““Stava viaggiando dal passato al futuro, trasportata senza una meta sul tempo infinito del mare.
O non stava forse compiendo un viaggio interminabile dalla terra della costanza a quella dell’impermanenza?” (pag.58)
La festa delle bambole risale al periodo Heian (794-1185) in cui si usava onorare l’arrivo della primavera con bambole di carta gettate in acqua, dopo aver trasferito su di esse, con suggestivi rituali, le energie negative delle persone.
Con il trascorrere del tempo le bambole dalle fattezze sempre più ricercate assunsero la funzione contraria di propiziarsi il benessere. La serie completa, da esporre durante il periodo della festa, comprendeva quindici pezzi disposti su di un altare in cui venivano collocate le bambole più grandi che rappresentavano la coppia imperiale e, di seguito, la corte.
Mishima prese spunto da questa festa tradizionale per sviluppare il terzo racconto che dà il titolo all’omonima raccolta “La dimora delle bambole”.
Il vero nome dello scrittore era Hiraoka Kimitake che cambiò per nascondere al padre la sua professione di scrittore.
Il bambino Mishima, infatti, era soffocato da una famiglia onnipresente, su cui dominava la figura della nonna che, lungi dall’aver quell’aspetto rassicurante tipico delle persone anziane nei rapporti con l’infanzia, lo dominava con un’eccessiva protezione. Nella sua infanzia, anche a causa dei lunghi periodi di malattia, preferiva rifugiarsi nella lettura di generi in cui poteva immaginare di vivere esperienze fantastiche con il supporto di una fervida fantasia. Ecco che quando la famiglia lo privò di racconti come “Le mille e una notte”, ritenendoli indecenti, la disperazione data dalla solitudine gli fece compiere l’evoluzione che lo avrebbe trasformato in Mishima prolifico scrittore, con la convinzione che, se non gli era concesso lo svago delle letture preferite, poteva scrivere lui stesso ciò che poteva scaturire dalla sua mente.
Ecco ciò che racconta, scrivendo nell’agosto del 1945, nell’introduzione a “Storia di un promontorio” che, come gli altri della raccolta, parte da un’esperienza personale, come quella sopra descritta, per avventurarsi in un mondo in cui è difficile distinguere i confini che separano la realtà dal sogno.
L’input è, quindi, un momento di vita vissuta impressa sulla carta, tipica dei racconti giovanili, che sa evolversi toccando strade inesplorate, tra tendenze esistenzialistiche e fantasia che non conosce confini.
L’amore e la morte, gli opposti di una narrazione che conduce alla veemente espressività della vita, il dolore del distacco, della perdita, della caducità delle cose, legano il primo racconto al secondo, “Il principe Karu e la principessa Sotori”, in cui prevale il vortice estatico della passione amorosa.
La struttura di una fiaba dolorosa fa emergere il palpitare di cuori rapiti dalla bellezza della donna che saluta con nostalgia l’amore dell’imperatore defunto per esser travolta dal febbricitante ardore del principe ereditario Karu. Ed è per vivere la loro folle storia d’amore che i due sono costretti ad abbandonare la corte imperiale, facendo così posto all’impetuoso fratello minore che aspira al trono. Nell’attesa di un rapido ritorno, la fiamma si erge isolando i loro cuori e portandoli alla morte, nella consapevolezza che tutto debba avere una fine, che tutto può compiersi e perdersi allo stesso tempo.
Il tema della follia s’intreccia a quello della favola ne “La dimora delle bambole” in cui la festa tradizionale è l’occasione per incrociare due figure femminili, madre e figlia, che paiono essere sfuggite da uno di quegli altari che abbelliscono le vetrine dei negozi nel quartiere di Ginza, a Tokyo.
Le due donne vivono fuori dal mondo, in una casa circondata dal verde della natura, in cui l’atmosfera del gioco si riverbera all’interno delle mura domestiche. Il ragazzo è impressionato, stupito, divertito e, allo stesso tempo, angosciato dalle strane abitudine di quelle donne sole e così gentili. Il vassoio su cui gli servono minuscole tazze di saké è più simile ad un piattino per bambole che agli utensili generalmente utilizzati dagli adulti che ricevono ospiti. Lui, seppur non ravvisa in queste abitudini atteggiamenti ironici nei suoi confronti, riflette sugli avvenimenti finendo per trascorrere una notte che non dimenticherà mai. Con la voglia di rivedere quelle strane donne, qualche tempo dopo, in autunno, faticando a ritrovare la strada, torna alla loro casa, che lui chiama “la dimora delle bambole”, e le scorge, attraverso una vetrata, immobili sotto l’altare, con lo stesso abbigliamento che avevano quel giorno: “era possibile che madre e figlia attendessero ogni notte il mio ritorno? Che l’imperatrice fosse costretta a prolungare la festa fino all’autunno, in attesa del ritorno dell’imperatore?” (pag.103).
Gli opposti dell’infanzia e della vecchiaia s’incrociano, invece, nel racconto “Il mare e il tramonto”, in cui leggende si confondono con episodi della storia occidentale. Sono espedienti di cui Mishima si serve per svelare le disillusioni di un’infanzia che perde la fede nel mondo, sentendosi intrappolata così come quella sua ansia di vivere grandi cose a cui il veto familiare ha posto dei limiti. È da una mente libera che nasce il potere di dominare gli eventi del destino, ma la vita, con le sue restrizioni, sa come arrestarne il libero fluire.
Il mistero e le tenebre, sfumate nel penultimo racconto, assumono connotazioni molto forti in “Biglietti”, ultimo e straordinario racconto che narra di amori e gelosie, di ebbrezza e follia, di tormenti e paure svelate. Il più lineare nella struttura è però il racconto che riesce a provocare il brivido dell’incertezza nella lettura, per quell’inversione tra lucidità e sogno svelato solo nel finale della storia.
Nello struttura della raccolta si nota l’evoluzione narrativa dello scrittore che sta attraversando sensazioni ancora da portare a maturazione. L’esercizio di stile oscura la sacralità delle tematiche dei primi due racconti, mentre negli ultimi tre lo scrittore rivela capacità profonde nella scrittura lineare, toccando il tema della follia umana o dell’infanzia disillusa con estrema delicatezza e rivestendo con un’abbondante dose di suspence una storia di fantasmi.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Yukio Mishima nasce a Tokyo nel 1925. Raggiunge il successo con “Confessioni di una maschera” (1949), per poi scrivere, nell’arco di tempo che va dal 1949 al 1970, una quarantina tra romanzi, opere per il teatro, saggi e racconti.
Tra quelli di maggior valore si ricorda la tetralogia de “Il mare della fertilità” (Neve di primavera, Cavalli in fuga, Il Tempio dell’alba, Lo specchio degli inganni 1965-1970), “Sete d’amore” (1950), “L’età verde” (1950), “I colori proibiti” (1951-1952),“Il padiglione d’oro” (1956), “Dopo il banchetto” (1960), “Madame de Sade” (1965), “La voce degli spiriti eroici” (1966), “Lezioni spirituali per giovani samurai” (1968-1970). La prima, in particolare, riflette l’umiliazione del Giappone e la progressiva, ma inesorabile, perdita della sua tradizione (anima). Il rimedio contro questo male che lo avvolgeva lo trova nella via del Bushid?, fondando poi nel 1968, unitamente ad un gruppo di studenti, la società paramilitare chiamata “Società dello scudo” (Tate no kai). Fallisce nel tentativo di scuotere il Quartier generale delle forze giapponesi di autodifesa, esortandoli a dar la vita per l’Imperatore, e, davanti alle telecamere, si dà la morte il 25 novembre 1970 mediante seppuku. , fondando poi nel 1968, unitamente ad un gruppo di studenti, la società paramilitare chiamata “Società dello scudo”. Fallisce nel tentativo di scuotere il Quartier generale delle forze giapponesi di autodifesa, esortandoli a dar la vita per l’Imperatore, e, davanti alle telecamere, si dà la morte il 25 novembre 1970 mediante .
Un “conservatore decadente” lo definì Alberto Moravia, che lo incontrò in un viaggio a Tokyo.
Traduzione a cura di Lydia Origlia.
Prima edizione: “Misaki nite no monogatari” (Storia di un promontorio), 1946; “Karu no miko to Sotorihime” (Il principe Karu e la principessa Sotori), 1947; “Hina no yado” (La dimora delle bambole), 1953; “Umi to yuyake” (Il mare e il tramonto), 1955, “Kippu”, (Biglietti), 1963.
“Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che, se nulla cambierà, il Giappone è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo dell’Asia estremo-orientale, un grande Paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile io non intendo parlare”, (Lezioni spirituali per giovani samurai, Yukio Mishima, pag. 117).
Originariamente apparsa su Lankelot.com
Mishima in Lankelot:
Commenti
Stesso discorso anche qui. Carattere, titolo, tags e codice Ean.
Intanto l'archivio Mishima torna al vecchio splendore del punto com!! :)
"Ecco che quando la famiglia lo privò di racconti come ?Le mille e una notte?, ritenendoli indecenti, la disperazione data dalla solitudine gli fece compiere l?evoluzione che lo avrebbe trasformato in Mishima prolifico scrittore, con la convinzione che, se non gli era concesso lo svago delle letture preferite, poteva scrivere lui stesso ciò che poteva scaturire dalla sua mente."
> Triste e bellissimo, questo aneddoto.
"Gli opposti dell?infanzia e della vecchiaia s?incrociano, invece, nel racconto ?Il mare e il tramonto?, in cui leggende si confondono con episodi della storia occidentale. Sono espedienti di cui Mishima si serve per svelare le disillusioni di un?infanzia che perde la fede nel mondo, sentendosi intrappolata così come quella sua ansia di vivere grandi cose a cui il veto familiare ha posto dei limiti. È da una mente libera che nasce il potere di dominare gli eventi del destino, ma la vita, con le sue restrizioni, sa come arrestarne il libero fluire. "
> Questa è una delle ragioni per cui, quando finalmente incontrerò tutta la narrativa di Mishima, so già che ne rimarrò mortalmente sedotto.
Gianfrà Mishima è il Tuo autore, un po' come può esserlo stato Borges, per motivi diversi.
Bene. E' quel che avevo bisogno di sentirmi dire:).