Meyer Philipp

Ruggine americana

Autore: 
Meyer Philipp

«Ruggine americana» romanzo d'esordio dello scrittore statunitense Philipp Meyer mi ha commosso fin dalla prima pagina e credo che non lo dimenticherò per tantissimo tempo. 

Mi è bastato leggere questo passaggio: «Presto raggiunse il punto panoramico: verdi colline ondulate, un fiume fangoso e serpeggiante, un tratto di foresta interrotta solo dalla cittadina di Buell e dall'acciaieria. Anche l'acciaieria prima era stata come un piccola città, ma l'avevano chiusa nel 1987, e parzialmente smantellata dieci anni dopo; ora sorgeva come un antico rudere, con gli edifici coperti di dulcamara, persicaria e ailanto. Le impronte dei cervi e dei coyote formavano una trama fitta sul terreno; ogni tanto ci si accampava un vagabondo. Eppure era una città pittoresca: file ordinate di case bianche abbracciavano il fianco della collina, campanili di chiese e strade di ciottoli, le cupole alte e argentee di una cattedrale ortodossa. Un posto che fino a poco prima godeva di un certo benessere, il centro pieno di edifici storici in pietra, quasi tutti sprangati con le assi ormai. In certe zone facevano ancora finta di raccogliere l'immondizia, ma altre erano completamente abbandonate. Buell, Contea di Fayette, Pennsylvania. Fayette-nam, la chiamavano spesso».
(pag.7)

e poi subito dopo un altro a pagina 9: «Fuori dal centro abitato era subito campagna, e per arrivare a casa di Poe decise di passare dai sentieri anziché dalla strada. Procedeva sicuro, conosceva la foresta come un vecchio bracconiere, conservava i quaderni con gli uccelli e gli altri animali che aveva disegnato, più che altro uccelli però. Solo i quaderni riempivano metà dello zaino. Gli piaceva stare all'aperto. Chissà se era perché non c'era nessuno, ma sperava di no. Meno male che era cresciuto in un posto così, perché in una città, vallo a sapere, la sua mente sarebbe stata come un treno che viaggiava senza freni. Gli devi dare un binario e una direzione, altrimenti deraglia. La condizione umana, pensò. Dare un nome a ogni cosa: sanguinaria anemone caprimulgo, tulipano caria olmo della Virginia. Pecan e quercia di palude. Robinia e hickory maggiore. Hai voglia a tenere la mente occupata. Intanto, proprio sopra di te, un sottile cielo azzurro trasparente, fino allo spazio cosmico. L'ultimo grande mistero. Stessa distanza da Pittsburgh - cinque chilometri d'aria e poi duecento sotto zero. Uno stato fragile. Pura fortuna. E' già tanto se sei vivo. Pensaci, Watson. Non puoi dirlo in pubblico, ti metterebbero la camicia di forza. Solo che la fortuna non dura in eterno - il sole si trasforma in un gigante rosso e la terra va a fuoco. Il Signore dà e il Signore toglie. L'intera razza umana avrebbe dovuto migrare prima della catastrofe e solo gli studiosi di fisica potevano scoprire come, l'avrebbero salvata loro l'umanità. Certo a quel punto lui sarebbe morto da un pezzo. Ma almeno avrebbe dato il suo contributo. La morte non ti esime dalle responsabilità verso i vivi. Se c'era una cosa di cui era sicuro, era quella.»

E' stata una commozione spontanea, immediato è stato il tuffo che ho compiuto a ritroso nel mio passato e anche nel mio presente. Ho rivisto scorrere davanti ai miei occhi le vie del mio paese, i suoi negozi chiusi, i suoi capannoni vuoti o abbattuti per fare spazio ad anonime palazzine, ho ritrovato sulle dita sudate la ruggine di fabbriche senza più futuro. 
Ho ricordato la crisi che travolse la storica Officina dove si producevano carrozze dei treni a metà degli anni '80, gli scioperi, i genitori dei miei amici, dei miei compagni di classe, dei miei vicini di casa con le lacrime agli occhi e pieni di debiti, ho rivisto la fabbrica di tappeti dove per trent'anni lavorò mia madre scomparire proprio davanti al palazzo dove sono cresciuto, mi sono rivisto durante gli anni del Liceo tornare dalla stazione dei treni percorrendo con gli amici il sentiero che costeggiava i capannoni di lamiera dell'Officina ricoperti di piante rampicanti e con le carrozze dai vetri sfondati e ricoperti di scritte.
Mi sono rivisto camminare per le strade di un paese dove mi conoscono tutti e dove io conosco tutti e dove tutti sanno quello che faccio, che mi è successo anche se non mi hanno mai rivolto la parola e non ci vado più così spesso in paese.
Ho riassaporato le fughe nei prati e nei boschi, la voglia condivisa di abbandonare la noiosa vita di provincia, le discussioni con chi non voleva ripetere la stessa vita dei genitori, di chi sognava la città, una città così vicina ma inesorabilmente così lontana e poi tornare e scoprire che in pochi ce l'hanno fatta davvero a mollare tutto e a rifarsi una vita altrove, che tanti miei compagni si sono sposati fra di loro, che tanti fra coloro che volevano scappare hanno trovato un senso in quella vita di provincia che io ancora oggi stento a comprendere.
Ho ritrovato in questo libro le mie origini che ovunque vado mi porterò dietro e di cui non voglio fare a meno.

«Ruggine americana» è un romanzo figlio della grande narrativa statunitense, di quella che va da William Faulkner a John Steinbeck per arrivare alla dura e cruda fotografia sociale dei più recenti D'J Breece Pancake e Donald Ray Pollock (cumuli di scarti industriali, fiumi di alcool, famiglie allo sbando), senza dimenticare il glaciale ardore vitale del Cormac McCarthy de "La strada" (le sue riflessioni metafisiche e sull'estinzione della razza umana) con una venatura da romanzo noir che toglie il fiato. 

E' un romanzo a più voci, impasto di sperimentalismo linguistico e descrizioni naturalistiche, di azione e riflessione psicologica raffinata. Un romanzo che fa vivere al lettore la tragica storia di due giovani amici legati per la vita: Isaac English, ragazzo prodigio che dopo aver perso la madre per un suicidio e con la sorella Lee a Yale, ha preferito accudire il padre invalido per un incidente sul lavoro piuttosto che iscriversi al college e Billy Poe, promettente giocatore di football che incapace di dare una svolta alla propria esistenza marcisce nel trailer con la madre, rischiando più volte la galera per i suoi sfoghi violenti.

Il romanzo si apre con Isaac che decide finalmente di mollare tutto e di partire insieme all'amico per la California dopo aver rubato 4000 dollari al padre. Le cose però non vanno per il verso giusto e il giorno stesso della partenza, per difendere l'amico Isaacc uccide con un sasso un barbone e da quel momento le loro vite andranno in mille pezzi.

A questo punto l'autore compie una scelta narrativa inaspettata e vincente (e molto interessante per tutti gli aspiranti scrittori), facendo esplodere letteralmente il romanzo in un rivolo di storie parallele: seguiremo così la fuga inconcludente di Isaac; rimarremo allibiti di fronte alla strenua lotta di Poe che per difendere l'amico si assumerà tutte le colpe fino all'ingresso in carcere; ci commuoveremo per Grace, la madre di Poe, che per amore del figlio sarà disposta anche a sacrificare il proprio futuro; conosceremo a fondo i turbamenti di Lee, la sorella di Isaac e pur se sposata innamorata da sempre di Poe, incapace di offrire un valido sostegno al padre e al fratello ma soprattutto conosceremo un mondo devastato fatto di fabbriche dismesse di una Pennsylvania, un tempo motore industriale degli Stati Uniti  e oggi ridotta ad un cumulo putrescente di rovine, di cittadine svuotate di vita, di fiumi inquinati, di uomini e donne rimasti senza lavoro che fin quando ci riusciranno si arrabbattano in qualunque modo per sopravvivere, di tossici, di spacciatori, di reduci di guerra, di poliziotti corrotti ma anche di una regione dotate di paesaggi di una bellezza mozzafiato dove si può godere della fortuna di avvistare cervi, orsi, aquile.

E più le pagine scorrono e più si scivola nel baratro, nella sofferenza e nella violenza più atroce, compiuta spesso anche con nobili motivazioni, e sembrerebbe non esserci nessuna soluzione a tutto ciò, nessuna speranza ed invece ancora una volta l'autore ci sorprende e decide di regalare nelle pagine finali dei lampi di vita che splendono accecanti e se c'è una cosa che risplende fino in fondo in questo romanzo struggente è il valore dell'amicizia, quella vera, quella senza compromessi, quella di quei ragazzi e ragazze a cui affidarsi per sempre e per cui saresti disposto a perdere tutto, anche la vita, anche il futuro.

"Era una brava persona. Con le sue scelte aveva fatto del bene. Se fosse partito per la Colgate, se non fosse rimasto a Buell, non sarebbe stato a casa il giorno in cui Isaac aveva deciso di camminare sul fiume ghiacchiato. Era stato il suo unico atto di coraggio. Isaac aveva percorso forse tre metri, si capiva che il ghiaccio non avrebbe retto, poi era sprofondato di colpo e Poe gli era corso dietro ed era sprofondato pure lui, aveva sentito il ghiaccio che cedeva per un momento gli era preso il panico ma non aveva mollato. Aveva salvato Isaac English. Era la cosa migliore che aveva fatto. Isaac non aveva avuto la vita facile ma era una brava persona - una combinazione rara - in teoria non dovevi dirlo, non era da americani ammetterlo, ma in genere nella vita più soffrivi più diventavi stronzo. Solo che i ricchi erano anche peggio, non capivano la vita, le storie che raccontava Lee i suoi amici ricchi la loro visione del mondo era da subnormali, come se avessero una tara al cervello, affrontavano la vita così, grazie poi che il mondo andava a rotoli. Lui in fondo era fortunato, né ricco né povero. E Isaac, quando aveva deciso che non voleva più suicidarsi, era andato da Poe. Poe lo aveva riscaldato e poi lo aveva ascoltato era stato a sentirlo, seduto lì insieme a lui tutta la notte. Se quello non era un segno...Era la conferma che c'era un motivo per tutto, aveva quasi ammazzato quel ragazzo di Donora, ma aveva anche salvato Isaac English. Era un segno e vaffanculo a tutti gli altri, Harris, il procuratore distrettuale e tutti quelli che gli davano la caccia e che ancora non conosceva, non avrebbe parlato cazzo, almeno questa cosa nella vita non voglio rovinarla." (pag.373)

Edizione esaminata e brevi note:

Philipp Meyer (1974) è cresciuto a Baltimora, Maryland. Ha lasciato il liceo a 16 anni. Dopo aver lavorato per diversi anni in un centro traumatologico, si è iscritto alla Cornell University, dove ha studiato letteratura inglese. Dopo la laurea, ha lavorato in banca, poi come operaio edile, e infine di nuovo in un ospedale. I suoi racconti sono usciti su «The New Yorker», «Esquire», «McSweeney's», «Salon» e l'«Iowa Review». Ruggine americana («I coralli», 2010 ) è stato nominato Miglior libro del 2009 da «The New York Times», dal «Los Angeles Times» e dall'«Economist» ed è stato inserito nella Newsweek's list of «Best Books Ever», Amazon Top 100 Books of 2009, Washington Post Top 10 Books of 2009. Philipp Meyer è stato selezionato da «The New Yorker» tra i 20 migliori scrittori sotto i 40 anni. Questo è il suo primo romanzo. È in lavorazione l'adattamento cinematografico per la regia di Walter Salles.

Philipp Meyer, "Ruggine americana", Einaudi, Torino, 2010. Titolo originale "American Rust", prima edizione 2009. Traduzione di Cristiana Mennella.

Sul web:

http://www.philippmeyer.net/

Andrea Consonni, settembre 2010

ISBN/EAN: 
978-88-06-19714-8

Commenti

[Philipp Meyer - Ruggine

[Philipp Meyer - Ruggine americana] Un grande romanzo. Toccante.

[meyer] passo al volo per

[meyer] passo al volo per caricarti un po' di link interni al pezzo:)

Guarda qui, ora: "«Ruggine americana» è un romanzo figlio della grande narrativa statunitense, di quella che va da William Faulkner a John Steinbeck per arrivare alla dura e cruda fotografia sociale dei più recenti D'J Breece Pancake e Donald Ray Pollock (cumuli di scarti industriali, fiumi di alcool, famiglie allo sbando), senza dimenticare il glaciale ardore vitale del Cormac McCarthy de "La strada" (le sue riflessioni metafisiche e sull'estinzione della razza umana) con una venatura da romanzo noir che toglie il fiato. "

;)

a domani.

[meyer] ammazza, un articolo

[meyer] ammazza, un articolo a dir poco trascinante, ed estremamente appassionato. Grazie Andrea. Leva il fiato.

[meyer] tra i tag, ho

[meyer] tra i tag, ho aggiunto il più divertente (secondo me) e curioso del sito: opera prima. http://www.lankelot.eu/archivio-articoli.html?opera%20prima

[Ruggine americana] Grazie

[Ruggine americana] Grazie Gianfranco, è stato un libro che ho letto in un giorno. Mi ha semplicemente trascinato. Forse il finale, ragionando a mente fredda, è leggermente debole ma anche sorprendente. Sono rimasto stupito da come l'autore sia riuscito ad unire l'entusiasmo giovanile della storia alla maturità dell'affresco sociale. Ho trovato su internet un accostamento all'Acciaio di Silvia Avallone, con la solita chiusa finale sulla pochezza della scrittrice toscana. Sinceramente l'ho trovato fuori luogo, venato dalla solita voglia di scagliarsi contro l'obiettivo sotto tutti i riflettori. Ormai sembra diventato uno sport nazionale.

[ruggine e ruggini] eh,

[ruggine e ruggini] eh, purtroppo è il prezzo da pagare per la popolarità - c'è una componente di invidia a una di cattiveria. Ma la Avallone mi sembra abbia accettato le regole del gioco. Meglio per lei:). A me sta molto simpatica, ripeto:).

detto ciò, "Ruggine americana" l'ho ben memorizzato. Ne riparleremo;)

[ruggine americana] and,

[ruggine americana] and, complimenti!

una parola, la tua, che arriva al cuore e legge con sofferta empatia e  trasmette tanto....tanto da non dire..va letto quello che scrivi e che ogni volta mi aiuta e ri-definire me stessa.

grazie

patrizia