Minozzi Saverio

Vino e donne dal 1913. Piccola storia di una città industriale e della sua ultima osteria

Autore: 
Minozzi Saverio
 
 
Girare l’ultima pagina, esaminare più attentamente la copertina, riandare a guardare prefazione e postfazione per verificare se si è colto ogni messaggio fino in fondo, sfogliarlo rapidamente un’ultima volta, soppesare il volume e poi riporlo nella propria biblioteca con la profonda soddisfazione e orgogliosa consapevolezza di aver letto un bel libro davvero.
Queste le mosse e – molto probabilmente – le impressioni di chi, come chi scrive, arriva alla fine della lettura di Vino e donne dal 1913. Piccola storia di una città industriale e della sua ultima osteria.
Ottimamente organizzato sul piano dell’intreccio, fluido nella prosa, ricco di riflessioni attente e digressioni storiche sapientemente alternate a momenti più leggeri e divertenti, il romanzo non solo convince, ma stupisce piacevolmente, trattandosi di esordio letterario: quello del venticinquenne romano Saverio Minozzi.
 
Come annuncia il sottotitolo, quella narrata è la “piccola storia di una città industriale e della sua ultima osteria”. Una storia che però non viene raccontata cronologicamente dall’inizio alla fine, vale a dire dall’inaugurazione alla chiusura definitiva della bettola in questione, ma facendo precedere al tutto il momento più triste: l’ultimo giorno di apertura de “L’osteria del baro”. È Minozzi stesso, infatti, che nel prologo avverte i lettori che lì non troveranno una vicenda lineare, ma piuttosto un susseguirsi frammentario di fatti che solo alla fine, disposti nel giusto ordine, daranno un quadro preciso dell’intera questione.
A me piacciono i film che ti dicono da subito come andrà a finire, di quelli che montano la scena di chiusura proprio all’inizio, ancora prima dei titoli di testa, con la colonna sonora e tutto, tanto per chiarirti le idee che non conta il come andrà a finire, quanto il perché andrà a finire così […]. Niente finale a sorpresa in quei casi, solo un inesorabile scivolare verso un qualcosa di già scritto. C’è come un alone di destino in questo modo. Alcune storie puoi raccontarle solo così”, p. 9.
Ed è proprio vero. Come raccontare dei frequentatori di un’osteria se non seguendo lo stesso ritmo (regolare o saltuario) con cui si presentano davanti al bancone dell’oste?
Di qui il modus operandi di Minozzi che, di volta in volta, di capitolo in capitolo, si concentra sulle caratteristiche e sulle vicissitudini di un singolo personaggio, avventore assetato di vino rosso e/o donne (per lo meno fino alla promulgazione della Legge Merlin) e abitante di quella città operaia, mai indicata con un nome preciso e che pure somiglia tanto a Terni: la “Manchester italiana”.
Minozzi non narra in prima persona, ma si finge silenzioso cliente dell’osteria per avere dei personaggi una visione distaccata quanto basta.
 
Il libro si apre, dunque, con la descrizione del momento in cui “L’osteria del baro” chiude i battenti, agli inizi degli anni Ottanta, anni di voglia di nuovo (e possibilmente americaneggiante) che segnano la fine dell’epoca delle bettole, di lì a poco soppiantate da tipologie di locali pubblici carichi di luci e bevande, ma poveri di tradizioni e veracità.
[…] Se ne vedono poche in giro ormai, tanto vale farvene un quadro veloce, altrimenti c’è il rischio che qualcuno si immagini una specie di vineria, e allora non ci siamo proprio. La bettola era prima di tutto il suo puzzo: quel misto di rancido e piscio che si accoglieva già dalla strada, quel tanfo di vino versato e mai pulito, di fumo e carne secca appesa al soffitto, era tabacco, mosche, aria viziata e sputi. […] Lì trovavi un unico articolo: vino rosso. Prendersi una ciucca con quel vino lì era un’esperienza mistica, sembrava fatto col legno. Lo chiamavano genuino, da quelle parti”, p. 24.
Sedendo, dunque, a un angolo dell’osteria, la voce narrante si vede passare davanti gran parte della fauna della città. Non solo di quella che è, ma anche di quella che è stata, dato che gli antichi frequentatori abituali, quelli che la bazzicavano quando Fortunato, l’oste, era ancora un ragazzo, sono ormai entrati nell’immaginario collettivo e vengono costantemente nominati.
 
Come nei Bar Sport che da lei discendono, anche la bettola ha dunque i suoi personaggi caratteristici: c’è “il professore” (“professore di cosa non s’era mai capito bene”, p. 70), che solo quando la ragazza del bordello soprastante la bettola prende la licenza elementare si capisce per quali motivi ha frequentato quel posto con tanta assiduità; Sante “il muto”, che non parla non per una qualche disfunzione, ma semplicemente per evitare incomprensioni; “il figlio del marchese”, che, disonorando il proprio casato, preferisce “bere vino da quattro soldi, ascoltare canzonacce sgangherate, pisciare negli angoli” (p. 53) perché vuole capire la strada e la vita vera. Anche se poi, all’alba, se ne torna nella sua tenuta.
C’è poi “l’ingegnere”, che arrivato in città per lavoro ha finito per trovarci moglie e stabilircisi; l’immancabile “scemo del villaggio”, Sticchio, che “era stato mille cose diverse nella sua vita: cartomante, trattore, geografo, scienziato, ballerino, treno, sasso (questa gli riusciva benissimo), aveva anche fatto il cavedano per un po’, poi si era stufato di stare zitto e quindi era diventato un’ambulanza”, p. 93.
Ma il personaggio senza dubbio più importante non è fatto di carne e sangue: è la fabbrica, una presenza onnipresente e ingombrante, che tocca, anche se in alcuni casi non direttamente, la vita di tutti e che, madre a matrigna, prima illude e vizia coi i suoi successi e la sua potenza, e poi delude e allontana a suon di cessioni e licenziamenti.
Un immenso mostro che sembrava coprire tutto l’orizzonte a disposizione, coi capannoni a perdita d’occhio, maestosa e imponente e lucida sotto i riflettori, con la gigantesca torre di laminazione che splendeva nel vapore, la nebbia che copriva i capannoni più lontani, e poi il fumo. Quel fumo grigio, innaturale, che era quasi una nebbia fatta di una sottilissima grana di ferro, che circondava ogni cosa nella notte: la fabbrica”, p. 59.
 
Leggendo, in quarta di copertina, della permanenza a Terni nel ’99 da parte dell’autore, non è difficile, per chi conosce la seconda provincia dell’Umbria, ritrovare nel libro dei richiami alla sua storia, alla sua conformazione urbana, ai suoi miti. Ecco allora che, chiamando “Terni” quello sfondo senza nome, “la fabbrica” diventa l’Acciaieria, un tempo sinonimo della stessa città e oggi smembrata e messa in forse da nuovi padroni venuti da fuori; “il grigiore” succitato diventa quello dei palazzi costruiti intorno all’industria siderurgica negli anni ’30 per ospitare le famiglie degli operai; “lo stecco”, “Il Bronx” e “la zona Simmenthal, per via di tutta quella carne che ci stava stipata” (p. 104), diventano delle ben precise e riconoscibili periferie costruite negli anni Settanta; e, infine, in quel figlio di Fortunato, tanto attratto dai motori e che “dopo l’incidente per molti anni rimase sulla parete di fondo dell’osteria” (p. 25), non si può non riconoscere il campione del mondo di motociclismo Libero Liberati (Terni 1926-1962), morto alle porte della sua città durante un allenamento.
Ma, Terni a parte, come ha brillantemente sottolineato Marco Venanzi nella postfazione, Vino e donne dal 1913 è il racconto del prototipo della “città industriale in epoca di deindustrializzazione, con la sua working class senza più lavoro, coi suoi brandelli di quella che un tempo era identità, memoria, coscienza del proprio ruolo […]. È la parabola che porta dalla Coketown di Dickens alla Youngstown di Bruce Springsteen”, p. 127. È la rappresentazione, dunque, del momento in cui un mondo entra in crisi. Ma un mondo i cui protagonisti trovano il coraggio “con un ultimo scatto di dignità di chiudere la partita quando ormai è stata fatta l’ultima mano. Di riscattarsi per mezzo di atti che sono frutto della consapevolezza della fine di un’epoca. La dignità della scelta coraggiosa di pronunciare la parola fine”, p. 128.
 
EDIZIONE ESAMINATA
Saverio Minozzi, Vino e donne dal 1913. Piccola storia di una città industriale e della sua ultima osteria, Thyrus Edizioni, Arrone (Terni) 2005.
Prefazione di Mino Lorusso. Postfazione di Marco Venanzi.
 
BIOGRAFIA AUTORE
Saverio Minozzi è nato a Roma nel 1980. Nel ’99 ha abitato a Terni, dove è nata l’idea di Vino e donne dal 1913. Iscritto alla facoltà di ingegneria, attualmente si sta dedicando quasi esclusivamente alla gestione di struttura ricettiva in Umbria. Da alcuni anni collabora, sia come scrittore che come redattore, con alcuni mensili; ha studiato produzione cinematografica e ha partecipato come assistente di produzione alla realizzazione di un lungometraggio.
Vino e donne dal 1913 è il suo primo romanzo.
 
Paola Biribanti
Luglio 2007
 
Già apparso su Lankelot.com
ISBN/EAN: 
000

Commenti

Un libro bello davvero. A due anni di distanza torno a confermarlo.

(ave ottima! Ho inserito subito l'archivio-Minozzi in Lankelot. Grazie ancora per la splendida segnalazione).

"soppesare il volume e poi riporlo nella propria biblioteca con la profonda soddisfazione e orgogliosa consapevolezza di aver letto un bel libro davvero.
Queste le mosse e ? molto probabilmente ? le impressioni di chi, come chi scrive, arriva alla fine della lettura di Vino e donne dal 1913. Piccola storia di una città industriale e della sua ultima osteria."

> così è. E mi mangio le mani pensando che me ne avevi parlato due anni fa. Purtroppo era il periodo dei 700 arretrati, della casa editrice che andava a un passo dalla chiusura, del lavoro notturno in agenzia di stampa.
Pochi giorni fa, che gli arretrati sono poco più di 360, la casa editrice non c'è più e i lavori cambiano, ho potuto rimediare.
E' la seconda dritta mostruosa che mi passi, dopo Bianciardi. Onore al merito e al tuo gusto.

"Terni: la ?Manchester italiana?."

> in questi ter(mi)ni non ci avevo mai pensato.
Sai bene cosa significa la città che nomini per quelli come me. Significa Tony Wilson, Factory, Ian Curtis. Hai appena nominato qualcosa di sacro:). Quanto vorrei che anche Terni fosse in grado di esprimere qualcosa di simile...

E? la seconda dritta mostruosa che mi passi, dopo Bianciardi.

Ho altri colpi in canna. Sparo?

Spara, spara.
Non vedo l'ora:)

Eccone uno:

Amanda Lear, La mia vita con Dalì
Costlan Editori, Milano 2005; br., pp. 226, ill.
(I turbamenti dell'arte).

Il reperimento non è facilissimo, ma il libro merita. Fa capire molte cose dell'uno (Dalì) e dell'altra (Amanda Lear).

Perché non ce lo presenti tu? E dai, e dai.

Allora vediamo se sono più convincente con questo:

Jonathan Carroll, Il paese delle pazze risate, Strade blu Mondadori, gennaio 2004, pp.263.

Bello.

Solo un nome, senza dettagli... no no, sono viziato, voglio tutto: trama, analisi, comparazione, contestualizzazione...
articolo o saggetto!