Messina Denaro Matteo

Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta

Autore: 
Messina Denaro Matteo

"Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta”, a cura di Salvatore Mugno, è un libro composto da cinque lettere firmate da un'odiosa personalità dei tempi nostri: assassino, superlatitante, erede di Riina e Provenzano, ricercato dalle polizie di tutto il mondo, Messina Denaro si firma “Alessio” e scrive al vecchio amico Tonino Vaccarino, alias “Svetonio”. Chi è Svetonio? È l'ex sindaco di Castelvetrano, patria di Denaro; collaboratore, a quanto si può capire (cfr. p. 125) dei Servizi Segreti.

 

Il Boss non s'accorge – a quanto pare – che Svetonio è un doppiogiochista: stando al commento di Mugno, magnifico curatore dell'opera, in ogni caso, “(...) non svela a Svetonio eventi criminosi e fatti di sangue, ma lo mette al corrente di aspetti forse ancora più delicati e intimi: vale a dire le proprie riflessioni, i propri sentimenti e stati d'animo” (p. 22). Sarà mica che si stava prendendo gioco dell'interlocutore? Ne parleremo più avanti.

Denaro, detto “U Siccu” (“Il magro”), “Testa dell'acqua” o “Diabolik”, alias plausibile “Paolo Forte”, quinto nella classifica dei ricercati in tutto il mondo (secondo la rivista “Forbes”), è strabico (ex strabico? Si parla di un intervento in Spagna negli anni Novanta), alto uno e settanta, stempiato (guardatevi attorno!); appassionato di belle macchine, orologi di lusso, belle donne e abiti modaioli, edonista ed esteta, avrebbe – stando a quanto leggo nella ricca postfazione di Mugno – circa cinquanta omicidi eseguiti o decretati alle spalle. Mugno elenca: “associazione di stampo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplodente, furto” tra i reati principe.

Classe 1962, già custode del tesoro di Riina (“è il gioiello di Riina”, secondo il pentito Antonino Giuffrè), ha ucciso amici “traditori” (spaccio di droga) e donne incinta di tre mesi (Antonella Bonomo), e passato giornate intere a rincoglionirsi coi videogames, da “esule”; latitante col padre dal 1993, ha dato chiare indicazioni di voto (Forza Italia: 1994. Servivano “facce pulite per garantire copertura politica” e “cancellare carcere duro e pentiti”: questo dice Sinacori) e chiare idee politiche dice di avere (“Craxi politico di razza”, p. 60: chi vi ricorda?).

Sempre a detta di Sinacori, ha sondato la possibilità d'un progetto separatista della Sicilia, con annessione agli States: idea giudicata “fuori tempo” dal mafioso americano Rosario Naimo.

È stato agricoltore dipendente di Pietro D'Alì, stando all'INPS: D'Alì è fratello di Antonio, senatore di Forza Italia. Denaro sembra abbia assunto il comando della provincia di Trapani nel 2001; ha vagliato, a quanto pare, l'ipotesi di commettere attentati contro i monumenti, per costringere lo Stato alle trattative; sarebbe l'ideatore dei mancati attentati a personaggi dello spettacolo, per le stesse finalità; sarebbe la mente degli attentati dinamitardi degli anni Novanta.

Involontariamente e incredibilmente, adesso si ritrova nel novero degli scrittori e dei letterati della città di Trapani. La tradizione, spiega ottimamente Mugno nell'introduzione, include figure importanti come Giovanni Gentile (1875-1944), Virgilio Titone (1905-1989), come il poeta crepuscolare Tito Marrone (1882-1967), il patriota Eliodoro Lombardi (1834-1894), il poeta erotico e civile Giuseppe Marco Calvino (1785-1833): ma l'autore che Mugno va ad assimilare a Denaro è quel rimosso bandito-scrittore, Lo Presti, protagonista di un obliato caso letterario d'una ventina d'anni fa, quando pubblicò per Mondadori “Il cacciatore ricoperto di campanelli” (1990, prefazione di Aldo Busi): romanzo salutato come piccolo capolavoro dalla critica, ma subito smarrito nella palude dell'editoria italiana.

A questo punto possiamo entrare nel cuore dell'opera: nella trama e nello stile delle cinque lettere. Vanno dal primo ottobre 2004 al 28 giugno 2006.

Prima sorpresa: Messina Denaro ha letto Pennac, e si identifica col capro espiatorio per antonomasia, il signor Malaussène: “Di me che dire. Non amo parlare di me stesso e poi oramai è da anni che sono gli altri a parlare di me e magari ne sanno più di me medesimo; credo, mio malgrado, di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto, ma va bene così, sono un fatalista e penso che era tutto scritto così, un uomo non può cambiare il proprio destino (...)” (p. 52). La punteggiatura è sballata, ma il concetto è abbastanza limpido: Denaro si sente a posto con la coscienza e scrive di aver “vissuto da uomo vero”. In ogni caso, di sé dice: “Io sono il niente, un perdente” (p. 56): un niente sempre a disposizione degli amici. Si sente “un buono a nulla che se ne intende un po' di tutto” (p. 74): la lettura è il suo passatempo.

Seconda sorpresa: ha letto male Kant, e vuole farne indirettamente partecipe Svetonio: “passo ai nostri discorsi ringraziandola aprioristicamente per non avermi dimenticato, le sono moralmente grato di ciò” (p. 53).

Terza sorpresa: ha deciso che “Svetonio” sia il nome in codice del suo corrispondente. Ha letto il “De Viris Illustribus” o il “De Vita Caesarum”? In questo caso, sta forse insultando il suo referente. Svetonio è l'archetipo dello storico fazioso e partigiano, capace di dare peso ai pettegolezzi e agli aneddoti, e di farne materia storiografica. Se Messina Denaro è così sottile da prendersi gioco del suo referente, abbiamo di fronte una mente alimentata da grandi letture. Possibile? Che non sia un latinista lo dimostra “in media stat virtus” attribuito a Orazio (per “est modus in rebus” o per lo scolastico “in medio stat virtus”): a meno che non volessere dire che “la virtù sta nei mass-media”, l'errore non è marginale.

Quarta sorpresa: ha letto qualcosa di Virgilio: almeno l'“Eneide”. “E non soltanto per timore dei greci e dei loro doni” (p. 59) calca il “Timeo Danaos”, ovviamente; meno ovviamente, “Ho visto ciò che la vita mi ha dato e non ho avuto paura” si direbbe alterare “Vixi, et quem dederat cursum fortuna peregi”.

Quinta sorpresa: ha letto un militante comunista come Amado: “Non c'è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica” (p. 60), scrive, assimilando forse il suo esilio a quello dello scrittore. Si sente un idealista, un uomo del vecchio tempo, estraneo alla globalizzazione (p. 60).

Sesta sorpresa: ha letto un ideologo comunista come Toni Negri, altro ex esule, e ne condivide le posizioni: “la giustizia italiana è marcia e corrotta dalle fondamenta”, p. 61. Che strano lettore.

Ultima sorpresa: ha perso la fede, spera soltanto di morire “da uomo giusto” (p. 58), con dignità (p. 68). Si è sentito disperato, condannato all'inferno, e sempre solo è rimasto. Non crede nell'aldilà, e non si convertirà.

Molte questioni ci interessano marginalmente (per la zona di Alcamo se la sbriga lui, p. 54; ha le persone adatte, p. 54; per il discorso Anas ha l'imprenditore adatto, p. 54; p. 64; eccetera), altre sono state materia per gli inquirenti (dichiara di poter ricevere una lettera entro il 20 dicembre o il 20 aprile, non oltre: cambia casa, quindi, e cambia anche “postino”, cfr. p. 55 e p. 65; oppure, saluta in Craxi un politico di razza, lamentando l'antimafia, p. 60; ancora, si lamenta dei collaboratori di legge, p. 62).

La migliore battuta è riservata a Berlusconi: “Volgare venditore di fumo”, dice il capo della Mafia (p. 70). Forse qualcosa è andato per il verso storto, rispetto ai programmi o agli accordi: chissà!

L'epistolario si conclude quando Messina Denaro comunica a “Svetonio” che Provenzano, inspiegabilmente, aveva conservato tutte le sue lettere: e così, come sappiamo, adesso si trovavano nelle mani degli inquirenti. Non si fa così, dice il Boss, io le lettere le brucio sempre. Denaro annuncia che la loro corrispondenza si spezza, e invita Svetonio a vivere in trasparenza, come se nulla fosse.

Bel documento. Zero dal punto di vista letterario, qualcosa sicuramente dal punto di vista dello studio della comunicazione mafiosa – vere o false che siano le lettere. Pagherei oro per vedere quel che gli scriveva “Svetonio”: così, purtroppo, la decifrazione è necessariamente poco plausibile e incompleta. Peccato. Ma il testo prende e va in biblioteca, in ogni caso, assieme al notevole apparato critico e biografico di Salvatore Mugno.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Matteo Messina Denaro (Trapani, 1962), bandito, mafioso.

Matteo Messina Denaro, “Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta”, Stampa Alternativa, Viterbo 2008. A cura di Salvatore Mugno. Contiene un album fotografico. Postfazione: “Matteo Messina Denaro, una vita all'inferno”, sempre a firma Mugno.

Approfondimento in rete: Wiki it.

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2009.

ISBN/EAN: 
9788862220538

Commenti

?Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta?, a cura di Salvatore Mugno, è un libro composto da cinque lettere firmate da un?odiosa personalità dei tempi nostri: assassino, superlatitante, erede di Riina e Provenzano, ricercato dalle polizie di tutto il mondo, Messina Denaro si firma ?Alessio? e scrive al vecchio amico Tonino Vaccarino, alias ?Svetonio?. Chi è Svetonio? È l?ex sindaco di Castelvetrano, patria di Denaro; collaboratore, a quanto si può capire (cfr. p. 125) dei Servizi Segreti.

però...Pennac e quant'altro, addirittura il buon Amado, che ho apprezzato di recente. Chi è che dice che la Letteratura non è universale?... battute a parte, interessante documento anche se trovo giuste le tue ossservazioni e perplessità finali

(oppure: chi dice che sia impossibile scrivere in codice, conoscendo bene la Letteratura Contemporanea? ;) )

eh eh, ma diciamocelo, in fondo la Letteratura è un codice. Speriamo non sempre "penale" ahahah

eh.

ora volevo porre una questione di ampio respiro, vediamo se ci riesco. Anche a partire da Gomorra ( e se vogliamo passando per Rosaria) è nato un filone di denuncia, che però, come unico comun denominatore rivela che ci sia una Dna preciso, in certe terre, teso a. Queto elemnto genetico differenzia culture, società, azioni e pensieri. Allora: non sarebbe forse il caso di riproporre la questione nazionale delle differenti identità?. Lo so, è tema forte, però magari se ne può discutere. E, per inciso, non sono leghista (sono romano) e non approvo certe sue tendenze populiste e retrogade. Volevo fare un discorso teso al futuro, senza alcuna mia certezza

ah, io ho già dato scrivendo "Pagano":)

ma va? :-)

Il libro sarà presentato a Marsala il prossimo 18 Aprile!

Presto una sorpresa: "Opere terminali" di Mugno (jaca book, 2001)

[messina denaro] in uscita

[messina denaro] in uscita per Rubbettino...  Feo, “Matteo Messina Denaro, La mafia del Camaleonte”.

SCHEDA EDITORIALE

Crudeltà ed equilibrio, obbedienza e senso critico, regole antiche e moderna lucidità, dolce vita e monastico isolamento. Tutto e il suo contrario. Matteo Messina Denaro è L’Assoluto, così lo chiamano i fedelissimi. Più di un capo carismatico: un oggetto di venerazione. Blasone mafioso riverito, la ferocia dei corleonesi e un fiuto politico spiccato, il padrino di Castelvetrano è il vero erede di una tradizione. Quella per cui Cosa nostra è antistato, ma anche potere reale, legge non scritta eppure rispettata, da almeno due secoli. Ben prima che i padri fondatori della mafia newyorkese partissero per gli States, dalle coste di Trapani. Tessitore di legami, tra famiglie, mandamenti e province, è lui il profeta della mafia del terzo millennio: valori arcaici dissimulati e affari spregiudicati fatti nel silenzio. E rapp orti stretti con ’ndrangheta e camorra. Messina Denaro è il cardine di interessi criminali e politici, di trame inconfessabili. Il custode dei segreti di una terra che è culla di logge massoniche deviate e disegni eversivi. La terra in cui, secondo molti, Cosa nostra è nata. E dove, più che altrove, è diventata cultura: di un pezzo importante della borghesia e dei gruppi di potere.

“Matteo Messina Denaro, La mafia del Camaleonte”  pone, tra l’altro, interrogativi inediti sull’attentato di via Fauro a Roma, messo a segno il 14 maggio 1993 con un’autobomba che doveva uccidere il giornalista Maurizio Costanzo , bersaglio mancato della campagna delle stragi mafiose .I retroscena dell’operazione dei Servizi Segreti  che doveva consentire l’individuazione del padrino di Castelvetrano.  L’archivio di Riina e i segreti della “trattativa” lasciati dai Graviano nelle mani di Matteo Messina Denaro. I rapporti di  parenti e imprenditori legati a Messina Denaro con i vertici della politica siciliana e nazionale. I  legami dei suoi uomini con famiglie storiche della ndrangheta anche per il traffico internazionale degli stupefacenti. Linesplorata rete dei rapporti tra Matteo Messina Denaro e la camorra. In particolare la potente famiglia dei Nuvoletta. Esponenti della cosca napoletana furono chiamati a Roma per collaborare all’attentato di via Fauro e al primo progetto di assassinio del giudice Giovanni Falcone , nella caccia al magistrato guidata dal padrino di Castelvetrano per le strade della Capitale . Il libro si sofferma  anche sui rapporti d’affari tra gli uomini di Matteo Messina Denaro , Gaetano Riina, la ndrangheta e il clan dei casalesi.

Fabrizio Feo (Salerno 1957) giornalista Rai, ha lavorato, dal 1977, per diversi quotidiani tra cui «l’Unità», «L’Ora di Palermo», «Paese Sera» e «il Giornale di Napoli». Ha collaborato a «Epoca» e a «L’espresso» e dal ’79 a trasmissioni e rubriche della Rai radiofoniche e televisive come Tg2 Dossier. In Rai, dal ’92, segue la cronaca giudiziaria occupandosi, come inviato, in particolare di crimine organizzato e terrorismo internazionale. Ha firmato numerose inchieste in Italia e all’estero sui rapporti tra criminalità mafiosa e politica, devastazioni ambientali e traffici illeciti, ottenendo numerosi riconoscimenti e premi e venendo chiam ato a collaborare a studi sulla criminalità mafiosa presso università, istituzioni, organismi di ricerca.

per approfondire, www.rubbettino.it