Mishima Yukio

La voce degli spiriti eroici

Autore: 
Mishima Yukio

Non ho potere divino: la mia lealtà è il mio potere (Bushidō) Perché mai un divino imperatore ha voluto farsi uomo?

“La voce degli spiriti eroici”, parte di una trilogia comprendente “Patriottismo” e “Crisantemi del decimo giorno”, è il viaggio-racconto verso l’interiorità dell’uomo Mishima avviatosi a compiere il suo destino. Drammatico ed intenso, il racconto breve si presenta come un piccolo gioiello che apre uno squarcio profondo nell’animo disperato e disilluso di Mishima, ma anche del Giappone che ha sempre avuto una visione altamente idealizzata del suo imperatore. Mishima prese spunto da due eventi che tormentavano da sempre i suoi pensieri: il destino dei piloti kamikaze nella seconda Guerra Mondiale e la rivolta del 26 febbraio 1936 da parte di un gruppo di giovani ufficiali dell’esercito, nel tentativo di restaurare la purezza dell’autorità imperiale. Per comprendere determinate azioni del popolo giapponese bisogna risalire necessariamente alla loro storia così particolare ed atipica rispetto ad altre etnie asiatiche. L’origine divina della famiglia imperiale è scritta nella nascita mitologica del Giappone stessa, quando Amaterazu ōmikami, la Grande dea del Cielo, donò lo specchio, la collana e la spada, i tre simboli della regalità, al nipote Ninigi-no-mikoto pronto a conquistare l’arcipelago. Ninigi perse l’immortalità sposando una bella principessa da cui ebbe tre figli. Uno di questi divenne il padre di Iwarehiko-no-mikoto riconosciuto poi come primo imperatore (Tennō), con il nome di Jinmu (Guerriero divino). I doni della dea hanno sempre fatto parte del cerimoniale di investitura imperiale. Questo legame, quindi, è inscindibile per il Giappone che si vede come una grande famiglia con a capo l’imperatore, padre-divinità a cui è dovuta assoluta obbedienza. Nella Costituzione del 1889, emendata nel 1947, addirittura il terzo articolo sancisce che “l’Imperatore è di origine divina, sacro e inviolabile”. La pena per chi osava dubitare della veridicità di questa realtà era l’interdizione, se non addirittura la morte. Conosciamo, del resto, l’isolamento di tale figura dal mondo e le sue rigidi leggi di successione che in epoca contemporanea hanno riempito pagine di giornali dediti al gossip. Risalire a queste origini forse aiuta a comprendere il significato di certe azioni così lontane dalla concezione occidentale e quei forti ideali che hanno protetto il Giappone per millenni, nella considerazione di essere una razza unica, forse anche superiore, perché protetta da creature di origine divina, e dall’altro lato coesa di fronte al razzismo occidentale, americano in primis.

“…Una decadente bellezza invade il mondo,
soltanto le ignobili verità sono credute,
cresce delle automobili il numero e l’insulsa velocità frantuma le anime.
Si costruiscono edifici immani, ma crollano le grandi cause,
le finestre sono rischiarate da luci al neon dei desideri insoddisfatti,
un mattino dopo l’altro sorge un sole opaco di smog,
ottusi sono i sentimenti,
smussati gli angoli acuti.
Le anime appassionate e virili.
Abbandonano la terra, torbido sangue ristagna nella pace, secco e inaridito
non zampilla più nella sua purezza.
Chi volava nel cielo ha le ali spezzate,
mentre le termiti dileggiano la gloria immortale.
In simili giorni,  perché mai Sua Maestà  diviene un uomo comune?” (pag. 19)  
 
 Nel breve ed intenso racconto Mishima si sofferma su due episodi emblematici che spezzano il fiato per quanto pathos lascia trasudare dalle sue parole. Da una seduta spiritica a cui partecipa, gli spiriti eroici divinizzati, detti anche Kami, (Ka-sconosciuto, Mi-visibile), secondo la religiosità scintoista, implorano di poter esprimere i loro sentimenti sul tragico destino che li ha travolti, non tanto per la morte ma per il tradimento della loro memoria. Con profondo lirismo viene tratteggiata l’inavvicinabile figura imperiale per la quale uomini hanno dato la loro vita per difenderla dalle pressioni straniere che volevano contenere l’espansionismo giapponese, nonché dalle macchinazioni dei ministri che lo stavano riducendo ad una figura fantoccio, da manipolare facilmente per favorire interessi di industriali senza scrupolo.  Nonostante le intenzioni nazionalistiche (ispirate dai progetti di riforma di Ikki Kita, fucilato nel 1937 con l’accusa di istigazione), vennero traditi da quella stessa figura idolatrata che non comprese fino in fondo il loro obiettivo. L’imperatore, quindi, spinto da zelanti consiglieri, li condannò a morte come ribelli. Non solo, li sottrasse alla tradizione, non ordinando loro il seppuku, che avrebbero affrontato all’istante come estremo atto d’amore e di fedeltà, destinandoli alle fredde ed umilianti pallottole. I loro spiriti inquieti gridano ora per il dolore di avere il nome sepolto nel fango del tradimento che si trasformerà in tragedia con i piloti kamikaze. Quegli stessi uomini che s’immolarono per la difesa della loro patria, per l’unità e la purezza dell’autorità imperiale, con un gesto che non potremmo mai comprendere fino in fondo, furono traditi da un imperatore che annunciò la capitolazione, da un imperatore che negò la sua essenza divina, riconoscendosi, prima volta nella storia giapponese, come uomo mortale. Il 15 agosto 1945, quando tutta la nazione giapponese conobbe dalla voce dell’imperatore la sconfitta, l’ammiraglio Onishi, comandante delle forze aeree della marina, fece seppuku senza chiedere aiuto per la seconda parte del rito che prevedeva la decapitazione. Durante l’agonia chiese perdono alle anime dei kamikaze per l’inutile sacrificio di vite nella convinzione di un Giappone che non si sarebbe mai arreso al nemico, ed esortò i giovani a lottare per la pace con lo stesso spirito degli eroi morti in battaglia.  L’imperatore aveva dato il via alla guerra con un proclama che spettava solo a lui, per origini divine. Con un altro proclama, dopo sei mesi dalla fine della guerra, l’imperatore dichiarava “in realtà sono un essere umano”. Il tradimento dell’imperatore, quindi, era stata la disillusione, la vera sconfitta; non la morte perché ad essa il Giappone è sempre stato preparato per tradizione. È un po’ come sentirsi dire da un genitore “io non sono mai stato tuo padre”. Questi episodi cresceranno come una forma tumorale nella mente di Mishima che regala, attraverso il racconto, pagine di grande valore poetico e storico allo stesso tempo. La sofferenza di quegli spiriti eroici si plasma con la sua divenendo una sola cosa che lo avvicinerà sempre più alla fatidica data del 25 novembre 1970.
 
“…Sia sconfitto il Giappone, si distribuiscano le terre ai contadini,
si attui una riforma socialista:
poiché fu vinto il nostro Paese
gravi sulle sue spalle l’intero onere della sconfitta.
Il nostro popolo resisterà al peso, supererà la prova,
manterrà intatta la sua forza.
Si lecchi ogni sorta di umiliazioni, si accettino con ardimento imposizioni
cui non sia possibile opporsi, tranne una, una sola:
per quante costrizioni, pressioni, minacce di morte possa aver ricevuto,
l’Imperatore mai e poi mai avrebbe dovuto dichiarare di essere un uomo!
Perché mai un Divino Imperatore ha voluto farsi uomo?” (pag. 75 e seg.)
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Yukio Mishima nasce a Tokyo nel 1925. Raggiunge il successo con “Confessioni di una maschera” (1949), per poi scrivere, nell’arco di tempo che va dal 1949 al 1970, una quarantina tra romanzi, opere per il teatro, saggi e racconti. Tra quelli di maggior valore si ricorda la tetralogia de “Il mare della fertilità” (Neve di primavera, Cavalli in fuga, Il Tempio dell’alba, Lo specchio degli inganni 1965-1970), “Sete d’amore” (1950), “L’età verde” (1950), “I colori proibiti” (1951-1952),“Il padiglione d’oro” (1956), “Dopo il banchetto” (1960), “Madame de Sade” (1965), “La voce degli spiriti eroici” (1966), “Lezioni spirituali per giovani samurai” (1968-1970). La prima, in particolare, riflette l’umiliazione del Giappone e la progressiva, ma inesorabile, perdita della sua tradizione (anima). Il rimedio contro questo male che lo avvolgeva lo trova nella via del Bushid?, fondando poi nel 1968, unitamente ad un gruppo di studenti, la società paramilitare chiamata “Società dello scudo” (Tate no kai). Fallisce nel tentativo di scuotere il Quartier generale delle forze giapponesi di autodifesa, esortandoli a dar la vita per l’Imperatore, e, davanti alle telecamere, si dà la morte il 25 novembre 1970 mediante seppuku.  Un “conservatore decadente” lo definì Alberto Moravia, che lo incontrò in un viaggio a Tokyo.

 Yukio Mishima, “La voce degli spiriti eroici”, Milkano, SE, 1998. Traduzione e nota di Lydia Origlia.

Prima edizione: “Eirei no koe”, 1966.

Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che, se nulla cambierà, il Giappone è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo dell’Asia estremo-orientale, un grande Paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile io non intendo parlare”, (Lezioni spirituali per giovani samurai, Yukio Mishima, pag. 117).

 Movida, 6 marzo 2005.

Originariamente apparsa su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788877106575

Commenti

meraviglia!

" Non ho potere divino: la mia lealtà è il mio potere (Bushid?)"

> Altro incipit stupendo.

"Quegli stessi uomini che s?immolarono per la difesa della loro patria, per l?unità e la purezza dell?autorità imperiale, con un gesto che non potremmo mai comprendere fino in fondo, furono traditi da un imperatore che annunciò la capitolazione, da un imperatore che negò la sua essenza divina, riconoscendosi, prima volta nella storia giapponese, come uomo mortale. Il 15 agosto 1945, quando tutta la nazione giapponese conobbe dalla voce dell?imperatore la sconfitta, l?ammiraglio Onishi, comandante delle forze aeree della marina, fece seppuku senza chiedere aiuto per la seconda parte del rito che prevedeva la decapitazione. Durante l?agonia chiese perdono alle anime dei kamikaze per l?inutile sacrificio di vite nella convinzione di un Giappone che non si sarebbe mai arreso al nemico, ed esortò i giovani a lottare per la pace con lo stesso spirito degli eroi morti in battaglia."

> Terribile.

"poiché fu vinto il nostro Paese
gravi sulle sue spalle l?intero onere della sconfitta. "

> Se solo l'Italia fosse assomigliata un po' al Giappone....

movi, è un felice giorno - una felice notte - questa, che hai ricominciato a pubblicare il tuo archivio. Saremo e sarò orgoglioso di passare a salutare e ritrovare e commentare tutti i pezzi.

La tua presenza ci onora come sempre, più ancora di prima.
Grazie.

Movida, davvero un grande pezzo e un inestimabile autore. Grazie per il ritorno :) Adesso me lo rileggo.

Mi sa che per completezza dovrò ripescare il film su Hirohito di Sokurov, per me straordinario. Beh, in secoli passati il nostro Popolo ebbe un moto patriottico verosimilmente vicino al comportamento dei Giapponesi, ma siamo lontani...molto lontani dalla concezione che hanno loro della patria,dell'assoluta abnegazione ad esso, all'ideale di obbedienza collettiva al benessere di tutti nell'Uno. Rovescio della medaglia: è fortissima l'autocensura e le ribellioni silenziose e traumatiche. Alla prossima.

Allora Sokurov sia. E chissà che non scatti la fissa;).
*

(sai che ho un cuginetto traduttore e scout dal giap che sta vivendo e lavorando a Okinawa? Chissà quanto diventereste amici... forse dovrei mettervi in contatto)

Okinawa!!!un sogno...spero decida di restare in Jap per sempre.^_^

(è una possibilità...;) )

per le edizioni Via del Vento...

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