“Un romanziere che parla dell’arte del romanzo non è un professore che discetta dalla cattedra. Immaginatelo piuttosto come un pittore che vi accolga nel suo atelier dove i quadri, appoggiati alle pareti, vi guardano da ogni lato. Vi parlerà di se stesso, ma ancor di più degli altri, dei romanzi che ama e che sono segretamente presenti nella sua opera. Ridisegnerà davanti a voi, secondo i suoi criteri di valore, tutto il passato della storia del romanzo e vi farà così intuire la sua poetica del romanzo, che appartiene solo a lui e perciò si oppone, in maniera del tutto naturale, alla poetica di altri scrittori. Avrete così la sensazione di scendere, pieni di stupore, nella stiva della storia dove il futuro del romanzo si sta decidendo, sta prendendo forma, si sta facendo, tra dispute, lotte e conflitti”. (pag. 90)
Vent’anni dopo “L’arte del romanzo”, Kundera regala ai suoi lettori nuove pagine, che lungi dal fare teoria, mantengono l’aspetto della “confessione di uno che fa della pratica” arrivando a ridisegnare la genesi di quella creatura geniale e fragile che è il romanzo, per poi interrogarsi sul suo evolversi senza nascondere la convinzione di dover andare contro il progresso del mondo, oggi orfano del tragico, per scongiurare l’eventualità, purtroppo concreta, della sua scomparsa e ben consapevole dell’eredità di Rimbaud in contrasto con la realtà attuale, nell’ambito della quale “il solo modernismo degno di questo nome è il modernismo antimoderno”, il cui vero significato risiede nello sforzo che ogni singola arte compie per avvicinarsi il più possibile alla propria specificità, alla propria essenza. Da qui il rifiuto netto del romanzo ad esistere in quanto illustrazione di un’epoca storica, descrizione di una società, difesa di un’ideologia. “Il romanziere, del resto, non è il lacché degli storici; la Storia lo affascina perché è come un riflettore che ruota intorno all’esistenza umana”, ma “l’arte non esiste per registrare, come un grande specchio, tutte le peripezie, le variazioni e le infinite ripetizioni della Storia. L’arte non è un coro che tallona la marcia della Storia. Esiste per creare la propria storia”.
E il boemo ci accoglie nel suo atelier per renderci partecipi di una lucida ed accorata analisi del percorso del romanzo, delle sue trasformazioni plurime sotto le mani sapienti degli scrittori che, nel tempo, hanno saputo superare l’ambizione di far meglio dei propri predecessori, ponendosi, invece, come obiettivo quello di riuscire a vedere quanto essi ancora non avevano visto per mettersi al servizio di ciò che solo il romanzo può dire e incidendo il loro nome nella storia di quest’arte, nata in virtù di uno strappo e “fatta di tutte le opere compiute così come delle opere possibili e non realizzate”.
“Un sipario magico, intessuto di leggende era sospeso davanti al mondo. Cervantes mandò don Chisciotte in viaggio e strappò quel sipario. Il mondo si aprì davanti al cavaliere errante in tutta la comica nudità della sua prosa”.
Il povero Alonso Quijada strappa, quindi, il sipario della preinterpretazione ed inaugura la storia dell’arte del romanzo ponendo tre domande sull’esistenza: Che cos’è l’identità di un individuo? Che cos’è la verità? Che cos’è l’amore?
Il romanziere degno di questo nome raccoglie la “denigrata eredità di Cervantes” prolungando nel suo scrivere il gesto distruttivo di don Chisciotte, ritenuto segno di riconoscimento dell’arte del romanzo e “costruisce il suo libro come un indistruttibile castello dell’indimenticabile, pur sapendo che il lettore lo visiterà, in preda all’oblio, senza mai abitarvi”. Differentemente dalla poesia lirica: roccaforte della memoria e dal poeta lirico: incarnazione dell’uomo sedotto dalla propria anima e dal desiderio di farla percepire, il romanziere nasce proprio dalle rovine del suo mondo lirico e, pur stendendo il suo romanzo come se scrivesse un sonetto in cui ogni dettaglio è importante e capace di ritornare in molteplici variazioni quasi ripercorrendo l’andamento di una fuga, scompare dietro la propria opera e supera l’introspezione. Supera la narrazione non accontentandosi di raccontare una semplice storia, ma spalancando le finestre sul mondo circostante.
Di fronte all’ineluttabile sconfitta che chiamiamo vita, dunque, il romanziere cerca di comprendere, ponendo in questo tentativo la ragion d’essere dell’arte del romanzo. “La sola ragion d'essere di un romanzo, del resto, è scoprire quello che solo un romanzo può scoprire. Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale. La conoscenza è la sola morale del romanzo”. In questa prospettiva, secondo il romanziere di Brno, “l’opera dello scrittore non è che una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di scorgere ciò che forse, senza libro, non avrebbe visto in se stesso”, con i personaggi che smettono di chiedere di essere ammirati esigendo, invece, di essere compresi, abbandonando il ruolo di esempi da seguire e diventando punti di partenza per lo scandaglio della natura umana, lontani dall’epica, immersi nella bellezza ingiustamente trascurata dei sentimenti semplici.
È dunque dialogo nuovo, confronto sempre vivo e “Il sipario”, saggio estraneo al gergo narcisistico della teoria della letteratura, distante dalla seriosità degli agelasti, incapaci di percepire Dio che ride mentre l’uomo pensa e di intuire che l’arte del romanzo sia venuta al mondo proprio come eco della risata di Dio, ci rende ancora una volta partecipi della personale riflessione di Kundera sul romanzo, inteso come arte autonoma da concepire al di là dell’asfittico contesto nazionale. Come creazione multiforme, ma al tempo stesso unità storica dove gli scrittori operino in continuità dialogando ed illuminandosi a vicenda, nell’ambito di quella Weltliteratur (letteratura mondiale) auspicata da Goethe, consci che il romanzo costituisca “l’ultimo osservatorio dal quale si possa abbracciare la vita umana nel suo insieme”.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Milan Kundera (Brno, ex Cecoslovacchia, 1929) studiò filosofia e musica a Praga, laureandosi nel 1958 presso la facoltà di arti cinematografiche “AMU” dove, in seguito, insegnò in qualità di professore incaricato presso la cattedra di letteratura mondiale. L’attivo impegno politico nel movimento di riforma della “Primavera di Praga” gli costò dapprima la perdita del posto di lavoro e successivamente, nel 1979, la privazione della cittadinanza cecoslovacca. Trasferitosi come Visiting Professor in Francia, ebbe modo di esercitare la professione di insegnante sia all'Università di Rennes sia a Parigi, dove tuttora vive e lavora.
Milan Kundera, “Il sipario”, Adelphi, Milano, marzo 2005.
Traduzione di Massimo Rizzante.
Titolo originale: “Le rideau”. (apparso contemporaneamente in Francia e in Italia)
Approfondimento in rete: pagine critiche
KUNDERA in LANKELOT:
Kundera Milan - Il libro del riso e dell'oblio - AngelaMigliore
Kundera Milan - Il sipario - AngelaMigliore
Kundera Milan - Il valzer degli addii - monnalisa
Kundera Milan - L'arte del romanzo - AngelaMigliore
Kundera Milan - L'immortalità - AngelaMigliore
Kundera Milan - L'insostenibile leggerezza dell'essere - AngelaMigliore
Kundera Milan - La vita è altrove - AngelaMigliore
Kundera Milan - Un incontro - Gordiano
Angela Migliore, maggio 2005
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Se per il prossimo autunno non ho letto tutto di Kundera mi affitto un lettore a cottimo e lo pago nel seguirmi giono e notte declamando e interpetando ogni pagina. A costo di resuscitare il tempo destituito.
http://www.geocities.com/lovetitti/varie/bene/pino.ram
Kundera è stato importante per me, lettura suggeritami anche quella. "La vita è altrove" resta, a mio parere, il suo più bel romanzo, se posso darti un consiglio, parti da lì.
Grazie, seguirò. Già L'insostenibile e "la lentezza". Il resto buio e silenzio.
"L'arte del romanzo" come lettura princeps. Quindi "La vita è altrove", "L'immortalità", "L'insostenibile" e poi se ne riparla. Quell'uomo ha compreso l'eterno femminino, unico nel Novecento.
Stupendo: "l?arte non esiste per registrare, come un grande specchio, tutte le peripezie, le variazioni e le infinite ripetizioni della Storia. L?arte non è un coro che tallona la marcia della Storia. Esiste per creare la propria storia?.
Sì, stupendo.
Di alcuni dei pensieri di Kundera se ne potrebbe fare realmente un vangelo :)