L’ECO DELLA RISATA DI DIO.
“Lo scrittore ha delle idee originali e una voce inimitabile. Tutto ciò che scrive, essendo contrassegnato dal suo pensiero, fa parte della sua opera. Il romanziere, invece, non dà grande importanza alle proprie idee, si sforza di svelare un aspetto sconosciuto dell’esistenza. Non è affascinato dalla propria voce, ma da una forma che insegue, e solo le forme che rispondono alle esigenze del suo sogno fanno parte della sua opera”.
“La sola ragion d'essere di un romanzo, del resto, è scoprire quello che solo un romanzo può scoprire. Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale. La conoscenza è la sola morale del romanzo”.
Accolta la “denigrata eredità di Cervantes”, Kundera decide di condensare le personali riflessioni sull’arte del romanzo in un saggio che lega sette testi originariamente indipendenti, e tuttavia capaci di fondersi in un unico libro che, lungi dal fare della mera teoria, rincorrendo rigide formule desiderose di ingabbiare il pensiero all’interno di schemi precostituiti, si presenta come “la confessione di uno che fa della pratica” e che lascia implicitamente trasparire, mediante i suoi lavori, la propria visione della storia del romanzo e la propria idea di che cosa sia il romanzo stesso.
Il suo scrivere diventa dialogo, il suo inchiostro voce limpida che analizza con sorprendente chiarezza il cammino del romanzo. Rabelais, Cervantes, Sterne, Diderot, Gogol, Ionesco, Broch, Flaubert, Tolstoj, Kafka predecessori eppure compagni di viaggio in groppa ai Tempi Moderni, volti alla progressiva conquista dell’essere, diversamente sensibili ai richiami del gioco, del sogno, del pensiero e del tempo, ma tutti accomunati dal desiderio di “tenere il mondo della vita sotto una luce perpetua e di proteggerci contro l’oblio dell’essere”. Contro la dissimulata morte del romanzo che non scompare, però arresta la successione di scoperte che costituiscono la sua storia, non lasciando altro che il tempo della ripetizione in cui il romanzo stesso riproduce la sua forma svuotata del suo spirito, che è spirito di continuità e di complessità.
Ecco allora la rinuncia del boemo al flirt con l’avvenire, spesso impropriamente invocato come unico giudice competente delle proprie opere, ecco la rinuncia al conformismo, alla vile adulazione del futuro in quanto più forte del presente, ecco dunque la rottura con la diffusa tendenza dei nostri giorni, a concentrare l’attenzione sull’attualità che esclude il passato dall’orizzonte, riducendo il tempo al solo attimo presente ed il romanzo ad un gesto senza domani. Ecco la dichiarata necessità di dover andare contro il progresso del mondo per difendere il romanzo dall’atroce destino della scomparsa e della trasformazione in vuoto esercizio di grafomania che sembrano preannunciarsi.
Fedele, pertanto, alla concezione di Flaubert secondo il quale “il romanziere deve far credere alla possibilità di non essere vissuto, scomparendo dietro la propria opera e rinunciando al ruolo di uomo pubblico”, in linea con Broch, il quale riferendosi a se stesso, a Musil e a Kafka asserisce che “nessuno dei tre abbia una vera biografia”, o ancora in sostanziale accordo col desiderio di Faulkner di “essere annullato come uomo, eliminato dalla storia, non lasciare su di essa alcuna traccia, nient’altro che libri stampati”, Kundera, nel corso dell’intervista concessa a Christian Salmon, poi divenuta parte integrante del saggio in questione, manifesta il proprio disagio di fronte alla sua fama, lamentando un’overdose di se stesso, opponendosi in maniera categorica alla comune predilezione dei critici di studiare la sua personalità, le sue tendenze politiche, la sua vita privata piuttosto che le sue opere, preoccupandosi, di contro, in prima persona di impedire ai media di trasformarle in un’appendice dei suoi gesti, delle sue dichiarazioni e delle sue prese di posizione.
“Il romanziere – afferma infatti l’autore di Brno – non è il portavoce di nessuno, nemmeno delle proprie idee (…) perché il romanzo è il paradiso immaginario degli individui, il territorio dove nessuno possiede la verità, ma tutti hanno diritto ad essere capiti” ed il romanziere altro non propone che la propria risposta alla domanda circa cosa sia l’esistenza umana e dove sia la sua poesia, cercando di difendersi da coloro i quali, invece, sono convinti che la verità sia evidente, che gli uomini debbano pensare la stessa cosa e che essi stessi siano esattamente ciò che pensano di essere: quelli che Rebelais definiva agelasti, incapaci di ascoltare la saggezza del romanzo, incapaci di percepire Dio che ride mentre l’uomo pensa, incapaci di intuire che l’arte del romanzo sia venuta al mondo proprio come eco della risata di Dio. EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.Milan Kundera (Brno, ex Cecoslovacchia, 1929) studiò filosofia e musica a Praga, laureandosi nel 1958 presso la facoltà di arti cinematografiche “AMU” dove, in seguito, insegnò in qualità di professore incaricato presso la cattedra di letteratura mondiale. L’attivo impegno politico nel movimento di riforma della “Primavera di Praga” gli costò dapprima la perdita del posto di lavoro e successivamente, nel 1979, la privazione della cittadinanza cecoslovacca. Trasferitosi come Visiting Professor in Francia, ebbe modo di esercitare la professione di insegnante sia all'Università di Rennes sia a Parigi, dove tuttora vive e lavora. Milan Kundera, “L’arte del romanzo”, Adelphi, Milano, 1988.Traduzione di Ena Marchi e Anna Ravano. Titolo originale: “L’art du roman”, 1986. KUNDERA in LANKELOT:
Kundera Milan - Il libro del riso e dell'oblio - AngelaMigliore
Kundera Milan - Il sipario - AngelaMigliore
Kundera Milan - Il valzer degli addii - monnalisa
Kundera Milan - L'arte del romanzo - AngelaMigliore
Kundera Milan - L'immortalità - AngelaMigliore
Kundera Milan - L'insostenibile leggerezza dell'essere - AngelaMigliore
Kundera Milan - La vita è altrove - AngelaMigliore
Kundera Milan - Un incontro - Gordiano
Angela Migliore Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Dal Vangelo secondo Milan. ?La sola ragion d?essere di un romanzo, del resto, è scoprire quello che solo un romanzo può scoprire. Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale. La conoscenza è la sola morale del romanzo?.
> la conoscenza è la sola morale in assoluto, a ben pensarci.
"Il romanzo è il paradiso immaginario degli individui, il territorio dove nessuno possiede la verità, ma tutti hanno diritto ad essere capiti". Ecco. Finalmente.
pensa che ho comperato il libro dopo aver letto la tua rec, ma non l'ho ancora letto!!!!! Come al solito, la mole degli arretrati e il mio spaventoso eclettismo mi portano spesso qua e là e per ogni llibro c'é il suo momento, per ogni faccenda sotto il sole, quindi prossimamente.....
?Il romanzo è il paradiso immaginario degli individui, il territorio dove nessuno possiede la verità, ma tutti hanno diritto ad essere capiti?.
Questo è uno dei passaggi che mi si son stampati meglio in mente per diventare chiave di volta nel mio approccio con la scrittura, mia e altrui.
Marina, verrà il tempo di Kundera. Intanto sono contenta sia stata la mia pagina ad invogliarti a comprare il libro :)