui va considerata notevole per il contributo che darà alle future indagini su uno dei momenti topici nella costruzione del mondo che allora ebbe l’alba, e di cui da tempo si assiste al tramonto, per poter dare finalmente una serena collocazione a quel mondo bipolare che per molti aspetti oggi si rivela molto più sicuro di quello che le cronache ci trasmisero.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Giornalista, scrittore e storico russo, già vicedirettore del quotidiano “Izvestija”. Ideatore e conduttore di importanti trasmissioni televisive di analisi politica e storica. È autore di molte pubblicazioni di successo, tradotte nelle principali lingue mondiali.
Commenti
Nuovo articolo di GENS!
Non imparerò mai:(
:). Inserisco il codice ean e qualche tag:).
Sembra un articolo di grosso spessore, non vedo l'ora di leggere...
L'avevo inserito il codice ean! Thanks:)
A te, caro, per questo nuovo, bel contributo.
"Abbiamo dimenticato il ruolo svolto dall?URSS nella creazione dello stato d?Israele o perché qualcuno ha fatto male lo storico, o per incompletezza di documentazione, o perché l?attualità esasperata ha confuso le memorie, non certo perché qualcuno si è limitato a fare semplicemente lo storico."
> Giusta osservazione.
"L?opera di Mle?in pone più interrogativi che definizioni sul tema dei rapporti tra l?ex URSS e lo stato di Israele. Si avverte una mancanza: l?ampio respiro sulle conclusioni e sui passaggi decisivi del racconto. La rivisitazione dei tempi è matura quando la distanza dagli eventi è tale da consentirci una complessa visione degli eventi e delle evoluzioni politiche, l?eccessivo rilievo alle cronache sovietiche non permette un?analisi integrata con il complesso delle ragioni della nascita del nuovo stato."
> Ottime critiche, a pelle dico:). Spero siano viatico a nuovi e accurati approfondimenti, nei mesi e negli anni a venire. Questa è quella che si chiama una favolosa pezza d'appoggio;). Ottimo, Marco.
A latere:
www.sandrotetieditore.it/novita/ per le novità di SANDRO TETI EDITORE, Roma.
"Ma l?incompletezza del lavoro è una conseguenza naturale del tipo di operazione, operazione che deve enfatizzare per imporre nuove visioni sul passato. Per cui va considerata notevole per il contributo che darà alle future indagini su uno dei momenti topici nella costruzione del mondo che allora ebbe l?alba, e di cui da tempo si assiste al tramonto, per poter dare finalmente una serena collocazione a quel mondo bipolare che per molti aspetti oggi si rivela molto più sicuro di quello che le cronache ci trasmisero".
Immagino anch'io sia cosi, pur non avendo letto. Grazie della bella pagina Marco, che può essere una buona cartina di tornasole per relazionarsi in modo meno ideologico a certe questioni. Di mio apprezzo più le opere storico-politiche che giornalistiche, le quali tradiscono sempre una più o meno manifesta parzialità ma sono decisamente più empatiche e affascinanti. E poi non esiste lettura non parziale sui fatti storici, e meno male, direi. L'importante è non falsificare totalmente la realtà come spesso è avvenuto e ancora avviene in Italia.
7. Grazie, Franco:). Spero sinceramente che si approfitti del lavoro svolto Mle?in, anche in Italia, considerate le posizioni politiche pro e contro Israele che si sono alternate proprio rispetto anche alla posizione sovietica.
8. Grazie Federico, ne parlavamo proprio l'altra sera. Il mito della neutralità è frutto del vizio accademico ottocentesco, non solo è infondato ma è anche pericoloso. Uno storico racconta la storia per tentare un cambiamento nella realtà presente, anche quando racconta eventi molto lontani. In questo non c'è niente di male, anzi, come dicevamo è uno degli aspetti più entusiasmanti dell'intepretazione del passato.
Domenica 15 febbraio al TG1 RAI notte, nella rubrica libraria ?Benjamin" verrà presentato il libro ?Perché Stalin creò Israele?. Il direttore Gianni Riotta intervisterà il professor Luciano Canfora, prefatore e curatore del volume.
Lunedì 16 febbraio il libro ?Perché Stalin creò Israele? sarà protagonista di una puntata di ?Zapping?, programma radiofonico di Radio Rai Uno, in onda dalle 19.40. Il conduttore Aldo Forbice e alcuni esperti intervisteranno l'autore Leonid Mlecin.
http://www.sandrotetieditore.it/rassegna-stampa-perche-stalin-creo-israe...
ricca rassegna stampa, aggiornata...
[Mlecin] eliminato il primo
[Mlecin] eliminato il primo paragrafo raddoppiato