Mishima Yukio

Lezioni spirituali per giovani samurai

Autore: 
Mishima Yukio

GLI ULTIMI TRE ANNI DI UN LETTERATO PENITENTE

Cinque scritti non narrativi realizzati tra il 1968 e il 1970: Mishima analizza lucidamente la situazione politica e culturale nella quale è sprofondato il suo paese dopo la seconda guerra mondiale ed insieme non lesina giudizi di biasimo per se stesso e la sua inutile attività letteraria, fino al gesto estremo: il suicido avvenuto mezz’ora dopo la lettura di Proclama, ultimo pezzo di questa raccolta.
Lezioni spirituali per giovani samurai, L’associazione degli scudi, Introduzione alla filosofia dell’azione, I miei ultimi venticinque anni, Proclama sebbene con intensità diverse rappresentano la disperante ascesa di una medesima presa di coscienza che fa dell’azione, e non della teoria alla quale l’autore ha dedicato gran parte della sua vita, unico vero scopo di vita.

Il primo scritto è del ’68 e possiede, ancora, una flebile costruttività ad un tempo sospinta e delusa dall’entusiasmo dei movimenti giovanili che in quell’anno, come in parte dell’Europa, muovono ideali e valori che il capitalismo americanista postbellico sembrava aver annichilito. In Mishima, come ruggito della coscienza che si trasforma in esame interiore, è ora lapalissiano il decadimento, il tradimento, finanche lo stupro cui supina e consenziente è sottoposta la propria patria. Un’identificazione costante con il paese natale, caratteristica peculiare della stirpe nipponica, alimenta lo spirito di queste pagine, un trasporto così profondo e sincero che credo sia difficile da comprendere per un italiano, specie della mia generazione. In Mishima, quarantacinquenne nel 1970, è vivo lo spirito di una Tradizione, quella dei Samurai appunto, che più che tradita vede prostituita sotto i suoi occhi esterrefatti. In questa disincantata e tragica constatazione di scatafascio etico-spirituale la letteratura, arte a cui l’autore ha votato gli ultimi venticinque anni della propria vita e in cui ha dissipato la stragrande percentuale d’energia di cui disponeva, ha svolto ruolo di anestetico, di egocentrica e compiaciuta contrizione non semplicemente fine a se stessa ma funzionale al radicamento della democrazia occidentalizzante carnefice dell’essenza storica e culturale della propria patria.

«Generalmente s’inizia a dedicarsi a l’arte dopo aver vissuto. Ho impressione che a me sia accaduto il contrario, che io mi sia dedicato alla vita dopo aver iniziato la mia attività artistica ».

In queste prime righe di Lezioni spirituali per giovani samurai Mishima sottende quelle antinomie che governeranno più che le pagine dei suoi ultimi scritti, gli ultimi battiti del suo cuore: letteratura-vita, teoria-azione. Ma esiste un punto di contatto tra queste coppie di opposti, un punto esatto in cui l’arte dovrebbe farsi da parte e cedere il testimone: l’azione politica. È questa la dimensione atta al passaggio cruciale dalla fantasia alla realtà, dal disimpegno alla responsabilità. La vita, oltre due decenni dopo l’ultima feroce guerra, necessita di guardare in faccia la morte, il segreto dell’attaccamento all’esistenza risiede, nell’essere stati a contatto con la fine, nel rischio concreto di perdere quel bene assoluto della vita che se dato per scontato genera tedio e insoddisfazione. L’arte, dalla figurativa alla letteraria, ha il compito di assorbire, in tempo di pace, questa violenza latente, di trasfigurarla rappresentando ansie, paure e dissidi dell’animo inquieto; stimolandoli dove sono repressi, diluendoli dove sono traboccanti ma restando sempre, ben intesto, in un contesto deresponsabilizzato, che è l’unico campo di battaglia che l’arte conosce.

È l’azione politica il terreno della responsabilità, l’anticamera della guerra.

Esiste, nella realtà sessantottina scandagliata da Mishima, un punto innaturale di collasso di questo processo nel quale assistiamo ad una metamorfosi politica dell’arte o ad una trasformazione artistica della politica. Le manifestazioni giovanili contemporanee rischiano di inquinare lo spirito classico dell’azione politica, rischiano l’annessione dell’azione concreta al campo sterile della finzione artistica, rischiano di innescare un processo di “politicizzazione dell’arte”.

«Le battaglie di fronte alle barricate nell’edificio di Yasuda, all’università di Tokyo, suscitarono l’interesse di una moltitudine di telespettatori, ormai stanchi dei soliti sceneggiati. Fu, come commentò un inglese, uno gigantesco spettacolo. Gli attori di quello spettacolo fecero testamento, scrissero sui muri “Moriremo magnificamente”, ostentarono risolutezza all’atto estremo, ma nessuno morì, alzarono tutti le mani e si lasciarono catturare dalla polizia. Cadde il sipario, la gente dimenticò quella recita e tornò alla vita di sempre.
Alcuni giorni dopo, l’11 Febbraio, l’anniversario della Costituzione, un giovane si uccise dandosi fuoco nell’oscurità del suo posto di lavoro, lontano da ogni sguardo e dalle telecamere. Fu un atto solenne, responsabile. In quel suicidio si rivela la forza dell’azione politica, a cui l’arte non potrà mai assurgere »
.

La nostra era è permeata da mancanza di coraggio, dal terrore del contatto fisico, dalla rinuncia alla battaglia vera, quella fatta di carne e sangue. Uno spirito difficilmente accettabile oggi più che allora, forse proprio perché quei processi di intossicazione dell’azione politica hanno concluso con successo la loro parabola consegnando alle “barbarie” uno spirito guerriero che era allora il cuore della tradizione giapponese e soprattutto culla di una spiritualità di cui si perdono le tracce.

Mishima non fatica a rintracciare l’origine del meccanismo perverso, proprio nel valore più alto propugnato da ogni democrazia degna di questo nome: la pace. Se la pace dura troppo a lungo, se la guerra diviene ricordo sbiadito e lontano, l’uomo dimentica la propria identità e la donna prende il sopravvento. La donna cerca, per sua natura, “di preservare la società da ogni pericolo”. La società odierna Giapponese è, per l’autore, una realtà dove regna la codardia e l’inazione. Da qui l’apologia dell’etichetta, garante di un codice morale virile, e la svalutazione del corpo, la cui bellezza nella tradizione orientale è ritenuta secondaria e la cui esaltazione è, di contro, abitudine tipicamente occidentale e prerogativa di una società materialista fondata sull’immagine. Una concezione insana che ha le proprie radici nell’equivoco del detto greco “Una mente sana alberga in un corpo sano” che dovrebbe invece essere per l’autore “Possa una mente sana albergare in un corpo sano”… L’errore profondo, precisa Mishima, è che il culto occidentale del corpo, non esalta il corpo ma lo svilisce, perché lo mercifica, mortificando il suo ruolo fondamentale di involucro dell’anima. Il Giappone è esattamente al centro di due mondi e, come chiunque tenga un piede in due staffe, è emblema sofferente di questa lacerazione: «Mentre nel nostro animo dimorano ancora tracce dello spiritualismo giapponese che disprezza il corpo, si sta dall’altra parte diffondendo l’edonismo materialistico importato dall’America».

Due stereotipi antitetici che si contendono l’essenza di questo popolo.

Una scissione che si ripercuote in ogni ambito della vita, tra futuro e passato: il mantenere la parola data, l’abbigliamento, il rispetto per gli anziani. Quest’ultimo in particolare è cartina di tornasole dall’intensa portata simbolica: perché rispettare gli anziani se essi non sono più portatori di saggezza, scrigni parlanti del sapere umano? La tradizione spirituale giapponese si fondava sull’esperienza, il rispetto era dovuto al passato di un individuo, tanto più ricco quanto più lungo. Un uomo era tanto più evoluto quanto era stato forgiato dal tempo. Il rispetto per gli anziani è tipico delle società agricole, non tecnologiche. Adesso, osserva sconsolato Yukio Mishima, non solo ciò non è più valido ma è vero il contrario. La tecnologia sta invadendo ad una tale velocità la nostra vita quotidiana che l’informazione, cioè la conoscenza, non è più rimessa all’esperienza individuale e alla trasmissione orale, quanto a comunicazione di massa e strumenti divulgativi supersofisticati e in rapidissima evoluzione; dunque, penetrazione ed assorbimento della realtà risulta molto più alla portata dei giovani che degli anziani, il cui sapere è poco più di un documento storico.

Insieme atto costitutivo e manifesto programmatico, il secondo documento, L’Associazione degli Scudi, è la prova inconfutabile della “catarsi” dell’ex letterato, l’irreversibile passaggio dalla teoria all’azione: «L’Associazione degli scudi da me formata è composta da meno di cento membri, non dispone di armi ed è il più piccolo esercito del mondo ».

È l’atto ufficiale che consacra la nuova vita di Mishima, lontana dall’arte e pronta addirittura a rinnegare il proprio passato «sono convinto che la letteratura sia un mondo estremamente estraneo alla lotta e alla responsabilità»; una palingenesi profonda e definitiva permea queste otto pagine rispetto alle quali Introduzione alla filosofia dell’azione (terzo scritto) è approfondita propaggine dovuta quanto consequenziale. Una puntuale analisi tecnica e psicologica della lotta: progettazione, organizzazione, conclusione.

Con I miei ultimi venticinque anni entriamo nelle pieghe più intime disincantate e lucide di questa “purificazione”, un autocritico e drammatico esame di quella che è stata la vita, se di vita si può parlare, prima e dopo la presa di coscienza.

I toni titanici, qualche mese prima del gesto estremo, hanno già abbandonato l’autore, facendo largo a constatazioni di fallimento e tragiche confessioni premonitrici: «In questi venticinque anni ho perso ad una ad una tutte le mie speranze, ed ora che mi sembra di scorgere la fine del mio viaggio, sono stupito dall’immenso sperpero di energie che ho dedicato a speranze del tutto vuote e volgari. Se avessi riversato altrettanta energia nel disperare, avrei forse ottenuto qualcosa di più ».

E siamo veramente alla fine del viaggio, il fanatismo estremo cui Mishima assurge, trascenderà di lì a breve la parola: un mezzo tuttavia caro allo scrittore, a cui farà ricorso fino a trenta minuti dalla fine (Proclama): «Noi adesso testimonieremo a voi tutti l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore non è la libertà, non è la democrazia. È il Giappone. Il Paese della nostra amata storia, delle nostre tradizioni: Il Giappone. Non c’è nessuno tra voi disposto a morire per scagliarsi contro la Costituzione che ha disossato la nostra patria? Se esiste, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione nell’ardente speranza che voi tutti, a cui è stato donato un animo purissimo, possiate tornare ad essere veri uomini, veri guerrieri.».

Una morte dunque plateale, che consegna l’opera di Mishima all’immortalità dei martiri, la cristallizza al di là del tempo per mezzo del sacrificio della carne. Una morte da eroe. 

Questa doppia anima del Giappone, figlia dell’incontro-scontro di una tradizione isolazionista e secolare con processi storico-politici irreversibili per portata temporale e spaziale, esprimeva proprio in quegli anni a cavallo tra il sessanta e il settanta del secolo scorso, tutta la frizione della sovrapposizione ossimorica, del connubio forzato, del matrimonio impossibile tra culture e valori ed etiche non semplicemente differenti ma antitetiche. Anni difficili dunque, dove Mishima e pochi altri coerenti custodi del passato, non possono che affondare, come capitani coraggiosi e romantici, insieme alla loro barca. Investire l’azione di responsabilità rivoluzionaria, riscoprendo in essa la solenne dignità del codice militare, contrapposto all’indolente fatiscenza del pirotecnico movimento studentesco emblema, quanto il resto, dell’effeminatezza inconcludente e debole dei giovani intellettuali giapponesi, non servirà a rovesciare le sorti di un trend americanista che non propone, impone; non suggerisce, urla; non penetra, irrompe. È la storia, semplicemente quella, fatta dagli uomini e spesso in grado, come animata da forza autonoma, di fare gli uomini. Ma la storia non è mai la risultante di un processo univoco, come le particelle subnucleari, essa è costituita da uno scambio reciproco, da un’interazione automatica, obbligatoria. Anche quando un popolo colonizza un altro fino al midollo, ed è convinto di aver polverizzato la sua esistenza, esso interagisce con l’alterità sopraffatta: è una legge fisica prima che psicologica.

Rintraccio, nella mia relativamente breve esperienza di vita, testimonianze concrete di questa riflessione. Si pensi ai ragazzi italiani che, nati, come me, negli anni Settanta, non possono negare di essere cresciuti, salvo eccezioni, con il prodotto forse più rappresentativo di quel matrimonio impossibile cui prima si accennava: i cartoni animati giapponesi. Per tutti gli anni Ottanta i nostri tubi catodici sono stati invasi da centinaia di cartoni nipponici che ci hanno fatto sospirare trepidanti, agognare una nuova puntata, immedesimare in un nuovo eroe. Dominati da un’estetica occidentalizzante che agli occhi a mandorla preferiva azzurre pupille scintillanti, lunghe chiome bionde e corpi modellati (alla Marylin Monroe direbbe Mishima), il cartone animato Giapponese conservava spesso la morale tradizionale. Orgoglio, vendetta e senso di giustizia all’ennesima potenza regolato dall’azione, dal combattimento, dall’uno contro uno che si risolveva sempre, o quasi, a favore del bene, del giusto, del buono. Figlio perfetto, verrebbe da dire, di matrimonio infelice. Prostituito nella forma ma non nei contenuti e capace di trasmettere (volenti o nolenti erano leggi di mercato) impressioni e codici di comportamento della penisola asiatica oltre oceano, alle giovani menti della futura Europa Unita…

Dall’eroe in carne ed ossa a quello di cartone, non parodia ma celebrazione: anche Mishima, di fronte a Ken il Guerriero, avrebbe sorriso…

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Yukio Mishima nasce a Tokyo nel 1925. Raggiunge il successo con “Confessioni di una maschera” (1949), per poi scrivere, nell’arco di tempo che va dal 1949 al 1970, una quarantina tra romanzi, opere per il teatro, saggi e racconti. Tra quelli di maggior valore si ricorda la tetralogia de “Il mare della fertilità” (Neve di primavera, Cavalli in fuga, Il Tempio dell’alba, Lo specchio degli inganni 1965-1970), “Sete d’amore” (1950), “L’età verde” (1950), “I colori proibiti” (1951-1952),“Il padiglione d’oro” (1956), “Dopo il banchetto” (1960), “Madame de Sade” (1965), “La voce degli spiriti eroici” (1966), “Lezioni spirituali per giovani samurai” (1968-1970). La prima, in particolare, riflette l’umiliazione del Giappone e la progressiva, ma inesorabile, perdita della sua tradizione (anima). Il rimedio contro questo male che lo avvolgeva lo trova nella via del Bushid?, fondando poi nel 1968, unitamente ad un gruppo di studenti, la società paramilitare chiamata “Società dello scudo” (Tate no kai). Fallisce nel tentativo di scuotere il Quartier generale delle forze giapponesi di autodifesa, esortandoli a dar la vita per l’Imperatore, e, davanti alle telecamere, si dà la morte il 25 novembre 1970 mediante seppuku. Un “conservatore decadente” lo definì Alberto Moravia, che lo incontrò in un viaggio a Tokyo.

Yukio Mishima, “Lezioni spirituali per giovani samurai”, SE, Milano, 1987.
A cura di L. Origlia.

Mishima in Lankelot:

Giovanbattista Arlechino, “Giambo”. Giugno 2005.

ISBN/EAN: 
9788877106032

Commenti

Cinque scritti non narrativi realizzati tra il 1968 e il 1970: Mishima analizza lucidamente la situazione politica e culturale nella quale è sprofondato il suo paese dopo la seconda guerra mondiale ed insieme non lesina giudizi di biasimo per se stesso e la sua inutile attività letteraria, fino al gesto estremo: il suicido avvenuto mezz?ora dopo la lettura di Proclama, ultimo pezzo di questa raccolta.

"In Mishima, come ruggito della coscienza che si trasforma in esame interiore, è ora lapalissiano il decadimento, il tradimento, finanche lo stupro cui supina e consenziente è sottoposta la propria patria".

é uno dei motivi principali, se non il principale, del suo darsi la morte secondo il rito del Seppuku. é un tema che emerge, più o meno forte, in tutta la sua opera letteraria. Non dunque solo nei saggi.

"In queste prime righe di Lezioni spirituali per giovani samurai Mishima sottende quelle antinomie che governeranno più che le pagine dei suoi ultimi scritti, gli ultimi battiti del suo cuore: letteratura-vita, teoria-azione. Ma esiste un punto di contatto tra queste coppie di opposti, un punto esatto in cui l?arte dovrebbe farsi da parte e cedere il testimone: l?azione politica. È questa la dimensione atta al passaggio cruciale dalla fantasia alla realtà, dal disimpegno alla responsabilità. La vita, oltre due decenni dopo l?ultima feroce guerra, necessita di guardare in faccia la morte, il segreto dell?attaccamento all?esistenza risiede, nell?essere stati a contatto con la fine, nel rischio concreto di perdere quel bene assoluto della vita che se dato per scontato genera tedio e insoddisfazione. L?arte, dalla figurativa alla letteraria, ha il compito di assorbire, in tempo di pace, questa violenza latente, di trasfigurarla rappresentando ansie, paure e dissidi dell?animo inquieto; stimolandoli dove sono repressi, diluendoli dove sono traboccanti ma restando sempre, ben intesto, in un contesto deresponsabilizzato, che è l?unico campo di battaglia che l?arte conosce".

Magistrale Giambo, magistrale. Davvero complimenti per aver sintetizzato cosi bene alcuni motivi essenziali dell'opera. Un'opera non facile, alla lettura.

"Mishima non fatica a rintracciare l?origine del meccanismo perverso, proprio nel valore più alto propugnato da ogni democrazia degna di questo nome: la pace. Se la pace dura troppo a lungo, se la guerra diviene ricordo sbiadito e lontano, l?uomo dimentica la propria identità e la donna prende il sopravvento. La donna cerca, per sua natura, ?di preservare la società da ogni pericolo?".

Può sembrare un passo estremamente maschilista, ma chi conosce e ama Mishima sa che il cocetto va inquadrato in uno spettro più ampio. La donna è rappresentativa, nella sua ottica, della conservazione dell'esistente. La democrazia è inganno, immobilità, prigione invisibile, azzeramento delle identità. é un messaggio forte, ma ancora attualissimo e ricco di spunti per la riflessione d'ognuno di noi. Noi che ci facciamo forti del dubbio, non avendo dogmi e fantocci cui dovere obbedienza.

"Dall?eroe in carne ed ossa a quello di cartone, non parodia ma celebrazione: anche Mishima, di fronte a Ken il Guerriero, avrebbe sorriso?"

Grande conclusione. Grandissima pagina. Complimenti Giambo, un pezzo meraviglioso.

[mishima] La mano e la

[mishima] La mano e la bellezza dell’azione; lo stare in  attesa della schermidora e il pondus della Dolce Pantera  


 di V.S.Gaudio

 

Se è «nella bellezza del portamento [che] si rivela la bravura: in una figura eretta, che si ritrae e si protende senza mai curvarsi si rivela la calma densa di tensione che si materializza nel combattimento e nell’azione»[i], è nella mano che la bellezza dell’azione si rivela in quell’istante ineluttabilmente legato alla solitudine.

La  mano che impugna il fioretto è l’ orologio della bellezza dell’azione: svolge il tempo concentrato della paziente attesa, mantiene la calma fino a quando produrrà la tensione autentica della stoccata.

E’ la mano che contiene l’addestramento di quella ripetizione di atti uguali, in cui si deve mantenere costantemente il massimo grado di tensione; è la mano

che dà inizio all’azione in un istante e la conclude in un lampo.

La manualità, come controllo dell’azione, è , se osservate bene, presente in ogni schermidora, rumena,tedesca, ungherese, russa o italiana che sia, ma, per contenere e connotare i semi del misticismo dell’azione, o della tecnica senza spada che dir si voglia, ha dei significanti affettivi che esprimono la razionalità paziente e perseverante, racchiusa nella bellezza dell’azione:

la mano della schermidora vincente

non trascina il corpo, né la mente.

Tiene in  mano, stringe la mente; la mano si allontana dal corpo e non ha la calma tensione dei glutei, regge il fioretto come se fosse l’interiorità dell’atleta, ma non la fa trasparire, è la mano che elimina l’ombra e costringe l’avversaria a modificare i suoi piani, sventa le iniziative

dell’avversaria segnando la giusta cadenza dei glutei; ed è la mano che, rispondendo all’elasticità del filo elettrico che segna le stoccate, è fulcro della controllata tensione del pondus dell’atleta.

La mano è il filo connettivo del pondus, dunque:esprime, nella bellezza dell’azione, la solitudine, la tensione, la tragicità dell’ardimento  della pura decisione individuale. Tesa tra l’istante della stoccata a cui tende e l’attesa, con cui il pondus mantiene costante il massimo grado di tensione, la mano  sospende il fioretto, la distanza , come se sospendesse la paziente e perseverante azione per ridurre la distanza e andare a bersaglio.

Nel misticismo dell’azione , che è contenuto nella tecnica del senza spada, la mano , stringendo il tempo, esprime la calma potenza lombare dell’atleta:può essere, così, il punctum di un Significante Somatico che tanto destò il Significante del Desiderio di Yukio Mishima.

Pensate che sia inadeguato o non possibile?

L’autore stesso di Introduzione alla filosofia dell’azione dice che «ha tentato di chiarire con un mezzo inadeguato, ossia con il linguaggio, ciò che poteva essere espresso soltanto in un altro modo»[ii].

D’altronde, l’amore, pur essendo così comprensibile, è sempre il tema più incomprensibile, per questo va trattato con eleganza: il fioretto è impugnato dalla mano, ma un filo sottile, con cui sembra che la schermitrice venga azionata,manifestando la conclusione e l’esito dell’affondo, fa della mano  l’attributo, l’espressione, del corpo-sistema cui appartiene.

L’ affondo, o, in genere, lo stare in attesa della schermidora, che proietta un alto tasso di misticismo

nella bellezza dell’azione, che tanto ha attratto Mishima(che fece impallidire una nobildonna inglese mostrandole, dopo aver snudato la sua spada, un semplice fendente obliquo), corrisponde a un momento mozartiano della vita, come lo intende Jean Cau e che, con  un’altra metafora, lo chiama una dolce pantera:la Gioia che deve caderci addosso all’improvviso come una dolce pantera che ci piombi dall’albero sulle spalle e ci abbatta.

Jean Cau  dice che , per sua natura, questa Gioia passa.

Mille pantere gli sono cadute sulle spalle.Una: a Paris, in

rue Parrot , all’inizio degli anni settanta, una giovane donna attraversa la via. Porta minigonna e stivaletti neri:«E’ bella?(…)La grazia del suo volare è quella di una gazzella dalle gambe perfette e nere, che fugge, inseguita da tutti i leoni di Paris. Ah, se fossi Nerone sulla lettiga! Un segno e le guardie(…)si lancerebbero all’inseguimento e la ricondurrebbero, prigioniera con tutto il pelo fremente»[iii].

La Dolce Pantera passa, è l’istante che non si ripete come l’azione risolutiva della Vaccaroni, la Dolce Pantera , col pelo fremente, il momento mozartiano, abbagliante, di Yukio Mishima quando la stoccata  vincente fa esplodere nell’osservatore la Gioia fulgente di un pondus che palpita d’entusiasmo.

(da:V.S.Gaudio,La mano di Doirina Vaccaroni, la belezza dell'azione e la spada di Yukio Mishima, in: Idem , Miele, copyright 2000-2003)


 

 

[i] Yukio Mishima, Introduzione alla filosofia dell’azione, in  Lezioni spirituali per giovani samurai , trad. it. Feltrinelli, Milano 1995: pag. 94.

[ii] Yukio Mishima, ivi: pag. 69.

[iii] Jean Cau , Una dolce pantera, in: J.C., Il popolo, la decadenza e gli dei,trad.it. Edizioni Settecolori, Vibo Valentia  1996.