SENTO DUNQUE SONO
“Se un pazzo che scrive ancora romanzi vuole salvarli, deve scriverli in modo che non si possano adattare, in altre parole, in modo che non si possano raccontare” e Kundera, mantenendo uno spirito perfettamente coerente alla succitata teoria, esposta in prima persona all’amico Avenarius, in qualità di io-narrante, dà vita ad un libro, “L’immortalità”, che è impossibile inquadrare in un genere ben preciso. Un romanzo che si fonde con il saggio, un’opera ostica da trasmettere e capace, al tempo stesso, di imbrigliarci, attraverso le sue pagine magistralmente scandite, in una ricca e finissima tessitura di temi e caratteri, sviluppati mediante quella “combinazione inimitabile di ironia e amarezza, di malinconia e leggerezza” che caratterizza lo stile raffinato e visionario dell’autore boemo, in grado, come pochi altri, di toccare l’animo del lettore e stupirlo ad ogni invenzione, ad ogni immagine che fuoriesce, fluida, dalla sua penna ispirata, per incidersi negli occhi avidi di chi vive nutrendosi del suo inchiostro. Del resto, se l’arte del romanzo ha oggi ancora una voce, è sicuramente quella che ci parla e ci trascina dietro di sé in questo libro, all’interno del quale, partendo dal semplice gesto di un braccio sollevato elegantemente verso l’alto in segno di saluto, Kundera riesce a fissare, catturandola, tutta la potenza, la profondità e l’immortalità di quell’istante magico non sottoposto a regole di tempo e di spazio, dando, quindi, vita al personaggio di Agnes, capace di introdurci ed accompagnarci per mano, nell’arco dell’intera narrazione divisa, come sempre, nelle classiche sette parti sulle quali si fonda l’ossatura caratteristica dei lavori dello scrittore di Brno.
Ogni costruzione, ogni intreccio, ogni singolo concetto del suo “Nesmrtelnost”, pertanto, evidenziano il sublime dono dell’autore di raggiungere l’intimo dei suoi lettori, di sussurrarci con tono limpido e fascinoso, le verità più difficili da ammettere a noi stessi, insinuando, di volta in volta, sottili inviti alla riflessione e arricchendoci sempre di nuovi punti di vista, rendendoci, dunque, più acuti e più sensibili pagina dopo pagina, secondo la struttura atipica di un romanzo non troppo obbediente alle regole dell’unità d’azione e, diversamente dagli altri, scarsamente somigliante ad una corsa ciclistica, ma più simile, secondo quanto afferma Kundera stesso, ad un banchetto con molte portate.
La storia si dirama in mille intricati corridoi di un unico, contorto labirinto. Si scioglie in infiniti rivoli capaci di immergersi nei cunicoli sotterranei, nei meandri più nascosti della nostra mente per poi riaffiorare e raggiungere il mare, il nucleo di una trama in grado di far convergere le sue ambigue ramificazioni in una complessa architettura unitaria, all’interno della quale è possibile riconoscere la perfezione agognata e strenuamente perseguita, di un ordine circolare.
Un cerchio nell’ambito del quale si fondono le esistenze plurime di personaggi enigmatici, seducenti e magnetici che si raccontano attraverso i loro gesti, i sentimenti, i desideri, le angosce, l’erotismo, gli ideali. Goethe, Bettina, Beethoven, Hemingway, Rubens, Rimbaud, Paul, Brigitte, Agnes, Laura, Bernard, tutti perfettamente consapevoli che “non basta identificarci con noi stessi, ma è necessario identificarci appassionatamente per la vita e per la morte. Perché solo così possiamo considerarci non come una delle varianti del prototipo uomo, ma come esseri che posseggono una loro essenza inconfondibile: l’immortalità”.
Praga, scenario tipico dei suoi precedenti romanzi, cede dunque il passo all’incantevole capitale francese. Parigi diventa teatro della fascinosa danza delle creature nate dalla penna di Kundera, in grado di proiettare su ciascuna di esse il bagliore del suo genio che ne illumina l’intimità regalandola al lettore e innalzando, capitolo dopo capitolo, quella turris eburnea dalla cui sommità si diverte a guardarci, sfidandoci a consumare il suo libro e ad interpretarne e meditarne il senso.Un libro all’interno del quale l’autore trova spazio anche per se stesso unendosi, leggiadro, al valzer dei suoi personaggi. Un libro nato sotto gli occhi del lettore che assiste all’accendersi della scintilla capace, nelle vesti di una musa in procinto di allontanarsi dal bordo di una piscina, di ispirare il boemo. Un libro che esprime forse meglio del romanzo omonimo, quell’insostenibile leggerezza dell’essere, tema caro all’autore, presentandosi, quindi, come un testo di non semplice comprensione. Un libro in grado di trasmettere Kundera alla sua massima potenza, offrendoci quel senso di smisurata gioia che deriva dalla commossa gratitudine per esserci ancora una volta immersi nelle acque insidiose e limpide della sua mente illuminata.EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.Milan Kundera (Brno, ex Cecoslovacchia, 1929) studiò filosofia e musica a Praga, laureandosi nel 1958 presso la facoltà di arti cinematografiche “AMU” dove, in seguito, insegnò in qualità di professore incaricato presso la cattedra di letteratura mondiale. L’attivo impegno politico nel movimento di riforma della “Primavera di Praga” gli costò dapprima la perdita del posto di lavoro e successivamente, nel 1979, la privazione della cittadinanza cecoslovacca. Trasferitosi come Visiting Professor in Francia, ebbe modo di esercitare la professione di insegnante sia all'Università di Rennes sia a Parigi, dove tuttora vive e lavora.Milan Kundera, “L’immortalità”, Adelphi, Milano, 1993Traduzione di Alessandra Mura. Approfondimento in rete: pagine critiche
Commenti
"L'immortalità" è uno dei tre Kundera che ho letto (insieme a "L'insostenibile leggerezzza..." e " Il valzer degli addii"). Lo sò, è un grande narratore, ma io non sono riuscito a farlo mio. Ogni volta che lo leggo faccio una fatica immensa a tenere la concentrazione. Forse non mi interessano i temi che tratta, non sò. Al contrario, Hrabal mi ha trovato subito molto partecipe nella lettura.