Il terzo libro di Antonio Messina è un’opera strutturata in una introduzione, due “atti unici” intervallati da un interludio, un epilogo; virgoletto a ragione, nel senso che questa architettura ho voluto e dovuto ricostruirla con qualche difficoltà, post terza lettura, cadendo nel tranello del “romanzo”. L’epilogo assimila, forzando un po’ la mano, due vicende che sembravano vivere di vita propria e del tutto autonoma; la prima è quella del vecchio robot Neilos, impegnato in una autodistruttiva missione sul pianeta Astrabat, per scoprire il segreto dell’immortalità (in tripla rinascenza). Neilos si sente, sin dal principio, destinato alla morte; quindi, per amore di Neha, trionfando su un doppio gioco e su tutta una serie di misteriose e minacciose voci esterne, si sacrifica per negare le sue ricerche agli umani malvagi.
La seconda è una stravagante cosmogonia, filosofico-fantascientifica, fondata “sull’antica profezia dei Cerchi di Talete” (p. 87): “Dopo il caos primordiale, i quattro elementi, Terra, Aria, Acqua e Fuoco, prima uniti, si erano scissi, formando così due mondi distinti, ma pur sempre simili, in quanto costituenti l’essenza dell’essere. Acqua e Terra formarono le terre del Sole Pallido, mentre dall’Unione dell’Aria e del Fuoco nacque il mondo oltre le zone di confine, appunto la Città del Silenzio: i Cerchi di luce energetica”; assieme, è la storia d’amore tra Otlan e Atzelil, Cerchio di luce femmina, brillante e intelligente, che viaggiava per riunire gli elementi e plasmare un mondo “perfetto”.
L’epilogo – svelo qualcosa perché altrimenti non riesco a mettere assieme i pezzi – rivela, come una matrioska, che l’apparenza esteriore di certi personaggi nascondeva una sola essenza. Omnia vincit amor. Sin qua ci siamo.
Attraverseremo i tramonti di fuoco dei deserti di Astrabat, per restituire (l’idea?) il perduto amore alla vita; la sua esistenza è giustificata dalla purezza dei sentimenti, dalla trasparenza, dall’idealità. Gli esseri umani, nella loro nuova allegorica forma di creature Migranti (programmatori di nuova generazione), cercano il segreto dell’eternità per avidità: incapaci d’altro che non sia odio, distruttività e grettezza, vengono abbandonati a un cupo pronostico di morte in vita: “non vogliamo l’amore, ma l’immortalità” – e si sentono infettati dalla presenza del diverso. La descrizione delle loro attività sul pianeta non è eccessivamente impenetrabile, sebbene di “voci” si tratti: “(…) traversano di fretta la città (…), s’infilano nell’edificio. Parlano, si azzuffano, frugano tra le carte della scrivania, digitano codici, e poi corrono via al crepuscolo” (p. 18).
Astrabat è ingannevole e tutto appare irreale (p. 25): il segreto è che siamo e non siamo, tra sogno e realtà (p. 32), negli stessi fiumi scendiamo (p. 57).
Sulla caducità si riflette così:
“Siamo stati creati per provare istanti di felicità, ma solo una volta possiamo percorrere il fiume, risalire la foce e incontrarci nel mezzo. Le Vele proseguiranno a solcare gli spazi, leste e silenziose si allargheranno al vento della sera, si muoveranno leggere come un respiro notturno, dilagheranno in spazi inviolati, ma non dureranno per l’eternità. Un giorno dovranno fare i conti con la morte: è questa la nostra natura, è questo il destino degli uomini, sulla Terra e in qualsiasi punto luminoso dello spazio” (p. 56).
Inalterata, rispetto alle opere precedenti, la densità della scrittura; una densità che accompagna trame sicuramente ciclopiche, sintetizzate sino all’eccesso, con qualche inevitabile problema in sede di lettura dell’opera. Messina dà per acquisita la capacità del lettore di entrare nei suoi mondi – qui c’è addirittura una cosmogonia, come accennavo – ma l’impressione di aver perduto per strada qualche nesso e qualche passo risolutivo rimane, e disorienta. Quasi come esistesse un altro libro, da qualche parte, che racconta con ordine il principio e l’evoluzione della storia, risolvendo le zone d’ombra. Oppure, ma sarebbe sin troppo lineare: come se le due storie principali fossero originariamente indipendenti, e fossero state solo successivamente amalgamate. Lasciando qualche visibile cicatrice.
Spesso le trame si ritirano per lasciar spazio alle descrizioni, e la concentrazione del lettore se ne va a spasso, a cercare senso e significati nei colori del pianeta, per esempio, invano; preferendo una lettura immaginifica, fatalmente costretta alla ricostruzione di scenari riga dopo riga, a una analitica. I nomi dei personaggi rimangono, tendenzialmente, stravaganze indecifrabili e purtroppo deconcentranti, soprattutto quando si succedono con grande rapidità, confondendo il lettore. Sono suoni estranianti.
Si fatica a capire, a un tratto, se certi personaggi e certe dinamiche siano tutte davvero necessarie o se semplicemente vadano considerate funzionali a una torrenziale, urgente riflessione filosofico-esistenziale. Che a questo punto dovrebbe acquisire altra e diversa centralità, liberandosi dai dettami della narrativa.
La chiave, stavolta, mi sembra essere la differenza tra chi crede nell’amore, nella bellezza e nell’appartenenza indissolubile tra due anime, e chi invece piomba nella materia, e sulla materia fonda la sua esistenza. Per riuscire a trarre questa conclusione, in poche righe, ho letto tre volte il libro, cercando di sciogliere tutta una serie di contorsioni, immagino mie e mie soltanto: limite di lettore, dichiarato e rivendicato. Leggendo, spesso, pensavo: “Oddio, non ci capisco più niente”. E tornare indietro non serviva.
Caro Messina, stavolta mi sono arreso: a un tratto, mentre pianeti deserti si popolavano di ombre di vita metropolitana, antivirus e antispia apparivano sui monitor a rivelare bug nel robot, e l’umanità si rivelava solo come antitesi alla vita di chi ama l’amore, mentre i Cerchi fondano la vita, ho allargato le braccia e ho ammesso che Astrabat è uno stato mentale, non un pianeta. Uno stato mentale.
Nella tua scrittura mi ritrovo volentieri, ma confido che certe volte ti perdo proprio dal punto di vista narrativo, e non riesco più a capire di cosa mi stai parlando. Mi si spegne l’impianto della luce, in testa, e rimane solo un gruppo elettrogeno: diciamo così. A quel gruppo m’aggrappo, tornando indietro invano. Fino a un certo punto capisco, poi mi confondo e mi disoriento, poi brancolo e alla fine mi dico “ah, ecco, era questo allora”. Ma non mi confortano le fiammelle d’una intuizione o due, io vorrei comprendere a fondo. Stavolta, onestamente, ho fallito.
Non saprei proporti analisi differenti, e questo è quanto. Con la sconfitta del tuo amico recensore si chiude questa pagina: spero di innescare desiderio di lettura proprio per la dichiarata provvisorietà e parzialità di questa analisi, orgogliosamente e onestamente debole. Mi sono perso, ma spero almeno di essermi perso dignitosamente.
Caldeggio – come medicina e come mio sollievo – nuovi articoli sull’opera, qui su Lankelot. Vi prego, smentitemi.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Antonio Messina (Partanna, Trapani, 1958), scrittore italiano. Vive a Padova. Ha esordito pubblicando “L’assurdo respiro delle cose tremule” nel 2003.
Antonio Messina, “Le vele di Astrabat”, Il Foglio Letterario, Piombino 2007.
Prefazione di Monica Cito.
Approfondimento in rete: sito ufficiale dell’autore / Intervista a cura di Renzo Montagnoli.
In Lankelot:
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Settembre 2007
Commenti
?L?idea di entrare in una nuova dimensione mi allettava. Dimenticare e rinascere, dopo aver vissuto una vita mediocre: era questo il mio desiderio? Ero rimasto a galleggiare negli abissi del tempo (?)? ? scriveva Antonio Messina in un racconto pubblicato nel suo secondo libro, ?La memoria dell?acqua?. Era un passo essenziale, prodromico a un?opera nuova: in questo libro, ?Le vele di Astrabat?, l?argomento princeps si direbbe proprio essere l?immortalità. Dal Santuario del Silenzio del libro esordio, ?L?assurdo respiro delle cose tremule?, alla Città del Silenzio di questo nuovo romanzo, non mancano richiami e ritorni simbolici sui propri passi: l?opera di Messina si caratterizza per una piacevole riconoscibilità, concettuale e stilistica.
"Messina, stavolta mi sono arreso: a un tratto, mentre pianeti deserti si popolavano di ombre di vita metropolitana, antivirus e antispia apparivano sui monitor a rivelare bug nel robot, e l?umanità si rivelava solo come antitesi alla vita di chi ama l?amore, mentre i Cerchi fondano la vita, ho allargato le braccia e ho ammesso che Astrabat è uno stato mentale, non un pianeta. Uno stato mentale".
Eppure è proprio questo che mi spingerebbe a leggerlo. Avevo letto anche la tua bella intervista, in cui avevo trovato spunti più che interessanti. Qui mi trovo di fronte una recensione molto analitica, che si sofferma abbondantemente sui punti oscuri dell'opera, stranamente rendendomeli affascinanti. La chiave interpretativa filosofico-esistenziale, pur non avendo letto ancora il romanzo, a quanto evinco dalle tue considerazioni mi pare proprio la più azzeccata da proporre al possibile lettore. Ti ripeto, Franco, l'impressione è quella di un'opera affascinante, difficile e imperfetta. Ma è proprio l'imperfezione che si respira da questo tuo pezzo a riempirmi di curiosità.
Non ho dubbi, lo compro;)
A proposito, è un'analisi notevole la tua, dico davvero;)
Danke Fede.
Mi ci sono fermato per qualche giorno, non mi capita mai:).
Voglio vedere cosa ne deriva, questo libro va letto da tutto il movimento. Dobbiamo decifrarne l'essenza.
Per apprezzare l'opera di Messina si deve amare il FANTASY. IL suo è un fantasy filosofico, nel senso che utilizza l'arma del fantasy per fare un discorso alto (ed altro dal fantasy) e spesso complesso... Inutile negare che sia un libro complesso, come era complesso LA MEMORIA DELL'ACQUA. A voplte c'è bisogno pure di complessità. Porto ad esempio un fantastico libro di Abilio Estevez (I palazzi lontani - Adelphi), complesso e profondo come pochi, ma sublime...
Gordiano
(ocio solo che il fantasy ambientato nel futuro è qualcosa di differente;) ).
Vero, infatti è un fantasy fantascientifico... un genere che ha inventato Messina... non è il mio genere, comunque... un editore non può pubblicare solo le cose che leggerebbe e che sono nelle sue corde... c'è un comitato di lettura che valuta e seleziona sulla base di un gusto allargato e tenendo presenti i requisiti di contenuto e forma...
Gordiano
E' una scelta democratica e esteticamente fertile.
Avanti così.
3 - Se incuriosisce più persone che vagano da queste parti non può che essere un bene. Io lo leggerò, questo è certo;)
Bene. E ci saprai dire.
Ave a tutti.
ehehehe!
Lo sto leggendo per la seconda volta, a distanza di parecchi mesi,la prima lettura è stata pre-pubblicazione. All'inizio ci si perde proprio, molto di più che nella "Memoria", in genereio mi lascio trasportare dalle immagini, cerco di far volare la fantasia. Comunque la chiave interpretativa filosofico-esistenziale è valida per me, mi riservo ulteriore riflessione in seguito.
Poi dovremmo dedicare una recensione alla prefazione. Quello è un mistero nel mistero, merita un lavoro a parte, e non so se è stata scritta così apposta. Mi trovi non 3 concetti in 3 pagine, ma 3 chiavi di lettura in 3 pagine? Non è difficile. 3 chiavi di lettura. Io non ci sono riuscito:) Fumo assoluto. Cioè: è una prosa così, messa ad aprire un libro di genere, ma atipico nel genere. Una firma e 3 concetti. Giuro che nel periodico ritorno al libro mi sono infoibato anche là, chiedendomi: ma a che serve questa prefazione? A dire "buona lettura"?
;-)
Mi aspetto grandi cose dalla tua recensione, Marina.
Presto, vero?
è in revisione, l'ho appena finita, ma come sai è ancora cartacea (non perdo le mie medievali abitudini!!!!;-)) Appena posso la invio.
E mi sto preparando per il tuo avvento!
entro tre giorni, pubblico un articolo sul nuovo romanzo di AM.
[Antonio Messina]
[Antonio Messina]
Nuova edizione per i libri più conosciuti di Antonio Messina – la Memoria dell’Acqua euro 12,00 (nota introduttiva della scrittrice e letterata veneziana Marina Monego) e le Vele di Astrabat euro 12,00 ( prefazione di Ilaria Dazzi, letterata modenese), editi dal Foglio Letterario di Piombino.
Il primo ritorna in una nuova edizione riveduta, con l’inedito “I Simulacri di Efeso“, avvincente racconto ambientato sul misterioso pianeta Olochen, dove il terribile Efeso controlla le menti, il secondo volume, un romanzo breve, si rivolge non solo al pubblico degli appassionati del genere fantasy, ma anche ai curiosi dei nuovi fenomeni (e generi) letterari, con particolare riguardo per chi apprezza la filosofia. La realizzazione grafica delle due opere è di Sacha Naspini, mentre le immagini di copertina della pittrice torinese Angela Betta Casale.
Messina ha pubblicato, inoltre: l’Assurdo respiro delle cose tremule, la silloge Dissolvenze, e il fantasy ambientato nel mondo dei videogiochi, Ofelia e la luna di paglia. Vive a Padova.