Non ho orecchie:
le mie orecchie sono la sensibilità(Bushido)
“Dottore perché non sento la musica?” (pag. 17).
Mishima solleva lentamente i lembi di stoffa velata che ricoprono la femminilità facendone gustare le ombre nascoste.
Pagine dal tenore schiettamente commerciali rispetto a ciò che ci ha mostrato fino ad ora, eppure Mishima, con la scorrevolezza del testo, riesce a catturare l’attenzione profonda per i temi trattati, per le metafore utilizzate e per una storia che si svela un giallo nel giallo: il mistero femminile, il complesso universo di una donna incapace di lasciarsi andare totalmente alle manifestazioni esteriorizzate, fulminee, convulsive e liberatorie dell’orgasmo.
“Facendo l’amore con il signor Egami, non ho provato nulla. Il signor Egami è molto affascinante, è fisicamente perfetto, è proprio il mio tipo. E inoltre, questo finora non glielo avevo detto, pare che sia stato con molte donne e sappia molto bene come comportarsi a letto. Nonostante ciò, non ho provato niente. Ho sempre pensato che la volta successiva sarebbe andata meglio, ma è stato sempre lo stesso. Da quando lui una volta ha manifestato il suo disappunto, ho pensato di fingere di provare piacere; ho recitato in tutti i modi possibili, ma una cosa simile non poteva durare a lungo e non ho ottenuto altro risultato che sentirmi ridicola e provare compassione per me stessa, ma quello che mi preoccupa di più è che questo porti il signor Egami a stancarsi di me. Da qualche parte ho letto che quando la donna non prova nulla, l’uomo, profondamente ferito nel suo orgoglio, finisce per odiarla”, (pag.26)
L’ostracismo che Reiko fa su di sé è un’ulteriore violenza del suo essere. Dominata da un mondo a misura d’uomo porta con sé l’atavica memoria della femminilità frustrata, o castrata se si vuole utilizzare terminologia prettamente maschile, ed è così che erge barriere mentali per isolare una realtà che deve restare oscura all’altro lato del sesso, tanto che perfino Mishima non è capace di penetrarla fino in fondo.
Reiko non è una donna che racconta se stessa, ma viene rivelata attraverso la poltrona dello psicoanalista, attraverso manuali sul tema, attraverso gli occhi degli uomini che hanno la tentazione di smarrirsi dentro di lei.
Reiko è una donna dalla sensibilità frammentata per l’esperienza vissuta. Ad una violenza domestica, perversa, incestuosa si è aggiunta una fisica del fidanzato nell’età più delicata quando il mondo femminile può sbocciare o chiudersi per sempre.
Solo una grande forza interiore, acuita dalla capacità di comprensione potrebbe aiutarla. Potrebbe in realtà farcela da sola; ha già in sé i primi rudimenti della psicoanalisi, ma non ha volontà perché schiava delle finzioni che ha intrecciato attorno a se stessa e, soprattutto, non ha la capacità di perdonare, prima di tutto se stessa.
Reiko associava da bambina l’idea del rapporto fisico come una donna con la parte inferiore del corpo fatta di ferro che attirava gli uomini per poi ucciderli, come se le gambe fossero una tenaglia. Quell’immagine era rimasta sempre dentro la sua mente; anzi aveva sempre mantenuto fermo il proposito di tenere sempre ben lucide quelle gambe di ferro.
Lei ama e odia il personaggio che è diventata con il trascorrere degli anni perché solo attraverso una maschera di finzione è libera di essere ciò che vuole, strumento di tortura per gli uomini che l’hanno annientata, strumento di punizione per se stessa che non ha saputo o potuto reagire.
Ecco che la discesa verso la purificazione inizia con la morte del fidanzato stupratore e poi con la scoperta della disfatta morale del fratello. È il trauma rivissuto che le permette la rimozione delle barriere mentali. Ed è la sua stessa mano che guida lo psicoanalista in suo soccorso: “la ragazza arrivò con alcuni minuti di ritardo, indossando un soprabito di un rosso molto acceso. Chi sceglie colori che attirano con prepotenza l’attenzione altrui intende sempre inviare un preciso segnale psicologico”, (pag. 15).
Il dottore avverte spesso la frustrazione del fallimento per un “caso” che gli sfugge continuamente di mano, perché Reiko è più forte di lui, con tutte le trappole che gli tende quasi in atteggiamento di sfida. È un caso classico, quasi da manuale, ma è anche particolarmente difficile da risolvere, nonostante ci siano delle falle in quei giochi pericolosi, perché è così che vuole la mente della donna. Inconsciamente Reiko vuole essere liberata dalla sua sordità alla vita, vuol sentire la musica; le bugie, le violenze, le costrizioni non sono altro che grida disperate d’aiuto. Ed è a queste aperture involontarie che il dottore si affida per avvicinarsi alle sue verità.
“Ho spesso pensato che il corpo di una donna somigli a una metropoli, a una metropoli di notte, traboccante di luci…La figura di Reiko distesa davanti ai miei occhi mi appariva proprio così, una metropoli notturna dove si nascondevano vizi e virtù. Gli uomini, uno a uno, tentavano di perlustrarla, ma non riuscivano mai a penetrare nei suoi angoli più remoti dove si nascondeva il suo vero segreto. Io mi sentivo come il quartier generale della Cia, dove erano schedati tutti i dati relativi a questa città”, (pag.152)
Gli uomini che si muovono attorno a lei sono soggiogati dalla sua bellezza, ma ancor di più da quel fascino misterioso che emana la sua persona. Perfino Hanai, l’impotente che incrocerà quasi per caso, prima che tenti il suicidio verrà attratto dal suo magnetismo, finendo, lui, per guarire totalmente dai conflitti interiori. È il sentirsi donna a metà che le dona una luce particolare per il tentativo di sopperire alle sue mancanze con qualcos’altro che le viene spontaneamente offerto dalla sofferenza interiore. Solo un’altra donna, Akemi, l’assistente nonché fidanzata del dottore, si rende conto della pericolosità insita in lei, nei suoi sguardi innocenti, nel viso da bambola naturale incorniciato dai capelli. Ad un’altra donna non si mente; non si riesce. È quell’istinto puramente femminile che spinge la vista là dove gli occhi di un uomo non possono arrivare. È l’istinto di protezione del nucleo vitale che spinge una donna ad affinare tutti i suoi sensi per carpire la potenzialità distruttiva di una rivale.
“Musica” è un libro di grande spessore psicologico, molto più di quello che si pensa soffermandosi sul flusso stilistico della scrittura.
Mishima rinuncia alla ricercatezza esteriore per entrare in un mondo oscuro e, sebbene non vi riesca del tutto perché rinuncia ad immedesimarsi completamente in Reiko, servendosi del lettino dello psicanalista, tocca aspetti molto profondi della sensibilità femminile. A volte fa rabbia rendersi conto di una tale introspezione psicologica, che deforma un fatto naturale come un qualcosa che deve passare necessariamente per le sedute di psicoanalisi come una mostruosità da rimuovere a tutti i costi. Eppure, anche se estremizzato fino ad episodi di pura morbosità ossessiva, non posso fare a meno, da donna, di restarne affascinata. Reiko è una figura in cui tante, molte più di quello che un uomo crede, potrebbero ritrovarsi, tralasciando il vissuto drammatico della protagonista.
L’universo femminile è così fragile che un banale ed apparentemente innocuo incidente di percorso potrebbe devastarlo. Eppure la forza interiore di quel mondo sa come sopravvivere a se stesso, sa come trovare l’energia necessaria per beffare il destino. A volte ci si perde, a volte ci si libera, con lacrime e sangue, di un retaggio che ci vuole costrette in un’immagine cristallizzata. Quando Reiko inizia a scalfire il guscio che la protegge diventa meno pericolosa per Akemi che la vede ora come una donna sua pari, fragile e forte allo stesso tempo.
“All’improvviso ho sentito la musica. Dentro di me finalmente, la musica che avevo così desiderato. La musica non smetteva, traboccava come una sorgente e irrigava la mia anima completamente inaridita. Risuonava incessantemente non nelle orecchie, ma in tutto il mio corpo…dottore, è possibile una cosa simile…tutto il mio corpo, pervaso da una felicità indicibile, sentiva la musica”, (pag.80)
Musica è la metafora usata, nel tentativo di smorzare la drammaticità dei toni, per rappresentare l’incapacità del piacere fisico, la sordità del corpo che non si lascia andare perché è la mente che ha radici profonde nella rigidità (leggasi frigidità).
Durante le sedute di psicoanalisi Reiko ha continue immagini di castrazione ed il dottore si rende conto della difficoltà, in lei, di riconoscere la differenza sessuale tra le donne e gli uomini. Non sa o non vuole vedere i limiti delle donne; forse ossessionata dall’eguaglianza dei sessi, dall’ingiustizia, si sforza con tutta se stessa di non arrendersi agli uomini ed è così che il dottore le dice “a vederla ora, lei è molto femminile, ma quando era piccola doveva essere come la donna con i pantaloni di George Sand” (pag.41).
Reiko ricorda momenti del passato in cui era tagliata fuori dai giochi maschili; crescendo mette alla porta gli uomini che incontra per non diventare uno strumento di piacere, ma un essere vibrante capace di amare.
“La musica si sente. La musica non smette mai”, (pag.202)
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Yukio Mishima nasce a Tokyo nel 1925. Raggiunge il successo con “Confessioni di una maschera” (1949), per poi scrivere, nell’arco di tempo che va dal 1949 al 1970, una quarantina tra romanzi, opere per il teatro, saggi e racconti.
Tra quelli di maggior valore si ricorda la tetralogia de “Il mare della fertilità” (Neve di primavera, Cavalli in fuga, Il Tempio dell’alba, Lo specchio degli inganni 1965-1970), “Sete d’amore” (1950), “L’età verde” (1950), “I colori proibiti” (1951-1952),“Il padiglione d’oro” (1956), “Dopo il banchetto” (1960), “Madame de Sade” (1965), “La voce degli spiriti eroici” (1966), “Lezioni spirituali per giovani samurai” (1968-1970). La prima, in particolare, riflette l’umiliazione del Giappone e la progressiva, ma inesorabile, perdita della sua tradizione (anima). Il rimedio contro questo male che lo avvolgeva lo trova nella via del Bushido, fondando poi nel 1968, unitamente ad un gruppo di studenti, la società paramilitare chiamata “Società dello scudo” (Tate no kai). Fallisce nel tentativo di scuotere il Quartier generale delle forze giapponesi di autodifesa, esortandoli a dar la vita per l’Imperatore, e, davanti alle telecamere, si dà la morte il 25 novembre 1970 mediante seppuku.
Un “conservatore decadente” lo definì Alberto Moravia, che lo incontrò in un viaggio a Tokyo.
Yukio Mishima, “Musica”, Milano, Feltrinelli, 2004. Traduzione di Emanuele Ciccarella.
Prima edizione: 1993, “Ongaku”.
Adattamento cinematografico: "Ongaku" di Masumura Yasuzo, 1972.
“Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che, se nulla cambierà, il Giappone è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo dell’Asia estremo-orientale, un grande Paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile io non intendo parlare”, (Lezioni spirituali per giovani samurai, Yukio Mishima, pag. 117).
Originariamente apparsa su Lankelot.com
Commenti
"Musica è la metafora usata, nel tentativo di smorzare la drammaticità dei toni, per rappresentare l?incapacità del piacere fisico, la sordità del corpo che non si lascia andare perché è la mente che ha radici profonde nella rigidità (leggasi frigidità). "
> Lirico.
"Mishima rinuncia alla ricercatezza esteriore per entrare in un mondo oscuro e, sebbene non vi riesca del tutto perché rinuncia ad immedesimarsi completamente in Reiko, servendosi del lettino dello psicanalista, tocca aspetti molto profondi della sensibilità femminile."
> Chissà se la teoria di Ilde - nessun letterato è capace di raccontare una donna, perché non potrà capire mai fino in fondo, non potrà mai inventare quel che non è - stavolta un po' riesce a vacillare. Stando a quel che scrivi, no:).
il rapporto di mishima con le donne fu molto complesso, entrare dentro la musicalità del corpo era in fondo quello che aveva sempre cercato.
penso sia così.
grazie Ilde
3. ne sono convinta.
3, Patrizia, è Movida, non Ilde, l'autrice dell'articolo;).
scusate
grazie a Movida