Non ho genitori:
cielo e terra sono i miei genitori (Bushido)
“Sentivo l’urgenza di cominciare a vivere. Cominciare a vivere la mia vera vita? Quand’anche dovesse essere una mascherata pura e semplice e niente affatto la mia vita, era venuto ugualmente il momento in cui bisognava ch’io mi mettessi in cammino, che trascinassi i miei torbidi piedi” (pag. 91).
Il 25 novembre 1970 Yukio Mishima pone fine alla sua vita con un tragico e plateale seppuku.
Un suicida, secondo classici schemi, lascia una traccia con la spiegazione del suo gesto. Il motivo non fu mai dichiarato apertamente, mentre fiumi d’inchiostro furono versati per tentare di comprendere l’inspiegabile. Di Mishima furono trovate solo queste parole: “la vita umana è breve, ma io vorrei viverla sempre”. Tutto il resto è nelle sue opere.
Yukio Mishima non riuscì a sopportare l’umiliazione per l’assegnazione del Premio Nobel all’amico
Yasunari Kawabata, l’anno precedente? Mishima scriveva modificando spesso il suo stile per meglio adattarlo alle traduzioni occidentali. La sua fame di popolarità era enorme, ingestibile, come se volesse sopperire così a vuoti che lo attanagliavano senza alcun motivo apparente. Lo stesso Kawabata, alla cerimonia del
Nobel, divise idealmente il Premio con tutta la letteratura giapponese, di cui un illustre rappresentante era Yukio Mishima. Per il suo primo libro scrisse la prefazione e, dopo la sua morte, una pagina intensa e commossa in sua memoria. Kawabata si suicidò poco più di due anni dopo, seguendo forse l’esempio dell’amico e “maestro più giovane” come lo definì. Il Nobel non era stato sufficiente, forse, per legarlo indissolubilmente alla vita.
Era l’umiliazione per il degradante stato del Giappone dopo la guerra che aveva spinto Mishima al suicidio? La tecnica utilizzata era quella della tradizioni, come forte simbolo restauratore dell’onore perduto. È vero che il Giappone si era inginocchiato all’Occidente a cui Mishima era legato da sentimenti contrastanti di amore e odio, ma non è da escludere che avesse voluto con quel gesto dare un colpo decisivo al cuore di generazioni di connazionali che stavano soccombendo e, allo stesso tempo, conquistare eterna fama. Non esiste l’umiliazione individuale per il giapponese ancorato alle tradizioni; esiste qualcosa di più grande che è la perdita dell’onore del suo gruppo e, quindi, della Nazione intera. Il Giappone che Mishima amava, il Giappone che seguiva incessantemente la Via del Samurai non era morto. Si era solo trasformato. Non era vero forse che i giapponesi, sebbene occidentalizzati, vivevano (e vivono ancora, lo noti in tutti i loro gesti quotidiani) in funzione del loro Paese, molto più che qualsiasi altro popolo esistente al mondo, studiando, lavorando, producendo, forse come automi, avendo presente sopra ogni cosa il bene della collettività? Il Daimyo, il Signore, si identificava nello Stato stesso. E che lo spirito “Samurai” sopravviveva ancora ce lo mostrò Mishima, con il suo gesto.
Il senso della morte, d’altro canto, lo aveva nel sangue, fin dalla nascita, connaturato alla sua essenza, come un vero Bushi d’altri tempi. Da questo alla sua opera immensa il passo è breve.
Mishima voleva vivere da divo e morire nello stesso modo. Esibizionista tanto da poter plasmare il suo corpo come un atleta, o da partecipare a film di dubbio livello, si rivela essere un personaggio complesso e, per certi versi, inquietante.
In quella frase estrapolata dal libro “Confessioni di una maschera” si legge la forza interiore nell’affrontare la vita, l’amore per essa tanto da doverla lasciare nel momento in cui lo avesse deciso, prima che gli potesse sfuggire di mano, prima che gli eventi o una malattia lo travolgesse.
“Confessioni di una maschera” è il primo libro di successo di Mishima, scritto all’età di 23 anni con un coraggio spiazzante. Di carattere autobiografico, catapulta il lettore in un mondo ambiguo e, allo stesso tempo, estremamente reale. Un distillato di angoscia e di crudezza con ben pochi paragoni che schizza, sin dalle prime righe, in faccia come un secchio di acqua gelata, facendoci partecipi di letteratura ad altissimi livelli.
La coscienza di una maschera si svela lungo quelle fitte ed eleganti pagine, fino a quasi soffocarci con note di malinconica desolazione interiore.
La maschera nasce in una famiglia ovattata, con una protezione eccessiva verso un piccolo essere devastato da una malattia che lo tradirà nei momenti supremi della sua vita, primo tra tutti la guerra stessa. L’isolamento dalla difesa della patria sarà un evento che su Mishima peserà come una condanna. Ecco che quel piccolo germoglio di vita inizia a sfogliare libri di eroi, di atleti invincibili, di eroine forgiate in virili armature. I suoi sogni si fermano là, alimentati da un’anima che si svela lentamente senza che lui possa rendersi conto della diversità rispetto a quella dei suoi coetanei. Ed è su Omi, uno di loro che appunta il suo sguardo timoroso e adulatore, idealizzando l’inimmaginabile fin quando comprende, giorno dopo giorno, anno dopo anno, la realtà della sua natura. Indossa così, con estrema impassibilità, quella maschera incollata sul suo viso come una seconda pelle. Una maschera che lo rende “normale” agli occhi degli convincendosi, come in una sorta di autoipnosi perpetua, di essere come tutti gli altri.
“Tutti sono uguali a me” (pag. 96), ripete a se stesso continuamente, mentre in silenzio, al buio, di notte, lascia libero il suo vero volto, il suo vero Io, con sogni intrisi di dolcezza e allo stesso tempo di estrema crudeltà.
È il sangue altrui che gli fa ribollire il suo; è il dolore che fa vibrare tutto la sua intima essenza; è il martirio che lo innalza, nell’estati totale. Ed è la figura di “San Sebastiano Martire” di Guido Reni che gli provoca la prima eiaculazione, liberandolo dalle inibizioni, dai legacci dolorosi di quella maschera che indossa: “nell’attimo in cui scorsi il dipinto, tutto il mio essere fremette d’una gioia pagana. Il sangue mi tumultuò nelle vene, i lombi si gonfiarono quasi in un empito di rabbia. La parte mostruosa di me ch’era prossima a esplodere attendeva ch’io ne usassi con un ardore senza precedenti, rinfacciandomi la mia ignoranza, ansimando per lo sdegno. Le mani, affatto inconsciamente, cominciarono un movimento che non avevano imparato mai. Sentii un che di segreto, un che di radioso, lanciarsi ratto all’assalto dal didentro. Eruppe all’improvviso, portando con sé un’ebbrezza accecante…” (pp. 40-41).
Le tenebre che giacciono nel suo cuore lo portano ad istinti sadomasochisti. La bellezza è la violenza. La maschera è essenziale ora: la metafora del disagio interiore e della solitudine in un mondo che si scopre diverso. Si comprende l’attenzione di Alberto Moravia de “Il conformista”, verso Mishima uomo e Mishima letterato, perché quello che si delinea nelle sue pagine ha una portata molto più vasta dell’isolamento interiore.
“E alla fine una cosa gracile ma reale viene rinchiusa in una macchina potente di falsità. La macchina prende a funzionare a tutta forza. E il prossimo non si accorge neppure che è un ammasso di autoimpostura. La macchina prende a funzionare a tutta forza…non stava forse funzionando proprio così nel caso mio? È un difetto frequente della fanciullezza credere che, se si trasforma un demone in eroe, il demone sarà soddisfatto” (pag. 97).
Il senso è questo. L’autoconvinzione di dover essere a tutti i costi “uguale agli altri” snatura l’identità nascosta del demone che egli sente battere in petto. La prova decisiva, concreta, deve essere una donna. Dopo vari tentativi fallimentari, è Sonoko, pura, timida ed innocente l’oggetto della sua tentazione, quello su cui deve tentare il confronto della sua sessualità.
Ammaliante come può esserlo chi non ama davvero, perché non ha nulla da perdere, conquista le sue attenzioni e la invidia anche per ciò che ella riesce a provare. La bacia, l’accarezza, la corrompe e poi la lascia con una scusa dietro l’altra, la guerra, la giovinezza, gli studi. Sono solo menzogne per nascondere a se stesso che la prova è fallita. La maschera è ancora là sul volto, feroce e combattiva, più viva che mai. Il nulla, il vuoto dentro se stesso.
“A questa vista, e soprattutto alla vista della peonia tagliata sul duro torace del giovane, mi sentii attanagliare dal desiderio. Il mio fervido sguardo si fissò sopra quel corpo rude e selvaggio, ma di bellezza incomparabile. E il suo possessore rideva laggiù, sotto il sole. Quando gettò indietro la testa, potei contemplare il collo grosso, forzuto. Uno strano brivido mi saettò in fondo al cuore. Fui incapace di distogliere gli occhi da lui…” (pag. 217).
Ecco su cosa si sofferma l’occhio attento dell’uomo con la maschera quando rivede Sonoko dopo qualche anno. Dimentica la sua esistenza, distratto da quella che è la sua vera natura. Riesce ad avere in mente solo l’immagine di violenza e di sangue che avrebbe voluto scorgere sul torace del ragazzo.
L’essere riportato alla realtà delle cose lo colpisce come un fulmine spacca in due un albero. L’edificio che aveva costruito fino ad allora, quell’artificio che era la sua maschera, sul palcoscenico della vita, lo sente ora crollare al suolo, pezzo per pezzo. In quel momento capisce che non potrà resistere oltre, che non potrà sforzarsi di esser diverso, che non ha superato la prova finale, ma chiude gli occhi e recupera in un attimo il suo gelido senso del dovere.
L’umiliazione e la vergogna come risultato di una battaglia persa contro la sua natura si riverbera in una concezione di impotenza molto più estesa per la sua vita e la sua patria. Siamo nell’immediato dopoguerra, Mishima rinuncia alla ricercatezza dello stile ad ogni costo, per regalare pagine di intensa analisi di se stesso, della sua individualità compressa dall’iperprotettività della sua famiglia, in particolare della nonna, e di una società che lo rifiuta, pur mantenendo l’eleganza e la raffinatezza della sua scrittura.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Yukio Mishima nasce a Tokio nel 1925. Raggiunge il successo con “Confessioni di una maschera” (1949), per poi scrivere, nell’arco di tempo che va dal 1949 al 1970, una quarantina tra romanzi, opere per il teatro, saggi e racconti.
Tra quelli di maggior valore si ricorda la tetralogia de “Il mare della fertilità” (Neve di primavera, Cavalli in fuga, Il Tempio dell’alba, Lo specchio degli inganni 1965-1970), “Sete d’amore” (1950), “L’età verde” (1950), “I colori proibiti” (1951-1952),“Il padiglione d’oro” (1956), “Dopo il banchetto” (1960), “Madame de Sade” (1965), “La voce degli spiriti eroici” (1966), “Lezioni spirituali per giovani samurai” (1968-1970). La prima, in particolare, riflette l’umiliazione del Giappone e la progressiva, ma inesorabile, perdita della sua tradizione (anima). Il rimedio contro questo male che lo avvolgeva lo trova nella via del Bushido, fondando poi nel 1968, unitamente ad un gruppo di studenti, la società paramilitare chiamata “Società dello scudo” (Tate no kai). Fallisce nel tentativo di scuotere il Quartier generale delle forze giapponesi di autodifesa, esortandoli a dar la vita per l’Imperatore, e, davanti alle telecamere, si dà la morte il 25 novembre 1970 mediante seppuku.
Un “conservatore decadente” lo definì Alberto Moravia, che lo incontrò in un viaggio a Tokyo.
Yukio Mishima, “Confessioni di una maschera”, Milano, Feltrinelli, 2004. Traduzione di Marcella Bonsanti.
Prima edizione: 1949, “Kamen no koruhaku”.
“Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che, se nulla cambierà, il Giappone è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo dell’Asia estremo-orientale, un grande Paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile io non intendo parlare”, (Lezioni spirituali per giovani samurai, Yukio Mishima, pag. 117).
Mishima in Lankelot:
Commenti
?Confessioni di una maschera? è il primo libro di successo di Mishima, scritto all?età di 23 anni con un coraggio spiazzante. Di carattere autobiografico, catapulta il lettore in un mondo ambiguo e, allo stesso tempo, estremamente reale. Un distillato di angoscia e di crudezza con ben pochi paragoni che schizza, sin dalle prime righe, in faccia come un secchio di acqua gelata, facendoci partecipi di letteratura ad altissimi livelli".
Se non ricordo male è un libro che ho letto 3 volte. Meraviglioso, spiazzante. Ancora sono colpito dalla descrizione del Martirio di San Sebastiano, ogni volta che rileggo quelle pagine. Bentornata Movida! Finalmente ritrovo gran parte dell'archivio Mishima, alcune tra le tue pagine più ispirate.
e pensa quando tornano anche quelle su Kawabata & C.
E tutte quelle recensioni di film tuttora introvabili!
"Non ho genitori:cielo e terra sono i miei genitori(Bushido)
"Son figlio della terra e del cielo stellato: ma datemi da bere dalla fonte" (Lamine d'oro orfiche)
Che meraviglia, l'archivio Mishima è tornato impressionante:).
Lo ricordo bene, questo è stato il primo dei Mishima che ho letto e di cui non ho saputo scrivere. Sarà così anche con "Una stanza chiusa a chiave", anni dopo. Magari rimedierai tu, data la profonda conoscenza della bibliografia del giapponese... Sono contenta di ritrovare le tue pagine, Movi. Mancavi!!
http://www.youtube.com/watch?v=VBnkJQWe0JQ
mishima grandissimo!!!!!!!!!!!
lo sto leggendo proprio in questi mesi, dico mesi perchè richiede molta attenzione e procura almeno a me, molto dolore.
Ho letto " il padiglione d'oro" che consiglio come primo approccio, in cui narra la sua giovinezza e le sue prime e grosse difficoltà di vivere con un mondo che non capiva e che non lo capiva, il suo sentirsi diverso è espresso con la grossa e dolorosa presa di coscienza del " diverso". Alla sua decisione di suicidio volle a fianco un amico che gli recidesse ila testa affinchè non si stampassero sul volto le smorfie del dolore.Tutto può morire non il culto della bellezza e dell'estetica in senso più ampio.
(confessioni di una
(confessioni di una maschera). Mi verrebbe voglia di rileggerlo.
[mishima, movida,
[mishima, movida, confessioni] che altro stai leggendo, in questo periodo?